
A monte di Succisa, 700 m. s.m., su una bicocca, implacabilmente battuta a seconda delle stagioni, dal vento, dal nevischio o dal sole, sorge un cippo marmoreo a ricordo della cruenta battaglia svoltasi il 15 marzo 1944, tra le forze della libertà e forze della più spietata reazione.

Quel cippo ricorda i tre gloriosi Caduti, consacrandone il sacrificio, con brevi, fiere espressioni.
FERMO OGNIBENE cl. 1918
REMO MOASCATELLI cl. 1924
ISIDORO FRIGAU cl. 1923
Qui caddero dopo strenua impari lotta il 15 marzo 1944 – GLORIA ETERNA AGLI EROI
Le forze partigiane hanno riportato tre morti e due feriti. Il nemico un morto e alcuni feriti. Dei partigiani è caduto il comandante la formazione: Fermo Ognibene di anni 24 (decorato in seguito di Medaglia d’Oro al Valor Militare), Remo Moscatelli di anni 20 e Isidoro Frigau di anni 21.

Dei partigiani feriti, uno, “Antonio” medicato alla meglio è tornato con i compagni alla macchia; per l’altro, purtroppo, le cose sono alquanto diverse. Ferito gravemente alla coscia sinistra da raffiche di mitra, in un primo momento viene accolto e curato nella canonica della chiesa di Succisa, di cui è parroco don Quinto Barbieri e quindi, nottetempo, trasferito presso la famiglia Marzocchi. Trattasi di un diciottenne, che per l’età e per l’ardimento di cui sempre aveva dato prova, i compagni di lotta amavano distinguere con l’appellativo di “balilla” [Gino Fontanesi della classe 1927. Nativo di S. Ilario d’Enza. Tuttora vivente e residente a Mezzano Inferiore (Parma)]. Presso la generosa e ospitale casa Marzocchi – famiglia dagli eccezionali titoli e meriti patriottici, che nessun pontremolese dovrebbe dimenticare – il “balilla” sempre di nascosto dai repubblichini e con l’ammirata, commovente adesione, morale e materiale di tutti i Succisani, viene ripetutamente visitato e curato dal dott. Pio Bertolini. Purtroppo, nonostante le cure più diligenti ed assidue la ferita sta precipitando in cancrena. È giocoforza tentare tutto per tutto e trasferire il giovinetto all’Ospedale Civile di Pontremoli, ricoverandolo l’undici aprile, come un qualsiasi infortunato. Solamente il dott. Bertolini e il chirurgo prof. Uggeri conoscono la vera qualità del degente. Due giorni dopo il ricovero, il “balilla” è operato e amputato della gamba sinistra. La cura prosegue diligente quanto mai, staremmo per dire affettuosa e la convalescenza s’avvicina. Purtroppo, oltre alla convalescenza, si avvicinano al ragazzo e forse troppo frequentemente, povere madri, giovani figlie del popolo che, segretamente informate della qualifica del degente sollecite, gli portano in omaggio, quanto si può considerare “ghiottoneria” da tempo di guerra.
Io, da tempo, al corrente di tutto, sono veramente ammirato della bella e larga dimostrazione di simpatia verso il giovane partigiano, ma nello stesso tempo temo e fremo, al solo pensiero che tanto tributo d’affetto, possa venir notato dagli spioni fascisti e riuscirgli fatale. Gli accadrà, purtroppo, alcuni giorni.
Il padre e la cognata del “balilla” si sono precipitati a Pontremoli, al mio domicilio. Rivolgo loro alcuni consigli. – Siate prudenti, mi raccomando. Tenete presente che anche in Ospedale circolano delle spie fasciste; non traditevi e non trattenetevi più di dieci minuti; poi tornate qui. È una povera casa la mia, ma quel poco che c’è lo divideremo da buoni fratelli…..
-Grazie di cuore, ma….noi, come potremo ricompensare? – Non parliamo di questo per carità!…è già un onore per me ospitare i familiari di un piccolo eroe; piuttosto non confidate ad anima viva che siete a casa di Mino Tassi; sono stato incarcerato dai tedeschi due mesi fa e se venissero a sapere che vi sto ospitando…
-non dubiti; saremo segretissimi. -Perfettamente d’accordo. A ben rivedervi, dunque.
I congiunti del “balilla” dopo una breve permanenza al mio domicilio, confortati dalle buone condizioni del ragazzo, se ne tornarono a S. Ilario d’Enza, non senza prima avermi rivolto le più vive raccomandazioni per il loro caro.
Nulla di nuovo per alcuni giorni, quando un mattino, il fidatissimo Mario Dani, si precipita a casa mia. -L’hanno scoperto! – mi grida con ansia. – ma possibile? Quando? – questa mattina presto. L’ho saputo dall’infermiere X. Pare che intendano trasferirlo alle carceri di Spezia. – Andiamo; bisogna agire e presto, non più tardi di questa notte.
Disponendo in città di un’ottima staffetta, tale Beppe Mariotti, la invio direttamente a “Facio”, che trovasi con i suoi uomini sulle montagne del Guinadese. Ho proposto di entrare a forza in ospedale e liberare il “balilla” da inevitabili, disastrose complicazioni. La giornata scorre lentissima e quanto mai triste. Ora per ora, vengo informato di quanto sta accadendo in Ospedale. Mi si dice che il paziente è affranto e che al suo lettino, sosta in permanenza un poliziotto fascista. Da circa un’ora – sono le 22 – sono ospitato in una casa adiacente la chiesa di S. Nicolò. Come stabilito con “Facio”, allo scoccare delle due, dopo mezzanotte, dovrò fare, con una lampadina elettrica, il convenuto segnale da una delle finestre dello stabile prospiciente il Magra. L’attesa è spasmodica. Dall’ospedale ogni tanto, trasmettono notizie per telefono. Tutto normale. Di guardia al “balilla” il solito poliziotto; alla porta dell’ospedale due “mai morti” e altri cinque scaglionati nei vari reparti. Di tedeschi, nemmeno l’ombra. I minuti scorrono lentissimi. È un tormento. Trilla ancora il telefono; attendo con ansia. – C’è una novità! – mi dice la signora che mi ospita. – Quale …. per favore? – chiedo con ansietà. – C’è che “il balilla” a mezzanotte, verrà trasferito, con una macchina della polizia fascista a Massa. – Possibile? ….ma è sicura? – Sicurissima….Mi hanno precisato, anzi, che la macchina è già pronta alla porta dell’ospedale.
Sono disperato. Non so darmi pace. Penso a quel povero ragazzo, al suo stato d’animo, a quello che potrà capitargli!. L’amico, che tanto generosamente mi ospita (Luigi Calani, Via Garibaldi) cerca con la moglie di consolarmi, di farmi comprendere che la mia responsabilità è relativa e che nulla, assolutamente nulla mi posso rimproverare. Tutte buone e belle parole ma per la mia esasperazione ben poco valgono. Spero e m’illudo ancora, che l’ora della partenza per Massa, venga ritardata, differita, e che per le due, si possa agire secondo il piano prestabilito. Verso le 23, ci informano ancora che sono sopraggiunti altri cinque “mai morti” armati di tutto punto. Forse si teme un colpo di mano. Sono in tredici ora i repubblichini, ma anche se fossero venti, trenta, cosa potrebbero fare dieci uomini comandati da un “Facio” e risolutamente decisi a tutto? Purtroppo, le cose precipitano. Verso le undici e mezzo, ci informano che il “balilla” è stato trasportato sulla macchina e che i “mai morti”, armatissimi, vigilano sul piazzale. Qualche istante prima di mezzanotte, il solito informatore (dott. Mario Benelli) ci avverte che la macchina, a pieni fari, sta mettendosi in moto. Corro verso una finestra che guarda sul Magra. Lontano, verso l’Ospedale, noto un vago chiarore, poi, due fari a luce accecante, irrompere nella notte, attraverso il passaggio a livello, il ponte di Porta Parma, il Viale dei Mille….
Resto così, con la mia disperazione, la mia sconfitta. Alle due, al segnale convenuto, con la mente in tumulto e lo strazio nell’anima, non rispondo. Chissà con quanta tristezza gli uomini di Facio riprenderanno la strada della montagna e chissà quante domande , quanti perché rivolgeranno al loro comandante, ignaro anch’egli, dell’insorta fatalità. Notte insonne. Al mattino, con il primo treno, mi precipito a S. Ilario d’Enza, onde informare i congiunti del “balilla” dell’imprevisto, doloroso frangente. Alla notizia, i Fontanesi sono costernati e io fatico non poco, per calmarli e consigliarli invece, di correre a Massa il più presto possibile. Tempo non se ne perde: un’ora dopo siamo in tre a prendere il treno; io direttamente per La Spezia e la cognata e il padre del “balilla” per Massa. Il “balilla”, trasferito dall’ospedale civile di Pontremoli a quello di Massa, vi restò piantonato, fino al 13 agosto, lungo la cui notte venne liberato da una formazione partigiana entrata a forza nell’Ospedale. Ulteriormente curato e ricoverato in montagna, prese parte, reggendosi con le stampelle, a un duro combattimento, tra partigiani e tedeschi in località Canevara (20 agosto 1944). Il contegno del “balilla” fu, in quel combattimento, ammirevole, di esempio e di incitamento. È decorato di due Medaglie d’Argento al Valor Militare. La prima, per la battaglia di Succisa (Pontremoli) 15 marzo 1944; la seconda, per la battaglia di Canevara (Massa) 20 agosto 1944.
Tratto da Pagine Pontremolesi – lotta di Liberazione, di Mino Tassi