Anno 1943: L’8 settembre, in seguito al discioglimento dell’esercito italiano per l’armistizio fatto dal Re e dal generale Badoglio, si ebbe il paese invaso dai militari fuggitivi, che incalzati da pochi tedeschi (triste scena!) abbandonavano armi e munizioni e materiale di ogni genere lungo le strade e nelle valli e disordinatamente cercavano di raggiungere le loro case. Così, dopo giorni e giorni di peripezie in fughe attraverso i monti fanno ritorno alle loro famiglie, in condizioni desolanti, stanchi, sfiniti, con gli abiti di ogni genere a brandelli, la gran parte dei militari da ogni zona, anche dalle lontane terre della Francia e della Jugoslavia. E si inizia un’era di vita pericolosa, preoccupante, terribile per la reazione tedesca, per la mancanza dei viveri, per i bombardamenti frequenti sulla zona operati dagli anglo-americani; il tutto aggravato dalle lotte tra partigiani e tedeschi, che finiscono quasi sempre nello sfogo brutale di questi ultimi sulle popolazioni innocenti, con fucilazioni in massa, abbruciamenti di case e di paesi interi. Le popolazioni terrorizzate sono obbligate a sfollare nei paesi di montagna, lontani dagli obiettivi militari. Siamo nel periodo acuto dello sfollamento: Arzengio si vede preso d’assalto; anche i fondi più umidi, senza pavimento, senza luce, le stalle, i fienili vengono adibiti ad uso abitazione; famiglie di 7, 8, 10 persone devono vivere in un solo ambiente. La popolazione normale di 300 persone, si vede accresciuta ad oltre mille. Ogni famiglia va a gara, con vero senso di cristiana carità, per ospitare, aiutare coi mezzi e colle provviste proprie. Iddio mostrò palesemente la sua Provvidenza. In un periodo così lungo (quasi due anni) di disagi, di sofferenze e di miserie non si è manifestato alcun caso di malattia grave o infezioni. Nella casa canonica trovarono asilo il Can. Prof. Ercole Simonini, il P. Marco e P. Paolino dei Cappuccini di Pontremoli ed altri sacerdoti che salivano in paese per rifugiarsi nei momenti più critici e pericolosi. La sala ed una camera erano riservate per accogliere le RR. Suore dell’Ospedale nel caso che fossero obbligate ad allontanarsi sia per il pericolo di bombardamento, sia per la possibilità che venisse occupato dall’esercito tedesco.
Anno 1944: Nei primi mesi di quest’anno il fronte si sposta in favore degli anglo-americani, sbarcati a Salerno e ad Anzio a sud di Roma, che sferrano l’offensiva e i tedeschi si ritirano precipitosamente. Roma viene liberata, grazie a Dio!, senza distruzioni, coll’interessamento del Papa, ai primi di maggio. Si ha l’impressione e la speranza di essere liberati anche noi in giugno o luglio. Le formazioni partigiane cominciano a sabotare e a disturbare i movimenti ed i piani tedeschi; si apre allora una lotta accanita e brutale tra partigiani e tedeschi, che per assicurarsi alle spalle, rastrellano a più riprese , passo per passo, tutti i paesi, tutte le case e tutte le montagne. Una divisione di tedeschi viene equipaggiata e appositamente specializzata e destinata alla nostra zona, diventata retrovia importante della linea gotica: Bocca di Magra – Rimini. Si apre il periodo del terrore, dei rastrellamenti e delle deportazioni.
Il 19 giugno il parroco, mentre si recava in macchina a Zeri per una breve visita alla propria famiglia, viene aggredito improvvisamente da un gruppo di partigiani appostati nelle siepi ai lati della strada in località Casone Rocchino e Tecchia. Una scarica di mitra colpì la macchina creduta tedesca. Una grossa pallottola ferì alle gambe l’autista Dott. Donini, Veterinario della zona; anche il parroco rimase ferito e assai più gravemente fino a correre pericolo di vita per l’abbondante perdita di sangue che ne seguì. L’autista, ferito più superficialmente, fece marcia indietro e portò il parroco all’ospedale. Grazie all’immediato intervento e le cure attente dei sanitari, dopo una settimana poteva essere trasportato ad Arzengio, dove ogni giorno veniva curato da un dottore dell’ospedale. Solo dopo un mese e mezzo di assoluto riposo poteva rimettersi in piedi e riprendere le sue occupazioni di parroco senza alcuna grave conseguenza.
Ai primi di luglio i tedeschi operano un rastrellamento in grande stile in tutta la zona dell’Appennino che va dalla Cisa al Cerreto nei due versanti Emiliano e Lunigianese. Per calunniose denunzie di autorità della Repubblica fascista vengono per primi ricercati i sacerdoti, specialmente i parroci, ed i medici. Circa trenta sacerdoti , quasi tutti parroci della Diocesi, vengono prelevati e portati via quali ostaggi; fermati a Parma, per interessamento dell’Autorità Ecclesiastica dopo un mese vengono rilasciati.
Ad Arzengio il primo colpo viene fatto alla Canonica che viene perquisita minutamente da una quindicina di iene. Loro compito: derubare di quanto era di loro gusto e prelevare il parroco. Lo trovarono in letto immobile per le ferite subite pochi giorni prima sulla strada di Zeri; vollero accertarsi togliendo violentemente le fasce e non potendo trascinarlo via, si sfogarono cogli altri sacerdoti presenti: il Can. Ercole Simonini, il P. Marco dei Cappuccini e don Antonio Pelliccia. Loro intenzione: servirsene come ostaggi durante le perquisizioni nel paese e poi trascinarli a Pontremoli per unirli al gruppo degli altri sacerdoti e deportarli in Germania. Ma grazie a Dio non si sa per quale felice causa, la sera stessa furono rilasciati mentre si trovavano ancora nella parrocchia di Ceretoli.
Per una settimana si ebbero ogni giorno soldati tedeschi alla Canonica per accertasri della presenza del parroco, per perquisire e derubare. In paese furono prelevati quanti uomini validi furono trovati. Il numero di 11 senza alcuna precisa accusa e in perfetta regola di documenti furono deportati in Germania, per fortuna considerati come operai e non come partigiani. N. 7 della parrocchia: Noiosi Antonio fu Pergentino (capo-famiglia), il figlio Amedeo (giovane), Zecca Guido (capo-famiglia), Gussoni Angelo di Luigi (giovane), Venuti Angelo di Giovanni (giovane), Cattini Giovanni di Isidoro (giovane), Pinotti Luciano di Pietro (giovane).. e n. 4 forestieri quivi sfollati. Tutti poterono ritornare nella seconda metà del 1945 a fine guerra, dopo un anno di sofferenze e di dura prigionia in Germania.
La seconda metà del 1944 si passò nel terrore, per le ripetute minacce da parte tedesca alla popolazione provocate da atti di sabotaggio inconsueti dei partigiani di stanza a Bosco di Corniglio e a Zeri e per la loro frequente presenza in paese.
Anno 1945: Nei primi mesi di quest’anno la situazione sembrò rincrudirsi per Arzengio, come sempre, per le provocazioni fatte dai partigiani che si concludevano con gli sfoghi tedeschi contro la popolazione. Nell’aprile una colonna di circa 17 carri guidati da alpini dell’esercito repubblichino, venuti fino ad Arzengio per caricare legna per i forni delle loro truppe, al ritorno di notte, furono assaliti nelle vicinanze del paese da un gruppo di partigiani armati, scesi dai monti dal versante di Cerretoli. Gli alpini, spaventati dall’intensa sparatoria, fuggirono tutti attraverso i campi, ma i muli in parte furono lasciati uccisi sulla strada, e in parte condotti via sui monti. Il mattino seguente ebbe luogo una feroce rappresaglia. Il paese fu perquisito minuziosamente; si tentò di prelevare uomini e di portare via tutto il bestiame. Si interpose coraggiosamente il parroco e dietro la sua opera presso i comandanti, si desistette dalla vendetta, ma furono egualmente requisiti due grossi buoi a Poli Luigi, colono del Beneficio parrocchiale e un paio di mucche a Garibaldi Antonio, colono dei sigg. Guidi, con promessa di restituzione, qualora fossero riconsegnati i muli. Dopo circa 15 giorni, dietro altro interessamento del parroco, convalidato da S. E. Mons. Vescovo, presso i comandi, anche il bestiame poté ritornare alla propria stalla.
I due mesi che precedettero la liberazione ci portarono al massimo della tensione. I partigiani per ben sei volte sabotarono la linea telegrafica di cui si servivano i comandi tedeschi per comunicare con il nord e precisamente a poche centinaia di metri dal paese. Ogni volta intervento di folti gruppi di armati tedeschi minaccianti fucilazioni in massa, deportazioni e abbruciamenti del paese; e le prime minacce sempre nella casa del parroco, il quale però, mentre tutti gli uomini del paese fuggivano, rimase sempre al suo posto anzi sempre di intromise ad ammansire e a persuadere a desistere da rappresaglie contro una popolazione innocente. Più volte si recò con S. Ecc. il Vescovo Mons. Sismondo presso i Comandi tedeschi per pregare e scongiurare a non fare vendetta sulla popolazione. Si interessò anche a mandare staffette ai vari Comandi di partigiani affinché desistessero, o almeno, per tali sabotaggi alla linea telegrafica, scegliessero una zona lontana dall’abitato.
Gli ultimi tre giorni prima della liberazione le truppe di copertura posero un nodo di resistenza nelle vicinanze del paese in località “Lamara”, non estremo della linea di difesa di Pontremoli, S.S. Annunziata, Arzengio, Pontremoli, Dozzano. Truppe terribili, forse appartenenti alla S.S. con previa libertà di azione frequentemente si introducono nel paese; senza ragione perquisiscono, derubano persone di soldi, di orologi, di cose preziose, portano via quanto credono. La popolazione per tenerli lontani è costretta a impegnarsi a portare loro a turno, e due volte al giorno, con gravi sacrifici privandosi del poco che ancora disponeva, abbondanza di vini, pollame, carne, pane bianco, salumi ed altro.
Nella notte dal 26 al 27 aprile, vista ormai impossibile la resistenza ( le truppe alleate erano a Scorcetoli e cannoneggiavano le posizioni nemiche) si ritirarono e il mattino del 27 aprile ci portò la liberazione. Ci sembrò una resurrezione nonostante che piovessero ancora le granate degli alleati che ancora non sapevano della ritirata nemica.
Funzioni di ringraziamento a Dio, pianti di gioia e di tristezza per u numerosi figli assenti, per molti dei quali senza notizie da tempo. In giornata le truppe americane di colore erano in paese a costituirvi un presidio che vi rimase fino alla cessazione completa delle ostilità.
Cessate le ostilità anche in Germania nel maggio incominciarono a rientrare i primi prigionieri. Il 29 dello stesso mese si svolse un solenne Pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Monte per sciogliere il voto e ringraziare la Beata Vergine di aver sempre protetto e paese e fedeli. Vi parteciparono oltre 100 persone e fecero al Santuario offerta di cera e della somma di L. 3000.
Si è tralasciato di dire del movimento religioso nella Parrocchia in questi due ultimi anni di guerra. E’ vero che non si poteva parlare di lavoro organizzato nell’A.C. perché né i centri potevano funzionare né gli iscritti, specie gli uomini, impegnati in guerra o fuggitivi, potevano fare opera di apostolato.
Ma in compenso ci fu in parrocchia un movimento intenso e consolante di vita religiosa. I vari sacerdoti presenti, sempre zelati e pronti a dare la loro opera, rendevano più attraenti le Funzioni religiose, le predicazioni, più comoda l’amministrazione dei Sacramenti. La chiesa era sempre gremita durante le tre Messe del mattino e ai Vespri nei giorni festivi; molto frequentata anche nei giorni feriali, nonostante che non si potessero dare i segnali colle campane, essendo stato proibito dal Comando tedesco fin dal luglio 1944, e così fino a fine guerra.
Finita la guerra quasi tutti ormai erano rientrati alle loro famiglie e il 12 giugno Festa del Patrono S. Basilide, fu organizzata una festa solenne di ringraziamento con processione e Comunione generale, Intervenne anche S. E. Mons. Vescovo, festeggiatissimo per quanto bene aveva fatto al paese e alla Diocesi e nell’occasione tenne la 4a Visita Pastorale.
Il dopo guerra lasciò tre famiglie in lutto. La famiglia Bianchi Carlo per la morte in combattimento in Cirenaica del figlio Guido. La famiglia Poli Luigi per la dispersione in Russia del figlio Angelo. La famiglia Zecca Luigia per la dispersione in Jugoslavia del figlio Roberto. E…quante altre tristi sorprese, quanti disordini si manifestarono con vero dolore del parroco anche ad Arzengio.
La minaccia comunista, coadiuvata da propaganda di elementi intimidatori, portarono profondo disorientamento nei parrocchiani e anche nei rami dell’Azione Cattolica; ripresero i disordini nel paese, mania del ballo, idee perverse serpeggiarono e negli individui e nelle famiglie, si ebbe l’impressione che una tempesta fosse passata lasciando il terreno irriconoscibile.
“Cronistoria della parrocchia desunta dal memoriale di don Antonio Pallini e delle note storiche lasciate dai suoi successori don Francesco Marzocchi e Can. Edoardo Borrotti“, pubblicata nel bollettino Parrocchiale di San Basilide in Arzengio e tratto dal sito http://www.arzengio.it, visitato nel novembre 2022.