LA LIBERAZIONE – I FATTI E LE EMOZIONI

Le ultime cannonate si odono ancora nell’atmosfera nebbiosa verso la Cisa; poi un silenzio strano, turbato soltanto dal nostro batticuore e dall’ansia di sapere; la Valdantena è tagliata fuori, senza notizie: in particolare Pracchiola.

Verso sera, mentre mi scaldo al fuoco in casa, sento della confusione per la strada del paese; scendo di corsa ed alla luce di alcune lanterne vedo gente che parla commentando la cattura di un gruppo di soldati tedeschi; sono nella cascina di Franceschino. Raggiungo il posto e trovo i prigionieri seduti sulla paglia, guardati a vista da alcuni partigiani, tra i quali c’è mio fratello Angelo.

Eccoli i terribili soldati di Hitler, quelli che volevano schiacciare il mondo sotto il loro tallone, ora impauriti, terrorizzati. Fra i prigionieri un graduato impreca: in un discreto italiano chiede di essere lasciato libero per raggiungere i suoi camerati che stanno ancora combattendo sul Passo della Cisa. I partigiani lo guardano silenziosi e torvi ma non infieriscono sul quel soldato che provoca un senso di pena; anzi si prodigano perchè a tutti i prigionieri che passeranno la notte nella cascina, venga dato del cibo. Da quanto ho appreso i prigionieri saranno condotti a Bosco di Corniglio per essere consegnati a quel Comando Partigiano.

Ritorno a casa e passo una notte agitata per la mancanza assoluta di notizie. Al mattino mio fratello Angelo, comandante del drappello, deve ritornare al Passo della Cisa con i suoi uomini e mi prega di scortare i prigionieri fino a Bosco di Corniglio. Rispondo di essere pronto ad eseguire la missione nonostante che fossi reduce da una delicata operazione eseguita in ospedale militare. Mio fratello mi consegna due bombe a mano “Balilla” dicendomi: ” Basteranno per te, vecchio soldato, che hai combattuto in Jugoslavia”. Vado alla cascina e prendo in consegna i prigionieri: sono quattordici. Guardandoli alla luce del sole osservo che sono quasi tutti anziani e quindi ritengo non mi daranno grossi fastidi: noto che tutti portano un pesante zaino.

Partiamo, osservati in silenzio, dagli abitanti del paese che hanno subito duri rastrellamenti durante l’occupazione tedesca. mentre cammino in testa al gruppo dei prigionieri, penso che in pochi giorni la situazione si è capovolta. Il viaggio attraverso l’Appennino Tosco-Emiliano è lento e faticoso. I prigionieri, già indeboliti per le emozioni e le vicissitudini dei giorni precedenti, faticano moltissimo a percorrere la mulattiera che è molto ripida; il peso dello zaino aggrava ancor più la marcia.

Finalmente arriviamo superando il Passo del Cirone e caliamo a Bosco di Corniglio. Consegno i prigionieri al Comando Partigiano e restituisco le due bombe a mano che non ho usato. I prigionieri mi rivolgono uno sguardo di riconoscenza; anche se sono nemici auguro loro di arrivare a casa.

Approfitto dell’occasione per salutare una zia che mi rivede volentieri e mi rifocilla: ne ho veramente bisogno. Poco dopo da un vicino che ha la radio, apprendo con gioia che Pontremoli è stata liberata: ma a Pracchiola certamente ancora non lo sanno. Non esito un solo istante e dopo aver ringraziato la mia parente riprendo il viaggio di ritorno.

Lasciando il paese di Bosco di Corniglio, rivedo il luogo dove il 17 ottobre 1944 venne attaccato il Comando Unico Parmense da ingenti forze tedesche. Molti caddero eroicamente fra i quali il caro amico Giuseppe dei Conti Picedi Benettini di Sarzana. Il loro ricordo è sempre vivo in noi. Ora il mio passo è reso incalzante per il desiderio di portare la notizia che tutti attendono: durante il percorso non incontro nessuno perchè la sera sta calando.

In sole tre ore arrivo a Pracchiola e comunico a tutti la bella notizia: un’esultanza generale purtroppo amareggiata dal dolore delle famiglie che hanno figli e parenti dei quali non si hanno più notizie. Prego il campanaro di suonare a distesa: lo fa con entusiasmo, fidandosi della mia parola: alla scampanata di Pracchiola rispondono altre campane della Valdantena.

Il paese si raccoglie in preghiera col parroco, don Dante Maestri, nella chiesa rimasta miracolosamente intatta, dopo l’attacco dei tedeschi che aveva completamente distrutto la canonica. Il suono gioioso delle campane è un segno di pace e ci assale una profonda commozione.

Armando Tognocchi, il Corriere Apuano, 31.5.1997