LA MAGRA, IL VERDE E LA SERRA NEI VERSI LATINI DI PAOLO BELMESSERI

Paolo Belmesseri, Opera Poetica (Parigi, Simon de Colines, 1534) Silografia

Sulla riva sinistra del Verde, al confluente di questo col torrente Bettinia, sorge la Villa della Serra, già proprietà della famiglia Belmesseri.

E’ un fabbricato né fastoso né grande, ma fornito dei comodi necessari e propizio alla quiete e alle Muse per l’amena posizione e per il placido mormorio delle acque che lambiscono il muro, il quale cinge tutto attorno i campi annessi alla villa, donde, può darsi derivi il nome della medesima.

Qui forse nacque o certo visse gli anni dell’infanzia e della prima giovinezza Paolo Belmesseri, il dotto umanista, che allo studio della medicina e della filosofia univa il culto delle muse tanto da meritare l’amicizia di uomini insigni e di poeti come Lodovico Ariosto e il lauro poetico dalle mani di Papa Clemente VII e di Re Francesco I di Francia.

Dopo tanti onori, non del tutto giustificati, una dimenticanza – immeritata anche questa – coprì il nome dell’umanista pontremolese la cui memoria è affidata ora esclusivamente ai suoi versi latini, giacché del suo valore e della sua attività nel campo medico e filosofico non rimane alcun documento.

Nato a Pontremoli verso il 1480, Il Belmesseri passò a Bologna, dove studiò filosofia e dove sposò una sorella di Traiano Accursio; dal 1512 al 1519 insegnò logica, medicina e filosofia in quello studio e nel 1527 si recò a Venezia per curare i malati di peste. Circa il 1533 fu chiamato da Clemente VII, come medico alla corte pontificia e quello stesso anno si recò con il Pontefice a Marsiglia, conobbe Francesco I e compose un epitalamio per le nozze del principe reale Enrico con Caterina de’ Medici; il qual carme gli procurò la corona d’alloro.

Di questo fatto, che dovette sollevare grande scalpore a quei tempi, resta come documento un’incisione in legno, in principio del volume dei versi latini, editi a Parigi, 1534, nella quale il poeta è rappresentato fra Re Francesco e Papa Clemente. Il primo gli depone sul capo la corona poetica e il secondo gli cinge una collana: egli se ne sta’ umile in tanta gloeia, con le mani sul petto, pensando forse alle troppe adulazioni delle quali erano frutto quegli onori, perché – sia detto di passaggio – il Belmesseri non va affatto esente dalla pecca adulatoria comune a gran parte dei poeti umanisti e col Re di Francia e col figlio e col Pontefice Clemente VII, eccede anche un po’ la misura.

Quell’anno stesso andò a Parigi, dove lesse Aristotele, aggiungendosi così ai numerosi artisti e letterati italiani che lo splendido mecenatismo di Francesco I amava chiamare ad ornamento della corte. L’anno seguente tornò a Roma e vi tenne cattedra, commentando Aristotele e parafrasandone due libri De Animalibus.

Il suo insegnamento durò fino al 1544. Dopo quest’anno non si hanno più notizie di lui, sicché è incerto il tempo e il luogo della sua morte.1) Pontremoli ha dedicato al suo nome una strada di pochi metri.

Nel suo vario peregrinare però il poeta porta costantemente in un cuore il ricordo della terra natale e alla sua Pontremoli, alla sua villa, la Serra, all’acque della Magra e del Verde spesso con desiderio accorato:

Sim licet in tanto a te nunc discrimine terrae – Atque Tuas nunquam forte visurus aquas – Sis licet a nostris nunc tam remotus ocellis – Tu tamen in nostro pectore fixus ades.

E allora la fantasia gli rievoca le limpide acque che lambiscono la sua villa gorgogliando tra i sassi e i peschi che vi scherzano e gli uccelli acquatici che popolavano le rive del Verde e il canto degli usignoli a primavera. Allora la foga del sentimento non lascia posto alle reminiscenze virgiliane delle quali sono zeppi gli altri suoi versi e lo stesso inevitabile bagaglio mitologico si riduce – diciamo così – al puro necessario; il Poeta paga un lieve tributo ai classici Eridano e Timavo, ai quali, egli assicura, né la Magra né il Verde la cedon, e poi corre spedito per conto suo:

Te semper placidum , liquidum purumque videmus – Et semper nobis una serena pates – Tu volucres pelagi varios, tu licides pisces – Comspicis, in ripis garrula garrita avis.

Ospite di Re Francesco I, dedicandogli i suoi versi, gli parla della “Belmissera domus” e delle glorie avite; il Poeta è ormai avanti negli anni

“Iam tempora canis – Plena iacent et adest passu titubante senectus”

ma il nome della terra natale gli mette ancora un brivido di commozione nel cuore:

Dulce solum, dilecta domus, quae prima tenellos – Vagitus sensit, superas quum vidimus auras!

Qui, egli dice, hanno vissuto i miei genitori, di qui ha avuto origine la mia famiglia

Hinc genus nostrum titulis insigne verisque – divitiis celebre et omni probitate decorum.

L’elegia XXIII poi, ha per argomento esclusivo la Magra e il Verde:

Macra, meam, flumen, quod praterlaberis urbem – Splendidulique rigas iugera culta soli, – Et Ligurem e Tusco discernis tramite certo – Quique tenes Spinae spissa trophea malae – Qui te nunc Viridi lungis cum flumine dicta – Quod lambit caras tam mihi delicias

“Caras delicias!” E’ la vita della Serra. Di qui, egli dice, è forse derivato il nome della nostra casa o perché belle mura cingevano la proprietà, oppure “quia iam fuerit bella, ut gens inclyta nostra est”: la quale seconda ipotesi è, senz’altro, la più probabile.

Dobbiamo credere che la Serra sia stata testimone anche delle amorose doglie del medico umanista? Non è inverosimile che agli sia tornato qualche volta a rivedere i luoghi ai quali lo riportava il cuore, nell’andata o nel ritorno dalla Francia, oppure durante i mersi estivi, interrompendo il soggiorno di Bologna e di Roma. Così possiamo figurarcelo ancora sulle rive del Verde nella solitudine della Serra, intento ad almanaccare dolenti distici per gli occhi di una Claudia, della quale non sappiamo nulla, tranne gli effetti incendiari degli occhi sullodati.

Ardent purpureo radianta lumina vultu – Lumina formosis aemula sideribus….- Hi mihi candentem fixere in pectore fiammam: – Uror et in misero pectore regnant amor.

Di questo incendio egli chiama in testimonio ed in aiuto Febo Apollo tra i numi e, tra gli uomini, Stefano Colonna, romano.

l’alato fanciullo, anche a lui “curas inflixit amaras” e ormai egli non vive in gran parte se non in altrui petto e quel tanto di vita che gli rimane non è più quella che soleva. Neppure la musa gli giova, neppure le arti della dotta Pallade e – quel che è peggio – non valgono a distrarlo né i verdi boschi né – ahimé! – la caccia alla lepre né la pesca delle trote e le gioie dell’uccellagione!

Non iuvat in vacuo leporum sectarier agro – Non lassum riridi ponere corpus humo. – Non iuvat incurvo pisces deludere ferro – Non visco parvas fallere conor aves

Questi versi sembra diano verosimiglianza all’ipotesi di un ritorno del Poeta alla terra natale poichè le occupazioni alle quali chiede invano refrigerio, mentre convengono perfettamente alla villa della Serra ed ai suoi dintorni, poco sarebbero spiegabili se detti da uno che vive in una popolosa città. Si aggiunga un altro particolare a conferma della supposizione: il disperato Paolo scongiura Febo a svelargli il futuro destino del suo tormentato cuore, perché sta meditando una truce risoluzione: ha deciso – in parole povere – di rompersi il collo.

Namque meum saxo demittam corpus ab alto – Vel dabo membra truci dilaceranda ferae.

Qual altro luogo poteva prestarsi meglio all’esecuzione di così nero proposito, che il Verde con le sue rive scoscese, a settentrione della Serra? E quanto alla “truce fiera” non possiamo forse pensare a qualche solitario lupo che a quei tempi poteva ancora scendere dai monti e che la rettorica belmesseriana avrebbe trasformato in un divoratore di poeti innamorati?

Comunque sia la cosa, basti avere accennato a questi versi, che ci mostrano un altro lato dell’animo del nostro Poeta, il quale non qui soltanto ha toccato l’argomento passionale.

Ed ecco, come conclusione, in un epigramma del Belmesseri, il suo saluto a Pontremoli, alla Magra, al Verde e alla Serra.

Salve mi patria, et sic sint tua moenia semper, – Et cives omnes, flumina tanta duo, – Et Macrae et Viridis , qui iuncti moenia lambunt, E tu Serra, mea a qua est honorata domus – Iam nostra, et posthac quos gignet nostra propago – Et quos naturae cura benignus amor, – Produxere homines, et qui nascentur ab istis. – Nate meae vires maxima cara mihi.

don Angelo Quiligotti, Il Campanone: Almanacco Pontremolese, 1940/XVIII

  1. Le notizie biografiche sono desunte dall’opuscolo di Emilio Costa “Paolo Belmesseri, poeta pontremolese del sec. XVI”, Torino Lvescher 1887