LA MUCCA PONTREMOLESE: UN SALTO NEL PASSATO

Quanti di noi non hanno avuto un avo o un parente che esercitasse la nobile arte del contadino? Quanti, sempre fra quelli che non sono più giovani, non hanno partecipato nell’aia alla mietitura del grano? Non hanno assistito, magari di nascosto, al parto di una mucca, in quelle vecchie stalle, senza luce, senza aria, con lo stupore di chi per la prima volta assisteva ad un evento misterioso? Ricorderanno quelle bovine, grandi, dagli zoccoli massicci, con mammelle rigonfie, il muso buono, di colore bruno, dal carattere docile, che qualcuno, inesperto, cercava poi di mungere: erano di razza bruno alpina provenienti dalla Svizzera, che alla fine dell’Ottocento cominciarono a sostituire la mucca ( detto alla toscana….) autoctona: la ponttremolese.

Era questa una bestiola piccola, circa 130 cm al massimo, nel maschio; dalle forme snelle con testa breve, leggera, elegante; con corna lunghe, bianche alla base e nere in punta. Con zampe brevi, forti, zoccoli piccoli durissimi e articolazioni robuste, atte al lavoro ed al trasporto in montagna. Erano bestie di colore rosso (sauro), con varietà formentino e con nero alle guance, orlo delle orecchie ed ai lati del collo. Alcuni vitelli nascevano grigi, come un tempo parte degli adulti, ma dopo l’anno diventavano sauri. La pontremolese faceva parte del gruppo delle cosiddette “vacche a triplice attitudine”: latte, carne, lavoro specie con i buoi. In inverno veniva allevata nelle piccole stalle con poca luce, cibo scarso – stoppie, pule, paglia e fieno – e in primavera , col vitello appena nato, veniva mandata al pascolo, dove allattava per 80 giorni; poi il vitello veniva mandato presso gli allevatori presenti soprattutto in Lunigiana e nel Bardigiano. Essendo male alimentata, seppure molto rustica, produceva solo circa 13 quintali di latte, ricco di caseina, destinato alla produzione di formaggio casareccio.

Storicamente derivava, come quasi tutte le razze italiane, dal ceppo podalico dell’est, portato dai barbari in Italia dopo la caduta dell’Impero romano, che riconosce una linea di bestiame a mantello bianco (chianina) ed una a colore sauro come anche la reggiana. A seconda della zona di allevamento, sempre in montagna, veniva chiamata bardigiana, valtarese, pontremolese, ottonese, varzese.

Con l’avvento della meccanizzazione agricola cominciò ad essere sostituita , come detto, dalla bruno alpina in montagna e dalla frisona (pezzata nera) in pianura. Alcuni capi vengono ancora allevati, allo stato di reliquia, nella montagna lombarda, anche se come razze e sottorazze locali (ad esempio la garfagnina) sono soggetti ad un programma di recupero e mantenimento da parte del Ministero dell’agricoltura.

Sarebbe importante mantenere tale patrimonio genetico, frutto di secoli di selezione naturale, adatto all’ambiente, con resistenze naturali verso alcune malattie. Importante perché questa corsa verso il guadagno ha sì portato ad aumenti spaventosi di produttività (oramai 100 quintali di latte all’anno per una bovina sono più che frequenti) ma ha anche favorito lo sviluppo di pochissime razze specializzate (canadese, brown swiss), con un patrimonio genetico uniforma e perciò facile preda preda di nuove malattie pandemiche.

Sarebbe auspicabile non dimenticare queste poco considerate bestione. Fanno parte della nostra storia: per secoli hanno sfamato la popolazione della nostra montagna e sono state parte della vita quotidiana del montanaro; spesso parte importante, non solo del patrimonio familiare, ma della famiglia stessa,

Sandro Santini, Il Corriere Apuano

Le foto sono tratte dalla pagina Facebook Visita la Lunigiana……