LA RACCOLTA

Clema

Nella zona si viveva più che altro con la raccolta del bosco che facevano specialmente le donne, perchè gli uomini erano all’estero. Come succede anche adesso.

LE CASTAGNE. Si raccoglievano dai primi di ottobre fino a S.Martino, « San Martin martéla, chi n’ha rastlà rastléla ».

Perché dopo si poteva andare in quello di tutti e non solo nel suo. Per raccogliere ci si legava il carnìa (un sacchetto di canapa) alla cinta per mettere le castagne; in mano si teneva il mazzo (fatto come un martello di legno) per far uscire la castagna dal riccio. Da noi usavano poco le molle.

In una giornata da verso le sette a verso le quattro dopo mezzogiorno si poteva raccogliere anche un quintale o più.

Le castagne si buttavano nel gradile (1) e si facevano seccare fin verso dicembre, « Dicembre la pistéra e ginà la macinera ».

Per pistarle prima usava la mazzaranga, un legno rotondo, pesante, con un manico nel mezzo, curvo e lungo. Si mettevano le castagne nell’aia e si battevano in due o tre uomini con questa mazza finché le castagne uscivano dalla buccia. Dopo le balavano. Facevano tutti, uomini e donne la catena e le pistavano in tondo con i piedi per far andare via u rivù, quelle pelli rosse. Ballavano come i balli moderni. tiravano degli urli, cantavano, ridevano. Duilio che non aveva mai voluto ballare poi non voleva più lasciar lì. Alla fine le donne col vallo le pulivano. Il vallo è un cesto largo e basso che veniva preparato con merda di vacca o con farina di castagne, ma con la farina lo mangiavano i ratti.

Dopo si sono usati i carnìa per pistare. Il sacchetto si legava in fondo, si ungeva con grassa di maiale, si riempiva di castagne, si bagnava in acqua e farina di segale e poi si batteva. Ci si mettevano quattro o cinque uomini e si batteva uno dietro l’altro, una volta da un lato, una volta dall’altro, sopra un ciocco di legno coperto di farina di segale. Quando erano pistate si gettavano nel vallo e le donne le valavano per pulirle. Prima di metterle via si rimettevano nei sacchetti per fregarle per levargli u rivù.

Le castagne poi si portavano al mulino. In paese cc n’erano quattro che andavano ad acqua.

Con la farina  ci si campava tutto l’anno, sia la gente che le bestie. Ci si  faceva la patona, la pulenta, la marenda, le frittelle, i cazzotti, le pappardelle, i frascadè, e ci si preparava da mangiare per le bestie.

FUNGHI. A quei tempi  non si vendevano freschi, si facevano tutti seccare. Si facevano a fette e si mettevano a seccare sulle tavole e prima di venderli si tritavano con le forbici. Si portavano a vendere a Borgotaro, ci si metteva due ore a piedi. Si andava a cercarli su per la macchia e ognuno sapeva i suoi posti, le sue bulade. Se ne potevano fare un dodici, quindici chili.Una volta non si cucinavano tanto, qualche volta si faceva la polenta con quelli piccoli. C’erano i bianchi, i neri e i matti, come adesso.

Poi si raccoglievano i MIRTILLI (luglio e agosto) con la raschiarola (una paletta con i denti di ferro), FRAGOLE e LAMPONI (luglio e agosto), NOCI e NOCCIOLE (settembre e ottobre).

(1) Graticcio di rami di castagno che sostituiva il soffitto e permetteva di seccare le castagne col calore del fuoco della cucina acceso in mezzo alla stanza. Il fumo usciva dalle lastre del tetto.

Tratto da Vecchi a Cervara di Francesco Tonucci,