È la domenica delle Palme, 25 marzo 1945.
Una pattuglia partigiana comandata da “Silvio” ha pernottato a Bratto. È in via di trasferimento dalla Valdena all’alto Guinadese. Gli uomini, una diecina, prima delle sei sono tutti attorno alla fontana, sulla piazzetta centrale del borgo, per una sommaria pulizia personale. Giovanissimi, e per questo sempre dotati di abbondante ottimismo, hanno compiuto l’imprudenza di abbandonare momentaneamente le armi nello scantinato di una casa vicina, ove alla meglio hanno pernottato.
Stanno, ripetiamo, nei pressi della fontana a scherzare col “vecchio” Silvio, quando violenti raffiche di mitraglia echeggiano dall’alto del paese. Superato l’attimo di sorpresa si lanciano verso la casa per tornare in possesso delle armi, ma un’anziana donna del luogo corre loro incontro con le braccia tese in avanti gridando di fuggire. – Scappate – urla – scappate!…..ci sono i tedeschi!….
Silvio, intuito il pericolo mortale grida ai suoi uomini di retrocedere. A corsa pazza si precipitano ancora sulla piazzetta, ma anche da quella parte sbucano tedeschi che sparano, sparano da folli. Trattavasi di due formazioni tedesche giunte simultaneamente a Bratto. Una giunta da Berceto attraverso il Molinatico di oltre duecento uomini e l’altra salita da Grondola, lungo i canaloni del Verde, forte di un centinaio di uomini.
Un partigiano spezzino falciato al torace cade vicino alla fontana. Colpito a morte non si rialzerà più. Altri due sono a terra feriti. Sei giovani incitati da Silvio si precipitano per un sentiero che scende a picco dal borgo. I tedeschi li inseguono. La popolazione di Bratto, impressionatissima, si augura che i giovani riescano a porsi in salvo. E la salvezza, escluso un infelice, non mancherà, ma a costo di un rischio mortale.
Il sentiero percorso a folle corsa dai fuggiaschi dopo centro metri di avvallamento tende a salire su un costone opposto. Che i tedeschi, ormai pratici dei luoghi, ne siano al corrente? Fatto è che ad un certo punto si fermano e febbrilmente postano verso il Guinadese una grossa mitraglia da venti. Pochi attimi ed ecco tre, quattro, cinque puntini neri apparire lontano, al di là della vallata, sul sentiero scoperto. La mitraglia comincia a gracchiare rabbiosamente. Parte dei tedeschi riprende l’inseguimento.
I cinque giovani in fuga debbono più di una volta fermarsi, nascondersi dietro dei massi e qualche volta procedere a sbalzo. I proiettili della grossa mitragliatrice ronzano sinistramente attorno alle loro persone, eppure bisogna correre, correre, correre. Se è pericoloso avanzare allo scoperto tanto più è pericoloso fermarsi, perdere terreno perché i tedeschi incalzano e potrebbero raggiungerli. Pericolo per pericolo bisogna tentare di superare il costone che guarda su Guinadi e Cervara. Al di là del costone ha inizio una fitta boscaglia che può rappresentare la salvezza. È quanto pensano i fuggitivi perché gli ultimi duecento metri li percorrono a velocità fantastica, col cuore in gola. La mitraglia infierisce più che mai, ma la meta verso la salvezza è ormai vicinissima. Bratto alle spalle è scomparso, di tedeschi nemmeno l’ombra, la vita è salva. I partigiani miracolosamente salvatisi erano: Beppe Roncucci, Egeo Orietti, Doriano de Negri, Armando Sperindé, Errico Tassi. Un sesto, spezzino, anziché seguire i compagni preferiva lanciarsi verso Braia. Errore che gli costerà la vita. Silvio Mari, il comandante della pattuglia si era salvato, immergendosi sino al collo in una profonda buca colma d’acqua. Gli inseguitori gli erano passati a due passi senza scorgerlo.
A Bratto, i tedeschi sono neri di rabbia. Inutile dire che se la prendono con la popolazione. Perquisiscono più d’una casa e tra le tante quella ove trovasi sfollata la famiglia Pelliccia. I componenti della famiglia Pelliccia si salvano per un puro miracolo. Se i tedeschi avessero intuito che fra quelle quattro mura si riunivano spesso i partigiani pontremolesi e che sovente, proprio in quello stabile, si congiurava ai loro danni, chissà quale scempio. Vecchi, giovani, adolescenti, nessuno sarebbe scampato. La casa sarebbe stata incendiata, distrutta e gli sfollati letteralmente bruciati vivi.
Sulla piazzetta nel frattempo domina il terrore. Il caduto è a terra, vicino alla fontana. Poco distante due feriti. In piedi, legate le mani a croce con dei fili di ferro, sono tre partigiani pontremolesi: Mario Angella, Silvano Lazzeroni, Primo Lazzeroni. Il primo di Mignegno, gli altri due della SS. Annunziata. Anche un chierico, trovatosi non si sa come sul posto, è tra i prigionieri. I tedeschi hanno minacciato ripetutamente di morte i tre giovani. Vogliono conoscere a tutti i costi il nome del loro comandante, l’efficienza e l’ubicazione precisa della formazione cui appartengono. Inutile dire che i catturati danno informazioni tutt’altro che corrispondenti al vero. Dopo due ore di sosta, lungo le quali i rastrellatori fanno razzia di quanto capita loro sottomano, sibila un triplice trillo di fischietto. È il segnale di partenza. La formazione di Berceto riprende la strada verso il Passo della Cisa, facendosi precedere da due muli carichi dell’abituale razzia, dai due feriti, dai tre prigionieri, sulle spalle dei quali sono stati legati pesantissimi zainetti di munizioni, e dal povero chierico più abbattuto che mai.
La formazione di Grondola, invece, è già sul sentiero che porta a Cà del Guelfo. Pare che abbia stabilito di impartire una dura lezione al distaccamento partigiano di stanza in quella località. Il presidio partigiano di Cà del Guelfo, che è comandato da Tigre, Nino e Tic tic (tre giovani pontremolesi), avvertito a tempo, è sulla difensiva. Dal culmine della nota bicocca i rastrellatori, che procedono lentissimi, in ordine sparso, vengono avvistati. L’ordine è di lasciarli avvicinare fino ad un punto totalmente privo d’alberi, scoperto. Pochi attimi ed eccoli strisciare sul terreno erboso, pronti come vittime a scattare. Ancora alcuni istanti di snervante attesa e una violentissima sparatoria si scatena dall’alto. Sono ora i tedeschi sconvolti dalla sorpresa. Cà del Guelfo, che da tempo ha la nomea di presidio imprendibile, risponde a dovere contro gli assalitori, portando il fuoco ad una intensità davvero impressionante. I tedeschi, a loro volta, sorpresi da tanta reazione, tornano a precipitarsi su Bratto trascinandosi dietro non pochi feriti (due di questi decederanno due giorni dopo all’ospedale di Berceto, un altro ferito, invece, spirerà una settimana dopo all’ospedale di Pontremoli). Buon per loro perché Pedrini, avvertito a Valdena dal telefono divisionale di Albareto, sta correndo con i suoi uomini affannosamente sul posto. Dieci soli minuti di anticipo sarebbero bastati alla formazione partigiana per tagliare ogni via di scampo ai fuggiaschi. Con un Pedrini che ha, col nemico, un vecchio conto in sospeso (durante il rastrellamento dello zerasco – 2/3/4 agosto 1944 – era stata devastata ed incendiata la casa a Noce di Zeri – e che a tutti i costi intende regolare, nessun tedesco sarebbe scampato al giusto castigo. I tedeschi in fuga attraversano Bratto come un branco di spaventati sciacalli. I partigiani di Cà del Guelfo hanno risposto a dovere.
Ritornando alla fuga, felicemente conclusa, dei cinque partigiani, un sesto, spezzino, anziché seguire i compagni sul costone per il Guinadese, preferisce lanciarsi verso l’abitato di Braia. Dopo una precipitosa corsa di alcune centinaia di metri, sfinito, va ad infoltirsi entro un grosso macchione. Purtroppo ad una cinquantina di metri sta nascosta, in agguato, una pattuglia tedesca. I rastrellatori, silenziosissimi, attendono al varco. Per oltre un’ora, nulla; silenzio assoluto. Ad un tratto il giovane spezzino, rinfrancato dalla grande calma del luogo decide di uscire dal nascondiglio, lanciandosi a precipizio lungo il sentiero che rasenta dal basso l’abitato di Braia. Pochi attimi, qualche decina di passi, e raffiche di mitraglia si ripercuotono nello stretto valloncello. Il giovane partigiano centrato in pieno è a terra. La sua agonia avrà fine verso le 6 del pomeriggio. Nonostante le sue laceranti grida di dolore e invocazioni di aiuto nessuno potrà avvicinarlo. I tedeschi dal fogliame urlano incessanti minacce. Solamente dopo le 17, quando i rastrellatori, lasciato il nascondiglio, riprendono la strada di Grondola, due donne, guidate dal pontremolese Savi Alfredo di 57 anni, sfollato a Braia da tempo, s’avvicinano all’infelice che al rumore dei passi s’affanna a pronunciare poche, fioche parole. – Acqua!……datemi dell’acqua!……- Una delle donne s’affretta a soccorrere il ferito che sembra rianimarsi ma sono attimi!…Tutto sarà inutile; troppo è il sangue che ha perduto. D’altra parte la ferita è gravissima. Il giovane partigiano, che è di un pallore cadaverico e coperto di sangue, cerca di premere con le mani rattrappite dallo spasimo, il groviglio di viscere che gli sta sfuggendo da un vasto squarcio all’addome. È scosso da un tremito convulso. – Acqua….acqua…gene ancora febbrilmente. La stessa donna, premurosa, torna a bagnargli le labbra. Gli accorsi, impietriti da tanto strazio, sono sgomenti; non sanno decidersi sul da farsi. – Tentiamo di portarlo in paese? – chiede il pontremolese -non possiamo lasciarlo qui, solo, in questo stato. Il ferito, seppure alla fine, ha compreso, e col capo fa un impercettibile segno di diniego. – No…..- mormora a stento – no….è inutile …non c’è più nulla da fare per me…fuggite ….fuggite….i tedeschi…..i te….. Le mani del morente hanno abbandonato la stretta. Lo spirito di conservazione è travolto. Il corpo dell’infelice patriota è serenamente disteso nell’abbandono della morte!
Mino Tassi, Pagine Pontremolesi, 1974