LA STORIA ANTICA E SEMPRE VIVA DEI VITIGNI AUTOCTONI DELLA LUNIGIANA

La storia della viticoltura in Lunigiana si inserisce in una antichissima e diffusa vicenda. La vite viene dall’alba del mondo, forse è originaria dell’Armenia, dove tuttora i vini sono magnifici. La sua coltura è quella che di più ha connotato il paesaggio mediterraneo, archetipo anche di ogni giardino. L’addomesticamento della vite prese tre indirizzi prevalenti: quello del giardino-vigneto di origine greca di dimensioni ridotte e potature corte e intense (tipico quello a “cesta”); quello di origine etrusca con viti maritate a tutori vivi (così in Lunigiana) e infine quello di origine latina a forma di pergola. Sono tre modi che persistono tuttora, anche se gli alberi vivi (acero campestre, frassino, salice, olmo) sono sempre più sostituiti da tutori secchi in legno o materie inorganiche. I cambiamenti più grossi nelle colture li provocarono le grandi pestilenze con l’arrivo della filossera e con la proliferazione della grafiosi dell’olmo.         E’ arrivata poi la moderna meccanizzazione.

Notizie storiche e scientifiche sulla viticoltura in Lunigiana le ricaviamo soprattutto dalla tesi di laurea di Simone Dodi, discussa alla facoltà di agraria dell’Università di Pisa.

Fino a circa 600 m di altitudine la vite e l’olivo sono state le colture prevalenti anche nella Lunigiana: ne parlano prima di Cristo gli storici latini Livio e Plinio. Dal lungo Medioevo sono poche le notizie specifiche sulla produzione di vino locale; accenni sono in alcuni passi del Codice Pelavicino (il libro “dei diritti della Chiesa” per si secoli X-XIII), riferimenti più precisi sono nella Cronaca di Antonio de Faie (sec. XV), che dà risalto anche alle catastrofi che sempre incombono sulla viticoltura: le gelate tardive e le grandinate.

In tempi più vicini disponiamo di alcune relazioni di agronomi e funzionari pubblici. Giorgio Gallesio nel 1814 annota che nel Pontremolese che non pare, a prima vista, un territorio proprio per le uve, tuttavia vi si fa vino buono e maturo. La vite è a filari, “maritata” ad alberi o paletti secchi. Le piante nuove vengono messe a scasso reale. Il fivizzanese Girolamo Gargiolli nel Calendario del 1834 osserva che i vini di Pontremoli erano i migliori del territorio, asciutti, gagliardi e di facile digestione. Forse peccano di soverchio spirito e di non avere sapore determinato. La produzione mirava più alla quantità che alla qualità. Per prevenire danni da peggioramenti climatici, la vendemmia era troppo anticipata, come pure la svinatura. La vendemmia era regolata dagli Statuti, doveva iniziare in giorni precisi decisi dai consoli delle Comunità. Era tradizione conservare i più bei grappoli (maderi o ricioi) e consumarli a Natale. L.Atlante di Zuccagni Orlandini del 1842registra che le colline submarine davano vini di ottimo gusto, mentre quelle interne davano vino buono di qualità ma qualche volta un po’ crudo e anche acidulo. Non mancavano certo isole con vini leggeri e saporiti, buonissimi per il pasto, caratteristiche derivanti soprattutto dalla grande selezionata varietà di uve messe insieme nei tini.

Nel tempo dell’agricoltura mezzadrile le uve venivano scelte per fare quattro qualità di vino (il buono e l’inferiore bianco e nero), sceglieva il contadino ma anche il padrone per diporto e forse per controllo. La scelta specialissima era quella grappolo per grappolo perfettamente indorato dal sole per fare il bigoncio, botticella che dava un vero nettare (mirabili le bottiglie delle cantine di Valunga, Vico, Costa, Pieve di Saliceto, Oppilo, Busatica, Lusuolo, Orturano, Ceserano e tante altre). Il bresciano Stefano Jacini nell’Inchiesta Parlamentare Agraria del 1884 prospettava che la costruzione della ferrovia Parma-La Spezia avrebbe aperto nuove frontiere al vino della Lunigiana: non fu così, Luigi Campolonghi osserverà invece che la ferrovia portò la filossera e la peronospora.

R. Raffaelli nella Monografia Agraria del 1881 descrive le tecniche dell’innesto. Quello a spacco o zeppa si faceva sul ceppo scalzando nel suolo per una decina di cm e inserendovi un rampollo a bietta a due o tre occhi con cura di farne coincidere i labbri. Le viti venivano moltiplicate o per mezzo di maglioli (cappioni) o per barbate, che si ottengono stendendo sottoterra dei capi di vite che mettono radici.

Maria Luisa Simoncelli, Il Corriere Apuano, 2 ottobre 2004

ALCUNI VITIGNI AUTOCTONI O CHE BENE SI SONO AMBIENTATI IN LUNIGIANA

Barbarossa, interamente rosso, a grani rari e rotondi;

Monferrato, una coltura assai estesa;    

Morone di Spagna a grappolo stretto e acini oblunghi;

Schiavo che fa vino eccellente, matura presto;

Grappello autoctono e comunemente detto Galizzone;

Carano Moscatello; Verdarella (bianca);

Durella, bianca, fa un vino gentile, vitigno di grande pregio;

Pòllera, fa vino forte e denso, è vitigno indigeno;

Arbarola (dà il “vino del prete” e questo ne dice la qualità superlativa) e il Vermentino;

Aleatico, Canaiolo (nera a grappolo serrato, gusto dolce): Crova nera (da pergolato), Corlaga, Paradisa;

Pizzamosche, una delle uve più preziose della Lunigiana;

Rusèla della varietà gentile e “sciopla”;

Marlarola, dolce, piace ai merli donde il nome;

Lugliatica, Varano, una delle varietà più antiche.