Le più studiate delle strade che attraversano l’Appennino parmense pontremolese sono state la strada del Bratello, e, più ancora, quella della Cisa o di monte Bardone, mentre poco si è scritto della “via regia” del Gottaro, all’estremità occidentale della Val di Magra, e delle comunicazioni tra il più settentrionale bacino della Magra e l’alta valle della Parma, e, cioè, tra Pontremoli-Valdantena-Corniglio-Parma. L’approfondimento delle indagini nella direzione dei secoli oscuri della preistoria o dell’alto medioevo, ha portato, solo recentemente, l’interesse degli studiosi regionali su queste più remote comunicazioni, le quali rispetto all’incremento della viabilità moderna, connesso all’affermarsi allo stabilirsi e allo sviluppo sempre più espansivo e trasformatore della strada della Cisa, rimangono, per dirla con un termine archeologico, come avanzi preistorici di livelli demografici ormai chiusi. Le tracce di queste primitive comunicazioni tra alta Val di Magra e alta val di Parma, anche se con persistenze o ricorrenze nei periodi barbarici, ci presentano un problema di geografia storica del massimo interesse, perché, in un ristretto ma nitido quadro, ci permettono non solo di studiare gli aspetti caratteristici di una viabilità primitiva e di connessi assetti demografici, ma di seguire anche alcune fasi di trasformazione della località.
Questa più settentrionale valle della Magra si è formata nell’ansa che determina lo spartiacque appenninico tra la Cisa e l’Orsaro, dove l’andamento della catena ripiegando da levante accentua la sua direzione verso mezzogiorno. Se ne è formato tra i contrafforti meridionali della Cisa, tra Magra e Magriola, e quelli del monte Logarghena, un angusto bacino per uscire dal quale la Magra si è aperta la via in una lunga, rigida e impervia stretta che oppone allo sbocco, a mezzogiorno, un’ostacolo alle comunicazioni ancora più difficoltoso e isolatore che non le stesse montagne della testata e dei fianchi. E, infatti, sino verso la metà del secolo scorso, sino a quando, cioè, non fu scavata e costruita, sul fianco rupestre destro della stretta montana, un tronco di strada rotabile che si allaccia all’ultimo tornante della nazionale scendente dalla Cisa, questa piccola regione dell’alta Magra si trovava isolata e staccata dal centro geografico della vallata, che è Pontremoli, e quasi avvicinata, da meno ostacolate comunicazioni, alle popolazioni della montagna parmigiana. “Molto più intensi che non oggi – ha scritto il prof. Emilio Cavalieri, nativo della località e autore di un importante saggio sulla parlata della Valdantena – in cui la vita della vallata gravita totalmente verso Pontremoli, e le nuove e più facili comunicazioni col Parmigiano hanno soppresso i faticosi viaggi a piedi pei valichi montani, erano gli scambi e le relazioni di Valdantena coi paesi d’oltre Appennino: li favoriva la stessa relativa distanza e lòa disagiata comunicazione col capoluogo politico” (1).
E quanto più si riesce a scoprire le condizioni naturali primitive della località, tanto più ci appare evidente la ragione di questa che al presente sembra un’anomalia delle comunicazioni, la quale, anzi, porta luce su complessi di avvenimenti remoti, i quali, senza queste indicazioni della viabilità ci spiegano almeno due fasi dell’assetto demografico locale.
Allo stato delle comunicazioni naturali le vie aperte alle popolazioni della vallata erano dunque quelle offerte dalle coste dei fianchi e della testata. La caratteristica della viabilità naturale è una certa virtualità per cui il traffico, pur orientato da una più facile comunicazione centrale, si articola anche su linee secondarie di raccordo per motivazioni di varia natura. Alessandro Malaspina, al principio del secolo scorso, in una sua importante memoria, notò questo carattere nella viabilità della Val di Magra, alta e media, quando essa era ancora chiusa alle ruote, alla stretta delle “Lame” di Aulla, e il traffico si svolgeva sulle mulattiere, che erano tuttavia, nella maggior parte, le antiche piste delle vie naturali, offerte dalle condizioni del suolo, e non create dall’opera dell’uomo (2).
Tra il valico della Cisa e quello che oggi si chiama del Cirone (dal paese sottostante a settentrione), già detto della Scala o del Bosco, esistono alcuni passi secondari, collegati da sentieri di vetta, al Groppo del Vescovo e al Borgognone, dai quali i viandanti provenienti dalla Val di Magra, potevano o dirigersi verso la via del Cirone per la valle della Parma, o scendere nella valle della Baganza, ovvero volgersi la Cisa per Berceto e per Borgotaro. Ma il tracciato viale di maggior traffico tra la val di Magra e la val di Parma, per Corniglio, Langhirano, Parma, era quello del Cirone, come più oltre sarà meglio dimostrato.
Per spiegare ora la caratteristica delle comunicazioni della Valdantena verso mezzogiorno, date le già ricordate condizioni impervie della stretta del fondo valle, occorre tener presenti alcuni aspetti orografici della regione della catena dell’Orsaro. In questa località, nel suo tratto più orientale, il bacino della Magra viene ad attestarsi col bacino settentrionale del torrente Capria, lungo uno sperone dell’Orsaro, che l’erosione ha ridotto a uno stretto diaframma che si prolunga nel monte Logarghena, dal quale si allarga l’altipiano dello stesso nome, con diramazioni che, verso mezzogiorno, formano il fianco destro dell’alta valle della Capria; verso occidente, le colline del pontremolese, e verso tramontana scendono nella Valdantena, come già si è detto.
Impedite, per le ragioni già esposte, le comunicazioni meridionali dalle condizioni del fondo valle, questa specie di corridoio montano, formato dai contrafforti della catena dell’Orsaro, si offriva come la meno disagevole via che dalla val di Parma, per l’alto bacino della Magra e l’alto bacino della Capria, permetteva di giungere al piano, a Filattiera, a mezzogiorno del Pontremolese. Questo territorio conserva infatti nella toponomastica e nelle caratteristiche delle sue parlate le tracce di un raggruppamento demografico montano e pastorale, isolato dalla vallata pontremolese, mantenendosi come uno sbocco padano nel versante meridionale dell’Appennino (3). Proprio in questo tratto del bacino dell’alta Capria la toponomastica popolare ha conservato memoria di una “strada lombarda” (la stra lumbarda), proveniente dalla val di Parma e sboccante nella media valle della Capria, diretta verso la regione marittima della Lunigiana. Le tracce di questa antica strada non sono ancora scomparse. Essa procedeva dalla confluenza del rivo Cuccarello con la Capria e si svolgeva, con varie diramazioni, tra il costone che divide i bacini di questi due corsi d’acqua, raggiungeva i fianchi del monte Logarghena e di qui, dirigendosi a Frattamara, proseguiva, per il passo del Cirone, verso il Bosco, Corniglio, lungo la valle della Parma. Da questo tracciato si distaccava, nei pressi di Frattamara, una diramazione, la quale, attraverso lo stretto passo detto il Portile, riusciva al Lago Santo, sul versante parmigiano, di dove scendeva a ricongiungersi alla linea del Cirone (4). Tanto l’alta valle della Magra come l’alta valle della Capria hanno mantenuto una denominazione che le individua dalle altri parte della vallata con nomi diversi dal nome del fiume che le percorre, se pure, come è avvenuto altrove, non si tratti di forme remote e dimenticate del nome del corso d’acqua principale, conservatesi in queste aree isolate. Si è detto della Valdantena, voce ancora viva: l’alta valle della Capria fu chiamata Azzolina o Sigillina, con notevoli varianti della oscura denominazione, di cui non è rimasto che il ricordo nel nome della Rocca Sigillina e in alcuni toponimi delle località più alpestri (5).
La “strada lombarda”, al suo sboccare dall’alto e montano bacino, sui fianchi e tra i contrafforti dell’Orsaro, era dominata da un monte a forma di torrione, detto Monte Castello, in dial. Scastèl, dove sono stati ritrovati gli avanzi di un castellaro preistorico forse successivamente riadattato ad uso di fortificazione militare, secondo l’ipotesi di Ubaldo Formentini, nel periodo delle guerre tra longobardi e bizantini (6). Ma il carattere naturale e primitivo di questa via, da riferirsi, perciò ad epoche preistoriche e antiche, è comunque evidente, malgrado tentativi di riadattamento, anche recenti, dei quali sono ancora visibili le tracce. Ma, come vedremo, le condizioni createsi nell’alta val di Magra nel corso del medioevo avevano dato alla “strada lombarda” un tracciato diverso da quello primitivo.
Ma perché dunque quel nome di “strada lombarda”? Risale esso ai longobardi, come, quasi certamente, quel nome di alpe Lughebarda che, in alcuni vecchi documenti, si trova ricordata sul confine tra il Parmense e il Pontremolese nel territorio della Cisa, o è, invece, un semplice riferimento geografico alla denominazione di Lombardia, nella larga e generica accezione che ebbe nel Medioevo, e che permane nella dizione popolare? (7). E’ cosa notevole che, anche nel lato opposto occidentale della Val di Magra, esista, nel territorio di Giovagallo, un tronco di strada esso pure denominato “strada lombarda”. Esso si stacca, per scendere verso il Magra, da quella antichissima strada che, proseguendo dal Gottero, percorre la cresta dello spartiacque tra il bacino del Magra e il bacino del Vara (8). Quelle località sono del tutto staccate da territori comunque riferibili alla Lombardia. In Val di Magra, infatti, sono qualificati per Lombardi gli abitanti del versante settentrionale dell’Appennino parmense ad oriente della Cisa, ma non già le popolazioni poste ad occidente dello stesso valico. Dalla strada del Gottaro si conserva la denominazione di “strada regia” oltre che in documenti relativamente recenti, anche in toponimi popolari tuttora vivi, e sembra quindi non spiegabile la qualificazione di lombarda rimasta a una sua diramazione. Ma chi osservi sulla carta il tracciato della “strada regia” rispetto alle catene del versante appenninico settentrionale, nota facilmente che essa era la più diretta comunicazione tra la Lombardia e la regione tirrenica e, quindi, tra Pavia e la corte regia longobarda di Lucca che si stendeva sino alla Versilia e al castello d’Aghinolfo o Agilulfo, suul confine della Lunigiana dove ora si trova MOntignoso. In tale località i re longobardi possedevano poderi, come provano i documenti e come ne è tuttora la tradizione (9).Se la strada della Cisa acquistò importanza di grande via di transito , per circostanze connesse alle relazioni tra longobardi e bizantini, specialmente al tempo di re Liutprando, non è certo da escludere che in età anteriori, dopo la conquista della Liguria marittima, le relazioni tra Pavia e la corte regia di Lucca e Versilia si effettuassero attraverso questa diretta e importante strada la quale, scendendo dal Gottaro a Bolano, sulla confluenza Magra-Vara, con una diramazione, a destra, verso il mare, procedeva in direzione del portus Lunae, w, con l’altra, a monte, proseguiva lungo il litorale lunigianese e versiliese.
Può essere che anche la nostra via del Cirone, in un determinato momento, forse della prima conquista come accennò U. Mazzini, abbia avuto per i Longobardi importanza di comunicazione tra Parma e Lucca (10), e che il suo nome risalga a quel tempo, ma non si può trascurare l’ipotesi, sia pure associandola alla prima, che l’origine o, almeno, la persistenza del nome si debba ricollegare a ragioni di carattere geografico e al periodo precomunale e comunale quando questa strada di andò trasformando in una comunicazione più diretta tra Pontremoli e Parma. Certo quest’ultima città ebbe a lungo un vivo interesse per il dominio di questa strada. La toponomastica dell’alta valle della Capria detta anche valle Azzolina, come si è visto, conserva in vari toponimi il ricordo di un Atto o Azzo che ne fu evidentemente signore, ascendente di quel Ser Atto che, nel secolo XIV, compare, come feudatario di quel territorio, dal quale poi la illustre famiglia Serratti di Pontremoli. Pietro Ferrari, che ha trattato a lungo e dottamente della valle Azzolina e dei suoi primi Signori, ha supposto che questa signoria dei Serratti abbia tratto origine da antichi subfeudatari saliti in potenza del sec. XI, nel periodo dello scioglimento del Consorzio degli Obertenghi (11). E l’ipotesi è certamente plausibile. Ma si potrebbe anche pensare anche ad una propaggine degli Attoni, come i Baratti di Parma, specialmente se si considera che la comparsa del Comune parmense nella valle della Capria e il suo dominio di quasi un secolo sembrano indicare, come osserva l’Affò, la persistenza di una politica che si riattacca a più antiche ragioni (12).
Le trasformazioni della demografia dell’alta val di Magra , conseguita nel medioevo allo sviluppo della strada della Cisa e alle formazioni comunali sulle due parti dell’Appennino e alle connesse lotte contro i Malaspina, portò una profonda modificazione anche nella funzione e nell’andamento della comunicazione del Cirone.
Nell’età antica, il centro dell’alta valle della Magra si era naturalmente fissato a Filattiera (Surano), come si rileva dai ricordi della sua antica larga giurisdizione, sulle due rive della Magra e, per un largo raggio, a settentrione e a mezzogiorno, in un centro di convergenza delle comunicazioni. Verso la metà del medioevo l’attività della strada di Montebardone o della Cisa, secondo le condizioni dei tempi, dette importanza militare e commerciale e feudale al primo sbocco nel piano, ai piedi delle vallate della catena, dando origine a una trasformazione del locale assetto demografico ruralistico dalla quale si andò svolgendo l’organizzazione urbanistica del Comune di Pontremoli.
Rispetto alla prima fase la comunicazione del Cirone diretta a Filattiera naturalmente si svolse nella zona più alta, a fianco della catena dell’Orsaro: nella seconda, invece, si diresse più decisamente verso il fondo valle per avvicinarsi a Pontremoli. La nuova situazione territoriale cambiò anche il valore strategico della località. Se il monte Castello poteva aver assicurato la via da e per Surano Filattiera, i nuclei comunali della regione appenninica, in lotta coi Malaspina, crearono una diversa situazione militare. Bisogna perciò tener presenti le lotte di Piacenza, Parma e Pontremoli contro i Malaspina nelle valli del Taro e della Magra per il dominio dei passi appenninici dopo lo scioglimento del Consorzio Obertengo, e specialmente la comparsa del Comune pontremolese che, a mezzogiorno, sulla sinistra della Magra, spinse i suoi confini alla Capria.
Sulla Capria occorse perciò creare una difesa contro i Malaspina. Spostandosi da Montecastello, allo sbocco della valle Azzolina, il punto strategico si fissò sulla destra della Capria intorno ai castelli di Muceto, di Serravalle della Rocca Sigillina, la quale, per la sua posizione, rappresenta a S-E di Pontremoli, rispetto a Parma, quello che a S-O fu il castello di Grondola rispetto a Piacenza: strumenti di dominio territoriale intorno ai quali, prima, le forze dei Comuni si strinsero per respingere i Malaspina e, successivamente, insorte le frazioni, per accapigliarsi in lotte fraterne.
Come la strada della valle del Verde, dominata dal Castello di Grondola fu la comunicazione più diretta tra Pontremoli e Piacenza, e quella di Zeri-Sestri, per Genova, così quella del Cirone lo fu per Parma. La via della Cisa, rispetto a queste strade di carattere propriamente regionale, fu una via di transito di grande comunicazione e, perciò più indipendente dagli interessi locali, come dimostra il suo percorso. Gli stessi nomi che individuano queste strade ne determinano il carattere: la via della Cisa fu detta, con riferimento al suo carattere di transito, la via Romea o Francesca: quella del Cirone la via lombarda o dei Lombardi, per rispetto all’immediato territorio che le dava il traffico.
Il Comune di Pontremoli, infatti, aveva la massima cura della manutenzione della strada del Cirone. Essa, nel medioevo, scendeva dal valico (m.1266) giungeva agli Scaleri, quindi a Pracchiola, poi, lungo la Magra, perveniva a Groppodalosio, e, proseguendo, giungeva alla Crocetta di Logarghena (m. 697), di dove scendeva ad Arzengio (castrum Arzengi) e a Pontremoli. Da Arzengio però, la strada poteva anche proseguire, svolgendosi lungo i villaggi di Dobbiana, per Serravalle e la Rocca Sigillina (13). Negli Statuti di Pontremoli, redazione del sec. XIV, si leggono alcune disposizioni relative ai diritti di gabella sul traffico delle strade, e si accenna anche agli obblighi di chi venisse a “a partibus lombardie per viam de Scala et transiverit viam per quam venire debet versus Arzengium, volens venire Pontremulum”.
Negli stessi Statuti la via è anche detta “strata seu via qua itur versus Boscum” ed è pure ordinato che doveva essere mantenuta dagli uomini di Pracchioli e del consolato di Fraisio, cioè Valdantena, con l’intervento delle magistrature designate, i “suprastantes viarum Comunis” . Per renderla più sicura e comoda era prescritto che “ab Hospitali de Piella Borgari” sino alla costa soprastante Pracchiola, la boscaglia, ai lati della strada, dovesse essere tagliata per uno spazio di cento braccia, e, cioè, per oltre una cinquantina di metri dall’una e dall’altra parte. L’importanza della strada è dimostrata da questa organizzazione di sorveglianza e di assistenza assai accurata relativamente ai tempi.
Infatti nel suo percorso si incontra l’ospedaletto ricordato, già tenuto dai monaci di Altopascio, mentre la toponomastica ci ricorda che il villaggio di Groppodalosio , traduzione del dialettale Gropdales (groppo d’alloggio ) non era che un luogo di sosta e di ristoro dei viandanti, come del resto gli altri villaggi della località. Anche la frequenza del cognome “Cavalieri” va riferito alla attività, di tipo familiare e tradizionale, dedicata ai trasporti, perché va spiegato come una italianizzazione della forma dialettale cavalèr , nel senso di cavallaro (14).
Ma la notevole importanza avuta dal traffico del Cirone sulle relazioni popolari è anche dimostrato dalla influenza che ha largamente esercitato sulle parlate locali. La parlata di questo angusto angolo dell’alta val di Magra ha, infatti, caratteristiche che la distinguono da quelle dei territori immediatamente vicini del pontremolese. Mentre, p. es., l’area dell’ü lombardo si estende compatta nei territori che la circondano da ogni parte, compresi quelli del cornigliese e del bercetano, nel versante padano, essa si interrompe nettamente nel territorio dell’angusta gola della Valdantena.
Si potrebbe pensare che cotesto u , eccezionale nell’area dell’ü, sia dovuto a influenze provenienti dal filattierese, allo sbocco meridionale della strada lombarda, dove l’u suona con una caratteristica sonorità emiliana, se non si dovesse tener conto di un gruppo di altri fonemi valdantenesi, come l’o in au (fiaur), che paiono piuttosto ricollegarsi all’Emilia centrale (15). Conviene infine aggiungere una osservazione che può non solo confermare l’importante attività svolta da questa comunicazione, ma, in certo modo, determinarne il periodo più fiorente.
A N-E dell’attuale fabbricato di Pontremoli e del suo castello, esiste il ricordo di un borgo, situato sulla sinistra della Magra, del quale non rimane altra traccia se non nella denominazione di Borgovecchio, precedentemente detto, forse, Basonchia o Basuncula (16). La sua supponibile posizione lo ricollega alla via del Cirone, che da Arzengio scendeva in quella località, la quale per lo spostamento del centro dell’abitato, e per effetto delle sue necessità militari, conseguenza dello sviluppo della via della Cisa, rimase fuori della nuova organizzazione burgense.
Ma la via del Cirone per l’alta val di Magra ebbe notevole importanza anche per Parma. Il Comune parmense, insieme con quello di Pontremoli, partecipò, com’è ben noto, alle lotte contro i Malaspina di Filattiera e di Mulazzo, i quali, nel sec. XIII, erano riusciti ad impadronirsi della Rocca Sigillina. Scacciati i Malaspina, Parma, per ragioni che evidentemente si riferiscono a vicende a noi ignote, rimase padrone della importante fortezza, per quasi 80 anni, sino al 1313. Non sarebbe stato possibile tenere la Rocca senza il dominio della via del Cirone e della Valdantena che ne dipendeva. E, difatti, negli Statuti del Comune di Parma si trovano disposizioni relative alla Rocca ed alle sue attinenze dove si danno disposizioni de Rocca Vallis Sazuline manutenenda cum omnibus suis iurisdictionibus (17).
E’ comunque strano che agli eruditi locali sia sfuggita l’importanza di questa antica comunicazione tra le valli della Parma e della Magra, la più diretta tra Parma e Pontremoli. Solo il recente sviluppo degli studi indirizzati a ricerche intorno a periodi di storia rimasti sino ad ora inesplorati, condussero Ferrari e Formentini a rilevare l’importanza di questa strada.
Il Targione Tazzetti, nel sec. XVIII, che pure ne aveva avuto notizia da un dotto giureconsulto pontremolese, Nicolò Maria Bologna, aveva finito per confonderla con la via della Cisa. Sebbene avesse, con sufficiente esattezza, scritto che due strade procedenti dal Parmigiano, una per la foce del Cirone, l’altra per la foce di Pietra Bozza e Dente di Cavallo, si riuniscono a Pracchiola, e di là per Arzengio conducono a Pontremoli; altrove poi, trattando delle strade militari romane nella val di Magra, e sostenendo che una di esse dovesse passare per il pontremolese, giunge ad affermare che essa “oggidì si chiama strada dei Lombardi, donde si poteva scendere il Lombardia per Pracchiola, per Montelungo o per Prati, cioè per le valli della Parma e dell’Enza” (18).
Giovanni Sforza, a sua volta, il quale nel III dei suoi densi volumi della Storia di Pontremoli ha dedicato una importante appendice alle strade del Bratello e della Cisa, accenna solo, di sfuggita, al Cirone, citando uno studio glottologico di Antonio Restori dove di questa strada si parla come di una strada da carbonari e di contrabbandieri (19). Certo, per la Cisa passò qualche volta la grande storia, mentre per questi valichi laterali è passata una storia più umile e oscura che, però, è proprio quella che appartiene alla località.
Manfredo Giuliani, La strada Lombarda del Cirone nell’alta Val di Magra in Archivio Storico per le Province Parmensi, Quarta serie, III (1951), pp. 29/43
(1): Si veda, nei cenni introduttivi, la memoria del Can. Emilio Cavalieri, Appunti sulla fonetica del dialetto di Valdantena, Parma, 1929, n. 79 della “Biblioteca della Giovane Montagna”, e, per la viabilità , Giuseppe Micheli, Gli itinerari dalla Lunigiana al Lago Santo, Parma, 1924, nella stessa “Biblioteca” n. 29. Va ricordato che la denominazione di Valdantena si circoscrive al tratto di valle percorso dalla Magra, tra il Molinello e Groppodalosio incluso e, cioè, al territorio della prioria di S. Matteo che comprende i villaggi di Casalina, Barcola, Groppodalosio, Previdé, Versola e Toplecca. Si veda anche Molossi, Manuale Topografico, alla voce. Per quanto riguarda l’alta valle della Capria si vedano gli studi di P. Ferrari, il Castellaro di Monte Castello nell’alta valle della Capria in Lunigiana, nell’Archivio Storico per le provv. Parmensi, N. S. vol. XXVI (1927) e di U. Formentini, Scavi e ricerche sul limes bizantino nell’Appennino lunese parmense, Ibid. vol. XXX (1930). Cfr. pure per il Cirone, la mia memoria Note di topografia antica e medioevale del Pontremolese, Ibid. vol. XXXV, N. S., p. 114 e segg.
(2): Cfr. M. Giuliani, Una memoria di A. Malaspina sulla Gabella del sale toscano in Lunigiana, Ibid. vol. XXVIII, p.10
(3): Molte delle denominazioni delle località più caratteristiche del territorio sono di evidente origine arcaica, come Gavatla o Gavala (M. Cavallo), Ogarga, Logarghena, Valdantena, Cargalla, Tarasco, Marmagna, ecc…..Sotto la vetta del monte Orsaro si trova indicato nella carte, un M. Logarghena che nei vecchi documenti è detto Ronco Sancto e, nella dizione popolare, Ronch sacar, ricordo forse di un sacrum di quelle lontane popolazioni pastorali. – La Bora (buca o fossa) dal sal, che si trova nei pressi del Portile, va evidentemente messa in relazione col contrabbando del sale toscano che, in tempi recenti, promosso dallo stesso Governo, si faceva dal Pontremolese nei territori degli Stati vicini.
(4): Un tentativo di ridar vita artificialmente a questi abbandonati tracciati è stato fatto nei tempi moderni, in dipendenza di speciali condizioni politiche della località. Ciò avvenne dopo il 1546, quando Giov. e Leonardo Nocetti vendettero il loro feudo della Rocca Sigillina a Cosimo I de’ Medici, il quale per assicurarsi le comunicazioni con Parma attraverso il Cirone, evitando di passare per Pontremoli, allora nella mani di Filippo II di Spagna, quale Signore del Ducato di Milano, fece, con grandi spese, ricostruire sulle vecchie tracce, una strada selciata rimasta, ciò malgrado, quasi impraticabile. Cfr., Sforza, Storia di Pontremoli, I, 33.
(5): La denominazione di Azzolina è supposta da Azzo, nome di un presunto feudatario della valle, ma nei documenti e nelle cronache si trova riferita con molte variazioni che non paiono dovute solamente ad incertezza ortografica: Azzolina, Axolina, Sazzolina, Sazulina, Suxolina, Suxelina, Sugilena, Sigillina.
(6): Op. cit., p. 57 e segg.
(7): Per l’Alpe Lughebarda, cfr. Avv. Primo Savani, La macchia di Corchia nel “Latifondo della Cisa”, Parma, Fresching, 1936, memoria legale che contiene molte importanti notizie di carattere topografico e toponomastico e sugli antichi assetti giuridici della proprietà.
(8): Cfr. la memoria cit. Note di topografia, loc. cit. p. 111 e segg.
(9): A Montignoso, infatti, nella proprietà dei Conti Sforza, esiste una terra piantata ad ulivi detta tuttora “la palatina”. Secondo una tradizione locale, gli emissari regi si recavano colà da Pavia per raccogliere in otri e trasportare al Palazzo l’olio dovuto. Può supporsi che tali possessi palatini facessero parte di quei patrimoni regi, ricostituiti con le offerte dei Duchi, quando fu deciso di ristabilire la monarchia. La “Palatina” apparteneva in precedenza ai beni demaniali della Repubblica di Lucca.
(10): Cfr. U. Mazzini, L’epitaffio di Leodegar Vescovo di Luni del sec. VIII, nel giornale Storrico della Lunigiana, viol. X, p. 97
(11): Cfr. P. Ferrari, I Seratti e un’antica Signoria feudale nell’alta valle della Capria, nel Giornale Storico della Lunigiana, vol. XIII, p. 19 e sgg.
(12): Affò, Storia di Parma, vol. I, p. 228, e III, pp. 147.8
(13): Caratteristici aspetti di una arcaica formazione demografica si conservano ancora nell’aggregato pagense di Dobbiana, notevole gruppo di ville e casali distribuiti a metà costa, in una regione di resorgive, sul versante occidentale del contrafforte appenninico di Logarghena (catena dell’Orsaro) che divide il bacino della Capria dal versante della Magra. La maggior parte di questi abitati si trovano distribuiti , rispetto all’andamento della strada, ad una altitudine che s’aggira sui m. 500, mentre alcune ville più a valle si affiancano agli sbocchi verso il piano. Dobbiana è nome territoriale di evidente base romana , come l’altro nome di Rottigliana che designa un tratto rurale del territorio sottostante che si estendeva nel fondo valle. Di tipo ligure o romanzo, sono invece i nomi dei singoli abitati: Tarasco, Lusine (Lusin), Calisana, Calzarè (Causarè), Narale (Naral), Renuzzolo (Arnusal), Monti, Masera, ecc. Dalle fonti del territorio di Tarasco scende il torrente Orzanella che raccoglie le acque delle già dette “Valli di Dobbiana” denominazione di cui l’antichità è testimoniata dal toponimo Vaia. Il primitivo assetto pastorale di queste valli fu evidentemente trasformato da una organizzazione monastico medioevale connessa alla strada. La chiesa di San Giov. Battista, ora parrocchiale, sorge su un punto centrale di tappa stradale, isolata con un piccolo fabbricato di servizio di fronte alla canonica, come già altre chiese dei territori primitivi, presumibile dipendenza del Monastero di S. Giov. Evangelista di Parma. (Su questo, l’espansione parmigiana e le supposte ragioni degli Attoni della valle Azzolina si vedano le mie Note di topografia cit., p. 131). Presso il villaggio di Masèra, all’estremità meridionale del territorio, sorgeva, su un ripido poggio, il castello di Muceto, a guardia di un angusta colla tra il versante di Dobbiana e quello di Serravalle nella valle della Capria, grossa fortificazione sistematicamente demolita forse all’epoca delle lotte comunali.
(14): Cfr. Statuta, c.43 v. e 113, cap. XL. – La via del Cirone non subì gli adattamenti e le trasformazioni, subiti generalmente da quasi tutte le primitive comunicazioni. Troppo vicina alla Cisa e alla sua influenza, fu lasciata morire sui fianchi della montagna, abbandonata ad usi sempre più locali, in un disgregamento di sentieri di servizio rurale e pastorale. Nella sua organizzazione si possono perciò osservare gli aspetti caratteristici di queste vie medioevali quasi naturali. In alcuni documenti duegenteschi dei cit. Statuti, in un atto di ricognizione di confini di boschi comunali, si trova p. es., indicata, nel territorio della nostra strada, una località detta Caregatorium Scallae. Non sarebbe stato possibile spiegare questo termine se la cosa non fosse sopravvissuta negli usi rustici e la voce nella toponomastica. Nel vernacolo, infatti, si chiamano Cargadaur’ alcune posizioni della via ove si rende necessario il trasbordo delle merci sui muli per mezzo di piazzole. Si tratta dunque di un termine che potrebbe dirsi tecnico , designante una stazione d’importanza funzionale. I beni e rendite dell’Ospedaletto, trasformati nei benefizia di S. Jacopo di Pracchiola, successivamente trasferito nella chiesa di S. Geminiano di Pontremoli, nel sec. XVI era distribuiti nei territori di Pracchiola, Groppodalosio, Grondola e Cirone. (Docc. presso il march. G. S. Dosi Delfini di Pontremoli).
(15): Cfr. Cavalieri, Appunti sulla fonetica, ecc, cit, e la mia nota I primi risultati dell’inchiesta, n. 83 della ” Biblioteca della Giov. Montagna”. Va tenuto presente che dal Cirone si poteva andare, oltre che nella valle della Parma, in quelle della Cedra e dell’Enza, e proseguire quindi per Reggio e Modena. Ricordando il passaggio di truppe spagnole, nel Dic. del 1531, il cronista pontremolese, Setr Marione, registra che alcune di esse discesserunt…versus Lombardiam per viam del Bosco, et cum intentione, ut dixerunt, ire etiam in loco ubidicitur in la valle delli Cavalieri (Cfr. Sforza, op. cit., III, p. 148).
(16): Cfr. le mie Note di topografia ecc., cit., p.114 e Sforza, op. cit., I, Introduzione, passim, anche per l’accurata descrizione della orografia del territorio.
(17): Cfr. Branchi, La Lunigiana Feudale, III, p. 104, e seg. e Affò, Storia e loc. citt.
(18): Targioni Tozzetti, Viaggi in diverse parti della Toscana, X, p. 233e sgg., XI, pp. 146-7, 149, 151