LA TRADIZIONE DEL “PROCESSO” E DEL “FUOCO” NEL CARNEVALE PONTREMOLESE ^

Fino ad alcuni anni fa, in alta Val di Magra, soprattutto in quei villaggi e in quelle contrade che per diverse ragioni avevano conservato in modo più rimarchevole i caratteri originali della loro cultura, si svolgevano, in occasione del Carnevale, manifestazioni burlesche alle quali partecipavano, festosamente, tutti gli abitanti del paese. Il contesto socio-economico che custodiva queste tradizioni attraverso le quali le popolazioni del territorio riuscivano ad esprimersi e a riconoscersi, era caratterizzato, come nella quasi totalità dei villaggi della Lunigiana, dall’isolamento e da strutture arcaiche di tipo rurale che, almeno fino agli inizi di questo secolo, poggiavano le basi quasi esclusivamente su di un tipo di agricoltura praticata in modo rudimentale, sulla raccolta delle castagne, sullo scambio e sull’allevamento del bestiame.

Soprattutto in quei paesi ove più attenuata era giunta l’onda delle trasformazioni (che in altre parti del territorio aveva già scompaginato il tessuto culturale originario modificando più o meno violentemente costumi, tradizioni e forme di vita) la celebrazione del Carnevale assumeva, almeno fino agli anni Quaranta, il senso di una festa collettiva, sentita e partecipata, fatta di schiamazzi e di scherzi, di ironie e di arguzie contadine.

Tuttavia, tra le pieghe della chiassata burlesca era ancora possibile intuire alcuni dei significati connessi alla celebrazione di antichi riti che neppure l’opera di cristianizzazione operata dalla Chiesa né gli intendimenti delle classi egemoni di voler attribuire al Carnevale la sola funzione di valvola di sfogo, erano riusciti a cancellare completamente.

Certo, specialmente negli ultimi periodi, la festa del Carnevale, essendo venuta meno la sua funzione sociale e rituale ed essendo quasi del tutto dimenticati i caratteri dai quali traeva origine, aveva conservato ben poco della sua connotazione originale, per cui, degradata a chiassata, veniva ripetuta soltanto per cogliere un’occasione di festa o per continuare una tradizione appresa dai vecchi, senza comprenderne quasi più il significato.

Ma è possibile attribuire al Carnevale (da carne-(le)vare) (1) un solo significato? O non è piuttosto vero che esso rappresenti, almeno nelle forme nelle quali ci è giunto, un collage di frammenti di usanze e di riti, diversi per contenuto e per cerimoniale, di origine urbana o rurale, che sono stati accomunati in un contemporaneo svolgimento (la fine dell’inverno) in momenti diversi per cause che non conosciamo? Tra i complessi cerimoniali che si articolano nell’insieme del Carnevale (2), il motivo centrale, come è noto, deve essere individuato nel reversibile rapporto morte-vita con le implicazioni dell’atto sacrificale della purificazione che deve essere necessariamente morte per poter ripropiziare la vita. É fin troppo evidente il riferimento agli eventi importanti che scandiscono lo scorrere dell’esistenza come l’avvicendarsi delle colture agrarie (il seme deve morire per poter rinascere) l’anno deve nascere e morire per rinascere ancora, così come per le stagioni (i freddi dell’inverno devono cedere ai tepori della primavera) (3), Ma, attorno al significato centrale (morire per rinascere) con i cerimoniali connessi ai riti della purificazione (4) (il fuoco di Carnevale, l’abbruciamento del pupazzo che lo simboleggia, la danza con la sua funzione liberatoria (5), il riferimento agli animali totemici, la caccia e la cattura dell’uomo selvatico) (6) il Carnevale, inteso come festa della gioia, significa anche trasformarsi e truccarsi per sentirsi diversi, spersonalizzarsi per essere altri, danzare, dissacrare, ostentare, contestare, oltre che occasione di recite burlesche (7) e di processi. E evidente che una corretta analisi del fenomeno rientra tra i compiti dell’antropologo il quale dovrebbe condurre indagini sui singoli aspetti al fine di individuarne i significati attraverso i vari filoni e i residuati antichi. E non è certo compito facile poiché il profondo lavorio operato da una costante evoluzione, l’adattamento alle realtà locali, le differenti situazioni storiche e culturali possono aver, della manifestazione, privilegiato un aspetto piuttosto che un altro (è evidente che la conoscenza di un solo aspetto svincolato dal suo contesto snatura, condiziona e rende ardua la comprensione del fenomeno nel suo insieme) per cui gli originari motivi ispiratori, che affondano le radici nelle culture precristiane e preromane e che attraverso le feste di Hilaria e dei Saturnali dell’antica Roma sono giunti fino ai nostri giorni, si presentano in forma alterata, irriconoscibili e snaturati e quasi incomprensibili.

Per una migliore comprensione di un aspetto della nostra cultura di origine, il presente lavoro di ricerca e di ricucitura dei frammenti ci sembra opera necessaria oltre ché indispensabile e, per questo, riteniamo utile trascrivere di getto, così come l’abbiamo raccolta nel febbraio del 1979 dalla viva voce del signor Armando Farina (8) (n. 13-11-1926) di Cargalla (Pontremoli) la descrizione di una mascaria così come si svolgeva nel Pontremolese intorno al 1940, dalla quale, a nostro avviso, è ancora possibile cogliere, per quanto in forma attenuata, il senso di alcuni significati connessi allo svolgimento del Carnevale in una comunità lunigianese.

Nel periodo di Carnevale in tutta la Valdantena si facevano le mascherate. I Mascri, dopo essersi accuratamente « vestiti » si riunivano in gruppo e, al suono della fisarmonica, passavano di casa in casa a portare la mascaria. Si ballava sulle aie e si faceva allegria dappertutto.

Era tradizione, nel bel mezzo della festa, istruire un processo burlesco che doveva « punire » un capofamiglia il quale doveva pagare una « condanna » che consisteva nell’offrire fiaschi di vino, formaggio e salumi a tutti i partecipanti. Del gruppo del processo facevano parte un giudice, un maresciallo, un brigadiere, i carabinieri e un avvocato che svolgeva le funzioni di giudice accusatore. Questo avvocato era chiamato l’avocat podaliga, perché sul suo cappello veniva cucito un uccellino morto che in dialetto veniva chiamato la podalíga. Poiché la podalíga (la monachella?) era un uccello abbastanza raro, bisognava organizzarsi per tempo per poterne catturare uno per l’occasione.

Le divise del maresciallo, del brigadiere e dei carabinieri, venivano procurate per tempo e, generalmente, le fornivano i militari in congedo i quali le custodivano gelosamente e le prestavano con sussiego soltanto per questa occasione. Il gruppo dei mascri era composto da una quindicina di elementi ed era accompagnato da tutti gli abitanti del paese che, festosamente e allegramente, assistevano al processo. I processi si svolgevano sulle aie e la corte si recava a condannare un capofamiglia che, se poteva, cercava di scappare. Il capofamiglia veniva messo sotto accusa perché era stato trovato a sedere più di una volta e quindi non lavorava, perché era stato sorpreso a parlare con una donna che non era sua moglie, oppure perché le sue bestie avevano pascolato in quello di altri o non aveva mantenuto fede alla parola data.

La pena variava da un minimo di quattro o cinque fiaschi di vino ad un massimo di un pranzo a base di tortelli, di baccalà con fagioli e di testa di maiale lessata. Gli indiziati qualche volta si prestavano al gioco (in questo caso era inflitto il minimo della pena) ma quando si mostravano restii alla burla e cercavano di scappare, se raggiunti, venivano condannati al massimo.

Alla rincorsa partecipavano tutti, anche i vecchi e i bambini, mentre le donne stavano solo a guardare. Il gioco cominciava al mattino e continuava, senza sosta, fino al tramonto; si faceva visita alle case di tutti, dei poveri e dei signori, per non creare risentimenti e gelosie. La burla veniva organizzata dai giovani del paese e qualche giorno prima di Carnevale veniva resa pubblica tramite manifesti scritti a mano nei quali si annunciavano l’ora e il luogo dal quale sarebbe iniziata la mascaría. Alle persone più eminenti del paese, dottore e avvocato compresi, venivano assegnate le parti più comiche, ma tutti, anche i malati dovevano par-tecipare alla festa e se qualcuno stava male e non poteva prendervi parte, erano i mascri che lo andavano a trovare. Dopo aver visitato le case di tutti, compresi i casolari sparsi, la comitiva organizzava la festa da ballo chiedendo l’uso della sala più grande del paese. Il vino, portato da tutti, scorreva a fiumi e si ballava fino all’alba.

Il falò di Carnevale (il feg d’Karnovál) era un’usanza che si inseriva nella giornata della mascaria. La legna era preparata dai giovani del paese circa un mese prima del Carnevale. Nel giorno che precedeva la festa si passava di casa in casa a raccogliere un vinciglio (vinsì) piccolo fascio di foglie di quercia e di nocciolo che veniva preparato a settembre e messo a seccare per essere conservato nella cascina come foraggio. Tutte le famiglie donavano volentieri il vinsì che veniva portato a bruciare nel falò. La sera di Carnevale, finite le burle e terminati i processi, prima di andare a ballare si accendeva il fuoco tenendo però d’occhio i falò dei villaggi vicini perché grande era l’invidia per chi lo faceva più grosso. Finito il ballo non si rientrava a casa ma tutto il gruppo si recava in chiesa a “prendere le ceneri » e a riconciliarsi con il Signore. La mascaría si svolgeva in tutta la Valdántena e più precisamente nei villaggi di Cargalla, Cavezzana, Gróppoli di Cavezzana, Molinello, Casalina, Pracchiola, Groppodalosio, Previdè, Barcóla, Gravagna, Versóla e Toplecca.

Questa tradizione, che si svolgeva in modo analogo in tutto il Pontremolese, cadde in disuso subito dopo la Seconda Guerra mondiale, quando la montagna si spopolò ».

                                               


Una lettura approfondita e critica, fatta per tentare di cogliere il senso dei superstiti contenuti che il fatto folklorico racchiude, deve necessariamente partire da precisi riferimenti di luogo e di tempo.

Il territorio preso in esame è la Valdántena (9), nell’Alto Pontremolese, all’estremo nord della Toscana. Con la denominazione di Valdántena si intende un caratteristico aspetto di antica formazione demografica nel quale la denominazione non indica una precisa località ma un aggregato di villaggi sparsi, poco distanti tra loro, ciascuno dei quali è definito dal proprio nome (10), «Questa regione –  dice Manfredo Giuliani (11) – definita da un vocabolo di oscura origine, è formata dall’estrema vallata settentrionale della Magra, a monte dell’influenza della Cisavola nei confini della parrocchia di Casalina. La vita di questa località era nel passato connessa con varie comunicazioni col Parmigiano ma specialmente con l’antica via del Cirone che per Corniglio conduceva a Langhirano e a Parma ».

Tuttavia, il centro di maggior attrazione era rappresentato da Pontremoli al cui mercato, percorrendo disagiate mulattiere, convenivano gli abitanti dei villaggi della Valdántena per fare acquisti e per scambiare o per vendere i prodotti della loro economia: burro, formaggio, ricotta, legna, carbone, castagne e frutti del bosco. Alcune considerazioni ci sono suggerite anche dalla data indicataci (1940) alla quale l’informatore fa risalire lo svolgimento della mascaría che ci ha descritto. Come più volte abbiamo avuto occasione di dire (12), il mondo contadino lunigianese, chiuso e geloso delle sue tradizioni, si mantenne praticamente intatto fino alla seconda metà del XIX secolo, periodo nel quale le trasformazioni delle strutture socio-economiche verificatesi in conseguenza del passaggio da una economia rurale ad una economia di tipo preindustriale provocarono profonde lacerazioni nel suo tessuto originario. Tuttavia, le antiche forme di vita con le tradizioni che esse sapevano ancora esprimere, per quanto affievolite, riuscirono a sopravvivere fino alle soglie della Seconda Guerra Mondiale. E’ questo, infatti, l’evento che cancellò in modo perentorio ciò che era rimasto di un antico patrimonio di cultura con l’aggravante, questa volta, di generare in tutti un rifiuto netto e deciso verso tutto ciò che era stato. Le mutate condizioni di vita, i contatti tra i popoli diversi, le scoperte tecnologiche, il modernismo imperante e soprattutto la moda di ispirarsi a modelli di tipo consumistico (13), fecero sì che fosse rinnegato tutto un passato, nel comprensibile intento di dimenticare con esso fame, sacrifici e condizioni servili.

Il 1940 rappresenta quindi l’estremo limite entro il quale è ancora possibile una lettura attendibile della manifestazione folklorica ancora immune dalla deformazione degradante alla quale non potrà sfuggire qualche anno dopo. Facendo nostra l’affermazione (di Gramsci) (14) secondo la quale di un fatto leggendario o di una tradizione non è tanto importante disquisirne le origini (dotte o popolari che siano) quanto comprendere il significato che ad essi le popolazioni attribuiscono, scorrendo riga dopo riga il documento si nota subito come il nucleo centrale della manifestazione, pur nel chiasso dell’allegria e della spensieratezza, sia rappresentato dall’importanza che si annette alla “celebrazione del Processo » che si svolge secondo il cerimoniale di un rito.

                                                                       


Il processo (15) è un elemento comune a quasi tutti i Carnevali europei e, secondo il Frazer (16), la larga diffusione e il mantenersi a lungo di questa tradizione sono dovuti alla diretta discendenza del Carnevale moderno dagli antichi Saturnali di Roma. I Saturnali erano feste che si svolgevano in onore di Saturno e che si concludevano, dopo giorni di orge e di banchetti, con l’uccisione del signore della festa con il quale è stato identificato il moderno simbolo carnevalesco, il pupazzo, che dopo un effimero periodo di gloria, viene condannato a morte e bruciato dopo aver subito un pubblico processo.

Per quanto scarsa sia la documentazione scritta e ci si debba quindi prevalentemente attenere alle testimonianze orali, si ha motivo di ritenere che l’usanza del processo carnevalesco sia stata uniformemente diffusa in tutta la Lunigiana (17), dal Pontremolese al Fivizzanese, dalla Val di Vara al Sarzanese, naturalmente con varianti più o meno evidenti rispetto al tema originario; ma le alterazioni e gli adattamenti, più che nascondere, evidenziano la comune origine come nel caso delle legature che si svolgevano in Val di Vara che altro non sono che varianti del processo che in tutta l’Europa si suole fare al Carnevale (A.C. Ambrosi) (18).

                                                                   


In Luniglana l’usanza del processo sembra aver resistito più a lungo (per questo è più viva nel ricordo) rispetto ad altre collaterali manifestazioni carnevalesche fino al punto di assumere una propria autonoma fisionomia, fine a se stessa, ma comprensibile anche se svincolata dal contesto originario.

Probabilmente nel processo lunigianese erano riusciti a coesistere diversi elementi (augurali e sociali, di denuncia, di questua e di contestazione) che più degli altri avevano potuto resi-stere alla corrosione dovuta alle trasformazioni perché più aderenti e più consoni alla cultura, alla mentalità e alle forme di vita delle popolazioni lunigianesi.

La forma burlesca e lo svolgimento nel giorno dedicato alla festa dell’allegria collettiva non devono, tuttavia, trarre in inganno ne adombrare il significato sociale (che in questa sede intendiamo privilegiare) perché nel processo potrebbero essere confluiti relitti di altre usanze come, per esempio, quella che si svolgeva nel giorno di San Martino « nel quale si faceva la denuncia pubblica delle malefatte della comunità» (Paolo Toschi) (19).

                                                                         


Se accettiamo questa chiave di lettura è possibile cogliere, nella manifestazione folklorica, il senso di antiche costumanze tipiche delle società nelle quali era in vigore un codice comportamentale che, in nome delle regole della convivenza, doveva essere accettato da tutti e dal quale scaturiscono riflessi che ci permettono di intuire le antiche strutture che regolavano la vita sociale di una comunità.

a) Il Processo

Non v’è dubbio che il significato sociale sta tutto nel fatto che, attraverso lo svolgimento del « Processo” si rendono pubbliche le colpe (20) che sono state commesse nell’ambito della comunità e si individuano le persone che non si sono attenute al rispetto delle norme che ne regolano la convivenza. Per questo il « verdetto » è sempre scontato poiché non sono previste dal copione altre soluzioni che non siano di condanna. La funzione sociale, gli intendimenti moralistici e il momento di aggregazione sono e restano fatti preminenti.

b) La partecipazione della popolazione

La mascaria che sembra assurgere qualche volta alla dignità di rito, necessita di una condizione essenziale: che tutti vi prendano parte. È infatti arduo stabilire chi siano i veri protagonisti: se coloro che in maschera danno vita al processo o se la popolazione, che assistendovi, mentre recepisce ciò che non deve essere fatto, esercita nel contempo un’azione garante di giudizio e di controllo sul rispetto delle norme comunitarie.

c) Gli elementi esteriori del rito

Ci sfugge il senso (a meno che non ci si voglia collegare all’antica usanza dell’uccisione dello scricciolo) (21) della scelta della podaliga, piccolo passeraceo dal capo striato da un ciuffo di pen-pe bianche, che veniva cucito sul cappello di chi recitava la parte dell’avvocato il quale prendeva appunto il nome di avokat podaliga. Più comprensibile ci sembra invece il rito della vestizione. La scelta delle divise, simboli di prestigio e quasi paramenti sacerdotali, è fatta con estrema cura, la stessa che abbiamo avuto modo di riscontrare durante la vestizione dei maggianti. L’insistere nell’accentuare l’esteriorità dell’aspetto con il trucco e con addobbi vari, ha l’evidente scopo di produrre un effetto differenziante che vuole sottolineare il distacco tra chi partecipa e chi celebra.

d) La condanna inflitta ai capifamiglia

In una società patriarcale, erede diretta delle antichissime e primordiali istituzioni di tipo tribale (suddivisione delle genti in tribù, in clans e in famiglie) nelle quali si configuravano gli originari assetti degli antichi Liguri, primi abitatori della Lunigiana, la figura del capofamiglia conservava intatta, fino a qualche decennio fa, la sua funzione di capo indiscusso la cui autorità era da tutti riconosciuta e accettata. Esso rappresentava tutti i componenti della famiglia ed era il responsabile morale e materiale del loro comportamento. Decideva dei matrimoni, della carriera dei figli, degli acquisti e delle vendite e dell’andamento familiare.

Ci sembra evidente che infliggendo a lui e soltanto a lui la condanna, si volesse punire una colpa che, al limite, potrebbe anche essere stata commessa da uno dei membri sottoposti alla sua autorità.

e) I motivi della condanna

A nostro avviso, è questa la parte più interessante di tutta la descrizione della mascherata. L’informatore, senza essere stimolato e senza incertezza alcuna, fa riferimento a quattro precisi motivi per i quali si poteva, simbolicamente, incorrere nella condanna. Si tratta evidentemente dei più importanti ma probabilmente non di tutti poiché e lecito suporre che, cadute in disuso certe forme di vita, di altri si sia perduto il ricordo con il passare degli anni.

Tuttavia, benché tarde reliquie, la loro conoscenza ci è di grande aiuto per comprendere il senso delle antiche norme consuetudinarie che in tempi più recenti furono codificate negli Statuti delle comunità attraverso i quali si indicavano i reati e si prevedevano le pene per chi infrangeva o non rispettava le regole comunitarie. Essere improduttivi, insidiare la donna d’altri, violare la proprietà altrui e non mantenere la parola data sono, infatti, elementi di grande turbamento nell’equilibrio della vita di un gruppo.

In una società contadina chi non produceva non godeva di alcuna considerazione. Ciascuno aveva l’obbligo morale di svolgere un lavoro, anche modesto, ma doveva comunque inserirsi nel processo produttivo. La voglia di lavorare era considerata una virtù che veniva tenuta in grande considerazione soprattutto nelle scelte matrimoniali al pari della ricchezza e della verginità Viceversa chi non aveva voglia di lavorare, doveva essere emarginato e additato al pubblico biasimo. Il biasimo diventava generale riprovazione verso chi osava insidiare la donna maritata. In tutte le società contadine, e non solo in esse, vigeva un codice comportamentale (e un preciso Comandamento cristiano) che imponeva di non desiderare la donna d’altri. Trasgredirlo significava violare due fondamentali principi: l’onore e la proprietà.

Nelle società strutturalmente povere è proverbiale il morboso attaccamento agli averi. Essere proprietari significava godere della considerazione degli altri ed avere una precisa collocazione sociale all’interno del gruppo.

L’agiatezza poteva determinare l’appartenenza alla categoria dei signori che si distingueva, con una netta frattura, spesso più psicologica che reale, da quella definita dei poveri. Era comunque comune a tutti, indistintamente, la gelosa cura verso tutto ciò che rappresentava un possesso il quale poteva essere rappresentato, indifferentemente, da una casa, da un campo, da un pascolo, da parte del raccolto, da un animale, da un albero da frutto o da un semplice attrezzo da lavoro. Approfittarsi o non rispettare la proprietà (o i diritti sulle proprietà) degli altri (gli antichi statuti prevedevano, per il furto, la gogna e il taglio della mano) significava spesso scatenare feroci liti che provocavano discordie insanabili tra persone e persone, tra famiglie e famiglie o, come nel caso dell’uso dei pascoli e dei beni sociali, tra comunità e comunità.

Infine, sempre tenendo conto dell’ambiente e della sua cultura contadina, così suscettibile, cosi permalosa, cosi superstiziosa e piena di pregiudizi, è forse superfluo far notare quanto fosse considerato riprovevole il comportamento di colui che non manteneva fede alla parola data. La condanna burlesca, quindi, era la punizione simbolica a chi, non mantenendo la promessa, aveva violato le regole di un codice che si ispirava più alla saggezza e al buonsenso che non alle leggi scritte e che era l’espressione di un mondo nel quale, per stipulare un contratto, un semplice gesto come quello di sputarsi nella mano, prima di stringerla vigo-rosamente, aveva più valore di un rogito.

f) Le donne stavano solo a guardare

Questa frase sottolinea con efficacia l’esclusione dell’elemento femminile dal gioco. D’altra parte, in una società improntata al patriarcato non deve stupire il ruolo subalterno al quale era destinata la donna la quale, pur svolgendo compiti essenziali (allevare i figli, accudire alla casa, tessere e lavorare nei campi) era quasi sempre esclusa da qualsiasi potere decisionale. Tuttavia, in Lunigiana, questa immagine era più formale che reale poiché la donna, lavorando al pari dell’uomo, era venuta, in pratica, ad acquisire la stessa considerazione e gli stessi diritti. Si potrebbe parlare, quindi, più che di egemonia maschilista, di una precisa suddivisione di compiti e di mansioni da svolgere tra uomini e donne. Invertire i ruoli era spesso motivo di derisione e di scherno.

g) Si visitavano le case di tutti

In una società frequentemente turbata da incrinature tra gruppi familiari, da ripicche e da gelosie, l’atto di visitare le case di tutti per non creare risentimenti assumeva il significato di funzione sociale che tendeva a non escludere alcuno dalla vita del gruppo e a mantenerne compatta l’unità.

h) I giovani animatori della manifestazione

Per quanto il riferimento ai giovani sia qui riferito ad una circostanza di festa e quindi ad una manifestazione tipicamente giovanile, non ci sembra inopportuno richiamare il ruolo loro as-segnato dal complesso meccanismo che regolava i rapporti comunitari. I giovani erano il sostegno della comunità e ne rappresentavano la forza, l’intraprendenza e il coraggio. A loro erano destinati i lavori più pesanti e più rischiosi, dovevano provvedere al mantenimento dei familiari anziani, dovevano emigrare in cerca di fortuna quando in Lunigiana venivano a mancare condizioni accettabili di vita e, in nome della loro antica funzione di difensori del gruppo, si faceva ricorso al loro prodigarsi generoso quando le calamità, le epidemie, e le carestie minacciavano la vita della comunità.

i) L’inversione delle parti

“ Alle persone più eminenti del paese venivano assegnate le parti più comiche. E fin troppo evidente la funzione di sfogo che traspare da questa affermazione (22), Il vestire, per un giorno, i panni di chi esercita il potere (in quanto autorità, o perché ricco o istruito) è l’appagamento di un legittimo desiderio che ha più il sapore di un sogno che di una rivendicazione. Invertendo i ruoli sociali (aspetto comune a quasi tutte le manifestazioni carnevalesche) alle classi subalterne era data la possibilità di rendere di pubblico dominio e di mettere in evidenza le eventuali ingiustizie che erano state commesse a loro danno attraverso una forma ingenua di contestazione, fatta di arguzie e di sottintesi, che ben di rado arrivava a sfiorare i limiti della protesta. I ricchi, accettando di recitare la parte loro assegnata dalla circostanza, non facevano che riaffermare la loro condizione egemone e a ribadire quindi la funzione del loro ruolo sociale.

1) La solidarietà

Nel monotono andamento della vita di un villaggio la mascherata assumeva certamente l’aspetto di un fatto non comune e, proprio perché tale, ad essa dovevano partecipare tutti, anche i vecchi e i bambini, mentre ai malati, impossibilitati a prendervi parte, lo spettacolo veniva portato sotto le finestre di casa.

Si tratta indubbiamente di un atto che tende a evidenziare il significato e la funzione della solidarietà. Tuttavia, non si deve credere che, in Lunigiana, lo spirito di solidale collaborazione animasse la vita di tutti i giorni che era invece spesso turbata dalle piccole beghe e dai contrasti che insorgevano tra gli abitanti. Si potrebbe anzi affermare che la molla della solidarietà scattava soltanto in occasione delle circostanze straordinarie. Erano infatti le necessità contingenti dei momenti cruciali dell’esistenza che avevano sancito, con norme socialmente condivise, l’obbligo dell’aiuto reciproco.

Quando le calamità naturali, gli incendi, le disgrazie e i lutti si abbattevano sulla comunità, tutti gli abitanti, indistintamente, si rendevano disponibili a forme collettive di collaborazione che si manifestavano attraverso le più svariate prestazioni di aiuto (23). Se un lutto colpiva una famiglia (24), tutti erano tenuti a portare il conforto morale (visita, consolazione e veglia) e materiale (pulizia della casa, bucato, ecc.) mentre al funerale, norma esplicitamente prevista anche da alcuni Statuti (25), dovevano partecipare almeno due componenti di ogni famiglia. Se un incendio distruggeva una casa, una stalla o un fienile, al richiamo delle campane a martello tutti dovevano accorrere con un secchio. In questi casi, oltre alle prestazioni materiali d’aiuto era in uso, specialmente nelle società rurali, una caratteristica forma di solidarietà che consisteva in un’offerta spontanea di danaro: la colletta. Si passava di casa in casa a raccogliere quanto ciascuno poteva dare e il ricavato veniva consegnato alla famiglia che aveva subito il danno o che era stata colpita da una disgrazia. Nelle società di tipo preindustriale o caratterizzate dalla presenza in loco di strutture cantieristiche (costruzioni di strade, di ferrovie, cave e miniere) a queste forme di solidarietà contribuivano anche le Società di Mutuo Soccorso.

Un particolare momento di aggregazione si verificava quando diritti di tipo comunitario (fole, beni sociali, confini, diritti di pascolo, di far fieno, di far legna e di attingere acqua per irrigare) venivano minacciati dagli abitanti delle comunità limitrofe. In queste occasioni, si passava un colpo di spugna sugli antichi rancori che dividevano le famiglie e i villaggi di una stessa comunità e, in nome della tutela dei comuni interessi materiali, si univano le forze per fronteggiare le presunte o reali pretese di altre comunità che, in pratica, non rivendicavano se non gli stessi diritti. Alle antiche archibugiate si sostituivano le bastonate e le sassaiole. A questo proposito è tipico l’esempio dei villaggi della Cervara e di Guinadi (Alto Pontremolese) frequentemente divisi da contrasti, che sapevano però trovare momenti di tregua ai loro dissapori quando gli Zeraschi minacciavano i loro interessi (26)

Il fuoco di Carnevale

“ Da tempo immemorabile i contadini di ogni parte d’Europa hanno usato accendere dei falò, i cosiddetti fuochi di gioia, in certi giorni dell’anno, ballarvi intorno e saltarvi sopra… la loro ori-gine si deve cercare in un periodo molto anteriore alla diffusione del Cristianesimo… i Sinodi Cristiani del secolo VIII tentarono di abolirli in quanto riti pagani». Così il Frazer (27) introduceva ai capitoli relativi alle feste del fuoco e alla loro interpretazione basata sul confronto della teoria solare del Mannhardt e della teoria della purificazione del Westermarck che sembra essere la preferita. Secondo la prima, i cerimoniali connessi alle feste del fuoco si svolgevano “per assicurare la provvista necessaria di luce e di calore e per aiutare il sole a risplendere quando la sua luce si affievoliva” (28) mentre per la seconda « le feste del fuoco avevano una funzione purificatrice essendo intese a distruggere tutte le influenze dannose tanto concepite in forme personali come streghe, demoni e mostri quanto in forme impersonali come infezione e corruzione diffusa nell’aria (29).

Orbene, se riprendiamo in esame il motivo centrale del Car-nevale che, come abbiamo visto, è stato individuato nella stretta connessione esistente tra morte-purificazione-rinascita, appare evidente che i fuochi di Carnevale altro non rappresentano se non la prosecuzione degli antichi rituali propiziatori e di purificazione che si svolgevano durante le feste del fuoco. Con il falò di Car-nevale si celebrava la fine dell’inverno e l’inizio di un nuovo ciclo annuale. Attraverso l’azione purificatrice del fuoco si elimina-vano simbolicamente i mali, i dolori e i dispiaceri accumulati du-rante il ciclo che si concludeva e contemporaneamente, attraverso lo stesso rito, si traevano motivi augurali di bene e di prosperità per quello che stava per iniziare. Dalla direzione del fumo e delle scintille e dall’intensità dei bagliori si traevano gli auspici, men-tre i tizzoni raccolti venivano conservati come preziosi amuleti.

Attorno al falò si radunava tutto il paese. Il richiamo e l’attrazione che la tradizione del fuoco esercitava su tutta la popolazione erano dovuti a imponderabili motivi e ad antiche suggestioni che traevano origine dal perpetuarsi di un rito che si tramandava di generazione in generazione.

Assistervi non significava soltanto cogliere l’occasione di un momento di festa ma voleva anche dire riconoscersi nel gruppo e ritrovarsi per partecipare, uniti, alla festa augurale e collettiva della comunità. In fondo, anche la semplice offerta di un vinciglio stava a dimostrare la volontà, da parte di tutti, di concorrere in modo diretto al cerimoniale e non soltanto per contribuire alla buona riuscita della manifestazione (fare un fuoco più grosso di quello dell’anno precedente o di quello del villaggio vicino) ma anche per non essere esclusi dagli eventuali benefici che avrebbero potuto derivare dal rito propiziatorio. Questo modo di sentire il Carnevale perdurò fino a quando nel gruppo si mantenne l’equilibrio tra identità sociale e identità culturale. Ma, quando a causa delle mutate condizioni di vita, dell’emigrazione (con i conseguenti fenomeni di acculturazione) e della trasformazione graduale dell’originario sostrato culturale fu turbato questo equilibrio, si produsse uno scollamento per cui una parte ritenne opportuno estraniarsi, delegandone un’altra (gruppi di giovani, comitati ecc.) a rappresentarla. Si passò cosi da una forma di partecipazione collettiva diretta (offerta della fascina, del ciocco ecc.) ad una forma di partecipazione indiretta (danaro, fiaschi di vino, vivande, ecc.) offerti a coloro che si assumevano il compito di organizzare la manifestazione per conto di tutti. E’ evidente, che è questo il momento in cui comincia a prevalere l’aspetto esteriore su quello interiore, momento che segna anche l’inizio della fine della tradizione.

Altri elementi, è vero, contribuirono a mantenere in vita ancora per qualche tempo l’usanza del fuoco di Carnevale e, tra questi, l’atmosfera di festa, i balli e le bevute. Ma, ancora a questo proposito, sarà opportuno non tacere di alcuni tipici atteggiamenti delle nostre popolazioni, atteggiamenti di competizione sociale che traevano origine dal particolarismo, dal desiderio di primeggiare e di superarsi (tener d’occhio quello dei vicini perché grande era l’invidia per chi lo faceva più grosso, fare la guardia al fuoco per evitare che le bande rivali lo incendiassero anzi tempo, ecc.) e dalle gelosie (campanilismo) che dividevano tra loro le nostre comunità. Chi si accingerà a scrivere una storia demo-psicologica della Lunigiana dovrà necessariamente fare sempre i conti con questo modo di essere e di pensare che si rifletteva sul quotidiano andamento della vita, qualche volta negativamente, ma con l’indubbio potere di stimolarlo e di vivacizzarlo.

Processo e falò sono dunque gli aspetti più importanti dell’usanza carnevalesca che abbiamo preso in esame ma, a meno che non si voglia considerare il processo come antefatto della condanna e dell’uccisione sul rogo del fantoccio simbolo del Carnevale (del quale però non si ha ricordo) sembra non esistere nodo tra le due manifestazioni che pur hanno continuato a convivere fino alla caduta in disuso della tradizione. Certo è che questo scollamento rende difficile la lettura e la interpretazione dell’usanza carnevalesca nel suo insieme; d’altra parte, oggi, è assai arduo stabilire fino a che punto il fuoco di Carnevale sia stato solo un fuoco di gioia e fino a quando abbia conservato gli originali significati connessi alla funzione della purificazione collettiva e ai rituali propiziatori, scaramantici e magici così intimamente legati al mondo contadino. Ma, mentre nel processo è ancora possibile cogliere il senso di un significato, nel fuoco del Carnevale i motivi ispiratori sembrano essere stati dimenticati da molto tempo (30) per cui si passò da un momento di partecipazione collettiva (31) all’uso individuale della tradizione (ogni famiglia accendeva per proprio conto sull’aia o nei dintorni della casa un piccolo fuoco per bruciare il Carnevale) (32), Ed è forse questa la ragione per cui, in Lunigiana, assistiamo al graduale abbandono di questa usanza mentre persiste la tradizione dei fuochi che ancora si accendono, con identico cerimoniale, in occasione di ricorrenze religiose o alla viglia delle feste patronali (33),

Le Ceneri

Rappresentano l’atto cosciente dell’ammissione di colpa da parte di tutta la comunità e il momento in cui essa ristabilisce un rapporto normale con la Chiesa.

La Chiesa estranea alle manifestazioni carnevalesche (che ha osteggiato prima e tollerato poi) attraverso le Ceneri interviene con tutta la sua autorità a ripristinare, con la penitenza della Quaresima, il normale assetto della vita spirituale e materiale del gruppo e, sotto questo profilo, anche il Carnevale finisce per assumere la connotazione di una festività religiosa, « concessione alle vanità terrene e valvola di scarico concessa dalla Chiesa agli umori popolari » (Franco Valsecchi).

Con le Ceneri, il sipario cala su un periodo di festa, di spensieratezza e di allegria e il bagno di umiltà nel quale tutti si immergono sta a significare, oltre alla riconciliazione con il Signore, il bisogno di chiedere scusa per aver vissuto un giorno diverso dagli altri nel quale, forse, si è « osato “ troppo.

GERMANO CAVALLI, La tradizione del “processo” e del “fuoco” nel carnevale pontremolese, pubblicato in “Studi Lunigianesi”, vol. X, anno 1980, edito dall’”Associazione Manfredo Giuliani per le ricerche storiche ed etnografiche della Lunigiana”, Villafranca Lunigiana


BIBLIOGRAFIA GENERALE

ADRIANO A., II Carnevale di Roma nei secoli XVII e XVIII, Roma, 1887.

ARNOLFI G., Tradizioni e usi della penisola sorrentina, Palermo, 1890.

BOITEUX M., Traditions Carnavalesques du Latium contemporain, in Lares, XLVI, n. 1, L.. Olschki, Firenze, 1980.

BRONZINI G. B., Carnevale e lavoro contadino a Cirigliano in Basilicata, in Lares, XLV, n. 4, L. Olschki, Firenze, 1979,

BRUZZONE P. L., II Carnevale di Roma del 1831, in Fanfulla, XXI, 1890.

CANTU I., II Carnevale Italiano, Milano, 1885.

CIRESE A. M., Oggetti, segni, musei, Einaudi, Torino, 1977.

CLEMENTI F., Il Carnevale Romano nelle cronache contemporanee, 2º volume, Città di Castello, 1938-39.

COCCHIARA G., Storia del folklore in Italia, Sellerio editore, Palermo, 1981.

COCCHIARA G., Storia del folklore in Europa, Borighieri, Torino, 1977.

DE BOTINES C., Bibliografia delle antiche rappresentazioni italiane sacre e profane stampate nei secoli XV e XVI, Firenze, 1852.

DE MARTINO E., Magia e civiltà, A. Garzanti, Milano, 1976.

FRAZER J. G., Il ramo d’oro, Universale Scientifica Boringhieri, voll. I e II, To-rino, 1973.

GALLINI C., Il consumo del sacro, feste lunghe in Sardegna, Editori Laterza, Bari, 1971.

GHIDI F., I canti carnascialeschi nelle fonti musicali del XV e XVI secolo, Firenze, 1937.

GIANNINI, Il Carnevale nel contado lucchese, in Arch. Trad. Popolari, 1889.

LOMBARDI SATRIANI L. M., Antropologia culturale e analisi della cultura subalterna, Guaraldi, Firenze, 1976.

LOMBARDI SATRIANI L. M., Folklore e profitto, Guaraldi, Firenze, 1973.

LUMINI A., Le farse di Carnevale in Calabria e in Sicilia, Nicastro, 1888.

MANZONI L., Il libro di Carnevale nei secoli XV e XVI, Bologna, 1881.

ROMANO E., I contrasti tra Carnevale e Quaresima, Pavia, 1907.

RUSSO M., Carnevale 1972-1978, in Enciclopedia pratica per fotografare, Fabbri, Editori, 1979.

SCIANNA F., I Carnevali delle Alpi, 1970-1977, in Enciclopedia pratica per fotografare, Fabbri Editori, 1979.

SINGLETON C., Canti carnascialeschi del Rinascimento, Modena, 1940.

SORDI I., II Carnevale di Bagolino, in Mondo popolare in Lombardia, 2, Brescia e il suo territorio, a cura di Roberto Leydi e Bruno Pianta, Silvana editoriale d’arte, 1976.

TOSCHI P., Guida allo studio delle tradizioni popolari, Boringhieri, Torino, 1962.

TOSCHI P., Le origini del teatro italiano, Boringhieri, Torino, 1955.

TOSCHI P., Tradizioni popolari italiane, Edizioni ERI, Torino, 1967.

TOSCHI P., II folklore, Universale Studium, Tivoli, 1960.

AMBROSI A. C.. Nota di Folklore e di Etnografia su alcune usanze lunigianesi dell’Epifania e del Carnevale, il Comune della Spezia, XXIV. luglio-dicembre 1955, fascicoli 4-6.

BOGGI R., Magia, Religione e classi subalterne in Lunigiana, Guaraldi, Firenze, 1977.

CASELLI C., Lunigiana ignota, Arnaldo Forni, Bologna.

FORMENTINI U., La Spezia, il suo Duomo, il Nome, il Blasone, la Maschera, Tip. Moderna, La Spezia, 1927.

GARGIOLLI G., Calendario lunese per l’anno 1835-36, Tip. Bartoli, Fivizzano, 1836.

GIULIANI M., Ricerche glottologiche e poesia dialettale nella Lunigiana Parmense, I Quaderni della Giovane Montagna n. 96, Parma, 1942.

GIULIANI M., Gi usi funebri nella Val di Magra, in Archivio per l’Etnografia e la Psicologia della Lunigiana, I, 1911 fasc. II e vol. I, 1912 fasc. IV.

GIULIANI M., Alcune particolarità toponomastiche della Valdantena (Alta Val di Magra), estratto dall’Archivio Storico per le Province Parmensi, quarta serie, vol. XIII, La Nazionale, Parma, 1961.

GIULIANI M., La strada lombarda del Cirone nell’Alta Val di Magra, estratto dall’Archivio Storico per le Province Parmensi, quarta serie, vol. III, Fre sching, 1951.

PASQUALI P. S., D’un vecchio testo di folklore lunigianese, estratto da il Folklore Italiano, ed. Tirelli, Catania, 1932.

SITTONI G., Tessitori, agricoltori ed allevatori nella Val di Vara inferiore, in Archivio per la etnografia e la psicologia della Lunigiana, ristampa, Forni, Bologna.


                                                          

(1) G. DEVOTO – G. C. OLI, Vocabolario della lingua italiana.; MERLO, I nomi romanzi del Carnevale, in Folklore Italiano, II (1926), fasc. III, pag. 429.

(2) Sul Carnevale e su alcuni dei suoi significati, tra gli altri si vedano: J. G. FRAZER, II Ramo d’oro, Boringhieri, Torino, 1973; W. MANNHARDT, Wal-und Feldkulte; in G. CUCCHIARRA, Storia del Folklore in Europa, Einaudi; P. TOSCHI, Le origini del Teatro italiano, Boringhieri, Torino, 1976; P. TOSCHI, Tradi zioni popolari italiane, ERI, Torino, 1967.

(3)…la morte del Carnevale è anche la purificazione e la rinascita della terra, nel Carnevale si simboleggia cioè il percorso dell’anno che nasce e muore. La fine del Carnevale è una fine necessaria perché il Carnevale simboleggia il rituale delle colture agrarie, il rituale della morte e della rinascita e, come il seme, deve essere sepolto per poi ricrescere. Cosi il Carnevale significa anche, in termini antropologici, la fine dell’inverno, dei freddi che induriscono la terra e il fuoco, appunto, la nascita, il ritorno fiorito della primavera. A.C.Q. in Carnevale 1972-1978 di MARIALBA RUSSO, in Enciclopedia pratica per fotografare, Fabbri edi tori, 1979.

(4) Sui riti della purificazione e sull’uccisione del Carnevale si vedano, tra gli altri; J. G. FRAZER, II Seppellimento del Carnevale, in Il Ramo d’oro, cit., pag 468; J. G. FRAZER, Le Feste del fuoco come purificazione, in Il Ramo d’oro, cit., pag. 998; P. TOSCHI, Tradizioni popolari italiane, cit., pag. 88; P. TOSCHI, Il Processo e la condanna del Carnevale, in Le origini del Teatro italiano, cit., pag. 228; P. TOSCHI, La morte del Carnevale, cit., pag. 308; A. C. AMBROSI, Note di Folklore e di Etnografia su alcune usanze lunigianesi dell’Epifania e del Carnevale, Il Comune della Spezia, XXIV, 1955, 4-6.

(5) Italo SORDI, II Carnevale di Bagolino, in Mondo popolare in Lombardia. 2. Brescia e il suo territorio, a cura di Roberto Leydi e Bruno Pianta, Silvana editoriale d’arte, Milano, 1976.

(6) P. TOSCHI, II Carnevale come animale e come omo salvatico, in Le Ori-gini del Teatro italiano, cit., pag. 134; VAN GENNEP, Manuel, t. I, vol. III, pag. 908.

(7) Molto spesso erano scene comiche e buffonesche tratte da episodi della vita quotidiana. Ogni circostanza si prestava ad essere messa in burla. Non esisteva un copione fisso ma ci si affidava alle estemporanee trovate, all’estro e all’in ventiva di alcuni coloriti personaggi che, in quasi tutti i paesi, animavano e organizzavano le carnevalate. Le parodie più ricorrenti erano quelle dell’operazione chirurgica, del parto, di un rito religioso o di un discorso (politico, patriottico, ecc.) e svariata era la gamma dei travestimenti (da frate, da medico, da vecchio, da boia, da donna o da uomo, da prostituta, ecc.).

Così l’Ambrosi descrive una carnevalata a Sassalbo: «Appena inizia il tempo di Carnevale gruppi di giovani preceduti dal buffone, vestito al solito modo del legavecchia senza però la fune, ma coi testi di castagnacci, suonando, cantando, vanno nelle case, specialmente ove ci sono ragazze, o dove sanno che c’è buon ricevimento. Sono mascherati in vario modo, quasi sempre da donna ma anche da soldato e magari un tempo, da chirurgo o da sacerdote (almeno nelle intenzioni). A volte il buffone finge di essere gravido, con una gran pancia, seni, ecc. La comitiva procede tra canti, risate, saluti e trilli per non farsi riconoscere. Solo il buffone ha la faccia scoperta: fa balli, versacci, parodie sconce, imita il parto: si getta dolorante ed urlante a terra; o finge di celebrare la messa. Un tempo, quando il veglio era nei focolari (essicatoi delle castagne) saltava nel fuoco per spegnerlo. Qualcuno fa la parodia di due fidanzati con approcci anche spinti. Se trovano la casa vuota, asportano secchi, paioli, ecc. che poi abbandonano poco distante. Generalmente vien loro offerto del vino e dopo aver bevuto se ne vanno con grandi inchini, rigraziamenti e strette di mano ».

A Villafranca sono ancora vive nel ricordo di molti le mascherate che Pietro Bragoni (Farkét) organizzava, sul finire del secolo, nella piazza principale del paese. Tra queste, la parodia del cava-denti con la polvere indolore (si finì in tri bunale perché lo sprovveduto volontario che si era offerto per l’esperimento finì per rimetterci l’unico dente sano che gli era rimasto), l’applicazione della formula magica del Pirin-pin-pino per tramutare l’acqua chiara in vino con tutto l’apparato scenico e con la conseguente sbornia generale, e la famosa distribuzione dei confetti offerti dalla Pregiata Ditta… che si rivelarono, all’assaggio, sterco di pecora convenientemente infarinato e inzuccherato. (Dalle colorite “narrazioni” del compianto amico Augusto Bragoni).

 Sempre a proposito del Carnevale villafranchese, sarà opportuno cercare di fissare (i ricordi sono molto sbiaditi) le sembianze di una maschera locale denominata Trakagnin che animava il Carnevale villafranchese fino a cinquant’anni fa. Il costume del Trakagnín si componeva di:

Cappello a forma di cono sul quale venivano cuciti nastri, fiocchi e campanelli.

Camicia bianca con collo a solino decorata con nastrini variopinti (il rosso e il blu erano i colori dominanti).

Pantaloni generalmente di color bianco attillati fin sotto al ginocchio.

Fasce bianche ai polpacci.

Sul volto una maschera di cartone e in mano uno strumento di legno (la modgla) ricavata da due o più tavolette incernierate che agitandole facevano un gran rumore.

L’arrivo dei Trakagnin nella festa era annunziato dal rumore provocato dallo sbattimento della modgla sul palmo della mano (o sulla schiena dei ragazzi) e dal suono dei campanelli cuciti un po’ ovunque sul costume. L’espressione batter i Trakagnin sta ancora oggi ad indicare ragazzi vivaci che non stanno mai fermi. (inf. Mori Francesca).

(8) Che ringrazio molto sentitamente per la cortesia, per la collaborazione e per l’amicizia che mi ha dimostrato.

(9) Intorno alla Valdantena cfr. M. GIULIANI, Alcune particolarità toponomastiche della Valdantena (Alta Val di Magra), in Archivio Storico per le Province Parmensi, Quarta serie, vol. XIII, 1961; M. GIULIANI, La strada lombarda del Cirone nell’Alta Val di Magra, in Arch. Storico per le Province Parmensi, Quarta serie, vol. III, 1951; M. GIULIANI, Ricerche glottologiche e poesia dialettale, Quaderno della Giovane Montagna N. 96, Parma 1942; G. SFORZA, Storia di Pontremoli, Introduzione e spec., p.p. 9-12; MOLOSSI, Manuale topografico de gli Stati Parmensi alle voci; E. CAVALIERI, Appunti sulla fonetica del dialetto della Valdantena, Parma, 1929.

(10) Sono quelli indicati dall’informatore.

(11) M. GIULIANI, Ricerche glottologiche e poesia dialettale, op. cit., pag. 7.

(12) G. CAVALLI, Storia, formazione e sviluppo del Museo etnografico della Lunigiana, in Studi Lunigianesi, VI-VII, Pontremoli, 1978.

(13) Anche il Carnevale risentì di questo particolare momento per cui si preferì assistere alla sfilata dei carri di Viareggio piuttosto che partecipare allo svolgimento paesano della festa. Oggi sembra in atto un ritorno alle origini.

(14) Cfr. Vittorio SANTOLI, Tre osservazioni su Gramsel e il Folklore, in So cietà, a. VII, 1951 e L. M. LOMBARDI SATRIANI, Antropologia culturale e analisi della cultura subalterna, Guaraldi, Firenze, 1976.

(15) Sul Processo si vedano, tra gli altri, P. TOSCHI, II Processo e la condanna di Carnevale, in Le Origini del Teatro italiano, cit., e specialmente i paragrafi Il Processo e la condanna di Carnevale nei testi letterari e nei documenti, Il Processo e la condanna di Carnevale nel folklore italiano contemporaneo, il Processo e la condanna di Carnevale nel foklore europeo.

(16) J. G. FRAZER, I Saturnali a Roma, in Il Ramo d’Oro, cit, pag. 904

(17) Sull’usanza del Processo e delle Legature in Lunigiana si rinvia a: A. C. AMBROSI, Note di Folklore e di Etnografia su alcune usanze lunigianesi dell’Epifania e del Carnevale, cit.; C. CASELLI, Lunigiana ignota, Forni editore, Bologna, pag. 192; G. GARGIOLLI, Calendario Lunese per gli anni 1835-36, Tip. Bartolı, Fivizzano, 1836; G. SITTONI, Tessitori, agricoltori ed allevatori nella Val di Vara inferiore, in Archivio per la Psicologia e la Etnografia della Luni-giana, Forni editore, Bologna, pag. 117.

Per comodità del lettore riteniamo utile riproporre lo svolgimento di una Legatura così come la descriveva il Sittoni: «Un’altra festa del contado era la “Legatura” e fu fino a pochi lustri or sono (fine del secolo scorso) una rappresentazione simbolica della domenica grassa. Molti fra i più arguti popolani, mascherati gli uni da giudici e gli altri da birri, si mettevano in agguato là dove doveva passare il Parroco o qualche benestante del paese. Ivi organizzavano la battuta ed aspettavano il momento propizio per poter ghermire la prescelta vittima in modo certissimo. L’assalto, oltre che improvviso, era condotto con tutte le regole del l’arte e della strategia. Fermato il presunto malfattore, lo si legava passandogli al braccio un nastro rosso; poi una fucilata annunziava l’operazione compiuta e chiamava a raccolta chi fu posto all’inizio dell’azione a guardia dei passi e dei sentieri. Al rimbombo della fucilata, mille voci di giubilo rispondevano da ogni lato, una banda di suonatori, che si teneva nascosta, intonava la marcia consueta e tutto il paese correva a rotoloni sul teatro della cattura. Quivi si costituiva il tribunale, i giudici ascoltavano le accuse, le testimonianze e le discolpe, proce-dendo poscia a questa singolare sentenza: Considerando che il S.N.N. ha troppe mortadelle, troppa farina, troppo vino e troppa carne di porco per il suo bisogno e che la legge ordina a tutti di dare ai poveri quello che avanza – Condannarono e condannano il medesimo nella pena di una sontuosa merenda a favore della brigata dei legatori ».

Di un certo interesse, anche per l’affinità che ha con il “Processo”, è a “condanna al bozzo» nel Carnevale di Ameglia, descritta dal Caselli: “Nella Domenica grassa, l’esercente che apre la sala da ballo, deve trovare persona disposta a fingersi reo confesso di gravi delitti e deve sottoporsi, in modo buffo e tragico, al giudizio degli anziani del paese… Uno di questi aprendo un gran libro, s’avvicina all’accusato e, con fare grave e solenne, proprio del giudice togato, pronunzia la sentenza di condanna, consistente nella multa di 100 scudi d’oro oppure al Bozzo. Il condannato non disponendo della somma viene trasportato a braccia, seguito da tutto il paese… lungo il percorso viene via via ridotta la multa ma se la vittima non versa quanto richiesto nell’ultima sentenza viene tosto gettato nel Bozzo fra le grida della folla capitanata dai vecchi ».

Mi pare di notare, in questa descrizione, alcuni elementi comuni ad una usanza carnevalesca che si svolgeva vicino a Schluckenau (Boemia) che il  Frazer (II Ramo d’oro, pag. 462) così descrive: Un uomo vestito da Uomo selvatico viene cacciato per molte strade finché arriva in uno stretto sentiero attraverso al quale è tirata una corda. Egli inciampa sulla corda e cadendo a terra è raggiunto e preso dai suoi inseguitori. Il giustiziere corre e trafigge con la sua spada una vescica piena di sangue che l’Uomo selvatico porta intorno al corpo… Il giorno seguente un fantoccio di paglia che assomiglia all’Uomo selvatico, viene messo in una lettiga e accompagnato da una gran folla vien portato a uno stagno nel quale è gettato dal giustiziere. La cerimonia si chiama “la sepoltura del Carnevale”».

Per la tradizione delle Legature nel Fivizzanese, si veda G. GARGIOLLI, op, cit.

In Lunigiana l’usanza della Legatura è quasi del tutto scomparsa, Soltanto in alcune scuole si usa ancora, da parte degli alunni, legare un nastro al braccio degli insegnanti per non essere interrogati nel giorno di Giovedì grasso.

(18) Nota di Folklore e di Etnografia, cit., pag. 30.

( 19) Il Folklore, Milano, 1907.

(20) P. TOSCHI, La Confessione collettiva periodica dei peccati come rito spettacolo: i testamenti, le bosinade e altre satire carnevalesche, in Le origini del teatro italiano, cit., pag. 244. Il Toschi riprende anche dal DI GIOVANNI, Usi, credenze e pregiudizi del Canavese una tradizione carnevalesca piemontese che ha qualche punto in comune con il nostro processo. Merita la pena di trascriverla: I Caravinesi dopo aver dato l’assalto a castellazzo, scendono nella piazza, dove i buontemponi mascherati fanno una generale rivista di tutti i fatti, più o meno scandalosi o riprovevoli, avvenuti nel corso dell’anno e questo essi fanno ad alta voce, dicendo i nomi di questo o quel cittadino, con una mordacità e con una licenza tale da attrarsi il dispetto dei colpiti, come gli evviva e le acclamazioni del popolo che li attornia e li difende». Anche il SALOMONE-MARINO, Costumi e usanze del contadini siciliani ci propone lo stesso tema che mira sempre a frecciare con fiera franchezza un’ingiustizia, un abuso, un mal costume, a scoprire e a mettere alla berlina le marachelle delle varie classi di persone e delle varie professioni». «In un crosso pase della Barbagia, meta estiva di turisti, si usa ancora, per Carnevale, cantare le malefatte dei compaesani, utilizzandole come capro espiatorio”. Clara GALLINI, Il consumo del Sacro Feste lunghe in Sardegna, Laterza, Bari, 1971, pag. 205.

(21) Che varrà comunque la pena di riportare: “Ogni anno a Carcassonne, la prima domenica di dicembre, i ragazzi di via Saint Jean solevano uscire dalla città armati di bastone a battere i cespugli in cerca di scriccioli. Il primo che prendeva uno di questi uccelli veniva proclamato re. Tornavano quindi al paese in processione col re alla testa, che portava lo scricciolo in cima a una pertica… si uccide una volta all’anno con speciale solennità l’animale che si adora…. “. G. FRAZER, Tipi di sacramento animale, in Il Ramo d’oro, cit., pag. 826 e sgg.

(22) E’ certamente questo un caso nel quale si rivela l’ambiguità della cultura folklorica nella quale la funzione di contestazione si risolve in una protesta esclusivamente verbale che svolge anche la funzione di “valvola di sfogo” di una ribellione che, nella misura in cui trova già una serie di modelli culturalmente predisposti, non sarà esperita al livello della prassi, irretendo i possibili “ribelli” in una logica meramente declamatoria. L. M. LOMBARDI SATRIANI, Antropologia culturale e analisi della cultura subalterna, cit., p. 199; R. BOGGI, Magia, Religione e classi subalterne in Lunigiana, Guaraldi, Firenze, 1977, p. 49.

(23) Secondo Clara GALLINI, II consumo del sacro, cit., pag. 216, è «Il controllo sociale (che) vigila costantemente finché, a livello subalterno (che è quello dei più), si realizzi (e si mantenga) una paritetica distribuzione dei beni, da cui non è possibile deflettere, sia in via positiva che in via negativa. Ad esempio: quando un pastore perde, per furto o altro accidente le proprie greggi, è tutto il gruppo che interviene, ciascuno con l’offerta di uno o più capi, fino alla ricostituzione del suo patrimonio. Al contrario, quando una famiglia inizia ad emergere sulla via di una ipotetica ascesa sociale, si pone al di fuori del gruppo e corre il rischio di venire punita: sgarrettamenti di bestiame, incendi, tagli di ceppi di vite o malanni attribuiti magicamente a “malocchio” vengono ricondotti a una causa prima di una “invidia”, che non è altro se non l’intervento punitivo del gruppo al fine di restaurare una situazione di parità iniziale».

(24) Sugli usi funebri in Lunigiana, si vedano: M. GIULIANI, Gli usi funebri nella Val di Magra e G. SITTONI, Tessitori, agricoltori e allevatori nella Val di Vara inferiore, in Archivio per la Etnografia e psicologia della Lunigiana, cit., pagg. 57, 118, 193; R. BOGGI, Magia, Religione e classi subalterne in Lunigiana, cit., pag. 22; G. GARGIOLLI, Calendario Lunese per l’anno 1835, Bartoli, Fiviz zano, 1835.

(25) Negli Statuti di Filetto del 1571 (a cura di L. Antiga, Ass. M. Giuliani, Artigianelli, Pontremoli, 1974) al cap. 34 si leggen” Item hanno statuito ed ordinato che se morirà persona alcuna del Commune di Filetto, siano obbligati due delli migliori per cadauna casa del detto Commune accompagnare detto Morto sino alla Chiesa. E similmente faccino al settimo, e chi contrafarà, paghi per cadauna volta soldi due”. La stessa norma è prevista anche negli Statuti di Lusana del 1570 (Bagnone) e in quelli della Rocca Sigillina del 1594 (Filattiera) entrambi giacenti in fotocopia, presso la Biblioteca del Museo Etnografico della Lunigiana.

(26) Notizia che devo alla cortesia del prof. Giuseppe Benelli.

(27) J. G. FRAZER, Le feste del fuoco in Europa, cit., pag. 943.

(28) J. G. FRAZER, La teoria solare delle feste del fuoco, cit., pag. 991.

(29) J. G. FRAZER, Teoria delle feste del fuoco come purificazione, cit., pag. 998.

(30) Gerolamo Gargiolli, già nel 1835, considerava il fuoco di Carnevale come una festa fanciullesca nella quale “i fanciulli danno l’addio al Carnevale che passa i faggi e va a Milano».

(31) Per la sera del Martedi grasso era in uso, in tutta la Lunigiana, accendere dei fuochi sulle alture per bruciare il Carnevale. Tra le varie testimonianze che abbiamo raccolto citiamo: A Mochignano (Bagnone) “alcuni giorni prima di Carnevale tutti i giovani si recavano su un monte dove si facevano tre ammassi di legna. Quello al centro era più alto. Questi si lasciavano lì fino al giorno di Carnevale e poi venivano bruciati. Dopo essere state attorno al fuoco, le persone scendevano dal monte, illuminandosi il cammino con delle fiaccole fatte con corteccia di ciliegio” (inf. Marta Cerioli). A Filattiera “tutti i giovani del paese si riunivano portando un po’ di legna, facevano una catasta e dopo aver ballato, mangiato e fatto scherzi vari, accendevano il fuoco e facevano balli per bruciare il Carnevale (inf. Pezzoni Giovanna). A Castevoli (Mulazzo) “alcuni ragazzi cercavano la parte più alta tra i paesi e vi preparavano una grande catasta di legna e prima che scendesse la notte accendevano il fuoco gridando: Bruscia, bruscia il Kersciaról (inf. Rodi Patrizia). “Le donne, nel frattempo avevano provveduto a preparare cibi tipici come ravioli, lasagne e torte di erbi e la sera, tutto il paese si radunava a mangiare e a ballare nel locale più grande dove troneggiava un pupazzo vestito da uomo che era la mascotte della festa. Tutti dovevano fare un giro di valzer con il pupazzo» (inf. Pagani Sabrina).

(32) Questa tradizione sopravvive ancora in alcuni paesi del Pontremolese, del Filattierese, del Mulazzese e dello Zerasco. Notizia che devo alla cortesia del dott. Riccardo Boggi.

(33) Limitandoci soltanto all’alta Val di Magra, tra i più noti, ricordiamo i falò di S. Antonio a Filattiera il 16 gennaio, di San Geminiano a Pontremoli il 31 gennaio, di S. Croce a Vignola (Pontremoli) il 2 maggio e di S. Niccolò a Villafranca il 5 dicembre. Mentre si è mantenuta viva la tradizione dei falò nel periodo invernale, sembra invece essere caduta in disuso l’usanza di accendere fuochi nel periodo estivo. Non si accendono più i fuochi di S. Giovanni (che coincidevano con l’inizio della mietitura e che avevano il… potere magico di tenere lontane le streghe) neppure nell’alta valle dell’Aulella dove, fino a qualche anno fa, la sera del 23 giugno sulle alture, affinché potessero essere visti anche da lontano, si bruciavano le “baldorie” e i “Karlisciar” mentre fuochi più piccoli, attorno ai quali la gente faceva veglia e i fanciulli si divertivano a saltare, venivano accesi sulle aie bruciando il “bucchio marino” dal profumo simile al l’incenso . Notizie che devo alla cortesia del signor Valentino Spadoni, Sui falò di S. Antonio a Filattiera e di S. Niccolò di Villafranca si veda l’esauriente studio di R. BOGGI, cit., pag. 54 e segg. Sui fuochi di Natale, sulle baldorie ei Karlisciar si vedano: A. C. AMBROSI, I Natalecci, in La Garfagnana, 1952, A. C. AMBROSI, Note di Folklore, cit., pag. 33; 1. Ferrando CABONA E. CRUSI, Stcria dell’insediamento in Lunigiana, Alta Valle Aulella, a cura della Cassa di Risparmio di Carrara, Sagep, Genova, 1979, pagg. 49 с 50.