Passata l’estate si cominciava a preparare gli attrezzi per la vendemmia, non troppo presto per evitare che i tini e le botti facessero la muffa e non troppo tardi per evitare perdite di mosto. I recipienti venivano ripetutamente bagnati per alcuni giorni, la maggior parte delle falle si sistemavano da sole con l’ingrossarsi del legno, quelle più larghe venivano stuccate con sterco di mucca.


Per trasportare l’uva dai campi alla cantina venivano utilizzati dei recipienti di legno (soi). La “bena” veniva adattata legando due legni a forma di croce, in cui venivano inseriti i recipienti. Potevano essere caricati anche su un asino o su un mulo.


Per raccogliere l’uva migliore per farne, in piccola quantità, il vino buono (al vin du soi) da imbottigliare e bere nei giorni di festa veniva utilizzato il cestone (la cavagna).
Sino agli anni ’50 e ’60 del 1900, prima dell’utilizzo dei trattori, la vendemmia durava per ciascuna famiglia diversi giorni, una o due settimane a seconda della quantità di uva da raccogliere. Ogni sera l’uva raccolta veniva versata nel tino grande e una o due persone, tolte le scarpe e le calze e rimboccati i pantaloni, salivano dentro e cominciavano a pigiare l’uva. L’uva selezionata invece veniva stesa ad appassire in attesa di completare la raccolta e veniva poi pigiata in una unica soluzione.




Dopo la metà del secolo scorso anche nelle campagne è arrivata la macchina a manovella per macinare l’uva, innovazione che ha contribuito, e non poco, ad accelerare i tempi della vendemmia.
Il tino era fornito di due fori, il primo a circa 10 cm dalla base ed il secondo sulla base stessa. Ultimata la fermentazione, nel primo foro veniva inserito un rubinetto di legno che aveva il compito di agevolare il trasferimento in una botte più piccola o direttamente nelle damigiane. Nel foro presente alla base del tino prima di iniziare la pigiatura si inseriva un bastone, tolto il quale si poteva recuperare il mosto rimanente.


L’uva scelta per fare il vino buono da imbottigliare, dopo essere stata fatta appassire per aumentarne lo zuccherino, veniva schiacciata nel mastello e fatta fermentare. Il mosto veniva quindi travasato nella damigiana utilizzando il foro presente alla base del recipiente per poi essere imbottigliato in primavera.

