
Sono grato sia all’autore, che – riconoscente nei confronti della sua amata maestra
recentemente scomparsa – consegna ora alle stampe questo bel libriccino a lei dedicato, sia alla Cooperativa “Torrano domani”, che ha lanciato la lodevole iniziativa e che – invitandomi a presentare brevemente l’opera e la sua straordinaria protagonista – mi consente di rievocare una figura femminile a me tanto cara.
Graziella Tassi (per tutti Lalla), che era coetanea e compagna di lavoro e di fede politica di mio padre ma anche e soprattutto amica fraterna di entrambi i miei genitori, mi tenne tra le braccia, quando ero letteralmente in fasce, nel rione pontremolese di San Pietro, a pochi passi dai resti dell’antica chiesa abbattuta dal bombardamento del 16 settembre 1944, e da allora mi ha sempre – con discrezione ma con immutato affetto – accompagnato, incoraggiato e sostenuto.
Personalmente la ricordo, appassionata insegnante sempre pronta a dare l’esempio lanciandosi a capofitto in esperienze didattiche innovative, come prestigiosa collega di mia moglie, che allora era una maestrina alle prime armi, nelle scuole elementari di Pontremoli capoluogo; Graziella era nota a tutti per la bravura professionale, per la squisita capacità d’interazione con alunni e famiglie e per la notevole attenzione riservata ai momenti formativi: con grande umiltà, e con mille domande ai relatori, frequentava tutti i corsi d’aggiornamento organizzati dalla dirigenza scolastica e in classe metteva subito in pratica quanto assimilato in quelle preziose occasioni. E fino all’ultimo non ci fu telefonata tra noi – breve o lunga che fosse – che non si concludesse con la sua consueta raccomandazione: “Angelo, sii gentile: salutami la tua cara Antonella, che ho sempre nel cuore!”.
Se mi affido al succedersi dei piacevoli ricordi che affollano la mia mente, rivedo Lalla –
appena collocata a riposo – venirmi spesso incontro alla stazione ferroviaria, al mio rientro da Borgotaro, per conversare amabilmente degli argomenti più svariati, non soltanto culturali ma anche politici e di attualità.
La rammento come impegnata componente del consiglio direttivo, anima vitale e centro propulsore dell’UniTre locale, ma anche come curiosissima “allieva” sempre presente, vivamente interessata alle conversazioni di letteratura (soprattutto realismo, naturalismo e verismo) e costantemente pronta ad intervenire con lucidissimi riferimenti ai più recenti saggi critici, alle lezioni universitarie del prof. Romano Luperini ed ai continui successi negli studi e nelle carriere giornalistica e docente dell’adorata nipotina Silvia, oggi apprezzata professoressa di Lettere e scrittrice affermata.
Ma non posso certo sottacere, per l’organicità e l’efficacia degli interventi, la sua
partecipazione attiva e dinamica ai lavori della sezione ANPI, intitolata – anche per sua espressa volontà – alla memoria della maestra partigiana Laura Seghettini: ancora mi commuovo rievocando il ruolo fondamentale da lei svolto nelle scuole di ogni ordine e grado per tanti anni anche dopo il pensionamento, senza risparmio di energie, come preziosa testimone – per conto dell’ISRA e dell’ANPI – della lotta di Liberazione in Lunigiana. Rivedo scolari e studenti in lacrime alla notizia della sua morte: erano gli stessi alunni che, incantati dalle sue grandi capacità di affabulatrice, pendevano dalle sue labbra quando raccontava dell’ardore libertario della sua famiglia, votata da sempre alla causa socialista, dei sogni dell’infanzia e dell’adolescenza inesorabilmente infranti dalla brutale realtà della guerra, della nostra bella e popolosa città così com’era, o come doveva apparire ad una vivace e speranzosa ragazzina dalle lunghe trecce nei primi anni Quaranta (con le voci, i suoni, i rumori, i colori, i profumi, i sapori di un tempo), del padre e del fratello partigiani ed autentici maestri di vita e dell’incarico di “staffetta” da lei assolto con disinvoltura ed entusiasmo –anche nelle situazioni di maggior pericolo – con la convinzione di dover agire pure lei, nel suo piccolo, per una causa giusta…
Non dimenticherò mai la perizia da attrice consumata con la quale Lalla sapeva catturare l’uditorio – nelle scuole come nelle fabbriche, nelle sedi istituzionali come nelle piazze, nei teatri come nelle sale di registrazione (quante interviste, soprattutto negli ultimi anni!) – descrivendo con incredibile maestrìa e con grande abilità mimica, con interventi sempre più incisivi e ricchi di particolari, gli immani disastri provocati dai quasi cento bombardamenti che si erano accaniti su Pontremoli (e che per fortuna furono mitigati grazie ai provvidenziali incontri rossanesi del buon vescovo Sismondo con il maggiore inglese Gordon Lett, con cui lei stessa avrebbe avuto l’onore e il piacere di ballare), o le gigantesche fiammate e i terrificanti boati provocati dalla distruzione dei ponti sul Verde e sulla Magra, minati in rapida successione dai tedeschi già pronti alla fuga, oppure lo scenario apocalittico che doveva presentarsi agli sbigottiti passanti sulla strada della Cisa a nord di Mignegno, all’alba del 27 aprile 1945, dopo una “notte da tregenda”, quando la colonna della divisione partigiana guidata da Birra, scendendo dal Brattello, si accingeva a ricongiungersi nel cuore della città – per la tanto auspicata Liberazione – con le forze alleate provenienti da Villafranca: chi la ascoltava vedeva con stupore, come se stesse assistendo alla proiezione di uno spettacolare film a colori, i pesanti disastri causati dalle violente incursioni aeree notturne nei confronti delle formazione tedesche in rotta, ormai senza scampo: piante secolari divelte, carri a pezzi, tende lacerate, cannoni rovesciati, cassette di bombe a mano ribaltate, vettovaglie, zaini ed altri oggetti ammassati alla rinfusa sulla carreggiata, soldati uccisi riversi sul selciato con il viso immerso nel fango insanguinato, cani lupo stecchiti e colossali cavalli bretoni che, sventrati da enormi ferite e freddati per pietà a colpi di mitra, protendevano al cielo il muso orrendamente digrignato, così simile a quello del cavallo morente immortalato con gli occhi sbarrati e con una lunga lingua appuntita nel gigantesco dipinto in bianco e nero realizzato da Picasso, a caldo, alla
notizia della strage di Guernica…
Lalla, sempre pronta alla battuta ironica ed avvezza al fine umorismo, accettava di buon
grado di essere presentata come la “mascotte” dei diversi sodalizi ai quali aveva gioiosamente aderito insieme con tanti altri “diversamente giovani” vispi ed arzilli al suo pari, e disponeva di una memoria a lungo termine invidiabile, davvero portentosa: era perfettamente in grado di elencare le numerose botteghe artigiane e i tanti piccoli esercizi commerciali ben distribuiti al piano terra degli imponenti palazzi signorili affacciati sul lungo, angusto e chiassoso budello che da porta Parma a porta Fiorentina si snodava semibuio attraversando le piazze spaziose e soleggiate e spaccava verticalmente in due un centro storico ancora molto vitale ma già prossimo ad un costante, irreversibile svuotamento.
Tanti di noi hanno sfruttato la sua straordinaria disponibilità alla collaborazione, approfittando dei vivi ricordi che la maestra Tassi dispensava con malcelata soddisfazione: proprio grazie a lei – devo ammetterlo – andò in porto il progetto, sviluppato insieme al liceo “Malaspina”, di ricostruire le vicende delle famiglie ebree pontremolesi destinate ai campi di sterminio: Lalla infatti, da me interpellata, ricordò di aver conosciuto molto bene Noè e Vito Foà, figli del geometra assunto dai Falck come tecnico responsabile della diga di Teglia, e mi fornì i suggerimenti utili per rintracciarli. Grazie a lei Vito poté ritornare in mezzo a noi insieme alla moglie Ruth, alla figlia e alle due nipoti e, quasi ottant’anni dopo essere fuggito da qui per evitare di essere avviato al campo di concentramento di Marina di Massa e per trovare riparo in Svizzera, poté raccontare agli studenti la sua drammatica esperienza, anche se sofferente perché già minato da un male incurabile, e riabbracciare piangendo Giorgio, il carissimo amico d’infanzia dal quale la vita sembrava averlo definitivamente diviso. Da quegli incontri nacque il libro “I sommersi e i salvati. Identità e sorte degli ebrei residenti a Pontremoli al tempo delle leggi razziali”, dato alle stampe nel 2021: la prima di una serie di pubblicazioni realizzate, con l’aiuto discreto di quell’«enciclopedia ambulante», dall’Istituto Storico della Resistenza Apuana in collaborazione con il Liceo pontremolese.
La silenziosa dipartita della nostra eccezionale «memoria storica» ha colto tutti di sorpresa perché, considerate l’energia e la vitalità da lei manifestate fino all’ultimo, nessuno avrebbe potuto presagire un così rapido declino. A pochi mesi di distanza Francesco Fantoni, che circa sessant’anni fa fu suo scolaro nella frazione pontremolese di Torrano e che a quel piccolo borgo montano ha voluto dedicare un libro avvincente, tale da fondere organicamente memorie personali e familiari ed altre fonti orali avvalorandole con una ricca documentazione, oggi ci ricorda affettuosamente la sua cara insegnante con questo agile e gustoso volumetto da leggersi tutto d’un fiato, che, impreziosito da immagini d’epoca, si prefigge lo scopo di fotografare Graziella Tassi a tutto tondo:
ne ripercorre passo passo le tappe salienti della vita, dalla nascita spezzina all’infanzia e all’adolescenza lunigianesi, dalla solida educazione familiare fondata sugli immortali princìpi di eguaglianza e solidarietà agli studi magistrali ultimati con profitto subito dopo la Liberazione presso un noto istituto gestito da suore, dall’impegno civile come staffetta, di sostegno alla lotta partigiana combattuta sull’appennino tosco-emiliano dal padre e dal fratello antifascisti, al ruolo di moglie e di madre tenera ed affettuosa ma mai appiccicosa o soffocante, dall’ardente desiderio di arricchire il proprio sapere alla professione di insegnante, abbracciata con vivo entusiasmo e con la radicata convinzione di dover offrire più stimoli e maggiori occasioni di apprendimento proprio ai ragazzi culturalmente deprivati, come doverosa risposta all’imperativo morale – “dar di più a chi ha meno” – che proprio in quegli anni animava un’insolita sperimentazione didattica sbocciata, grazie a un prete un po’ scomodo, in un’altra realtà povera e marginale di questa nostra regione: la scuola di Barbiana.
A una felice scelta antologica di documenti (un articolo di Graziella Tassi sul contributo
della divisione Buffalo alla Liberazione del nostro territorio, comparso sul Corriere Apuano due anni fa, e la fedele trascrizione di uno dei suoi appassionati interventi tenuti in occasione dell’anniversario del 25 aprile) fa seguito, nel libro di Fantoni, una pregevole appendice storica: attingendo al monumentale lavoro pubblicato in più volumi dal dirigente scolastico Angelo Ferdani sulla storia delle elementari nel circondario di Pontremoli, l’autore ci propone uno stringato ma efficace excursus sull’evoluzione della scuola in Italia dalla legge Casati alla Coppino alla Daneo- Credaro, dalla riforma Gentile alle conquiste del centrosinistra: l’introduzione della scuola media unica e la graduale estensione dell’obbligo scolastico; traccia poi le linee essenziali di una storia dell’istruzione elementare nella frazione di Torrano dal 1841 in poi.
Entrambi questi interessanti contributi appaiono importanti, indispensabili se si vuol permettere anche ai lettori meno informati di contestualizzare opportunamente, sotto i profili sia storico che geografico, l’esemplare esperienza di insegnamento di Lalla, che a Torrano, dopo una dozzina d’anni di supplenze ed incarichi in diverse frazioni montane dei Comuni di Pontremoli e di Zeri, per meglio operare in piena sintonia con la comunità locale cui era stata destinata volle restaurare insieme al marito Doriano un vecchio casone abbandonato soffermandovisi spesso per i lavori agricoli; avrebbe abbandonato Torrano e la sua gente soltanto dopo il trasferimento d’ufficio nel capoluogo, decretato a seguito di soppressione della sede scolastica periferica per insufficiente numero di alunni.
La sua doveva essere una scuola viva, “concreta”, “gioiosa”, praticata con vero entusiasmo
facendo ricorso a sussidi e metodologie all’avanguardia ed offrendo a tutti pari opportunità di accesso al sapere (di perfetta intesa con una direttrice didattica davvero speciale come Giovanna Filippi Bisciotti). L’insegnante – nelle intenzioni di Lalla e della sua illuminata dirigente – avrebbe dovuto dedicarsi soprattutto ai più svantaggiati, a quelli che per tanti motivi “rimanevano indietro”, intervenendo in modo individualizzato con azioni di rinforzo, puntando sulla sana crescita fisica e mentale all’aperto, favorendo una corretta alimentazione e stimolando l’osservazione della vita di piante ed animali, nei campi e nei prati, con particolare attenzione all’evolversi delle stagioni; avrebbe dovuto guidare a procedere oltre l’apprendimento nozionistico, mnemonico ed acritico, facendo uscire i bambini, per quanto possibile, dagli angusti confini del paese (utilissime, in questo senso, le “gite” nello stesso capoluogo comunale, ricche di straordinarie occasioni di apprendimento, l’applauditissima immersione nella magica realtà multietnica di una Pisa di oltre mezzo secolo fa, ma anche le rappresentazioni teatrali in loco o le riflessioni generate dall’originale proposta radiotelevisiva di alcuni spettacoli di Dario Fo). Ma soprattutto occorreva abituare gli allievi a mettersi in discussione e a crescere serenamente in comunità: il tutto con un atteggiamento aperto, empatico, costruttivo, stimolatore di dialogo e di autoconsapevolezza.
Le precise osservazioni di Francesco – allievo attento e devoto – sullo stile educativo e sulle modalità operative della maestra Graziella trovano conferma nei registri degli anni ’60 e ’70 delle “pluriclassi” di Torrano a lei affidate, documenti che l’amico e collega Angelo Ferdani – cui va il nostro sentito ringraziamento – ci ha gentilmente concesso di consultare nell’archivio di Casa Corvi mentre attendeva alla stesura degli ultimi libri della sua collana.
Con bella e scorrevole grafia l’insegnante Graziella Tassi De Negri – così si firmava abitualmente – redigeva diligentemente il piano trimestrale delle lezioni (suddiviso per cicli e per singole discipline e messo a punto dopo un iniziale periodo di analisi delle dinamiche di gruppo e del comportamento dei singoli alunni iscritti ai vari anni di corso) ed affiancava alla programmazione, nella colonna destra delle singole pagine, la cosiddetta “Cronaca”: annotazioni puntuali sulla scolaresca e sugli eventi più significativi, ma anche e soprattutto sulla frequenza più o meno assidua, sulle cause delle assenze prolungate, sul carattere e sul temperamento, nonché sulle capacità linguistico-espressive e mnemoniche, sul grado di attenzione e di creatività e sui tratti tipici della personalità dei singoli allievi, mai giudicati negativamente ma, soprattutto se introversi o trascurati nell’ambiente domestico o penalizzati dal fatto di comunicare esclusivamente in dialetto, studiati più a fondo per poter mettere a punto strategie (attenzioni particolari, giochetti, piccole gare, esercitazioni finalizzate…) atte ad ottenere un lento e faticoso ma graduale miglioramento dell’autostima e, conseguentemente, del profitto.
Il vero cruccio di Lalla era l’insuccesso scolastico, da lei spesso interpretato in maniera
autocritica come indice di fallimento educativo. “Penso – scriveva nel giugno 1974 – “che gli alunni siano ben preparati, anche se mi affligge il dubbio di non essere stata abbastanza chiara e di non aver fatto molto di più per loro: le recenti riunioni tenute con lo psicologo mi hanno fatto capire quanto dannosa sia la mia preparazione e quanto di meglio si possa fare nell’interesse della scuola.
Certo non mi sento intimamente soddisfatta del modo con cui ho svolto il mio piano di lavoro. Ciò mi sarà di stimolo per una nuova preparazione e mi auguro che nel prossimo anno scolastico il valido aiuto dello psicologo e della direttrice siano per me e per le colleghe un incentivo a meglio progredire e a migliorarci.”
Cercar di rivivere, e di riannodare, i tratti più significativi di un’esistenza costellata di gioie e di soddisfazioni (come quelle di chi, insegnando umilmente senza pretendere di indottrinare, ha saputo davvero “lasciare il segno” orientando positivamente alla vita sociale intere generazioni di alunni) ma anche di tanti atroci dolori (di quelli che incidono un solco profondo e lasciano un marchio indelebile), non è certo facile, neanche per chi sente di aver condiviso, almeno per qualche tratto di un lungo percorso, sentimenti e traguardi, aspirazioni e ideali.
Lalla, donna fragile e forte, che oggi ripensiamo educanda vivace, polemica e contestatrice insieme con Iole, compagna di studi al “Cabrini”, oppure immaginiamo volare sognante per le colline in sella alla bici, latrice di importanti messaggi in codice (e d’armi), o ancora vediamo maestra trentenne – snella, elegante, di sfolgorante bellezza come nella fototessera a lei tanto cara acclusa ad un certificato – interrogarsi su come aumentare gli sforzi per risvegliare i bambini più lenti ed apatici, o infine ricordiamo grintosa narrare in convegni affollati le bieche azioni squadriste dei primi anni ’20, con tanto di immagini e di documenti prelevati dal suo prezioso archivio familiare…; Lalla, che eravamo abituati a veder sfrecciare con la sua utilitaria per le vie di Verdeno e che assolutamente non si perdeva un incontro se non per gravi motivi, ha lasciato un grande, incolmabile vuoto… Ma tutti sappiamo che avrebbe gradito essere ricordata con il sorriso sulle labbra per il suo fare giocoso di perenne bambina, per l’affetto che aveva ampiamente dispensato e per la grande simpatia che aveva saputo sprigionare.
Dall’INTRODUZIONE alla pubblicazione del prof. Angelo Angella