L’ALTRA FACCIA

Quando l’Appennino racconta i suoi piccoli grandi segreti

L’estate 2012 ha visto giungere in libreria, stampato presso GD Grafiche digitali di Sarzana, L’altra faccia, l’ultimo lavoro di Gino Monacchia, tornato ai suoi lettori con diciassette brevi racconti (e non …, come annota il sottotitolo del volume), preceduti e seguiti da due liriche che vogliono dare il senso a tutta l’opera. Si tratta, ancora una volta, di una rivisitazione del vissuto dell’Autore (il personaggio che fa da filo conduttore, Gi, richiama con immediata evidenza il suo nome): un mondo fatto di piccole cose, di fatti anche apparentemente insignificanti, se rapportati alla grande storia, ma che sono pregnanti per chi li ha vissuti e tuttora li vive e su di essi ha costruito e continua a costruire quotidianamente la sua esperienza di uomo.

L’ impressione che si coglie subito dalla lettura de L’altra faccia (la stessa impressione che Ivana Fornesi propone nella sua bella Prefazione) è che Monacchia, continuando l’immagine de Il volo sbilenco (la sua prima raccolta di racconti, uscita nel 2008) è che oggi il volo che fa da sottotraccia alla narrazione sia un po’ più ordinato di allora: il riemergere delle cose dà loro maggiore sistematicità, le rende meno lontane dal comune sentire ed i personaggi, gente di paese che assurgono a notorietà per le vicende di cui sono interpreti, sono più vivi e contribuiscono, con la loro saggezza popolate, a consentire all ‘Autore di “interpretare un segreto“: quello di un mondo visto dall ‘ alto , che può essere guardato “con molto distacco” o che, visto “con occhi cambiati“, si rivela “diverso da quello che appare“. Ed allora diventano emblematici, per fare qualche esempio, gli animali da guiness, o I ‘ albero con cui fermarsi a dialogare , il pane donato allo sconosciuto in un atto di generosa solidarietà, il dramma della donna sarvadga, o I ‘ acqua, bene da difendere sempre e comunque, proposta come simbolo di quei valori che non possono né debbono essere sottratti alla comunità, né essere affidati alla sicumera di politicanti pronti ad arrivare a cose risolte per prendersi il merito di ciò che non hanno voluto o saputo fare.

In fondo, quando il volo ancora un po’ sbilenco si conclude e l’aereo un po’ squinternato atterra con i suoi passeggeri ancora frastornati ed alla ricerca della loro identità, Gi si ritrova sul Monte Giogallo , proprio sopra casa, e può dire, come lo zio Aldo rientrato da Roma: “Grande, veramente bella però…”

(g.a.), Il Corriere Apuano