LE BRIGATE BERETTA A PONTREMOLI

La lapide commemorativa delle Brigate Beretta collocata nella piazzetta della Pace a Pontremoli

Ma ormai l’ora precipitava e la fortezza europea di Hitler cominciava a sgretolarsi. A gennaio, il generale americano Mark Clark succede al maresciallo Alexander nel comando in Italia. La situazione registra un notevole miglioramento per le formazioni partigiane; ora i rifornimenti alle formazioni sI susseguono senza limiti e con continuità; vengono paracadutati viveri, vestiamo in abbondanza, oltre naturalmente a grande quantità di armi automatiche e munizioni. Missioni alleate vengono paracadutate, con radio-trasmittenti per tenere i collegamenti con le armate alleate attestate contro la linea gotica.

I tedeschi, dopo il fallimento dell’ultimo rastrellamento invernale, si rendono conto del grande contributo dato agli alleati dalla resistenza. Il maresciallo Albert Kesserling ha promesso ad Hitler di resistere sulla linea «Gotica» sino alla primavera del 1946. E una promessa azzardata ma non assurda; i suoi uomini verso sud dominano i pochi valichi delle Alpi Apuane e degli Appennini da posizioni inaccessibili. Gli Alleati, invece, non possono impiegare in massa i loro mezzi corazzati, a causa della natura montuosa del terreno. Senza i partigiani alle spalle, Kesserling avrebbe indubbiamente maggiori possibilità di resistere. Il colonnello Eugenio Dollmann che era allora uno stretto collaboratore di Kesserling dirà: “la prima volta che il valore dei partigiani diventa un grave peso per noi avviene dopo l’abbandono di Roma. Allora Kesserling per la prima volta si accorse dell’importante peso della guerra partigiana. A questo scopo dovette distogliere dai vari distaccamenti sul fronte gotico le migliori truppe specializzate nell’antiguerriglia, con lanciafiamme, artiglieria speciale e carri armati. Inoltre per i nostri soldati andando e tornando sulla linea “Gotica” c’era il continuo pericolo notturno dei partigiani, che metteva i nervi a dura prova…».

Tali osservazioni sono confermate da un fonogramma, sequestrato ad un prigioniero tedesco dai partigiani, che tradotto in italiano suona così: «Luogo 23/2/45 Alla 148 div. Fant. – Il Maresciallo Kesserling osserva fra l’altro in una comunicazione telefonica che, in ordine agli attuali decisivi combattimenti sul fronte italiano, egli esige uno sforzo supremo. Noi qui non difendiamo il suolo italiano ma difendiamo la Germania. Nessun palmo di terreno deve essere abbandonato al nemico senza combattere. Comandanti e truppe devono essere convinti di ciò. F.to Generale Fourstein».

In tale situazione si comprende come durissima sia stata la battaglia delle formazioni partigiane, contro i tedeschi ed in particolare la pesante responsabilità delle brigate Beretta, destinate dall’Alto Comando Partigiano Nord-ltalia, ad occupare i valichi e le vie di comunicazione a sud dell’Appennino fino all’attacco finale alla città di Pontremoli.

Non va dimenticato quanto già detto e cioè che la città costituiva, per la sua posizione strategica a ridosso della linea gotica un caposaldo tedesco di primissima importanza, dovendo tenere sgombra a nord la statale della Cisa e la ferrovia Parma-Spezia, indispensabili fonti di rifornimento delle truppe al fronte.

A Pontremoli inoltre sin dal settembre 1944 erano state trasferite la Prefettura e la Questura della Repubblica di Salò, già sistemate nella città di Massa, oltre a tutti gli altri Uffici Governativi minori: Prefetto della Provincia sarà nominato l’avv. Ernesto Buttini di Pontremoli.

Va segnalato anche che, data l’importanza della zona, nel gennaio 1945, viene effettuata una visita a Pontremoli del Duce.

Mussolini giunge nella città, scortato da ingenti forze tedesche e repubblichine, sulla fine del gennaio, sotto la protezione del furioso rastrellamento in atto sulle montagne. Ufficialmente Mussolini viene a ispezionare le divisioni: Monte Rosa ed Italia, reduci dall’addestramento in Germania. In realtà viene a rincuorare ed infondere quello spirito combattivo, che i gerarchi non riescono a mantenere, tanto che le due divisioni sono in sfacelo morale e moltissimi militari sono già fuggiti con i partigiani. (V. George Zachariae – in Mussolini si confessa – editore Garzanti 1966).

Ai primi di marzo 1945 le brigate Beretta ricevono il comando di spostarsi a sud, oltre l’Appennino, con tutto l’organico delle formazioni (che già operavano costantemente sui valichi e lungo la Ferrovia Parma-Spezia), con il compito di prepararsi allo scontro finale.

Dalla fine del marzo 1945 alla liberazione, le brigate Beretta dislocate a ridosso del fronte (ormai via via più vicino) al di là dell’Appennino, combatteranno una battaglia, che, salvo sporadiche pause, impegnerà tutti gli effettivi, in  una serie continua di scontri violenti con le forze tedesche in ritirata, ma ancora agguerrite e temibili per uomini e mezzi.

Tale battaglia ancor poco conosciuta dagli studiosi di storia, è uno dei capitoli più significativi dell’alto grado d’efficienza raggiunto dalle forze partigiane nel corso della guerra e denota, per riconoscimento degli alleati e dello stesso Comando Tedesco, quale prezioso contributo abbia dato alla liberazione finale dell’Alta Lunigiana, la Divisione «Cisa».

Riteniamo opportuno a questo punto riassumere la relazione storica, depositata a fine guerra dal Comando della Div. «Cisa» relativa alle operazioni belliche svoltesi nei mesi cruciali del marzo-aprile 1945.

Marzo 1945

L’afflusso dei Patrioti alle formazioni Beretta aumenta continuamente. Il Comando decide (15 marzo) per non appesantire troppo le due vecchie brigate (I e II) di formare la III brigata, dandole per Comandante «Birra» (Giuseppe Molinari staccatosi con alcuni distaccamenti dalla II Julia di stanza a Berceto), composti in maggioranza di pontremolesi, che vogliono concorrere a liberare la propria città. Essa verrà dislocata sullo schieramento orientale delle formazioni: tratto Grondola, Succisa, Montelungo.

Le tre brigate ricevono il riconoscimento ufficiale dal Comando Nord-Emilia di «Divisione-Cisa-Brigate Beretta», il 24 Marzo ’45.

Comandante viene nominato Guglielmo Beretta (Guglielmo Cacchioli). Vicecomandante sarà nominato Gino Beretta (Gino Cacchioli) che detiene il Comando della I brigata; Comandante della II: Falco (Carlo Ghezzi); della III brigata è nominato comandante Birra (Giuseppe Molinari).

Nell’ultima decade di marzo viene lanciata nella zona del Comando, in Albareto di Borgotaro, una speciale missione americana al comando del capitano «Benes», col compito di assicurare alla divisione il massimo dei rifornimenti di armi, munizioni e vettovaglie per l’imminente operazione finale.

L’opera di rifornimento si completa rapidamente con numerosi lanci aerei, che equipaggiano di tutto punto, circa 1.200 uomini, i quali armati e ben addestrati durante i duri mesi della guerriglia, e soprattutto animati da uno spirito combattivo senza pari, desiderano misurarsi col nemico in uno scontro finale, che ponga termine alla lunga oppressione e ridoni al paese la libertà.

Durante tutto il mese di marzo, è un crescendo di attacchi al nemico lungo le vie di comunicazioni ferroviarie e stradali.

Aprile 1945

Al profilarsi dell’offensiva alleata contro la linea «Gotica» ed in esecuzione alle direttive del Comando Unico Operativo delle Forze Partigiane del Nord-Emilia, sin dai primi giorni del mese l’intera divisione si trasferiva sul versante sud dell’Appennino a ridosso della città di Pontremoli. Le formazioni Beretta perfettamente equipaggiate ed armate, con il morale altissimo, attendono con impazienza di affrontare il nemico, per la resa dei conti.

Il trasferimento delle salmerie avviene, con muli e traini di buoi, attraverso il valico del Borgallo.

Il Comando Divisione prende sede a Cervara:

la I Brigata dispiega i suoi effettivi, contro i capisaldi tedeschi, a nord della città di Pontremoli ed esattamente: da Codolo, Bassone, Vignola, Ponte Grande (a ridosso dei presidi avanzanti tedeschi di Casa Corvi, Dozzano, Codolo

 la II Brigata da Guinadi, S. Lorenzo, Navola, Crondola, sino a ridosso dell’avamposto tedesco di Traverde;

 la III Brigata da Grondola-Traverde, Pangona, Succisa, sino a ridosso degli avamposti tedeschi di Montelungo e del Passo Cisa.

Sarebbe interessante trascrivere per intero il diario di guerra della divisione «Cisa» dei mesi marzo-aprile 1945, ove si nota un crescendo di azioni belliche di alto valore militare: dalla distruzione del ponte di Mignegno in una strettoia della statale 62, all’attacco e conquista di tutti i caselli ferroviari tra le stazioni di Pontremoli-Guinadi, presidiate da rilevanti forze tedesche. Così come la brillante operazione della presa dell’importante centrale elettrica della Falck a Teglia, presidiata poi e difesa da un battaglione della prima brigata Beretta, su preciso ordine degli Alleati, nonostante le reiterate puntate tedesche per poterla distruggere.

Non meno importante la strenua difesa del Ponte Grande, ardita opera d’ingegneria ferroviaria sulla linea Parma-La Spezia, contro un attacco in forze delle truppe tedesche in ritirata, che, dopo violenti combattenti protrattisi fino a sera, hanno la meglio sui partigiani, data la superiorità numerica e d’armamento, e riescono a distruggere due arcate del ponte.

I tedeschi, peraltro, non riescono a raggiungere la Galleria del Borgallo, ove avevano depositato materiale rotabile ed esplosivo (circa 1000 q. – 26 carri di materiale, 3 locomotive, ecc.), galleria già conquistata dai partigiani l’8/4/45 con l’attacco ai caselli ferroviari, e strenuamente difesa con tutto il materiale ivi contenuto, sino alla liberazione.

In questo periodo finale, le brigate Beretta respingono anche pesanti contrattacchi tedeschi (10-19 aprile 1945) nella zona di Grondola-Traverde-Succisa, operati dalla Wermacht per alleggerire la pressione partigiana a ridosso della città e della statale 62.

Anzi la divisione «Cisa», opera un riuscito attacco alla periferia di Pontremoli, prelevando nella zona di Casa Corvi (estrema punta «nord» dello schieramento tedesco) munito di trincee e postazioni di mortai, cannoni e campi minati (evidentemente a difesa contro i partigiani), numerosi prigionieri e ricco bottino bellico, a prezzo di morti e feriti tedeschi (7 morti e 8 prigionieri e di un morto ed un ferito partigiano.

Brillante anche l’operazione della I brigata Beretta che il 15 aprile, senza essere stata preavvisata dell’operazione, interviene spontaneamente a salvare dall’accerchiamento, ormai quasi completato, le formazioni liguri della brigata Matteotti-Picelli e del Battaglione Internazionale di Gordon Lett, che avevano divisato un’azione bellica per l’occupazione di Pontremoli, senza un’adeguata preparazione e coordinamento. I tedeschi che salendo dalla valle del Betinia, avevano quasi raggiunto Dozzano, aggirando i partigiani, vennero fatti segno dai distaccamenti della Beretta ad un intenso fuoco di armi leggere e mortai; per cui temendo a loro volta un’imboscata, dovettero ritirarsi perdendo uomini e materiale.

L’episodio è ampiamente descritto e documentato da G. Ricci nella: «Storia della Brigata Matteotti-Picelli» edito dall’istituto storico della Resistenza – La Spezia 1978 – sotto il titolo: «Il tragico attacco a Pontremoli» (pag. 214).

Alla vigilia della liberazione la città di Pontremoli è chiusa m una morsa di ferro: a nord-ovest, nord, nordest le tre brigate partigiane; a sud si avvicinano nel contempo le truppe alleate.

Dai primi di Aprile la battaglia si svolge ininterrotta: di giorno i bombardamenti costanti dell’aviazione alleata, di notte gli assalti continui e pesanti delle formazioni partigiane, le quali, come vedremo, passano ben presto all’offensiva diurna, distruggendo ed eliminando in un sol giorno tutti i presidi lungo la linea ferroviaria Pontremoli-Guinadi, che serviva da cordone ombelicale con l’enorme riserva di materiale bellico, stipato dai tedeschi nella lunga Galleria del Borgallo (8 km.).

Anche sulla statale della «Cisa» i partigiani sferrano un colpo mortale al nemico facendo saltare l’importantissimo ponte stradale di «Mignegno», situato in una strettoia invalicabile della statale 62, ed indispensabile per il passaggio delle salmerie pesanti e dei carri armati.

Il nemico peraltro non si perde d’animo e rinchiuso nella città di Pontremoli, ne fa una fortificazione pressoché inespugnabile. Postazioni di mine, di cannoni, di mortai, sono disposti quasi esclusivamente a nord della città, in direzione delle linee partigiane, mentre scarse sono le opere di difesa situate a sud della città, verso il fronte alleato, in lento avvicinamento, e stagnante nei piani di Scorcetoli, Filattiera.

Le batterie tedesche, con ingente quantitativo di munizioni (che furono abbandonate poi nella fuga in loco) coprono una linea a nord della città, che va dal caposaldo del monte Codolo e Dozzano ad ovest; alle fortificazioni, in trincee costruite appositamente verso nord di Casa Corvi, con piazzole di mortai ovunque; alle batterie di cannoni site nel piano di Verdeno (nel pressi del cimitero); alle postazioni sopra i Chiosi nel pressi del cimitero di Traverde; alle batterie site sulla Costa, sopra l’Ospedale, nei pressi di Monte Galletto, sotto Argengio,ecc.

Negli ultimi giorni tali batterie colpiranno Ininterrottamente le posizioni dei partigiani, distruggendo i campanili (ritenuti osservatori) delle chiese di Vignola, Traverde, Succisa, nonché diverse case della zona e seminando incendi e rovine nei dintorni della città.

Nei giorni dell’aprile ’45, la divisione «Cisa» ha segnato pagine di gloria, sostenendo ininterrottamente per circa 27 giorni, i continui attacchi tedeschi, passando all’offensiva in ogni settore del fronte, snidando il nemico da agguerrite posizioni, prendendo numerosi prigionieri, in numero di oltre 400 consegnati a fine guerra agli Alleati.

Testimonianze autorevoli si hanno nella «Storia della Resistenza italiana di R. Battaglia, e nel libro «Bufalo» di E. Graham (il sergente più decorato d’America) – edizione Longanesi – pag. 367 segg. e nel già citato memoriale del Vescovo di Pontremoli – Mons. C. Sismondo alla S. Sede: «Venti mesi di dominazione tedesca» – edi. tip. Artigianelli – Pontremoli.

Il Battaglia richiama, tra l’altro, il salvataggio ad opera di una agguerrita compagnia (composta di zeraschi e soldati russi della I brigata «Beretta», dell’importante centrale elettrica Falck di Teglia (che dà energia a tutta la linea ferroviaria Parma-Spezia), centrale occupata dai partigiani con un colpo di mano, verso la metà d’aprile e tenuta per oltre dieci giorni, nonostante i violenti contrattacchi tedeschi, che volevano distruggerla. Pure richiamata dal Battaglia è l’eliminazione dei presidi della Wermacht lungo la linea ferroviaria da Pontremoli a Guinadi, con la conseguente occupazione della galleria del Borgallo con enorme quantitativo di materiale bellico (oltre 1.000 quintali di esplosivo – destinati nell’intenzione del nemico al sabotaggio della Spezia; 26 carri di materiale vario; 3 locomotive, 3 locomotori elettrici).

L’azione di guerra, fu preceduta dalla eliminazione dei munitissimi presidi tedeschi dei caselli: 66, 69, 70 73 e stazione Guinadi.

La violenza della battaglia, protrattisi dall’alba a tutto il giorno 8/4/45, è dimostrata dal numero dei morti tedeschi (circa 27) e dei prigionieri (circa 40), con due morti partigiani e 15 feriti, di cui tre gravi.

Non va dimenticato che l’operazione venne condotta a ridosso della città di Pontremoli, senza che la guarnigione tedesca quivi asserragliata avesse la forza od il coraggio di intervenire lungo l’intera giornata. Dimostrazione evidente che ormai i soldati della Wermacht temevano lo scontro, alla pari, con i partigiani – da essi tra l’altro ritenuti (come si seppe dai numerosi prigionieri attorno alla città, in numero di circa ventimila -, mentre la forza effettiva delle tre brigate era di circa milleduecento uomini.

Lo scrittore americano E. Graham, che in qualità di sergente della divisione «Bufalo» partecipò, in prima linea, all’avanzata dalla linea «Gotica» a Pontremoli, così ebbe a descrivere quei giorni di guerra: Bufalo – Edit. Longanesi, pag. 367 segg. «Importanti forze tedesche si sono concentrate a Pontremoli per bloccare l’accesso alleato a Parma e Fidenza. Queste forze hanno l’appoggio dell’artiglieria pesante e dei carri armati, e non v’è dubbio che si preparano a difendersi (ben 20.000 tedeschi si arrenderanno a Fornovo agli alleati). A Pontremoli la resistenza tedesca si fa più serrata, anche se i tedeschi non partono al contrattacco… Ci troviamo (in pattuglia) sulla Costa di Monte Galletto, sulla riva opposta vi sono cannoni tedeschi da 88 mm. , l’attività del nemico è intensa… noi siamo senza l’appoggio della nostra artiglieria… Bisogna evitare che le grosse forze nemiche concentrate ora a Pontremoli, ripieghino su Genova (ecco la valida dislocazione strategica dei partigiani) … «Veniamo a sapere che i partigiani della Divisione «Beretta» sono scesi a Grondola e ne hanno fatto la base delle loro operazioni. Il contributo dei partigiani è stato importantissimo, soprattutto perché il nemico in ritirata non ha potuto minare o far saltare la centrale elettrica (della Falck). I tedeschi avevano già deciso ecc.

I partigiani sono coraggiosi anzi intrepidi (continua E. Graham) … In certi casi le unità germaniche non chiedono di meglio che arrendersi alle truppe alleate, ma si difendono disperatamente dai partigiani, forse perché ricordano le loro crudeltà verso la popolazione…».

Per la verità storica, va rilevato che le forze naziste hanno sempre mantenuto contro la divisione «Cisa» brigate Beretta, la quasi totalità dello sforzo bellico degli ultimi giorni, impegnando contro di esse le migliori truppe, che sottraeva dal fronte sud: div. di Alpenjaeger, Afrika Korps, Mongoli ecc… , come rivelato dai numerosi prigionieri, impiegando le sue riserve notevoli di artiglieria, mortai, nello sforzo supremo di tenere aperta l’unica via di ritirata verso l’Appennino.

Invero l’odio ed il terrore dei tedeschi per i partigiani, impone ancora per tutto il mese di aprile alla nostra divisione un grande sforzo di attacco e di contenimento del nemico con enorme dispendio di mezzi e sanguinosi sacrifici di uomini.

Inoltre ai partigiani della divisione «Cisa», va anche il merito riconosciuto dallo stesso Vescovo: Mons. Sismondo, di avere impedito e dissuasi i Comandi Alleali dal già preannunciato bombardamento «a tappeto» della città di Pontremoli, sobbarcandosi essi stessi un più grave tributo di sacrifici e di sangue, onde venisse evitata alla popolazione tale tremenda calamità.

Tali meriti, vennero unanimemente riconosciuti alla div. «Cisa»; tant’è che Mons. Sismondo ebbe a rilasciare al Comando Divisione un riconoscimento scritto, che denota l’alta umanità ed il lineare contegno bellico dei nostri combattenti (v. archivio A.P.C.).

La città di Pontremoli, a sua volta, a fine guerra, in una significativa cerimonia, concederà ai Comandanti Guglielmo e Gino Beretta, la cittadinanza onoraria, in riconoscenza dei meriti acquisiti verso tutta la popolazione.

Gli alleati, infine, decoreranno i due comandanti dell’alta onorificenza militare della: «Silver Star»; ed il Governo italiano li decorerà con la «Medaglia d’Argento» al valore.

Intanto il 25/4/45, inizia la battaglia finale per la presa di Pontremoli. I tedeschi sviluppano la loro offensiva contro la nostra Divisione, con inaudita violenza. Le nostre tre brigate sottoposte ad un uragano di fuoco d’artiglieria e di mortai e ad attacchi rapidi ed improvvisi di pattuglie mongole, contengono l’urto per tutta la giornata. Il combattimento è aspro da ambo le parti. Il nemico batte incessantemente le nostre posizioni con tutte le batterie e con tutte le armi, da Codolo, a Dozzano, a Vignola, Traverde, Succisa. Vengono infatti distrutti i campanili di Vignola, Traverde; Succisa, numerose case, ecatombe di piante di castagno; il terreno a nord della città, occupato dai partigiani è arato palmo a palmo dalle artiglierie e dai mortai nemici, che non badano alle munizioni (di cui lasceranno cataste Incredibili, prima di ritirarsi).

È a questo punto, che il Comando divisione «Cisa», di fronte al silenzio delle batterie alleate (v. libro: Bufalo), che risultano accampate a sud della città tra Scorcetoli e Filattiera, invia nottetempo, attraverso le linee tedesche, un’ardita pattuglia (Punteria, Mazzini, Vinci) per chiedere l’aiuto dell’artiglieria (l’aviazione alleata, agiva per suo conto, lungo la strada statale 62, contro le colonne tedesche in ritirata).

Frattanto, il Comando partigiano, deciso a passare all’assalto finale della città, secondo il piano prestabilito, lo stesso 25/4/45, invia un’intimazione di resa al nemico, a mezzo del Vescovo Mons. Sismondo, promettendo a tutti i militari tedeschi, salva la vita.

Ma il Comandante della Wermacht Bernard Kreussig, ancora sicuro delle sue forze militari, risponderà col seguente messaggio: «Discendano pure i partigiani, noi non ci arrenderemo, ma ci batteremo all’ultimo sangue e tutto incendieremo».

(V. Mons. Sismondo: «Venti mesi di dominazione tedesca», già citato). E così la battaglia riprenderà più furiosa di prima, fino all’alba del 27/4/45 – giorno della liberazione di Pontremoli – ed i partigiani per primi, entreranno in città, non senza aver pagato un ultimo tributo di sangue all’invasore: la fucilazione nella piazza del Municipio di cinque partigiani prigionieri.

I tedeschi dal canto loro, al momento della ritirata, lasceranno in Pontremoli e lungo la statale della Cisa, centinaia di morti, di animali uccisi, ingenti quantitativi di materiale bellico e ciò a causa dell’incessante mitragliamento aereo e dei massicci attacchi dei partigiani, schierati con tutti i reparti a nord della città.

Lo spaventoso eccidio di animali (circa un migliaio i brasiliani a Fornovo ne catturarono circa 4.000) recherà serie preoccupazioni alle autorità mediche alleate dopo la Liberazione.

Anche l’opera di sminamento di ponti, strade e gallerie richiederà, a guerra finita, lunghi mesi di delicato lavoro.

In una di queste rischiose missioni di bonifica, perderà la vita un valoroso partigiano pontremolese, già distintosi anche nella battaglia del «Lago Santo», il maestro Luciano Gianello.

Ricorda Fernando Cipriani: «Guerra partigiana, Operazioni nelle provincie di Piacenza, Parma e Reggio Emilia», a cura dell’A.N.P.I. Prov. Parma) ed anche L. Merusi, in Gazzetta di Parma, 25/4/85: «Rottosi il fronte della Garfagnana sotto la spinta poderosa degli Alleati, truppe tedesche: la 148 Divisione di fanteria, reparti mongoli, la 90 Divisione motorizzata, truppe di Alpenjaeger dell’Afrika Korps, reparti della R.S.I. (Div. Italia e resti della div. Monterosa) cercarono scampo in direzione del Po via Passo della Cisa-Fornovo».

La marcia di queste poderose forze in ritirata, valutate nella stima del tempo (a seguito della resa a Fornovo) attorno alle 20.000 unità, ebbe inizio a Pontremoli fin dal 22 aprile, ma solo alle prime luci dell’alba del 25 le prime avanguardie apparvero sulle curve più alte del Prinzera, in vista di Fornovo.

Il loro armamento (lo si è poi constatato nelle operazioni di recupero) era il medesimo impiegato sul fronte della linea «Gotica», quindi notevole e di grande efficienza: n. 80 cannoni dl vario calibro fra semoventi e trainati, mitraglie pesanti e leggere, bazooka e carri armati, oltre alle armi personali.

Al trasporto del materiale e delle truppe erano adibiti centinaia di autocarri e dl carriaggi, questi ultimi tramati da circa 5.000 cavalli.

La violenza ed il fragore degli ultimi combattimenti, contro i partigiani (ripetesi non un solo colpo di cannone fu sparato dai tedeschi contro gli Alleati) sono descritti nell’opera citata di Mons. Sismondo: «Nella notte dal 26 al 27 aprile ’45, gli ultimi duemila tedeschi abbandonarono la città di Pontremoli, rilasciandoci il desiderato documento (cioè lasciarono al Vescovo i viveri per i poveri .

«Fu quella, fra le mille, una notte veramente infernale, per i bombardamenti paurosi, specialmente verso Mignegno a nord della città), per lo scoppio di mine ai ponti, per il tuono dei cannoni, per lo scuotimento delle case di abitazione, le quali parevano sfasciarsi da un istante all’altro…»

Si combatte, in sostanza, una vera e propria battaglia campale, attorno alla città, per ben 27 giorni, fino all’alba del 27 aprile ’45.

Giustamente il diario della Divisione «Cisa», termina così: «All’alba del 27/4/45, tutti gli uomini della Divisione Cisa-Brigate «Beretta», con entusiasmo e decisione attaccano, scompigliano ed inseguono il nemico in fuga. Al grido di «Viva l’Italia» ed al canto degli inni patriottici entrano in Pontremoli e s’incontrano poi con gli alleati che avanzano sulla città, dopo aver ricevuto l’invito dal Comando della Divisione «Cisa».

Rilevantissimo è stato il numero dei morti nemici e dei prigionieri catturati. Ingente il bottino. Delirante l’entusiasmo della popolazione acclamante».

F.to Il Comandante la Divisione: G. Beretta.

Nella frazione al valico della «Cisa», a mt. 1.040 s.m., esistono una chiesetta ed un cippo a ricordo di Achille Pellizzari «POE», già Commissario del Comando Unico «Ovest-Cisa» e di altri partigiani caduti.

Quella chiesetta e quel cippo sono un simbolo per tutti noi: simbolo di certezza nei supremi valori della vita, e di speranza assieme al proposito d’impedire il ritorno di ogni tirannide, nel nome dei martiri che sacrificarono la vita per gli ideali supremi di giustizia, democrazia e libertà.

La Resistenza, come scolpita dalle storiche parole di Piero Calamandrei, vive ed è qui; è fatta di vivi e di morti, di vecchi e di giovani, di nati e nascituri; è fatta di noi, dei nostri figli e dei nostri nipoti.

E una certezza che non passa; è una coscienza che non si spegne.

L’incubo non tornerà… Ogni tanto passano sul mondo – sul mondo che è in cammino verso la pace fraterna dei popoli liberi – momenti di crisi, di scoramento, di caligine… non importa. La Resistenza vincerà!

Tratto da La Resistenza a Pontremoli – Le Brigate Beretta nelle retrovie della Linea Gotica, di Aristide Angelini, Luigi Battei – Parma, 1985