La popolazione
Dagli estimi, vero e proprio catasto in cui vengono registrati i beni immobili, possiamo ricavare dati utili per una ricostruzione precisa del paesaggio agrario. In particolare, si evince che nella zona di Dozzano si concentra la coltivazione della vite e dell’olivo (“terra oleata e vineata…..”) grazie alla sua esposizione a solatio e al clima che permetteva all’uva di raggiungere il giusto grado di maturazione; piuttosto frequente appare anche la coltivazione del castagno.
Dozzano e Codolo sono inseriti negli estimi del Verde. L’estimo della valle del Verde riporta i dati e i fuochi delle ville: Bratum (23 f.), Bragia (16 f.), Navolla (24 f.), Santum Laurentius (11 f.), Montes et Baxilicha (29 f.), Anguinale (28 f.), Grondula (55 f.), Cervaria ( 52 f.), Morana Vignole (78 f.), Bassonum ( 50 f.), Quodulum ( 32 f.), Scoranum (12 f.), Dozanum (24 f.), Cavezana Gordane et Navalunga (9 f.), Campulum (13 f.). Ogni fuoco o famiglia era composto da circa cinque elementi: ciò farebbe ipotizzare, per l’anno 1508, una popolazione di circa centocinquanta persone a Codolo, di cinquanta abitanti a Scorano e di un centinaio di abitanti a Dozzano.
Dai registri degli estimi del Quartiere del Verde, nei quali Dozzano e Codolo sono iscritti, provengono informazioni utili circa le famiglie proprietarie di beni immobili. Nel registro del 1508 , che conta 312 carte, a Quodolum sono presenti: Pillati, Novelli, Zuchelli, Antogni, Rubei, Signorini, Simonis, Canotti, Angusti, Castellini, Bernardi, Bastardi (sopr.). A Scorano e Dozzano abbiamo: Angilini, Rubei, Iacobini, Novelli, Castellini, Filippi, Lazari, Zanini.
Nel 1588 a Codolo si registrano: Angelici, Nadotti, Bertolini, Farini, Bistuchi, castillini, Novelli, Paratacchi, Necchi, Zucchilli, Poli, Santini, Bernardi, Francisconi, Gussoni, Argenti, Andreoni. A Dozzano: Rubeis di Scorano, Galli, Novelli, Castilli di Scorano, Ferrari di Scorano, Favali, Catilli de Dozano, Tamagni di Dozano, Andreoni di Dozano, Antonini Michaellis di Invico, Rubeis di Invico, Presbiteri di Invico.
Nel 1683 a Codolo: Pillati, Paciughi, Taglia cantoni (sopr.), Nadotti, de Regibus, Bisota, Paratacchi, Farini, Biscotta, Columbani, Sardella, il Cernadore (sopr.), Zucchelli, Necchi, Puli, Argenta, Bernardelli, Meschi, Cecchini, Gussona, de Argentis, Gussona, Galli, Giobra (sopr.).
A Dozzano: Catella, Tamagna, Gussona, de Prettis (Invico), Antonini (Invico), Sardella (Invico), Pini Castellini (Scoranum), Cechini, Realis (Navalunga), Ghirardi (Scoranum), Magnani (Scoranum), Ferrari (Scoranum), Borrini (Scoranum), Farranitii (Scoranum), Bandera (Scoranum), Novelli (Scoranum), Cecchini (Scoranum), La Coniglia (sopr.).
Alcuni possessori delle terre sono noti soltanto con il loro soprannome e saranno citati, come il caso della famiglia del Cernadore o di Bandera, anche negli atti giudiziari che li hanno visti protagonisti nel XVII secolo.
Un’altra importante fonte di notizie riguardanti la popolazione è data dai censimenti che, a partire dagli inizi del XIX, secolo, vengono indetti dall’autorità governativa.
Dall’analisi dei censimenti relativi alla comunità di Dozzano emerge l’esistenza di una società contadina a carattere familiare in cui la popolazione è dedita prevalentemente all’agricoltura di tipo mezzadrile.
Il censimento napoleonico del 1810 registra, oltre al numero di abitanti, anche le professioni dei singoli individui e la loro capacità di leggere e scrivere: nel 1810 sono presenti ben 19 famiglie di mezzadri, otto di possidenti e dieci servi provenienti da località vicine. Vi è inoltre una giovane, in precedenza monaca, che, tornata in famiglia, si dedica anch’essa all’agricoltura.
Nel censimento del 1849 sono quattordici i capifamiglia definiti mezzaioli, tre gli agricoltori in proprio, un possidente, un giornaliero, un pigionale, un mezzaiolo e muratore, un mezzaiolo e sarto, un mezzaiolo e falegname, sei tra serve e garzoni. La presenza di artigiani-mezzadri è riferibile probabilmente a coloro che, nei mesi invernali, di dedicavano ad attività di tipo artigianale per incrementare le misere entrate della mezzadria.
Nel censimento del 1871, a fronte di 16 capifamiglia definiti mezzadri, abbiamo quattro agricoltori proprietari, un agricoltore bracciante, tre possidenti, un mezzadro e possidente, un mezzadro e proprietario, un bracciante, un bracciante fittavolo, un colono, due pastore, otto domestiche, una serva pastora, una serva agricoltrice, due garzoni, un domestico pastore, un domestico garzone.
E’ da rilevare come frequentemente il mestiere di “servo” sia affidato a persone inferme di mente (di un domestico si dice che è “mentecatto da gran tempo”: di una pastora ventenne che è “scema di mente a natavitate”).
Il censimento del 1871 registra anche le patologie o, meglio, le deformità visibili degli individui; oltre a quelli precedentemente citati sono presenti altri due “scemi di mente a natavitate” (un maschio e una femmina), un “cieco affatto da gran tempo” e due reumatici “con dolori” , questi ultimi appartenenti alla stessa famiglia. Il termine generico con cui è descritta la malattia mentale indica se gli individui fossero affetti da forme di ritardo mentale ( come il riferimento alla nascita farebbe supporre), di psicosi o di demenza.
Elemento particolarmente interessante, che è possibile ricavare dall’analisi dei censimenti, è la distribuzione della popolazione nelle varie classi di età.
Censimento 1810
| Fasce di età | Percentuale |
| da 0 a 10 | 23% |
| da 11 a 20 | 18% |
| da 21 a 30 | 10% |
| da 31 a 40 | 23% |
| da 41 a 50 | 10% |
| da 51 a 60 | 6% |
| da 61 a 70 | 6% |
| da 71 a 80 | 5% |
Censimento 1849
| Fasce di età | Percentuale |
| da 0 a 10 | 24% |
| da 11 a 20 | 24% |
| da 21 a 30 | 24% |
| da 31 a 40 | 8% |
| da 41 a 50 | 7% |
| da 51 a 60 | 8% |
| da 61 a 70 | 3% |
| da 71 a 80 | 2% |
Censimento 1871
| Fasce di età | percentuale |
| da 0 a 10 | 27% |
| da 11 a 20 | 15% |
| da 21 a 30 | 13% |
| da 31 a 40 | 18% |
| da 41 a 50 | 10% |
| da 51 a 60 | 7% |
| da 61 a 70 | 5,5% |
| da 71 a 80 | 4% |
| da 81 a 90 | 0,5% |
Per quanto riguarda l’aspettativa di vita, nel 1871, per la prima volta, viene registrato un abitante con più di ottant’anni di età ( di sesso femminile, 83 anni), mentre nei precedenti censimenti l’età massima riportata è di 77 anni.
Gli abitanti che si trovano nella fascia da 0 a 10 anni da soli rappresentano, nei vari decenni considerati, circa un quanto della popolazione; nel censimento del 1849 la fascia da 0 a 30 anni costituisce addirittura il 75% dell’intera popolazione.
Il range dai 41 ai 50 anni risulta sostanzialmente stabile nei tre censimenti (9, 10% circa della popolazione). A fronte di ciò risulta evidente , nei censimenti del 1810 e del 1871, una bassa percentuale di popolazione nella fascia d’età 21-30, ed un’alta percentuale in quella 31-40, in controtendenza con il censimento del 1849.
Per quanto riguarda la provenienza, è il censimento del 1810 che fa registrare il maggior numero di famiglie provenienti da parrocchie diverse della Lunigiana: Vignola, San Nicolò, Succisa, Braia, San Gimignano, Arzengio, Lusignana, Malgrate, Patigno, Bassone, Ponticello, Oppilo, Torano, Cavezzana Gordana. Il fenomeno è assente nel 1849 e limitato a due famiglie provenienti da Filattiera nel censimento del 1871.
E’ da notare la persistenza , nei secoli, di alcuni cognomi locali, in particolare Pilati, Novelli, Ferrari, Argenti, Preti. E’ da rilevare altresì la presenza di nuovi cognomi, dovuti alla vocazione mezzadrile delle terre che richiamavano popolazione dai paesi vicini, soprattutto a Dozzano. A Codolo i cognomi presentano una minore variazione nel tempo, mostrando il territorio un minor grado di permeabilità alle immigrazioni.
In presenza di cognomi simili, nei censimenti del 1810 e del 1871, per evitare ambiguità nel riconoscimento, sono riportati i soprannomi con i quali sono conosciuti i singoli o le famiglie: Ghistone, Berganzana, Tontone, la Molinara, Fagiolino, il Borghese, il Bastardo, il Genovese, Mangia riso, Tananina, Rossanella, la Pienotta, la Sorda, Fischin, Blotto, Caplin. Un’abitudine piuttosto frequente era quella di assegnare ai figli lo stesso nome del padre, creando non poca confusione. Nel novembre del 1833 Giovanni Pilati parroco di Codolo e Dozzano, annota nel registro dei battezzati di Codolo: “con ministeriale del R. Diritto partecipato ai parrochi e curati della Diocesi Apuana, viene ordinato di non più imporre nel battesimo il nome del proprio padre aifigli, che vengono battezzati, ma che si imponga un nome diverso da quello del padre medesimo, anche da eleggersi dal parroco stesso, quando ciò ricusassero di fare coloro a cui s’aspetta”.
Gli illegittimi o esposti vengono rilevati dal solo censimento del 1849. Gli illegittimi rappresentavano un serio problema economico e sociale, poiché i comuni dovevano provvedere al sostentamento degli esposti dati a balia e a quelli affidati allo spedale di Fivizzano (l’unico presente in Lunigiana per raccogliere i gettarelli). Nel censimento di Dozzano del 1849 risultano: un “figlio di padre ignoto, di nome Fortunato ” ( nome piuttosto frequente tra gli spuri ; “un illegittimo” di sette anni, un “figlio di padre incerto” e due bambini di Pontremoli dati a balia. Senza considerare quelli che venivano portati allo “spedale” o quelli che subivano una fine ben peggiore, gli illegittimi rappresentavano circa il 12% dei bambini nella fascia da 0 a 10 anni.
L’opera parrocchiale
L’azione di controllo del mondo ecclesiastico da parte delle autorità civili si era manifestata con Pietro Leopoldo di Toscana il quale, nel 1781, aveva istituito una sorta di “esame” sulle materie teologiche e canoniche a cui dovevano sottoporsi i parroci per ottenere una Chiesa o un Benefizio vacante. Un’altra esigenza particolarmente sentita era quella di procedere ad inventariare tutti i possessi ed i beni delle singole chiese. Già nel 1776 il rettore di Codolo (Santa Felicita) e di Dozzano ( San Lorenzo), Bartolomeo Castellotti dichiarava: ” faccio fede io infrascritto e per la pura verità attesto essere vero che nella mia cura vi sono due chiese parrocchiali, distanti l’una dall’altra circa due miglia, dove non si trova altro che la Chiesa con la sola canonica: li defunti si è solito ritenere in casa sino al tempo dell’esequie. Qua è la residenza del rettore chiamata Codolo, et l’altra per il cappellano chiamata Dozano“. Si evince inoltre in una nota del 1766 che la Misericordia di Codolo “nulla possiede se non un Libro in cui si iscrivono i Fratelli di detta Compagnia, e i beni di detta compagnia sono uniti con il SS. Rosario”.
L’avvento del periodo napoleonico apportò diverse novità nell’ambito della vita parrocchiale, anche se lo spirito innovativo delle leggi napoleoniche non fu interamente compreso , e accettato, dai parroci.
Nel 1809 si verificò inoltre il tentativo, da parte dell’autorità pubblica, di sopprimere le parrocchie meno numerose del comune di Pontremoli.
Il 30 novembre del 1809 il Cancelliere del maire de la Comune de Pontremoli scrive al Prefetto di Pontremoli: “Rispondendo alla di lei circolare….devo significarle riguardo al primo quesito: Quali sono le cure che potrebbero essere soppresse e riunite ad altra parrocchia. Che a mio giudizio niuna fra le molte di questo comune sarebbe al caso di essere riunita, mentre a colpo d’occhio si vede l’impossibilità di riunione per la montuosità di tutta la Comune, e gran lontananza da una parrocchia all’altra, che sono intersecate da gran torrenti, da acque stagnanti, che fanno scorrere il terreno. Sono frequenti i canali, le balze, erte pendici. Nelle attuali posizioni sono state stabilite le curedai nostri antenati massimamente sul dorso degli appennini, che sono la maggior parte, per evitare il passo dei fiumi. Oltre a ciò riflettesi che nell’inverno molti delle stesse cure perdono la Divina parola per la gran copia delle nevi dei ghiacci permanenti e dirotte piogge….Quale effetto potrebbe produrre questa soppressione sullo spirito del Popolo e dei Parrocchiani?…Questi popoli, essendo per la maggior parte poveri per l’infelice natura e posizione del terreno poco fertile, e di sua natura sterili perché su gli appennini sotto il governo passato non erano aggravati di contribuzioni così pesanti, e non assuefatti alle coscrizioni, vedendosi condotti via i loro figli, sono in qualche costernazione, oltre a tutto questo, essendo molto portati per la religione ed avendo una speciale ambizione di adornare le loro rispettive chiese, forse per emulazione delle vicine, vedendosi riuniti in altra chiesa con considerevole distanza per il culto radicato nel loro cuore da gran tempo sarebbero sensibilissimi ad un tal evento….”.
Lo sforzo di razionalizzare ebbe, tra gli obiettivi, l’inventariazione di tutti i beni delle varie parrocchie, oratori e confraternite esistenti nel territorio. Il Prefetto del Dipartimento degli Appennini nel 1809 obbligò i maires a fare l’elenco delle parrocchie ed oratori presenti nel comune. I maires dovevano prendere in consegna i beni attinenti ad Oratori e Confraternite e farne entrare in possesso la Fabbrica ossia la Masseria della parrocchia.
Don Lorenzo Pinelli, rettore di Codolo e di Dozzano, risponde al maire nel dicembre 1809: ” In riscontro alla di Lei lettera del primo dicembre rispondo al primo articolo che nelle due chiese di Codolo e di Dozzano esiste la Confraternita di Carità senza oratori, tutte le altre furono soppresse e tutti i beni colla legge Leopoldina del primo marzo 1785. Al secondo articolo li confratelli della Carità usano la cappa rossa e all’occorrenza si riuniscono con quella sotto i distintivi della Chiesa Parrocchiale, quelli di Dozzano portano la cappa nera. Al terzo articolo l’oggetto della loro istituzione, usi e funzioni, vi è di accompagnare il SS. Viatico agli infermi ed assisterli, intervenire colla cappa alle processioni del Corpus Domini, alla festa della Madonna, alle rogazioni ed altre solennità dell’anno, in una parola alle funzioni della parrocchia. Al quarto articolo li redditi consistono in qualche offerta dei confratelli e paga di tenuissima penale contro i mancanti e sono amministrati da due ufficiali, denominati massari, che si eleggono ogni anno e danno puntualmente conto al parroco della loro amministrazione. Al quinto articolo il loro obbligo è di assistere alla verità dei Salmi Penitenziali, a litanie dei santi in vece dell’uffizio dei Morti, per quelli di Codolo ogni seconda domenica del mese invece del lunedì per maggior comodo dei confratelli e del popolo ….di assistere e di cantare la messa in tal giorno in vantaggio dei confratelli defunti, ed anche di accompagnare e portare i defunti, assistere ai funerali, a darli sepoltura e finalmente soccorrere i poveri, se nella cassa vi fossero dei denari; in Dozzano la verità dei Salmi e la santa messa si canta ogni prima domenica del mese. Al sesto articolo li confratelli della Carità sia di Codolo che di Dozzano non hanno cappellano con salario né senza, ma dipendono in tutto dal parroco. Nessun oratorio è annesso alle due Chiese parrocchiali“.
Ma la questione più spinosa cui il governo napoleonico tentò di porre rimedio, era quella relativa ai cimiteri. Già nel 1783 il Granducato di Toscana aveva emanato istruzioni per la formazione dei “campisanti a sterro”: le disposizioni proibivano di edificare i cimiteri in luoghi distanti dall’abitato. La situazione venne definitivamente sanata con la promulgazione, nel 1804, dell’editto di Saint Cloud che agli artt. 75, 7 e 77, prevedeva la sepoltura dei defunti fuori delle mura cittadine, per ragioni igieniche e sanitarie. Il 15 novembre 1810 il prefetto del Dipartimento degli Appennini, barone dell’Impero Rolland, visto il decreto imperiale del 23 pratile dell’anno 12, il quale proibiva di dare sepoltura nelle Chiese, Templi, Sinagoghe, Ospitali e generalmente in alcun edificio chiuso e nel recinto di città o borghi, decretava che “d’ora innanzi non si potrà dare sepoltura fuori dei detti cimiteri. Le sepolture nelle chiese verranno chiuse immediatamente ed è proibito ai mares , a parrochi o massari di permettere che queste sepolture siano aperte.” Le lapidi presenti nelle chiese dovevano essere sigillate con ferri piombati. L’ordine di riempimento con terra delle tombe esistenti nelle chiese provocò malumori nei parroci: da chi doveva essere effettuato il lavoro? Chi avrebbe sostenuto le spese? Dove si doveva prendere la terra per i riempimenti? ” il popolo, scriverà al maire il parroco di Scorcetoli, è in rivolta, forse sarebbe meglio coprirle con calcina e sabbia, a scanso di ulteriori disturbi del popolo”. Conformandosi al volere del prefetto, il maire di Pontremoli chiese ai parroci, in una lettera del 10 dicembre 1810,. che il decreto prefettizio “venghi interamente osservato dalle parrocchie“. Chiede altresì ad ogni singolo parroco “per aderire alle replicate brame, che mi fa il Governo….un stato conforme” relativo alla situazione dei cimiteri in ogni singola parrocchia del comune.
Il 27 dicembre 1810 don Lorenzo Pinelli, parroco di Dozzano, risponde al maire inviandogli, debitamente compilato, il modello sullo stato delle sepolture. “Denominazione del luogo in cui il cimiterio è stato costruito: piazza della Chiesa. – Nome del proprietario che ha ceduto il terreno per il cimiterio: — – Quante canelle quadrate di terreno contiene il cimiterio: contiene canelle quadrate trentadue – Quale sia l’altezza esterna dei muri che cingono il cimiterio: Tre braccia e mezzo ove il muro è più basso, Se la chiesa è nel centro delle abitazioni o isolata: Isolata – Esposizione del cimiterio: a tutti i venti, principalmente al Ponente ed a Tramontana – Popolazione della parrocchia: 182 – numero morti per approssimazione: li morti un anno per l’altro sono cinque – Distanza dalla chiesa al cimiterio: il cimiterio è in faccia alla chiesa ed è distante nove braccia”
Non doveva però essere facile la convocazione dei consigli parrocchiali: il parroco don Luigi Pilati sarà protagonista di una lunga controversi con i massari della comunità di Dozzano (Presidente Preti Giovanni Battista, tesoriere Tamagna Luigi, Segretario Ferrari Giovanni, Consiglieri Sordi Angelo Maria e Preti Bartolomeo), scaturita da una mancata convocazione del consiglio. La denuncia venne dal massaro Giovan Battista Preti che, il 30 aprile 1850 scrisse al commissario del comune di Pontremoli:
“In adempimento agli ordini ricevuti da Sua Eccellenza il Ministro di Grazia e Giustizia mi sono portato io sottoscritto Gio Battista Preti, presidente dell’opera della chiesa di Dozzano in compagnia di Luigi Tamagna, tesoriere, il giorno avanti che precedeva la domenica in albis dal molto reverendissimo sig. parroco di Codolo per combinare se gli faceva più comodo di radunarsi alla domenica mattina ovvero al dopo pranzo, giusta gli ordini superiori che il raduno si deve fare nella domenica in albis, ed il signor rettore suddetto convenne con noi che gli faceva più comodo alla mattina dopo la santa Messa, e così restassimo d’accordo di trovarsi dopo la messa a Codolo, anzi a Dozzano, nella chiesa: come difatto mi ci trovai unitamente ai colleghi, mi presentai alla canonica del nostro cappellano curato fratello del parroco per sentire la causa di questo ritardo, e nel medesimo tempo, per sapere se egli aveva nessun ordine di assistere alla seduta, in vece del fratello, alla mia domanda egli non rispose che queste precise parole” mio fratello non viene”, allora io gli feci osservare che era assolutamente necessario che venisse perché il consiglio si doveva fare nella giornata e non si poteva differire ad altro giorno giusta le nostre istruzioni; il nostro cappellano disse allora tosto si sarebbe portato a Codolo da suo fratello, e che tra un’oretta sarebbe stato di ritorno, e che sarebbe sentito da lui se veniva il dopo pranzo, oppure come si doveva regolare, e così combinassimo con il cappellano che prima o dopo vespro avessimo fatto la nostra adunanza e così d’accordo se ne andassimo a desinare; il dopo pranzo poi tutti riuniti si portassimo alla chiesa, ma con nostra sorpresa trovassimo la chiesa e la canonica chiuse, e incontrassimo sulla strada vicina alla chiesa il cappellano che non aveva cantato Vespro, forse per tema che noi entrassimo in chiesa, ed io gli dimandai se era arrivato suo fratello, ovvero se egli aveva avuto ordini di assistere alla seduta, ed egli non rispose che le solite parole: “mio fratello non viene”. Allora io lo pregai di aprire la chiesa e di venire egli all’adunanza in vece del parroco, ed egli si scusò col dire che doveva andare da un ammalto; io allora gli feci conoscere che il consiglio non si poteva dilazionare…per cui era necessario assolutamente che mi venisse ad aprire la chiesa e ad unirsi a noi per non andare incontro a dei dispiaceri da parte del Governo, ed egli rispose freddamente con riso sardonico queste precise parole : “mi fate ridere”, e voltandomi le spalle se ne andò senz’altro dirmi…Licenziai i miei colleghi e se ne andassimo ognuno alle rispettive case senza poter combinare nulla…..”. Questo ricorso, presentato da Gio. Battista Preti fu inviato dal commissario del comune al prefetto.
Il 16 giugno 1850accade un altro fatto che inasprì i rapporti tra i fabbriceri ed il parroco: ” Battista Preti pregò il rev. Cappellano di Dozzano su pregato a scoprire Giesù Crocifisso, il Cappellano rispose già sapete che voglio i soldi. Battista Preti rispose che scopre l’immagine, che se dovevano essere datti li saranno datti il cappellano ha risposto che non lo vuole scoprire; già lo sapete che il Cappellano vecchio a sempre fatte le dette scoperte senza mai averne chiesto; il detto Cappellano don Luigi Pilati: lui non ha mai chiesto altro che da pochi anni in qua li pretende tutti….Il detto Battista chiamò Sordi Angelo Maria e disse dunque: “voglio levare la cera”, il cappellano disse “fermate che in chiesa non comandate niente” e il presidente: “si che comandiamo nella cera” e il cappellano disse che non dovete parlare e il detto presidente disse o in chiesa o in fori devo parlare e il cappellano diede uno spinto lo chacciò fori di chiesa era anche presente tutto il popolo…”
il 15 agosto 1850 i due curati presentarono al prefetto della Provincia della Lunigiana Parmense le loro rimostranze contro i massari. ” Io qui sottoscritto Giovanni Pilati, e Luigi Pilati, il primo parroco di Codolo e il secondo cappellano curato della chiesa di Dozzano…espongono quanto appresso:
- I sottoscritti individui. preti Gio. Battista, …nominati dal vescovo, i quali si sono fatto e si fanno continuamente lecito di agire in tutto e per tutto contro il decreto del 27/10/1815 riguardante il culto sacro.
- Che essendo a morte Giovanni Argenti, segretario, si sono arbitrati, senza farne parola al parroco, sostituirsi nel luogo del defunto certo Giovanni Ferrari perché dichiarato nemico del parroco e vice parroco.
- Che intendono di obbligare ex iure il vice parroco la manutenzione dell’olio della Lampada, mentre consta da documenti dell’antica nostra curia di Sarzana, che la Lampada si mantiene perennemente accesa in questa chiesa davanti l’altar maggiore alle spese della Confraternita di Dozzano
- Che poi per qualunque scoperte di Sacre Immagini e specialmente del SS. Crocifisso …intendono obbligare il vice parroco a fare gratuitamente detta funzione;
- Che vogliono ad ogni costo gravare il parroco della manutenzione totale delle fabbriche di chiesa e canonica
- Che l’idea erronea che il parroco sia tenuto alla totale manutenzione di fabbriche ed arredi sacri li ha indotti a portarsi furtivamente il dì 11 agosto 1850 nella chiesa di Dozzano a spogliarne gli altari massimo il maggiore, in cui era il SS. Sacramento, nell’ora che il vice parroco era andato a visitare un inferno da esso lui nell’istesso giorno precedentemente sacramentato……
- Che tutte le loro occupazioni si riducono a riunirsi insieme quasi ogni giorno a tenere delle conferenze contro dei predetti parroco e vice parroco, per rinvenire il modo d’indurre quest’ultimo e se sia possibile a forza di cabale e dispetti, a rinunziare al suo posto onde potervi collocare un altro cappellano a loro modo…..e perciò colla più temeraria sfacciataggine non si vergognano di tumultuare pubblicamente contro al Sacro Ministro, ed insultarlo sia in sagrestia che nel piazzale, come più volte hanno fatto a presenza anche di forestieri ed in specie di certo Giovanni Bernardelli di Codolo, che rimase della loro viltà sommamente sorpreso e scandalizzato.
- Che finalmente non contenti d’essersi portati a tutte le case della popolazione per indurre tutti i capi di famiglia ad unirsi e dichiararsi in iscritto contro del parroco e vice parroco , allo scopo, dicono essi, di vedere questi due condannati in formale dibattimento, che tengono sarà fatto sicuramente nella capitale degli Stati Ducali, cercano di più nei paesi circonvicini persone loro conoscenti con cui tenere i più mendaci e calunniosi discorsi onde infamare i più volte nominati ecclesiastici, e metterli in vista al pubblico come di truffatori….
- Dalle narrate cose V.S. Ill. potrà rilevare la somma importanza di porre un pronto riparo.”
Il prefetto chiese quindi informazioni al podestà. Al termine dell’istruttoria, il prefetto sancì che “i ricorsi dei curati non possono aver luogo soltanto per il il fatto di aver impedito l’adunanza. Non dirò che il signor curato di Dozzano abbia da esser tratto in giudizio, ma che fosse severamente ammonito da monsignor Vescovo, il quale dovrebbe altresì consigliare gli altri parroci ad uniformarsi di buon grado al sistema ora vigente intorno alla opera parrocchiali.”
In realtà a nulla dovevano esser valsi i richiami ai due parroci, se l’11 marzo 1852 i massari decisero di rivolgersi direttamente all’Altezza Reale duca di Parma Carlo III.
” i rispettosi sottoscritti membri dell’opera parrocchiale di Dozzano, comuna provincia di Pontremoli, rispettosamente espongono all’Innata Clemenza e Somma Pietà di Vostra Altezza Reale: che l’ultimo parroco di Dozzano suddetto, che resse questa parrochia per corso di ben 55 anni osservò scrupolosamente gli obblighi della sua chiesa parrocchiale con universale soddisfazione dei suoi parrocchiani, ora il suo successore don Luigi Pilati giovandosi ed interpretandosi a modo suo il disposto Decreto Imperiale e mettendo in non cale l’uso inveterato da settanta e più anni, che il parroco protempore era obbligato a mantenere la Lampada accesa d’innanzi al SS. Sacramento, desso pretende che questa sia mantenuta dall’opera parrocchiale dopo averla mantenuta egli stesso pel corso di ben 14 anni, ma siccome l’opera parrocchiale non ha alcun reddito ed aveva soltanto i proventi delle scoperte de’ Santi, ed il parroco attuale ha poste le mani anche su di queste, nulla può fare a seconda delle avide mire di quel parroco, e se pur rimane qualche cosa all’opera parrocchiale di Dozzano, sono i proventi delle offerte volontarie dei parrocchiani per fare uffizi, funzioni, ecc. ed il parroco stesso asserisce di non conoscere né opera parrocchiale né consiglio amministrativo, quel parroco non agisce certamente secondo le Leggi.
Supplichiamo perciò l’Innata Bontà e Somma Clemenza di V. A. Reale a voler benignamente degnarsi disporre che il parroco della chiesa parrocchiale di Dozzano che non cura né ama punto i suoi doveri ed i suoi parrocchiani ma soltanto il suo interesse, si metta al dovere, o sia da quella parrocchia rimosso, onde i parrocchiani possano conseguire il bene di un parroco che curi la parrocchia, le loro anime e assai meno il sordido interesse che unicamente lo predomina. Tanto implorano e sperano da V.A. Reale, i cinque consiglieri: Angelo Maria Sordi, Luigi Terrarossa, Battista Pietro, Bartolomeo Preti, Ferrari Giovanni. Firmato: Cella Girolamo.
Il 30 marzo dello stesso anno 1852 il Ministro di Stato per il dipartimento di Grazia e Giustizia, Salati, scrisse al prefetto della provincia di Pontremoli “perchè col mezzo del signor Podestà locale faccia capace il parroco di Dozzano don Luigi Pilati, ch’egli non può riscuotere le offerte che vengono fatte né per qualsivoglia altra causa…dovendo quelle offerte essere raccolte dall’opera, la quale deve poi sostenere le spese di culto, e così pure quelle del mantenimento dell’olio per la lampada, e perché faccia conoscere al detto parroco che qualora egli non ottemperi immediatamente alla fedele osservanza delle prescrizioni delle Leggi sarà provocato l’allontanamento dalla parrocchia”.
Nel 1854 il regio prefetto informò il Podestà della volontà del Superiore Governo di conoscere da chi fossero amministrate le opere parrocchiali. a Dozzano la nomina del consiglio, a seguito della diatriba con il parroco, venne effettuata dal Vescovo.
I Processi
La cronaca giudiziaria dei secoli XVII e XVIII riporta numerosi documenti che riguardano gli abitanti della comunità di Dozzano. Dagli atti processuali emergono diverse tipologie di reati: risse, ingiurie, archibugiate e coltellate, sassate, bastonate, furti, stupri, porto abusivo d’armi. Si distinguono inoltre personaggi particolari che vivono di espedienti ed hanno frequenti contatti con la Giustizia, come Andrea del Cernadore, e come quelli appartenenti alla famiglia Palughi di Codolo (uno di essi, Lazzaro Palughi, tenterà ben tre volte di evadere dal carcere in cui spesso dimora). Andrea del Cernadore è il protagonista indiscusso dei documenti giudiziari della metà del XVII secolo a Codolo. Il 12 ottobre 1650 Antonio Bandera di Scorano denuncia le percosse subite per parte di Andrea del Cernadore: ” Dimandato perché pianga e si quereli risponde piango e mi querelo perché oggi Andrea della famiglia del Cernadore mi ha dato parecchie bastonate e sassate. Dimandato per quale cagione Andrea gli habbia dato così ha risposto mi ha dato mentre me ne tornavo a casa con un sacchetto di castagne in spalla che havevo avuto a cogliere sul mio, e quando voltato sopradetto Andrea mi aspettava alla strada con un bastone lungo pocho più di un braccio ma grosso bene sotto la casacca e quando sono arrivato da lui mi ha detto dammi li miei quattrini e perché gl’ho detto che non gl’havevo mi ha cominciato a dare sul capo, sulle braccia e sulla vita con detto bastone….e perché ha temuto d’esser visto ha preso il sacchetto con le castagne e mill’ha ripiatto in un bugio e così sono scappato a gamba….Ne voleva diciotto (soldi9 sebbene ne dovevo solo quattordici e lasciavo di dire che detto Andrea dopo che sono rimasto scosso gli ho dato quattordici soldi e perché come ho detto ne voleva diciotto m’ha costretto ridare di nuovo e m’è bisognato fuggire a pena ho potuto trovare il mio sacchetto di castagne….”.
Andrea Cernadore rimedierà un’altra denuncia, presentata dal console di Codolo, per aver ingiuriato e picchiato la Domenica di Codolo nel 1653, il fratello Giovanni, figlio di Francesco Cernadore, accuserà Andrea di averlo assalito con un coltello e di avergli messo una corda attorno al collo. Ancora nel 1653 Andrea Cernadore sarà protagonista di una animata discussione con la moglie Maddalena. Il fratello di Maddalena, Andrea della Gussone di Codolo, chiede che il cognato “venga contenuto nelle carceri” di Pontremoli per aver bastonato sua sorella, la quale è stata dal marito “sforzata ad abbandonare la patria ed andarsene raminga per il mondo”. Andrea smentisce che “esso abbia battuto severissimamente Maddalena sua moglie e che essa per li mali turbamenti se n’è andata raminga per il mondo”. Si difende impudentemente dicendo di essere “persona da bene, nato da buono padre e madre” che “non è solito offendere alcuno né si sa che abbia mai fatto male ad alcuno” e che, al contrario, la moglie Maddalena è donna di facili costumi. Nega che la moglie sia stata costretta ad andarsene asserendo che “nella festa di San Giovanni Battista dell’anno scorso ed al tempo che si segano i fieni sino al mese di ottobre passato 1651 è sempre stata in casa”.
Maddalena dal canto suo “dopo aver sentito messa giovedì passato che fu il 28 ottobre 1651 se ne andò di casa” con il pretesto di essere stata percossa e cita come teste la suocera Caterina moglie di Francesco Cernadore. Maddalena è “veduta in diverse parti ed ultimamente nel Parmigiano” da paesani che la conoscono e che sono degni di fede “anzi è pubblica voce e fama che detta Maddalena sia nascosta nei paesi circonvicini”. Nell’agosto del 1652 Andrea Cernadore affronta nuovamente la moglie “ in località detta A fosso con una coltella nuova in mano” visto che Maddalena “non voleva andare a casa di detto suo marito”.
E’ del 1701 un alterco tra mascherati avvenuto a Dozzano durante la festa di Carnevale: ” Andrea Farinazzi console di Dozzano denunzia….di come la sera del 27 febbraio facendosi festa di ballo in casa di Giuseppe Bochi nella villa di Dozzano comparve uno maschero in detta festa e entrato che fu un ballo si portò alla finestra et quella aperse, il Padrone cedendo questo la rinchiuse, con dire al medesimo maschero che in sua casa comandava lui, il maschero di nuovo si portò alla finestra per aprirla, dove che si attaccarono e non in corse altro che parole come meglio S.V. si potrà informare da Lorenzo Angeli e Giovanni Paiughi.” In realtà la casa era del mezzadro del marchese Girolamo Pavesi “e alla detta festa da ballo erano un tale Jacopo Argenti e Giovanni Antonio …… ambi di Dozzano quali soprastanti facevano pagare denari a quelli che iniziava a ballare. Soggiunge come comparve a detta festa per ballarvi Bandino figlio di Tognino della Foce di Dozzano quale era immascherato e travestito da burattino, ci haveva attaccato alla cintura per la parte di dietro una pistolese di lama di ferro ed essendo stato visto il detto Bandino in detta festa così travestito ed armato da Giuseppe Bocchi e Giovanni Bocchi fratelli, da medesimi li fu detto che posasse detto pistolese perché in campagna vi erano gli sbirri che se l’avessero trovato immascherato e armato l’avrebbero menato in prigione, qual Bandino li rispose che haveva in culo chi vi sia eta aperse immediatamente una finestra della stanza dove si ballava fine di scortare se vi andavano i famigli, ciò visto il sopradetto Giovanni Giovannini padrone della casa dove si faceva la detta festa che Bandino haveva aperta la finestra e volendola rinserrare nacque fra di loro contesa per il che cessò la festa ed il detto Bandino si spogliò di quei panni che si era travestito e perciò fu benissimo conosciuto da Lorenzo Angeli: ma fermato il rumore si ricominciò la festa ed il detto Bandino ritornò a immaschersri e travestirsi“. Contro Bandino si procede per detenzione abusiva di pistolese.
Anche le denunce per aggressione ricorrono con una certa frequenza: il 25 febbraio 1708 il console di Dozzano riferisce che il giorno prima era comparso Iacopo Argenti di Codolo “habitante al castellaro e mi comandò che la sera del 23 corente nel andarsene a casa sua fu assaltato da persona la quale dicie di non aver conosciuto e gli tirò due bastonate ed in medesimo Angeli cominciò a gridare aiuto che sono morto, sentendo gli mezzadri del Conte Marafi di Dozzano tal rumore corrono dove sentivano la voce e uno andò alla campana e diede quattro o cinque ciochi.”
Del 1738 è il processo contro Francesco de Chitoni di Dozzano, il quale bastona Luca Antonio Angella per aver preso alcuni fichi sull’albero del marchese Pavesi. “Che cosa pretende dalla giustizia giacché ha fatto ricorso? Io voglio fare querela a Francesco de’ Chitoni di Dozzano perché mi ha dato una bastonata sulla testa. Che racconti distintamente il fatto. Io stamattina passavo per andare ai miei castagni in una terra del marchese Pavesi detta gli Olivacci, che lavora detto Francesco Chitoni e così stato nella medesima ho raccolto quattro o cinque fichi, ora bisogna che lui m’abbia visto e con un bastone mi ha dato tre bastonate in capo, che me l’ha rotto. Se abbia avuto altro motivo per dare delle bastonate a lui……..Non mi ha dato per altro se non perché m’ha visto pigliare quei cinquefichi. Io non gli ho detto né fatto niente, alla prima bastonata son cascato in terra…”
Le denunce per ingiurie e percosse sono presenti anche nel corso del XVIII secolo. Nel gennaio 1750 Pietro Ferrari console di Scoranodenincia che “la sera dell’11 gennaio 1750 andando a casa sua fu saltato da Antonio Maria Corsi nella strada circa le ore 23 con percuoterlo con pugni senza che detto Ferrari li aveva fato niente come si puole informare da Lucha Castellini e da Giovanni Novelli di detta villa come testimoni” Antonio Maria Corsi di Scorano fornisce una versione diversa dei fatti, asserendo che si trovava ” sulla strada comune quan do comparve Antonio Ferrari di detta villa con lo schioppo in mano e cominciò a strapazzarlo di parole ingiuriose, dargli del ladro e di dargli di pugni “e continuò finché il Corsi fu “costretto a dargli uno scortone che cade in una chiodenza senza offesa alcuna”.
Protagonisti degli anni trenta del Settecento sono i Paiughi, famiglia che vive di espedienti al limite della legalità. In particolare è Lazzaro Paiughi ad essere spesso menzionato negli atti processuali del periodo. Il 17 maggio 1736 Lazzaro di Giovanni Paiughi di Codolo ruba fieno a Giovanni Argenti che riferisce “vidi a terra un mucchio di fieno che era stato levato da sopra la massa del fieno“; a Iacopo Zucchelli ruba una vanga e “uno zappone“. Lazzaro Paiughi era già conosciuto alla giustizia: nel mese di agosto del 1734 si era introdotto nella stalla di Giovanni Maria Corsi e “li rubò una pechora”, sempre nel 1731 ruba una pecora anche a Bartolomeo Nadotti di Codolo, nel 1735 rubò nel molino di Giovanni Necchi un palo di ferro ,” quattro gochie di ferro da scalpellino, un mezzo quartaro di farina di castagno”. Arrestato e condotto in carcere , Lazzaro Paiughi tenta, fallendo, l’evasione con i compagni di cella ” la sera del 15 luglio 1736 a hora una di notte nelle segrete dove vi erano Lazzaro Paiughi di Codolo, Domenico Marioni di Guinadi processati per ladri, ed avendo ritrovato che avevano schiodato una taccola che era confissa nel muro e di quella si servivanoa fare una buccha nel muro per scappare e visto non potere fuggire fecero altra buccha nel pavimento...”
Frequenti erano anche le denunce per furto.
Il 19 giugno del 1751 Lorenzo Gussoni si accorge di un buco nel muro di calcina della sua cantina a Dozzanoe scopre un furto di vino ai suoi danni. Gussoni durante il processo inizia il suo racconto: ” Si sappia che io tengo una casetta consistente in due stanze, che una me ne servo per cantina posta nelle pertinenze di Dozzano nel luogo detto il Castellaro e in essa vi ho tre botti ed un tino; una di dette botti era piena di vino che noi altri lo chiamiamo di color cerisollo e teneva circa nove barili; in un’altra vi avevo vino della medesima sorta e nell’altra vi avevo del vino bianco e me ne servivo per mio uso, tenendo la detta cantina serrata con uscio e chiavatura a chiave di ferro ed in essa non si poteva entrare se non per detto uscio. Il di 16 stante andai a detta mia cantina e mi stesi in detta cantina tutto il giorno a far coprire il tetto, poi me ne andai a Codolo, che dalla cantina a Codolo vi è circa un miglio, avendo prima di partire serrata a chiave la porta di detta cantina. La seguente mattina venne poi a casa mia a Codolo Pietro Argenti di Dozzano abitante al Castellaro dicendomi che era stata rotta la muraglia di detta mia cantina, che vi era stato entrato dentro e che aveva veduta aperta la porta della medesima. Io andai subito a detta cantina mia e trovai che era aperta la porta della medesima e vidi che era stata rotta la muraglia. Io allora guardai se n’era stato portato via niente e vidi che era stata forata quella botte che era piena di detto vino e m’accorsi che ne mancava circa tre barili per averla misurata di fuori”. Quando Gussoni si avvia verso Pontremoli ” per darne parte alla Iustitia” in compagnia di un certo Preti come testimonio, “avendo lasciato la cantina come l’avevo trovata, né potendo serrare la porta della medesima….quando fui lontano circa tre tiri di schioppo da detta cantina vediamo un ragazzo di cui non so il nome ma che è figliolo di Domenico Argenti che sta di casa assai vicino a detta mia cantina e me dissi: cosa fa la su quel ragazzo? Il preti soggiunse: Tornate indietro che il padre di quel ragazzo è nella cantina. me tornai indietro.. e arrivato io alla mia cantina trovai il detto Domenico Argenti che veniva di casa sua con della robba sotto la giubba di dietro, me lo fermai e dissi: meglio era dire che cosa hai qui sotto, e vidi che aveva il mio boccale di terra bianco che noi altri gli diciamo di Roma che tenevo nella mia cantina. ” Argenti, vedendosi scoperto, confessa: “sono stato a pigliare un poco di vino nella vostra cantina, ed ora riporto il boccale. Io domandai ad Argenti come aveva fatto ad entrare e lui rispose: mi sono preso un picco che tengo nel pagliaro.”Si cerca la prova effettiva del furto di vino. Nella deposizione resa da Gussoni si annota che: “trovava in flagranza un tale Domenico Argenti di detto luogo dimorante, contiguo a detta cantina nel tempo che il suddetto Argenti usciva fori dalla medesima cantina con un boccale di terra pieno di vino di quello della botte, nella quale è stata ritrovata la mancanza e ciò presentito, il comparente portatisi alla alla casa di detto Argenti e li fu ritrovato in una stanza ad uso di cucina entravi circa un boccale e mezzo di vino nero che fu veduto dello stesso colore e sentito di smile sapore e qualità di quello rubato a detta cantina come affermano i suddetti testimoni Pietro Bisotti e Giovan Maria Galli che fecero la comprova assaggiando tanto questo tanto quello della botte dalla quale era stato rubato”. All’interno di una stalla si trova poi ” una secchia di legno che fu riconosciuta essere stata maliziosamente sfregata con erba verde”. Argenti confessa e viene portato in carcere. Essendovi sentore che vi fosse stato un complice nel furto, anche Pietro Argenti, fratello di Domenico, viene interrogato. Si trova a casa di Pietro un fiasco di vino e due testimoni riconoscono che è simile a quello contenuto nella botte del Gussoni. Durante il processo sarà Domenica, la moglie di Pietro Argenti, a scagionare il marito e ad assumersi la responsabilità del furto del fiasco di vino: “la mattina di sabato mi levai dal letto ed uscita di mia casa la quale resta contigua alla cantina di Lorenzo Gusciona di Codolo….vidi che era stata rotta la muraglia di detta cantina e che era aperta la porta, me goffa che fui, veduto che l’uscio era aperto entrai in essa a pigliare un fiasco di vino e lo cavai dalla botte….e messi il detto fiasco di vino nella mia cantinella che è in casa mia e dopo presi un mannello di legna e lo portai a vendere qui a Pontremoli, poi me ne tornai a casa.” Domenica sostiene che : “ Pietro Argenti mio marito in questa cosa non ci ha niente affatto e ne è totalmente innocente, anzi che levatami io dal letto, vendo veduta della rompitura, lo dissi a Pietro mio marito che era ancora a letto e lo mandai ad avvisare questa cosa a Lorenzo Gusciona e lui subito è andato.“
Le dicerie paesane a volte potevano causare spiacevoli conseguenze. Il console di Codolo Giuseppe Maria Musetti il 12 luglio 1752 ” in sgravio di suo ufficio espone come in tutta la sua villa altro non si sussurra che per la morte dei figlioli di Giovan Antonio Poi siano stati avvelenati dalla Caterina moglie di detto Poi, per averlo sentito dire dalla Margherita Poi ” Si richiede perciò l’intervento dei medici Giovanni Baldini, medico fisico, e Giovanni Antonio Taddei medico. I due, alla presenza di testimoni, si recano all’abitazione del giovane morto e compiono una ricognizione cadaverica con successiva autopsia.” Alla vista si presenta: ” un cadavere giacente supino sopra una panca di legno coperto con un lenzuolo di canapa di statura piuttosto alto, d’età per quanto dimostrava e fu da circostanti asserito esser d’anni diciotto, coi capelli color castagno alquanto lunghi, senza barba in volto per essergli stata fatta, vestito con camicia e calzoni di tella color canarino alquanto rattoppati, senza calza in gamba e senza scarpe ai piedi. …..Fattolo denudare fu osservato di essere di sesso mascolino e poi guardatolo con tutta diligenza ed attenzione sempre con l’assistenza dei suddetti periti in tutte le parti esterne non gli fu riscontrato alcun segno di tumefazione.” Vengono fatti assistere come testimoni Gimignano Argenti di anni 65 e Giovanni Angella di anni 25. Giovanni Argenti presta giuramento: ” Io Giovanni Argenti ho veduto e visitato d’ordine Vostro il cadavere di questo giovine su questa panca e posso dire che quando il medesimo era in vita si chiamava Giovanni Battista figlio di Antonio Poi qui di Codolo. ” L’autopsia viene eseguita in casa del Poi in una stanza tenuta ad uso di cucina. I due medici stendono poi una relazione medica dettagliata: ” Essendosi portati noi infrascritti Professori di Medicina e Chirurgia a Codolo, d’ordine alla visita d’un cadavere supposto avvelenato e fatte le necessarie esteriori operazioni si videro le membra tutte e gli integumenti consonti ricoperti di pustole petecchiali: indi passati poi all’apertura di predetto incominciando dalle fauci fino a tutta la lunghezza dell’esofago né osservatasi lesione alcuna, conservandolo stato loro naturale, si passò successivamente al torace dove si vide tutta la polmonare sostanza alterata e infiammata, incisa questa in varie parti uscirono materie marciose e spumose….sicché dal detto fin qui comprendesi chiaramente che la morte del predetto non fu causa del veleno, non essendosi riscontrato negli interni visceri gl’effetti di propinati veleni. Le varie dunque e diverse infiammazioni osservate nel cadavere fanno con evidenza vedere, che fra le cause inducenti le descritte infiammazioni furon la debolezza di solidi prodotto dalla lunga sofferta febbre….”. Caterina viene così scagionata dall’infamante accusa di aver ucciso i figli del marito, morti in realtà per cause naturali.
In alcuni casi trattati è possibile ricavare indicazioni circa i costumi dell’epoca: risulta particolarmente utilizzata la canapa che, tessuta insieme alla lana, originava la mezzalana. L’abbigliamento femminile è sempre descritto nei verbali dei processi per stupro. In un processo del 1747, tale Caterina di Codolo, è così descritta: ” comparisce personalmente il dì 25 maggio 1747 una giovane piuttosto di brutto aspetto con grosso gozzo alla gola di età di circa 24 anni come disse, et all’aspetto dimostrava vestita di mezza lana bianca, busto rosso attaccato alla medesima e con camicia lacera alle maniche, grembiule d’avanti bianco e turchino e tovaglia di tela canapina in capo.”
Da altro processo del marzo 1747 l’abbigliamento è composto da: ” un panno bianco in capo, un busto di mezza lana bianco con maniche di roba simile; sottana della stessa roba attaccata alla medesima; camicia di canapa; scarpe di vacchetta ai piedi legate con nastro rosso e con campanelli agli orecchi; grembiule alla cintol; calze di lana ai piedi; vezzo di granate a due fili al collo”.
Tratto da Le comunità di Dozzano e Codolo nei documenti dell’Archivio di Stato, di Angela Bergamaschi, in Archivio Storico per le Province Parmensi, Quarta serie, LXIII anno 2011