LE VIE DI COMUNICAZIONE TRA LA PIANURA PADANA E LA LUNIGIANA, DALL’ ANTICHITA’ AL MEDIOEVO: UN POSSIBILE SISTEMA DIFENSIVO BIZANTINO SUL BORGALLO/BRATTELLO.

Oggi la definizione di via si associa a quello di percorso, ovvero alla necessità di
ognuno di raggiungere in genere, una meta nel minor tempo e disagio possibili. Non
vi sono differenze fra tragitti commerciali, turistici e militari per spostamenti a lungo
raggio.
Spesso poi il concetto di strada si identifica con quello di autostrada, che se non
sempre collega due punti con il percorso più breve, permette però velocità e tempi di
percorrenza non paragonabili.
Nell’antichità e nell’alto medioevo, fatta qualche eccezione per le grandi vie
consolari, i traffici commerciali potevano differenziarsi da quelli religiosi e militari,
in quanto i primi esigevano strade con percorsi più dolci per il trasporto delle merci,
evidentemente a scapito del tempo di percorrenza.
I percorsi religiosi, oggi diremmo anche turistici, erano legati alla sicurezza dei
luoghi, vedi disboscamento laterale delle strade, controllo delle autorità locali ed alla
presenza di “xenodochia” ed “hospitalia”, nonché di luoghi di devozione personali,
per cui il pellegrino poteva a volte deviare dal percorso originariamente stabilito.
Le vie militari, in un tempo in cui non vi erano ancora le ingombranti macchine da
guerra, seguivano sempre il percorso più breve, ancorchè più ripido e/o soggetto ad
incursioni dei locali.
Può però spesso sfuggire che le esigenze di un esercito fossero diverse da quelle
attuali. Un esercito non utilizzava una strada, ma un territorio, ovvero a meno di
necessità contingenti, occupava spazi vitali dove si procacciava il cibo razziando e
distruggendo.
Ciò era ancora più evidente in montagna, dove l’assenza di grandi estensioni
coltivabili ( i Romani si fermavano in pianura a mietere il grano), costringeva le
truppe a transitare ed a dislocarsi in ampi territori.
Sembra confermarlo la presenza di toponimi legati al probabile passaggio di
Annibale, proveniente da Casteggio ( PC ) e diretto a Lucca, in zone poste lungo
strade diverse, seppure confinanti (Buzzò di Albareto in Valtaro, Vignola nella valle
del Verde ).
Queste poche considerazioni ci rafforzano la convinzione che si debba piuttosto
parlare di “Area di via o di strada” (1), ovvero di gruppi di strade parallele ma
concorrenti, che univano due luoghi e che a seconda delle necessità potevano essere
usate singolarmente o collettivamente.
Peraltro le comunicazioni tra la Padania e la Lunigiana non conoscono, almeno sino
all’arrivo dei Longobardi, momenti di grande valore storico ed economico.
Le vie esistenti, come vedremo, servivano a sviluppare commerci locali, come quelli
fra le tribù liguri, abitanti l’Appennino.
La grande massa dei commerci si svolgeva fra la Toscana, l’Adriatico, e la pianura
Padana, tramite le grandi vie consolari, Emilia, Aurelia, Flaminia, o comunque
utilizzando ancora prima dei Romani, passi posti ad est della Cisa.
I Celti, ed anche i Romani, difficilmente utilizzavano i passi sul nostro Appennino per
giungere al mare.
Al di là dell’impervietà dei luoghi, per altro non dissimili da altri in regioni contigue,
riteniamo che proprio la presenza dei Liguri, popolo fiero, bellicoso, indipendente e
chiuso, come poi scoprirono i Romani, abbia di fatto impedito lo svilupparsi di
relazioni con le popolazioni loro confinanti.
Questo, come detto, fino al periodo longobardo, dove per necessità belliche fu
utilizzata compiutamente la Via di Monte Bardone ( Mons Langobardorum), che nei
secoli attivò lo sviluppo di diverse vie di comunicazione parallele e trasversali, sia
naturali che artificiali.
Parliamo genericamente di vie di comunicazione, in quanto l’evoluzione, nel corso
dei secoli, nell’uso di queste vie, a volte primariamente militare, a volte commerciale o di devozione, fa si che questo termine possa conglobarne tutti i differenti utilizzi.
I vari periodi storici differenziano una viabilità naturale da una artificiale.
Questa, prodotta dal lavoro dell’uomo, prevale nei secoli in cui vi è un forte potere
centrale o locale. La costruzione di strade, massicciate, ponti, ricoveri, e soprattutto la
loro manutenzione, è propria infatti del periodo romano e dell’età moderna.
La viabilità naturale è invece propria dell’antichità e poi riprende nell’Alto Medioevo,
con il dissolversi dell’impero Romano (476 d.c.).
Per viabilità naturale si intendono le vie create dall’uomo, con il suo continuo
passaggio, sfruttando le possibilità offerte dal terreno. Tali strade, in montagna, sono
poco più che sentieri o mulattiere. In pianura possono essere anche carrabili, con una
larghezza di circa 3 metri.
Nei centri più importanti si poteva avere un acciottolato a spina di pesce o a filari. In
montagna, in genere, utilizzavano i crinali ad andamento rettilineo, ad altezze
costanti, esposti al sole e privi di guadi; abbandonandoli quando le cime si
presentavano troppo irte. Si modificavano per ragioni politiche, commerciali, o
fisiche (frane), e si autoriproducevano col passaggio degli utenti.
Non richiedevano manutenzione e collegavano sempre due punti con il percorso più
breve. Si può affermare, in realtà, che nei vari periodi, nessuna via sia mai stata
abbandonata in toto. Su di ognuna si è sempre svolta un’attività di scambi locali, mai
venuta meno nel tempo.
Le prime tracce sull’utilizzo di vie naturali sul nostro Appennino risalgono all’età del
rame. Sulla via del Faggio Crociato ( Due Santi ), all’altezza del prato dell’Ortighetta,
in una torbiera, ove quindi prima vi era un lago, è stata trovata una cuspide
microlitica in diaspro a testimonianza di un accampamento di cacciatori (2) Fra il
Brattello ed il Molinatico, a 1139 m. di altitudine, sono state rinvenute due lunghe
cuspidi riferibili al neolitico finale ed alla prima età del bronzo (3).
All’età del bronzo (900 a.c.) è riferito il sito di altura sulla grotta di Patigno, nel
comune di Zeri (4). Altre tracce di insediamenti preistorici sono state rinvenute lungo
le direttrici dei passi del Brattello, del Borgallo e del Cirone a conferma dell’uso
millenario di tali vie.
Gli stessi Etruschi, comunque potevano utilizzare saltuariamente, a scopi
commerciali queste vie. Sulla strada dei Due Santi, a Monte Ribone, è stata rinvenuta
infatti, incisa su di un masso, una iscrizione etrusca, tradotta in: “Io (sono il
segnacolo funerario) di Sepu”, nome etrusco; a Monteriggioni di Siena è conosciuta
la tomba dei “Calisna Sepu” (5).
Due vie erano utilizzate principalmente nell’età del ferro dai Liguri. La più
importante era l’Alta via dei Monti Liguri (6) che andava dal Col di Tenda
all’Abetone.
Correva lungo il crinale dell’Appennino. La usavano per trasportare lo stagno
dell’Etruria, che insieme al rame della Val Trebbia, serviva a produrre il bronzo;
metteva altresì in comunicazione le varie tribù liguri: i Friniati ed i Veleiati sul
versante di Modena, Reggio e Parma e gli Apuani ed i Tigulli sul versante tirrenico
Si parla anche della tribù dei Taurasini, stanziata nelle valli Taro, Ceno, Magra e
Parma, ma la loro presenza in quelle valli non è accertata.( 7).
Un’altra via conosciuta originnava nel parmense dall’attuale Rubbiano di Solignano,
nella penisola originata dalla confluenza del Ceno col Taro. Li è stata individuata (8)
la sede di un “conciliabulum” ligure, che prendeva il nome dal dio Robeo, divinità
delle acque.
Nella sede del conciliabolo, i Liguri, devoti a Mercurio, tenevano commercio e
praticavano i loro riti religiosi (9). Il luogo, in caso di attacco nemico, permetteva un
facile sganciamento verso i retrostanti castellari.
Tale via, saliva lungo la Val Ceno, sul monte Barigazzo. Dì lì scendeva in Val
Noveglia (Noveglia, Gravago), saliva sul passo, attuale Santa Donna e scendeva
lungo i crinali della Val Vona sino all’attuale Borgotaro.
Dalla Valtaro poteva salire per il Borgallo e di là verso la Valle del Verde e la Val di
Magra. In alternativa poteva salire lungo la sinistra del torrente Tarodine o del
torrente Gotra per raggiungere il passo del Faggio Crociato o la Foce dei Tre Confini.
Di là, lungo lo Zerasco o la via di crinale fra la Val di Magra e la Val di Vara, poteva
raggiungere il porto di Ameglia ed il mare.

Tali vie furono utilizzate poi anche dai Romani. La conquista romana dell’Appennino
fu attuata dopo quella della pianura con la guerra contro i Galli (10).
La romanizzazione dell’Appennino probabilmente fu completata solo dopo il I° Sec.
D.C.
L’ organizzazione fondiaria romana faceva capo al “municipium”, diviso a sua volta
in “pagi” , che nelle nostre zone riprendevano la circoscrizione ligure dei
“conciliabula ”, e in “vici” e “loci” . Nella valle del Verde è stato identificato dal
Giuliani (11) il “pagus Vignolensis” che confinava con il “Dianius” nella zona
dell’Alta Valtaro (12) e con lo “Statellius”, nell’Alta Valceno (12) e forse da
identificarsi con il “pagus Minervius” della “Respublica Lucensium” (Lucca), i cui
terreni si estendevano quindi al di là del crinale tosco-emiliano, come è documentato
dalla TAV (tabula alimentaria veleiate), scolpita nel 102 e 114 d.C., sotto Traiano e
ritrovata nel 1747 (13).
La viabilità romana riconosceva due importanti vie: l’Emilia (Marco Emilio Lepido:
220 A.C.) che andava da Piacenza a Rimini, dove incontrava la Flaminia e l’Aurelia
(Aurelio Cotta: 251 A.C.). Le vie consolari erano larghe dai 4 ai 7 metri.
Il fondo era costituito da più strati sovrapposti di pietre e sassi di diverso diametro,
legati con malta e terra compatta, ghiaia e calce, con sopra blocchi di pietra squadrati.
Lo spessore era di un metro. Su queste strade la velocità media era a piedi di circa 5
Km all’ora, e di circa 10/12 Km a cavallo. Tali strade venivano disboscate a destra e a
sinistra per dodici stadii (14).
La deduzione a colonia di Parma e Modena nel 183 A.C. e lo stanziamento dei coloni
romani e Luni nel 177 A.C., dopo la vittoria sui liguri Apuani, pose agli stessi il
problema di collegare Velleia a Luni, ovvero Parma a Lucca e Pisa, ad incontrare
l’Aurelia.
Nel 106 A.C., M. Emilio Scauro, aprì la cosiddetta “Via Emilia Scauri”, che partendo
dall’Aurelia, dopo avere seguito il corso del Magra e forse valicata la Cisa ( da
“coesa”) (15), arrivava a Fornovo e di lì a Borgo San Donnino (Fidenza).
Da Luni si collegava anche a Lucca; più che sulla litoranea, a volte impaludata,
probabilmente seguiva l’itinerario: Luni, Passo dei Carpinelli sulle Apuane, Gragnola,
Casola Lunigiana, Pieve di San Lorenzo, Valle del Serchio (16) , nonostante queste
fossero ancora zone pericolose per la presenza dei Liguri, ancorché pacificati, e
ancora presenti nella città toscana.
Tito Livio (17) segnala anche la antecedente presenza della Placentiam-Lucam. Su
questa via il console Sempronio, dopo la battaglia del Trebbia con Annibale, si ritirò a
svernare a Lucca. Lo stesso Annibale dopo avere trascorso l’inverno, probabilmente a
Casteggio (Clastidium ), deposito delle riserve alimentari dei romani, che aveva
conquistato prima della battaglia del Trebbia, dovrebbe avere utilizzato tale via per
recarsi a Pistoia, tramite Lucca, allontanandosi dai quartieri invernali, pur non distanti
da Piacenza, senza farsi notare dai Romani.
Passò quasi certamente per l’alta Val Gotra dove vengono segnalati, come detto,
toponimi legati ad Annibale ( il prato di Anniballo ) e per la valle del Verde ( la strada
di Annibale) (18).
Secondo Dall’Aglio il percorso si snodava dalla Val d’Arda (PC) per il passo del
Pellizzone, Bardi, Val Vona, probabilmente riprendendo l’antica strada dei Liguri,
passo del Borgallo, Val di Magra (19) e quindi da Terrarossa ed Aulla (Aula), lungo il
percorso per Gragnola e Valle del Serchio sino a Lucca.
Secondo L. Banti in Atene e Roma , partiva da Piacenza, poi Veleia, Bardetti, Metti di
Bore, Villora, Pieve di Casanova e Bardi dove si innestava sul tracciato descritto in
precedenza.
Tale via fu attiva anche nel periodo imperiale; infatti, come già detto, la “ Respublica
Lucensium “ aveva possedimenti in diverse zone della Val Ceno tra cui il “ saltus
praediaque Bitunias” (Bedonia) ed il “saltus prediaque Berusetis” (Berceto) e forse
anche nella zona di Medesano.
Rimase importante anche nel periodo longobardo e in quello feudale, poiché permise
di mantenere i collegamenti fra Piacenza e l’alta Valtaro-Ceno.
La dissoluzione dell’Impero Romano d’Occidente (20) e quindi la caduta di un forte
potere centrale e anche locale, provocò un notevole cambiamento nella viabilità. e
strade romane, non più curate e spesso depredate del materiale, che veniva usato per
le costruzioni, andarono in rovina; i ponti non furono più riparati.
Aumentò l’insicurezza, e le popolazioni, ritirandosi sulle montagne, lontane dal
pericolo saraceno, iniziarono a servirsi di nuove strade, o piuttosto a riattivare la
vecchia viabilità naturale.
Per altro i collegamenti fra la Padania e la Lunigiana rimasero ancora secondari, in
quanto i grandi flussi viari, sino all’arrivo dei Longobardi, seguivano, come
anticipato, il litorale Adriatico ( Via Emilia – Flaminia ) ed i passi posti più ad est
della Cisa, che collegavano Bologna ( l’etrusca Felsina ), con Firenze e la Toscana.
Come detto i Bizantini, vinti dai Longobardi, si trincerarono nell’Esarcato di
Ravenna che controllava il litorale Adriatico.
Occupavano ancora Luni, conquistata dai Longobardi solo nel 644, e la “Maritima
tirrenica”.
I Longobardi, che avevano necessità di rapportarsi con propri ducati dell’Italia
centrale, dovettero dirottare i propri traffici verso ovest; verso la Cisa o via di Monte
Bardone.
I Longobardi di Parma occuparono infatti la Val Baganza, Berceto, e la media
Valtaro sino a Solignano (Castrum Nebla).
Sembra ormai certo (21) che i Longobardi di Piacenza invece conquistassero nel 594
l’alta Valtaro, con probabile eccezione dell’antica Turris poi Torresana ( Borgo Val di
Taro) che come vedremo, fu conquistata probabilmente solo poco prima del 644 d.c..

Che invece l’alta Valtaro fosse longobarda già alla fine del VI sec., sembra provato
(22) dal fatto che nel 612 fondarono l’Abbazia di Bobbio, dalla quale partì
l’evangelizzazione dell’Appennino, con influenze anche su Brugnato e Pontremoli.
Se non avessero già raggiunto ed occupato i crinali dell’Appennino (23), l’Abbazia
sarebbe stata soggetta agli attacchi dei Bizantini.
Il Comitatus Torresianus ( Anonimo Ravennate VIII sec. e Abate Wala, Bobbio 833
dc ), di cui faceva appunto parte la” curtis Turris” borgotarese ( 24), si estendeva
probabilmente fra Varsi ad ovest del monte Abdon, attuale S. Donna, Borgotaro,
Bardi, Solignano, sino a Lavagna e al mar Ligure, seguendo il crinale dell’ appennino
tosco- ligure- emiliano.
Era un sistema difensivo anti longobardo,formato da diverse”Turres”, consolidatosi
poi nel periodo carolingio. Dopo la vittoria longobarda, la” Turris “ valtarese divenne
capitale del Comitato e sede di un Gastaldato.
I re longobardi assegnarono quindi il territorio facente capo alla “ curtis Turris “ al
Monastero di Bobbio ed i monaci costruirono una piccola “ cella “(862 dc ), sulla
riva destra del Taro che darà origine alla Pieve di San Giorgio, situata sulla sponda
destra del fiume, nella zona della attuale stazione ferroviaria; anche se viene
prospettata anche l’ipotesi che avessero riutilizzato una precedente chiesa edificata
dai bizantini.
Nel IX e X sec si rafforzò quindi il dominio dell’ Abbazia bobbiense di San
Colombano sulla “curtis di Turris cum appenditiis suis “ (fra queste anche il Groppo
di Albareto), di cui costituiva una delle più importanti possessioni. Altre “curtes”
erano a Calice di Bedonia e a Varsi.
Ad Albareto, nel IX sec., vi erano anche importanti possedimenti dell’Abbazia di San
Caprasio di Aulla; a Buzzò e Gotra aveva proprietà l’Abbazia di Brugnato.
La”curtis “era divisa in 47 livelli con 38 consorti. Il Monastero percepiva
annualmente 500 moggia di grano, 15 anfore di vino, 4 denari ,40 polli ed uova, 21
montoni, 50 libre di olio e numerose opere.
Nel tempo, dove il Tarodine sbocca nel Taro, vi si costituirà il centro di “ Turrexana
”(Torresana), probabilmente situato sulle due sponde, unite da un ponte (Pontolo?).
I Longobardi, padroni del passo di Monte Bardone e dei crinali posti ad est dello
stesso, giunti al valico utilizzavano l’Alta via dei monti Liguri per raggiungere Lucca.
La usarono anche per conquistare, nel 665, Forlimpopoli (25), nell’Esarcato, senza
che i Bizantini si accorgessero del loro arrivo.
I Longobardi, a difesa delle loro vie di comunicazione edificarono diverse Abbazie (
Bobbio, Nonantola, Berceto, Tolla, Gravago) che servivano anche come ricovero per
pellegrini, viandanti ed ammalati.
Con la conquista di Luni e della Maritima Italorum ( 644.d.c. ) e soprattutto con
l’avvento dei Franchi la via proseguì dalla Lunigiana sino a Roma.
Il percorso nel corso dei secoli si modifica. Compaiono nomi di località nuove; altre
scompaiono o non sono rintracciabili. Ne fanno fede i diari di pellegrinaggio.
Nel 723/26 San Winnibald si reca a Roma; nel 900 San Dunstano dall’Inghilterra
sino all’Urbe.
Nel 900 Sigeric, arcivescovo di Canterbury, va dal Papa a ricevere la stola con croce.

Cita Luni ( Sce Stephane), Aguilla ( Aulla), Pontremel; poi Sce Benedicte
(Montelungo), Sce Moderanno (Berceto).
Indi Philemangenur ( Felegara), Metane ( Medesano ) e Sce Donnine ( Fidenza ).
Dopo di lui l’Abate Nikulas proveniente dall’Irlanda e diretto a Gerusalemme; indi
Filippo Augusto re di Francia, al ritorno dalla terza crociata nel 1191.
In sostanza il percorso medioevale, nel parmense, prendeva le mosse da Borgo S.
Donnino, la romana Fidentia Julia, dove passava davanti all’importante duomo
romanico con sculture dell’Antelami, e dove si trovavano diversi xenodochia ed
ospedali.
Deviava a sud, a Coduro (el Co duro), lungo il tracciato della via Emilia Scauri, poi
S. Margherita, dove esiste il toponimo “Via Francesca”(26), dove “via” è parola
romana e “strada” invece medioevale.
Indi Borghetto Lanzabardonis di Noceto, dove la via comune del paese è definita “il
Camino”, come il pellegrinaggio a Santiago di Compostela; poi Medesano ( Castrum
Medexane ), dove alcuni territori appartenevano già nel 805 alla chiesa di Lucca .
Ancora Felegara, poi Fornovo, sede della pieve romanica di S. Maria Assunta, la cui
giurisdizione, come già il pagus Mercurialis, arrivava sino a Berceto.
Già in epoca romana vi sorgeva un ponte, ricostruito nel medioevo, con xenodochio e
chiesa dedicata a S. Nicolò, gestiti dai Cavalieri di Altopascio.
A Fornovo si incontrava il ramo che veniva da Parma lungo la direttrice S. Pancrazio,
Vicofertile, Collecchio, tutte sedi plebane (27).
La strada proseguiva per la valle dello Sporzana verso Respiccio ( De Rivo Spitio )
con xenodochio. Indi Bardone dove troviamo la pieve romanica di S. Maria Assunta
con sculture antelamiche.
Poi Terenzo, Cassio, dove sorgeva lo xenodochio di S. Ilario ed il priorato di S.
Benedetto, dipendenti dall’Abbazia di Leno di Brescia.
Passava poi da Castellonchio e Berceto, la cui Abbazia, fondata nel 712 da
Liutprando, prese il nome da S. Moderanno, che stabilitosi a Berceto nel 719, vi morì
( in summa, quoque, Bardonis alpe, monasterium quod Bercetum dicitur, aedificavit,
scrive Paolo Diacono su Liutprando, nella Historia Langobardorum dell’VIII sec).
Dal Tugo, saliva alla Cisa, dove sorgeva un ospizio ( S. Maria della Cisa ) fondato da
un gastaldo longobardo.
Nella discesa verso il mare incontrava Montelungo, con l’ospedale di S. Benedetto,
indi Succisa con la chiesa di S. Felicita, Mignegno e poi Pontremoli.
Lì, in primis, la chiesa di S. Giorgio, dipendente dall’Abbazia di Leno di Brescia con
xenodochio ed altre importanti realtà ecclesiali.
Dopo, Filattiera, con la pieve di S. Stefano di Sorano e la chiesa di S. Giorgio.
Proseguiva per Villafranca ( Lealvile ), Fornoli con la chiesa di S. Maria di
Albaretulo ( la Chiesaccia ) e ospizio, dove si trovano tracce dell’antica
pavimentazione.
Il ramo originale proveniente da Filattiera proseguiva probabilmente per Filetto e di lì
per Bagnone; con un ponte sull’omonimo torrente giungeva a Virgoletta con
diramazioni per Villafranca e Castiglione del Terziere, e lungo il torrente Carpena,
per Terrarossa. E’ ancora indicata in alcuni tratti, dove esiste ancora l’antico
acciottolato, come “via romana”.
Il percorso proseguiva per Aulla, con l’Abbazia di S. Caprasio, dove riceveva le vie
provenienti dal parmense e dal reggiano; poi Caprigliola con il castello, S. Stefano,
Sarzana e Luni, Lucca, Siena, Roma.
Alla fine del XII secolo, la strada, ormai Francigena ( dai Franchi ), conobbe un
appannamento. La riapertura di passi più ad est come il passo dell’Osteria bruciata,
sostituito poi dal passo del Giogo e ancora nel XVIII sec. da quello della Futa, che
portava a Firenze, avevano di fatto spostato il baricentro dei commerci.
Dopo Lucca e Siena si imponeva appunto Firenze.
Alla fine del XV sec. la francigena era ridotta ad una via locale.
Manfredo Giuliani (28) sostiene che tale via era già secondaria ad altre vie
dell’Appennino centrale, già usate da Umbri, Galli ed Etruschi.
Infatti in Val di Magra non si trovano opere romane, che rivelino l’esistenza di una
grande via militare. Anche dal punto di vista dei traffici locali, poteva considerarsi
importante quanto il Brattello.
Fu comunque una via considerevole, non solo per l’uso che ne facevano i pellegrini
diretti a Roma, in Terrasanta ( i palmari ) ed a Santiago di Compostela, ma anche per
la presenza di xenodochia ed hospitalia gestiti dalle varie congregazioni religiose,
che davano alloggio ai viandanti. Questo continuo flusso di interscambi permise di
mantenere viva la tradizione orale, nonché il propalarsi, in un periodo buio, delle
vicende contemporanee.
Importante fu anche l’influsso che ebbe nello sviluppo dell’arte con l’esempio dei
maestri comacini, dell’Antelami e del Lanfranco, che edificò il battistero di Parma ed
il duomo di Modena.
Lo sviluppo della Francigena, quindi dei commerci fra la pianura padana ed il mare,
portò anche alla ripresa di diverse vie, che se nella parte lombarda erano solo
parallele a questa, nella parte lunigianese finivano per essere tributarie dell’arteria
maggiore.(29)
Da Bobbio ,centro di irradiazione del Cristianesimo, saliva a partire dal VII sec. la via
degli Abati, usata dai religiosi per raggiungere la sede papale di Roma e lungo la
quale venivano trasportate anche le derrate alimentari per l’importante Abbazia
longobarda di San Colombano, provenienti dai notevoli possedimenti nel Nord Italia,
in Valtaro-Ceno e Toscana, nonché da pellegrini provenienti dal Nord Europa. Questa
via, riscoperta recentemente grazie al lavoro del Magistretti, da Farini, Groppallo,
Boccolo, scendeva a Bardi. Di lì, probabilmente lungo il percorso della Placentiam –
Lucam si dirigeva in Val Noveglia al monastero di Gravago, fondato nel 737 e già
citato in un documento nel 744, come quello di Tolla.
Saliva poi al passo S. Donna e di lì in Val Vona, dove poi sorsero i castelli dei
Platoni, signori di Torresana.
La strada da Valdena (Hena), dove fu edificato un maniero della citata e potente
famiglia, si inerpicava per i passi del Borgallo e del Brattello.
Nasceva quindi nella zona dove si trovava l’antica Pieve di San Giorgio e nelle
vicinanze della fortificazione bizantina “ Turris “, posta probabilmente sulla sinistra
del Taro, sulle pendici della Val Vona, forse in località Cappella di sopra, dove
doveva trovarsi, secondo il Rameri, la scomparsa chiesa di “ San Colombano ad
Turrem”(XIII sec) .
Ci sembra importante per questo, soffermarci sull’origine e sullo sviluppo
dell’attuale Borgotaro, nel periodo che va dai Bizantini ai Piacentini, passando per il
dominio malaspiniano, anche perché a partire dal XI sec, compare nelle cronache il
nome di un castello, quello di Ena ( Hena, poi di Monte grosso, secondo il Boccia ),
di cui peraltro non esistono studi archeologici, ma che riveste una notevole
importanza nel controllo militare delle due vie.
Lo dimostra, come vedremo, l’ impegno profuso dai Piacentini e dai Malaspina nel
XII sec. per assicurarsene il possesso o la distruzione. In particolare si può ritenere
che i legami parentali fra il ramo dei Platoni, proprietari del castello, ed i Malaspina,
fossero dovuti a contratti matrimoniali, piuttosto che ad una ascendenza comune, non
documentata.
Qui emersero una serie, come nella valle dei Cavalieri di Parma (Vallisneri) , di
livellarii, ultimo gradino di nobili ( milites): i Platoni.
Nell’XI sec i discendenti di Plato Platoni presero possesso dei beni della “curtis
Turris “, che di fatto erano però di proprietà dell’ Abbazia di Bobbio.
Secondo un testamento, poi considerato falso (30), Plato avrebbe diviso i suoi beni e
castelli fra i figli; in particolare avrebbe lasciato al figlio Rolandino il castello di
Hena e le terre site “ultra Tarum et inter Varaculam et Goteram ( torrenti Varacola e
Gotra) usque ad sumitatem Burgali, Crucisferae et caprae mortuae montium” ( 31 ).
Dalla frantumazione del consorzio feudale, si formarono una serie di famiglie, i
Granelli, i Lusardi ed i Rossi che continuarono ad appellarsi “ seu de Platis “ e che
per anni dominarono la scena del territorio valtarese.
Il Capacchi ( 32 ) asserisce altresì vera la notizia del Crescenzi ( Corona della nobiltà
italiana ) e riportata anche dal Rameri, che già nel 1022 i Platoni fossero anche i
feudatari del castello di Pietramogolana, citato nel 674 nel giudicato del re
longobardo Pertarido per una diatriba di confine fra i ducati di Parma e Piacenza.
Il frazionamento del territorio suscitò, come prevedibile, le mire dei potenti vicini,
soprattutto Obertenghi quali i Malaspina e Pelavicino.
In particolare Oberto, capostipite degli Obertenghi, già nell’XI sec. aveva ottenuto
dal sovrano la disponibilità della parte beneficiaria, che aveva a sua volta infeudato ai
livellari, futuri nobili locali, che si opposero poi ai discendenti degli Obertenghi
stessi.
Nel 1141 i Malaspina dovettero cedere al Comune di Piacenza i diritti sul “castrum
cum curia”(33) di Compiano, che poi glielo reinfeudò.
In seguito, il Comune di Piacenza occupò la Valtaro, ottenendo dai Valtaresi ( 34 ) la
sottomissione a Cereseto (Compiano). Restituì loro in feudo gli allodi e i livellari che
avevano ceduto e la metà di quanto avevano ottenuto dai loro feudatari Alberto
Malaspina, Oberto Pallavicino, Corrado Cavalcabò ( consorte degli Obertenghi) e
Gerardo di Cornazzano.
Nel 1166 Moroello Malaspina di Opizzo, con l’appoggio dei parmigiani e di Federico
I riconquistò la Valtaro.
Nel 1168, dopo la sconfitta dell’Imperatore, si alleò con la Lega e ne mantenne il
controllo.
I Piacentini rioccuparono la Valtaro nel 1184 ed ottennero il giuramento di fedeltà
dai signori del luogo , fra cui i fratelli Guiffredo, Guglielmo, Ugo ed Armanno,
signori di Ena.
E’ da notare che non si parla mai di casata degli Ena, ma dei signori di Ena, in quanto
tale cognome non compare nelle cronache della Valtaro.
Nel 1189 i Malaspina furono costretti a vendere ai Piacentini i propri diritti in
Valtaro, ed in particolare di Ena stessa.
Ma nel 1191 i signori di Ena con i Malaspina medesimi, il Comune di Parma e gli
Odelberti di Pontremoli si ribellarono ai Piacentini. Nel 1194 le forze in campo
raggiunsero un difficile accordo per ordine di Enrico VI.
Fu riconosciuto il dominio piacentino sulla Valtaro, con il divieto della ricostruzione
del castello di Grondola e della distruzione di quello di Ena, i cui signori, Guifredo,
Guglielmo ed Ugo, figli di Armanno, nel 1197, riebbero dai Piacentini i loro diritti,
ma con il divieto di ricostruire il castello stesso.
Nel 1195 i Piacentini fondarono o comunque fortificarono il nuovo centro di “
Turrexana, castro et burgo”, poi Borgo Val di Taro, sorto sulla sinistra del Taro. Nel
1226 vi fu costruita la nuova chiesa dedicata a Sant’Antonino, che nel 1564 assurse a
dignità plebana, sostituendo l’antica Pieve di San Giorgio.
La via del Borgallo, da Val d’ Ena ( Valdena), seguendo il corso del Tarodine,
giungeva con un irto percorso al passo di Muntis Burgalii, dove si trovava l’Ospedale
di San Bartolomeo.
Scendeva poi lungo la valle del Verde dove incontrava i piccoli villaggi di Monti, S.
Lorenzo, Navola ( 35 ), Cervara, Veserada, Baselica, conosciuti ancora nel medioevo
col nome collettivo di Mulpe ( 36 ).
Prima di Pontremoli giungeva a Vignola, sede dell’antica Pieve di San Pancrazio e
ancor prima, secondo il Giuliani ( 37 ), di un Pagus romano.
La strada del Brattello, con andamento più dolce, e quindi secondo il Giuliani, via
prevalentemente commerciale, saliva al valico ( 950 m ) e di lì scendeva a Bratto,
Braia, Grondola, Traverde sino a Porta Parma di Pontremoli.
Due vie intermedie univano ed uniscono ancora le due strade; la prima sul crinale e la
seconda da Grondola a Guinadi, lungo la Verdesina che sbocca nel Verde.
Frequentate già nel Neolitico, il Giuliani riteneva le due vie anteriori di molto a
quella di Monte Bardone, che non era considerata, prima dei Franchi, di grande
importanza militare.
Pensava, secondo noi a ragione, infatti, di avere individuato ( 38 ) nella strada, poi
Lombarda, del Cirone, l’antica via romana Parmam- Pisam.
In particolare, le due vie in oggetto, Borgallo e Brattello, sono state spesso indicate
separatamente, come già ricordato, confondendole, senza apparenti motivazioni,ed
ignorandone le diversità, tali come il terminale verso la Lunigiana della romana
Placentiam- Lucam, della medioevale via degli Abati, proveniente, dall’Abbazia
longobarda di Bobbio ed ancor prima dell’ antica via dei Liguri, proveniente dal
Concilibulum di Rubbiano di Solignano, ed indagata dal Mariotti. ( 39 ).
Ci sorprende però che gli studi sul Borgallo e Brattello siano praticamente inesistenti,
se si eccettuano gli scritti di Manfredo Giuliani, che richiama però piuttosto, l’aspetto
pagense della via del Borgallo, legata all’ espandersi della fede cristiana nell’ Alto
Medioevo e si sofferma sulle lotte medioevali per il possesso di Grondola su quella
del Brattello
In particolare non esiste una ricostruzione sul campo ed anche topografica del loro
percorso originario, come si è fatto per la strada di Monte Bardone.
In realtà, osservando alcune carte geografiche edite dal XVI al XVIII secolo ( 40), si
nota che la via del Borgallo continua ad essere rappresentata in diverse occasioni,
molto di più di quella di Monte Bardone, che peraltro aveva da tempo perso
l’originaria importanza.
Vengono citati i toponimi “Montis Burgalii o Borgalla”, Ospedale di San
Bartolomeo, Navola, Guinadi o Guinale e soprattutto, sempre presente, Cervara..
In particolare in quest’ultima località, viene citato nel 1270 uno xenodochio (Nostra
Signora della Cervara) , dipendente dal Monastero di Borzone sul Monte Ghiffi (41),
legato alla famiglia dei Ravaschieri, consorti dei Fieschi, che a loro volta erano parte
degli antichi “ comites de Lavaniae “ ( Lavagna ) e discendenti da una famiglia di “
milites “ degli Obertenghi ( 42), come il Priorato della Madonna al Monte di Mulazzo
e quello di Santa Maria del Taro a Tornolo.
Questa continue citazioni stanno ad indicare che tale via ancora nel periodo
rinascimentale era attiva e ben conosciuta, nonostante le notevoli improvvisazioni dei
cartografi di allora.
Fece sensazione però, nel 1495, dopo il sacco di Pontremoli, il trasporto da parte
delle truppe mercenarie svizzere di Carlo VIII di Francia, delle artiglierie,
probabilmente lungo tale tortuosa strada, anziché lungo la via di Monte Bardone, per
arrivare sino a Belforte e di li lungo un ramo secondario della francigena a Berceto e
Fornovo, castello di Carona, dove fu sconfitto dalle truppe della Lega ( 43).
Compirono, a detta degli esperti militari di allora, un impresa “impossibile”, stante le
difficoltà del percorso, totalmente inadatto al trasporto di macchine militari.
Sul Brattello, in tali carte geografiche, vengono citati, seppure in periodi più avanzati
Braia, Bratto e sempre Grondola.
Sulla via di Monte Bardone invece più spesso si ritrova citato Montelungo.
I ritrovamenti bibliografici e quelli toponomastici, ci fanno però ritenere che piuttosto
che di due vie separate nello spazio e nel tempo, si possa piuttosto parlare di un
sistema viario comune che univa l’ alta Valtaro alla Lunigiana dal periodo preromano
a quello medioevale.
In particolare ci sembra naturale che per primi i Bizantini, al tempo della guerra con i
Longobardi, avessero ritenuto di dovere fortificare tale sistema.
I Longobardi di Piacenza probabilmente conquistarono, come già detto, la Val Ceno
e quelli di Parma, Solignano ( Castrum Nebla ) e quindi la media Valtaro e la Val
Baganza sino all’attuale passo della Cisa prima del 594, sotto il regno di Autari,
disponendo quindi dei relativi crinali posti ad est del passo.
La resistenza di quest’ultimi si era attestata sui controcrinali della Lunigiana, Poggio
Castello, Monte Castro dove a valle si trova il toponimo la Fossola (forse un opera
difensiva), Monte Castello, Torre Nocciolo, Jera , Treschietto, già castellari liguri, e
sul limes di pianura ( Filattiera e Filetto ) (44).
I Longobardi non occuparono, però, probabilmente, sino al 643, Borgotaro e l’alta
Valtaro, protette dal citato sistema di fortificazioni (turres ), che faceva capo alla
strettoia (clausura vallis) di Roccamurata, dove Ghiretti ha identificato una possibile
fortificazione bizantina sulla sinistra del Taro.
I Bizantini, quindi, padroni ancora dei due valichi in questione, che facevano capo al
Kastron Soreon ( Filattiera), citato da Giorgio Ciprio, dove peraltro sembra avessero
trasferito la sede del Gastaldato di Turris, dovevano necessariamente preoccuparsi
della difesa di queste due vie, vitali per i rifornimenti dell’Alta Valtaro.
Che le due vie costituissero un unico sistema difensivo ci sembra poi confermarlo il
già descritto accordo fra Piacentini, Platoni e Malaspina che prevedeva la distruzione
e la non ricostruzione dei due castelli posti a capo delle due vie, Ena (castello di
Monte Grosso) e Grondola (castrum Grondolae ), considerando che per castrum non
s’intende una sola fortificazione, ma un insieme di opere difensive di vario tipo
sparse nel territorio.
Nel tratto intermedio delle due vie, tra i valichi e Grondola abbiamo poi identificato
una serie di toponimi riferiti ad opere militari che, ancor più, ci hanno convinto
dell’ipotesi in oggetto.
Immediatamente a valle del passo del Brattello, all’altezza della via che porta al
Borgallo troviamo la Cà del Guelfo.
Inizialmente ci aveva colpito questo termine: “ Guelfo”. Rimandava alle lotte interne
fra i Pontremolesi o piuttosto alla matrice da sempre guelfa del Comune valtarese? La
Banti ( 45) lo nomina Castel del Guelfo, includendolo nell’elenco di luoghi ove erano
stati trovati reperti romani . Perduta l’antica funzione sarebbe poi diventato una
semplice Cà (da locus).
Riteniamo però avesse una sua funzione difensiva alla fine del IX sec a seguito delle
invasioni degli Ungari, (vedi la diffusa presenza in zona del culto di San Geminiano)
confusi con i Saraceni, stante i numerosi toponimi legati ai “ Sarasin” in quella zona
quali “teca dei Sarasin., fosso dei Sarasin”, ecc. Tra l’altro la Petracco Siccardi ha
individuato a Lacore di Varsi un “casale” diventato “castellum” nel 904, a seguito
proprio dell’arrivo degli Ungari.
All’altro capo della via, a valle del Borgallo, è presente il toponimo “ Castel di
Margrai “ ( 46 ), ovvero dei marchesi ( da mark: confine e graf: conte).
Attualmente il toponimo non è più riscontrabile nelle carte geografiche; si trova
invece “ la Lobbia”, termine dialettale per frana ( lubia ), tra l’altro ripetuto appena
più a valle come “ Lubbia”. Potrebbe essersi ripetuto quanto accaduto al castello di
Muceto ( Filattiera ), sostituito dopo la demolizione del castello, dal toponimo “
Macerie”.
Viene citato anche un “ castrum Burgalii” ( 47), senza peraltro fornirne una
allocazione.
Riteniamo probabile si tratti dello stesso fortilizio, non essendo pensabile a due realtà
militari nello stesso luogo, D’altronde ci sembra pacifico che a guardia del valico,
certamente più importante militarmente del Brattello, e di un “Hospitale”, di cui il
Capitano Boccia ravvisava ancora tracce nel 1804/5 ( 48 ), vi fosse un opera
difensiva.
Più a valle, sopra l’ abitato della Cervara, troviamo il toponimo “Castello”, frequente
sull’ Appennino, ma comunque indicante una posizione militare. Considerando la
presenza già citata di uno xenodochio e l’importanza della Cervara, almeno secondo
quanto appare dalle carte geografiche citate, possiamo pensare anche ad un “ castrum
“ o ad un opera difensiva di una certa importanza.
Sul Brattello, alla stessa altezza, viene citato il “ Castelliere dei Cerri“, segnalato per
la prima volta da Aldo Mazza nel 1951 sulla Gazzetta di Parma ( 49 ). Questi ne
segnala i resti presso l’abitato di Bratto, senza peraltro fornirne ulteriori indicazioni.
La notizia viene ripresa dal Ghiretti e prima dal Corradi Cervi ( 50 ), che lo indica
come punto di partenza di una serie di “castellari” liguri, che si estendevano sui
crinali appenninici a Solignano, Prelerna, passo Santa Donna, Monte Lama, e
collegati a vista, sulle sommità, da punti di segnalazione.
Sarebbero stati edificati in funzione antiromana e quindi rivolti verso il mare.
Ci sembra un ipotesi azzardata che presuppone un coordinamento militare e sociale
fra le varie tribù liguri ( Veleiati, Apuani ) abitanti l’appennino, francamente difficile
da pensare. Ricordiamo infatti che il Giuliani parla di piccole tribù in quelle zone e
che i soli momenti di incontri collettivi erano quelli nei “ conciliabola” ( ubi ad
concilium convenitur).
Riteniamo pur senza alcuna prova , possa trattarsi più di un presidio bizantino legato
alla guerra contro i Longobardi, tesi giudicata in generale peraltro” verosimile ” dal
Ghiretti anche se non provata ( 51 ).
In località Braia (52), viene segnalato il toponimo “ Castello”, appena a valle del
piccolo centro. Potrebbe trattarsi di un opera difensiva legata al “ Castrum Grondolae
“, ovvero di una torre o di una casa torre ( caminata ). Non avendone notizie, neanche
nelle trattazioni del Giuliani, possiamo solo auspicare un indagine archeologica.
Il Castrum Grondulae sopracitato era certamente la fortificazione più importante
delle due vie; si estendeva dalla Magra al Verde e di fatto controllava le due vallate e
le tre vie che le percorrevano.
Era un “ castrum “ con “ cimae, fortitudines “ steccati, fossati e argini. Fu ceduto al
Comune di Piacenza dal marchese Alberto, figlio del defunto Opizzone Malaspina,
anche per conto del nipote Corrado il 17 dicembre1195 in Piacenza per 215 lire
piacentine.
Il Comune di Piacenza era rappresentato dal podestà, Conte Azzone; il Malaspina,
oltre al Poggio di Grondola si impegnò a cedere anche ogni altro poggio della stessa
corte; “ ita quod nec illud podium neque aliud nec aliquod castrum possit edifficari
neque levari in tota curte Grondule nisi in concordia et parabola atque consensus
communis Placentie et domini Alberti marchionis et Conradi nepotis eius “( 53).
Giurò che avrebbe aiutato i Piacentini contro Parma ed i suoi alleati e giurò altresì
fedeltà a Piacenza.
I piacentini a loro volta infeudarono Grondola ai nuovi vassalli Malaspina.
Nel 1241 i Pontremolesi occuparono Grondola di sorpresa, ma Federico II ordinò
l’abbattimento delle loro mura e torri e nel 1248, ne avocò il possesso alla camera
imperiale.
Nel 1271, i Parmigiani d’accordo con i Pontremolesi ricostruirono il castello di
Grondola e nel 1273 edificarono la torre che ancora si vede ( 54)
Un’ultima fortificazione, prima di Pontremoli, è segnalata dal Giuliani ( 55 ) nella
valle del Verde.
A monte della Pieve di Vignola si trovava il “ castrum Belvedere “; era situato sul
colle della Bardera fra i torrenti Picalla e Betinia.
Probabilmente era uno dei tanti “ castrum cum curia “ sorti nel X sec ( 56 ), forse su
preesistenti insediamenti difensivi, e nel 1164, quando i Malaspina occuparono la
Valtaro, fu infeudato da Federico I ad Obizzo Malaspina.
Le due strade si riunivano, poi, dove ora sorge l’attuale città di Pontremoli,
capoluogo dove si riunivano nel medioevo tutte le vie provenienti da Piacenza, Parma
( Cirone ) e dal Genovesato (Rastrello).
Il centro medioevale, sorse, secondo il Giuliani, come necessità di controllo di tali
vie. Nacque, quindi, o si sviluppò alla confluenza del Magra e del Verde, su uno degli
ultimi rilievi, un castrum, che divenne punto di aggregazione delle popolazioni sparse
per “ vici e loci “ viciniori e primo nucleo dell’oppidum, poi comune medioevale.
E’ però da considerare, che al contrario di Borgotaro, nell’Alto Medioevo, non
Pontremoli, che probabilmente ancora non esisteva, ma il “ Kastron Soreon “, attuale
Filattiera era la sede del Gastaldato bizantino.
Ci si potrebbe domandare a questo punto quale rapporto ci possa essere tra tutte le
fortificazioni descritte e l’ipotesi di un sistema difensivo prima bizantino, poi
medioevale.
Si è molto discusso sulla “ vexata quaestio” dei castellieri liguri nell’appennino
tosco-emiliano- ligure.
Prima il Monaco e poi il Corradi Cervi sostenevano, sulla base di osservazioni
probabilmente non supportate da adeguati scavi archeologici, che tutta una serie di
resti di fortificazioni ritrovate sull’appennino, fossero state costruite dai Liguri in
funzione antiromana.
Da Angelo Ghiretti è stata ( 57) data una risposta, secondo noi, importante al
problema. Sulla base di osservazioni, scavi, datazione di ceramiche ritrovate in loco,
ha rilevato alcune differenze fra “ castellari liguri e altomedioevali “ e “castellieri
tardo medioevali “. In particolare ha evidenziato la differenza nello sviluppo della
cinta muraria, curvilinea, presente solo nei punti più esposti, nei “ castellari liguri “ e
squadrata nei “ castellieri medioevali “ che presentano pure muri a secco e resti di
camminamenti ( castelliere d’Umbria ) a Varsi.
Raramente, Monte Pietra Nera fra Pellegrino e Salsomaggiore, di origine ligure, con
cinta muraria.
In particolare non si può non pensare che in sostituzione o ristrutturazione di
posizioni fortificate dei liguri in funzione antiromana, peraltro lungo vie frequentate
nei secoli, non siano sorti nel periodo altomedioevale e poi ancora nel IX e X sec.
nuovi insediamenti fortificati , come dimostrato da Tiziano Mannoni negli scavi del “
castrum Zirri “ a Zeri.
Questa affermazione tiene conto dell’utilizzo già descritto, nel corso dei secoli, delle
vie del Borgallo e del Brattello per raggiungere la Lunigiana, per cui ci pare lecito
pensare che nel tratto Borgovalditaro – Pontremoli, ognuno abbia cercato di
incastellarsi nelle posizioni più facilmente difendibili, riutilizzando e modificando,
ove possibile, le fortificazioni preesistenti.
Ancora di più ciò può essere valido in particolare, durante la guerra grecolongobarda, quando i bizantini avevano il controllo delle due vie in oggetto e di
conseguenza dovevano impedire che i longobardi da Solignano, superata la “
clausura vallis “ di Roccamurata, dilagassero attraverso questi due valichi, in
Lunigiana, considerando altresì che ad ovest del passo di monte Bardone non sono
stati riscontrati quegli incastellamenti difensivi sui controcrinali, del tipo di quelli
citati precedentemente.
Il primo incastellamento infatti si ritrova sul Monte dei Greci (Bizantini) dopo Varese
Ligure.
La via del Borgallo ricalcava anche in parte la cosiddetta via delle Pievi: Bedonia
(S.Antonino), Pieve di Campi (Albareto ), Pieve di S. Giorgio a Borgotaro, Vignola
(S.Pancrazio), Urceola ( Saliceto di Pontremoli ), Mulazzo (San Martino), Busatica,
Vico di Castevoli, Tresana e poi Aulla (58).
La Banti sottolinea l’importanza di questa via, che considera come parte del tragitto
originale della via romana.
Correva lungo la sponda destra della Magra in quanto, prima della deduzione di Luni,
era attivo il porto di Ameglia, posto dallo stesso lato.
Poiché, secondo tale teoria, le Pievi, particolarmente in Lunigiana, erano
originariamente poste nei centri abitati più importanti, sedi di pagi, ancorchè
scomparsi, le vie romane dovevano necessariamente passare per tali centri plebani.
Un altro incastellamento difensivo bizantino si trovava, come detto, a Zeri ( Castrum
Zirri).
Si raggiungeva lungo la riva sinistra del torrente Tarodine, in Val Taro, dove correva
un altra via, quella del Faggio Crociato (59), ora Due Santi, che salendo da
Borgotaro ed Albareto, passando per Nola, località di alpeggio, e per Monte Ribone,
portava nello zerasco e permetteva, tramite la via dei crinali, di raggiungere il
Borgallo o la Foce dei Tre confini ( Forcella del Gottero ), metri 1408.
Questa si raggiungeva anche con una strada che saliva lungo il torrente Gotra (60) da
Albareto.
Dai valtaresi era chiamata Via Regia e dai genovesi Via del Sale o Salaria.
Raggiunto il passo, la strada correva lungo il crinale fra la Val di Magra e la Val di
Vara.
Era usata non solo per portare il sale in Valtaro, ma anche per la transumanza dei
pastori compianesi.
Fu per secoli teatro di dispute fra gli abitanti di Zeri e Godano per l’uso delle terre di
crinale; in quanto retaggio di antichi usi liguri. Nel 1780 si ricorse ad un arbitrato del
re di Sardegna.
La strada era controllata come detto, dal castello di Zeri, sembra derivante (61) da un
castellaro ligure poi castrum romano.
La via scendeva a Bolano e Ceparana con deviazione verso il traghetto del “castrum
cum curia” di Groppofosco, passando da Tresana (Trivium).
Su questa via, nel 1167, Moroello Malaspina, guidò Federico I., che dovendo risalire
la penisola, trovò la via di Monte Bardone bloccata dai pontremolesi.
Secondo Pavoni (62) da Malnido ( Villafranca ) raggiunsero lo spartiacque alle Pietre
Bianche, sopra Calice al Cornoviglio, non potendo sicuramente salire dal passo dei
Casoni, troppo vicino a Pontremoli.
Per scendere a Bedonia utilizzarono poi o il Passo delle Cento Croci o quello della
Scassella e di qui per la Val d’Aveto.
Nel 1267, Federico, duca d’Austria, per raggiungere a Pisa, Corradino di Svevia, fu
guidato da Alberto Malaspina, ultimogenito di Corrado, lungo la via di Zeri e del
Gottero, essendo occupata Pontremoli da Carlo d’Angiò.
Dal castello di Zeri, si scendeva lungo il torrente Gordana a Pontremoli, per
incontrare la Francigena e attraverso il valico del Rastrello si andava a Godano, in
Val di Vara, e di lì per il genovesato ad incontrare l’Aurelia.
Se le vie ad ovest della Francigena rivestivano da sempre un ruolo di strade di
comunicazione con il Nord e l’Europa, surrogando a volte la stessa Francigena, quelle
poste ad est erano ad uso più locale, in funzione delle necessità commerciali e militari
dei vari stati che attraversavano.
La via più a sud è quella che dal parmigiano saliva lungo la strada di Linari (
Lagastrello ). Toccava diverse pievi: Pieve di S. Ambrogio a Bazzano ( XI sec. ), una
delle più importanti testimonianze della scultura romanica emiliana; Pieve di S.
Maria Assunta a Sasso, di epoca matildica ( XI sec. ), quando la contessa
(discendente dagli Obertenghi ) aveva possedimenti anche in Toscana e nel
parmense.
Indi la chiesa di S. Giuliana a Moragnano, cappella di Sasso, con 20.000 incisioni ed
iscrizioni rupestri, interne ed esterne e la chiesa di S. Maria Assunta di Zibana ( XII /
XIII sec. ).
Al passo del Lagastrello si trovava l’Abbazia benedettina di Linari, intitolata a S.
Bartolomeo, soggetta alla Pieve di Fornovo. L’abbazia fondata nel X secolo, di cui ci
restano poche mura, è ricordata nel capitolum decimarum del 1230.
Fu fondata dagli Estensi e Arrigo IV, nel 1077, ne confermò il giuspatronato a Ugo e
Folco d’Este (63). Scendendo verso la Val di Magra, toccava la Pieve di Crespiano,
posta alla congiunzione della via romana Parma – Lucca, con la via che sul “limes”,
univa la Pieve al castrum di Verrucola. Una lapide del 1079 attesta il restauro della
chiesa e la costruzione del campanile (64).
A Monti, toccava la Pieve di S. Maria Assunta di Venelia, nominata nel 998 e
collegata alle Pievi di Bagnone e Crespiano .
Da Tavernelle partiva una via di crinale che da Collesino andava a Bagnone. Così
pure da Licciana per Panigale, Pieve di Bagnone, e da Monti per Virgoletta e
Bagnone.
Dal bagnonese partivano altresì una serie di vie trasversali, dette “ lombarde “, che
valicavano il crinale tosco – emiliano, ad altezze notevoli, e che portavano in Val
Parma ed Enza.
La prima saliva da Compione verso il passo dei Tornini; a lato quella che andava al
passo di Badignana dove si trovano due toponimi :“Fosso dei Lombardi” e “Fosso
d’Attori”, questo forse legato a quel Ser Atto di cui fa menzione Manfredo Giuliani
(65).
Al valico scendevano entrambe verso il Lago Santo, sui crinali di due sorgenti del
torrente Parma verso Corniglio, e Torrechiara, feudo dei Rossi, signori anche di
Berceto.
E’ da ricordare il Da Faie (68) quando dice che “s’andava a Monti Chiarugo (
Montechiarugolo, in Val d’Enza ) per biave”.
Un via saliva verso il passo delle Guardine ( ora nella foresta demaniale della Val
Parma ). Un altra via “lombarda” iniziava alla confluenza fra il Rio Cuccarello ed il
Capria; raggiungeva Logarghena, Frattamara ed il Cirone. All’altezza di Frattamara si
distaccava un ramo, che per il passo del Portile o Bocchetta dell’Orsaro andava al
Lago Santo, e di lì si ricongiungeva al ramo principale. Al Monte Corno la strada
scendeva verso Corniglio
Un’altra via importante saliva dalla Valdantena per il Groppo del Vescovo e di lì a
Corniglio, feudo dei Rossi.
Tali vie lombarde, legate ad una viabilità minore, erano però importanti perchè
consentivano scambi commerciali e sociali tra le località di costa.
La via più importante ad est della Cisa era quella del Cirone. Da Parma passava per
Torrechiara, poi l’Abbazia di Badia Cavana, dedicata ai Santi Pietro e Paolo, fondata
nel secolo XII dal vescovo di Parma, Bernardo degli Uberti.
La chiesa risale al IX sec.
Vicino a Tizzano incontrava la Pieve di San Pietro Apostolo, già documentata nel
1004, con affreschi del XV sec. Da Corniglio e Bosco, transitando da una via di
fondovalle o una di crinale sino al Monte Borgognone, arrivava al passo del Cirone,
dove si trovava l’ospedale di Piella Burgari, tenuto dai monaci di Altopascio.
Scendeva poi a Pracchiola. In questo tragitto la boscaglia, secondo gli statuti di
Pontremoli, doveva essere tagliata per 100 braccia. Indi Groppodalosio ( Groppo di
Alloggio ), Casalina, Versola, Topelecca, Arzengio ( Castrum Arzengi ); di qui si
poteva scendere a Pontremoli o a Filattiera.
La via era controllata a bassa costa da una serie di fortificazioni: Muceto, Serravalle
e Rocca Sigillina. Quest’ultima fu contesa per anni dai Malaspina, Pontremolesi e
Parmigiani, per i quali rappresentava una possibilità di accedere alla Francigena,
anche tramite il valico del Cirone, quando la via di Monte Bardone era controllata da
forze nemiche.
La via del Cirone fu tenuta per ottanta anni dai Parmigiani, sino al 1313, dopodiché
perse notevole importanza. Ne tentò il recuperò, con notevoli spese, nel 1546,
Cosimo I de Medici, che acquistata Rocca Sigillina dai Noceti, voleva evitare di
passare da Pontremoli, tenuto allora da Filippo II di Spagna. Solo nel XIX e XX sec.
la via della Cisa e del Cirone furono rese carrozzabili.
Queste, in sintesi, le principali vie che hanno unito le due terre; la Lunigiana ed la
Padania, diverse ma, come visto, collegate da sempre fra loro, con reciproche
influenze sul linguaggio, nei costumi, nell’arte. Su di ognuna di queste vie esistono
approfondimenti notevoli.
Un grande contributo si deve a Manfredo Giuliani, con i suoi studi specifici ed anche
con i suoi continui richiami alla viabilità, in numerosi scritti.
Certamente, quindi, una riaffermazione della importanza della via di Monte Bardone,
ma anche un riconoscimento della funzione secolare di tante altre vie e della funzione
storica della Lungiana nella storia dei rapporti fra nord e centro Italia.

Sandro Santini, Le vie di comunicazione tra la pianura padana e la Lunigiana, in Studi Lunigianesi

NOTE

  1. G. R. Coppedè: Le vie di commercio in Borgo Val di Taro ed i Fieschi –
    Borgo Val di Taro 2002
  2. A. Ghiretti: Preistoria in Appennino – le valli parmensi del Taro e del Ceno –
    Grafiche Step Parma 2001
  3. Si riconosce la seguente divisione temporale: Paleolitico da 80.000 a 9.000
    A.C.; Mesolitico: 9.000/6.000; Neolitico 6.000/3.500; Rame 3.500/2.300;
    Bronzo 2.300/900; Ferro 900/193 : A .Ghiretti : ibidem
  4. A. Ghiretti: ibidem
  5. A. Ghiretti: ibidem
  6. G. R: Coppedè .op.cit
  7. AA. VV.: I Liguri. Questi vivevano originariamente nella zona compresa tra le
    valli del Rodano e dell’Arno. Piccoli di statura, vestiti di pelli; armati di una
    spada e di uno scudo ovale con elmo sormontato da un corno ( Diodoro
    Siculo V 31/1 ). Livio li descrive come guerrieri agili e forti. Posidonio
    sosteneva che un ligure combattendo contro un Gallo, seppur più grande, lo
    vinceva. Erano abili mercanti e navigatori. Sulle montagne combattevano con
    tecniche di guerriglia. Erano considerati la miglior palestra per i soldati
    romani .che infiacchiti dalle mollezze orientali, nelle guerre contro i Liguri ,
    potevano, secondo Tito Livio in “Ab urbe condita” ritrovare l’antica “vis
    pugnandi”. I Liguri erano divisi in tribù; si ritrovavano per discutere e
    commerciare fra di loro e con gli Etruschi ed i Galli, in località dette
    conciliaboli. M. Giuliani ha ritenuto di identificare lo zerasco come un
    insieme di piccole tribù liguri con il relativo conciliabolo che può essere
    identificato nella località “conciliaria”. Utilizzavano proprietà comuni, i
    compascua solitamente nella zone più alte, sia per il pascolo che per il
    legnatico. Col prefisso “alb” o “alp”(alpe o arpa) si intendeva
    originariamente il luogo dei compascua stessi. (fonte: internet ) Si
    difendevano nei castellari, luoghi di sommità, fortificati, in parte
    naturalmente, che, in piccolo, richiamavano gli oppida celtici. Pur diversi,
    erano di ceppo comune ( tant’è che si parla di Gallo-Liguri ). Si ricorda che
    alla battaglia delle Acque Sextiae fra Romani e Liguri contro i Cimbri,
    Teutoni e Galli, i due popoli usavano lo stesso grido di guerra: “Ambron”.
    Erano anche nemici degli Etruschi; attaccarono spesso Pisa, città etrusca, da
    cui venivano definiti come “vicini fastidiosi” . Combatterono i Romani, che
    dopo aver sconfitto i Celti, cercarono di occupare le montagne. Distrussero
    una legione al Saltus Marcius . Furono sconfitti una prima volta dai Romani
    nel 180 A.C e deportati in 40.000 nel Sannio. Di nuovo si ribellarono nel 155.
    I Romani distrussero le loro case, le messi , e ne deportarono di nuovo 7.000.
    Finiva cosi l’epoca dei Liguri Apuani.
  8. G. Mariotti: Il pagus mercurialis – La giovane Montagna XII, n° 4, aprile
    1947
  9. G. Mariotti: ibidem
  10. AA.VV. I Celti – La presenza dei Celti in Italia non parte, come spesso si
    crede, dall’occupazione di Roma ( 386 A.C. ). Secondo Tito Livio, circa 200
    anni prima, i Galli erano scesi in Italia e spesso avevano combattuto gli
    Etruschi, stanziati fra Alpi ed Appennino. Guidati da Belloveso, valicate le
    Alpi, dopo aver vinto ancora gli Etruschi sul Ticino, si stanziarono nel
    territorio detto degli Insubri e fondarono Mediolanum ( Cultura di
    Golasecca).. Indi i Cenomani, insidiatisi fra Brixia ( Brescia ) e Verona, poi i
    Libui e i Salluvii che occuparono la zona dei Liguri Laevi, collocata sul
    Ticino. Indi i Boi ed i Lingones, passarono il Po, vinsero gli Etruschi, peraltro
    impreparati alla guerra, gli Umbri e i Liguri. Da ultimo giunsero i Senoni che
    occuparono la regione dell’Aesis ( Esino ). Nel 386 si fa cadere l’assedio di
    Clusium ( Chiusi), casus belli della guerra contro Roma. Nel 369/68,
    Dionisio, tiranno di Siracusa, che fondò Ancona, reclutava mercenari Celti
    per la guerra in Grecia. Privi di tradizione scritta, i Celti svilupparono in
    tutta Europa manifestazioni artistiche notevoli, sia in campo civile che
    militare. In particolare i torquis, a forma di bracciali e collier, in oro e rame,
    di cui si adornavano. Andavano in battaglia vestiti di braghe e di sai. “Solo i
    Gesati si erano schierati in prima fila, nudi, adornati solo di torquis d’oro” (
    Polibio ). Descritti come curiosi e fanfaroni, davanti ad Alessandro il Grande
    , esclamarono che la loro sola paura era che il cielo cadesse loro sulla testa.
    L’armamento era costituito da un grande scudo ovale, più grande di quello
    dei Liguri; da una spada lunga, con fodero, che con un sistema di tiranti
    rimaneva sempre parallelo alle gambe. Le spade, spesso, dopo il primo colpo,
    si piegavano ed erano costretti a raddrizzarle con un piede. La conoscenza
    maggiore dei Celti si deve a Cesare ( De Bello Gallico ), che rileva la
    divisione della Gallia in tre parti: Belgi, Aquitani, Galli, che, nella loro
    lingua, si chiamavano Celti. Il territorio di Parma era abitato dai Boi, divisi
    in 112 tribù. Il loro territorio era articolato in una serie di vici – tecta –
    castella ( Livio). Sconfitti in diverse guerre dai Romani, che fondarono nel
    territorio dei Senoni, Senagallica, si integrarono nella società romana. Il
    ritrovamento più vicino a noi è quello della tomba ad inumazione di Casa
    Selvatica di Berceto, dove sono stati trovati i resti di un guerriero celtico (
    boico? ), con le armi spezzate e con un elmo di bronzo sormontato da un
    corno applicato superiormente. Recentemente a Pulica ( Fosdinovo ) si è
    scoperta una tomba Ligure ad incenerazione, con una ricca panoplia,
    costituita da una spada piegata ed un elmo, di fattura etrusca, con due corna
    simili a quello di Casa Selvatica. Armi celtiche sono state trovate anche nella
    necropoli di Ameglia ( La Spezia ), datate dal IX al III secolo A.C. Indicano
    contatti o mescolanze, o addirittura piccoli insediamenti, tra Galli e Liguri.
    Dimostrano comunque che fra popoli di confine vi erano scambi commerciali.
    A Villafranca Lunigiana ( Il Secolo XIX – 3/2/35 ) sono state trovate tombe ad
    inumazione in località S. Bernardino contenenti resti di guerrieri alti circa
    due metri. Tali resti sono stati dispersi. L’altezza non depone a favore di resti
    di Liguri, descritti di piccola statura ed agili.
  11. M. Giuliani: La via del Borgallo, il Pagus Vignolensis ed il Castrum
    Grondolae in Archivio Storico per le Provincie Parmensi – IV serie, VI 34
  12. N. Criniti: La tavola alimentaria di Veleia – fonti e studi serie prima – Dep. di
    St. Pat. Provincie Parmensi 1991
  13. N. Criniti: ibidem
  14. G. P. Salvanelli: La Cisa ed il Cerreto, Storia di due strade nel XIX secolo –
    Grafiche Conti Aulla 2002
  15. G. P. Salvanelli: ibidem
  16. M. N. Conti: Itinerari Romani in Lunigiana in memorie dell’Acc. Lun.
    Cappellini V – 1924 n° 4
  17. Tito Livio: Ab urbe condita
  18. M. Giuliani: Le vie del Borgallo… op. cit.
  19. Dall’Aglio: La viabilità in età Romana, in Momenti storici della Val Tolla –
    Pro Loco Morfasso 1986
  20. Al 476 d.C. Si fa risalire la fine dell’impero romano d’occidente. Odoacre con
    i suoi Eruli depose l’ultimo imperatore Romolo Augustolo, nel cui nome
    regnava il padre Oreste, generale dell’imperatore Nepote; Odoacre, che
    assunse solo il titolo di patrizio, fu sconfitto nel 489 da Teodorico, re dei Goti.
    Il dominio di questo popolo durò sino al 553, con il re Totila e poi Teia, che
    furono sconfitti da Narsete, generale di Giustiniano. Questi si installò a
    Ravenna, sede dell’esarcato bizantino. Narsete nel 568, in rotta coi Bizantini,
    chiamò in Italia Alboino, re dei longobardi, stanziati in Pannonia ( Ungheria
    ). Questi occupò il Friuli, poi il Veneto, Milano e la Lombardia. Indi l’Emilia,
    la Toscana, l’Umbria sino a Benevento. Insediò 36 duchi, in altrettanti ducati,
    come veri e propri vassalli. Era nato il primo germe del feudalesimo. Ad
    Alboino, successe prima Clefi, poi nel 585 Autari. I Longobardi mantennero
    la legislazione romana, affiancandola alla loro. La loro dominazione terminò
    nel 773, sotto Desiderio ed il figlio Adelchi per opera di Carlo Magno, figlio
    di Pipino, re dei Franchi, chiamato in Italia dal Papa Adriano.
  21. R. Pavoni: dalla curtis bobbiense di Turris al Borgo della Val di Taro; in
    Borgo Val di Taro e i Fieschi – Borgo Val di Taro 2002
  22. R. Pavoni: ibidem
  23. R. Pavoni: ibidem
  24. Pietro Rameri: Borgotaro riassunto storico dalle origini ai giorni nostri.
    L’Arcadia- Roma 1918
  25. R. Pavoni: dalla curtis bobbiense di Turris al Borgo della Val di Taro; in
    Borgo Val di Taro e i Fieschi – Borgo Val di Taro 2002
  26. M. C. Basteri: La via Francigena nel territorio parmense – Proposte Editrice
  27. Ibidem
  28. M. Giuliani. La via del Borgallo…op. cit.
  29. Ibidem
  30. Pietro Rameri: La pieve di Torresana. La Giovane Montagna- Parma 1937. Il
    Pavoni ritiene l’atto di divisione dei Platoni falso, probabilmente del XV sec.
    Non ne fa cenno però il Rameri, che quindi lo ritiene vero e così lo Schenoni
  31. Ibidem
  32. Guglielmo Capacchi: Castelli Parmigiani 1989
  33. Registrum Magnum del Comune di Piacenza, doc. 1-273. A. Giuffrè Milano
    1984
  34. Ibidem
  35. Avvallamento, valle.
  36. M. Giuliani: la via del Borgallo…op.cit.
  37. Ibidem
  38. Ibidem
  39. G. Mariotti: Il pagus mercurialis – La giovane Montagna XII, n° 4, aprile
    1947
  40. Antonio Samorè: La Signoria Landi. Centro Studi della Valle del Ceno
    “Cardinale Antonio Samorè”,1a ristampa 2003
  41. Dal tedesco WIFFA, ciuffo di paglia che veniva usato per segnare un confine.
  42. Qui era l’ospedale/xenodochio retto dal priore del monastero di Borzone sul
    Monte Ghitti. Monastero fondato nel 1184, su resti precedenti, che nel 1388
    fu concesso a Tommaso Ravaschieri, consorte dei Fieschi, assieme al
    monastero di Santa Maria del Taro ( Tornolo ) ed alla chiesa di S. Maria al
    Monte di Mulazzo ( M. Chiappe: vie di comunicazione e controllo del
    territorio nell’entroterra del Tigullio in Borgotaro e i Fieschi… op. cit. ).
    Ricordiamo che gli xenodochia erano originariamente ricoveri per pellegrini
    e spesso anche ammalati, gestiti da varie congregazioni religiose, posti lungo
    le strade romee. Più tardi si differenziarono gli Hospitalia per il ricovero
    degli infermi, anche locali. Per una esaustiva informazione si legga il
    notevole lavoro del Pellegri citato in bibliografia.
  43. Paolo Giacomone Piana: Le vie della guerra. Borgo Val di Taro durante la
    Guerra di successione austriaca 1742/48 in Borgo Val di Taro ed i Fieschi
    op. cit. Viene riportato un brano di Marin Sanudo ( la spedizione di Carlo
    VIII in Italia
  44. G. Lazzeroni: Insediamenti abbandonati in Lunigiana. I castelli di Treschietto
    e Iera nella Valle di Bagnone – Studi Lunigianesi Vol. XIX – XX – XXI
  45. Luisa Banti. Contributi agli studi della guerra annibalica in Atene e Roma,
    vol. 32 “via Placentiam- Lucam”
  46. Carta aereofotogrammetrica dell’Emilia Romagna
  47. Annamaria Rinaldi. Comunicazione alla Deputazione di Storia Patria per le
    provincie parmensi. Bardi 2006
  48. Antonio Boccia: Descrizione geografica, fisica, storica e statistica delle valli del Taro e del Ceno. Ass.
    Ricerche Valtaresi “A. Emanuel
  49. “Fra castellieri e strade antiche”.
  50. Maurizio Corradi Cervi: Il castelliere ligure dei Cerri e il sistema difensivo dei liguri veleiati. Istituto
    Editoriale Cisalpino Mi. VA
  51. Angelo Ghiretti: Preistoria in Appennino. Le valli parmensi del Taro e del Ceno- grafiche Step- Parma 2001
  52. Braia stà per campo coltivato, pianura. Bratto dal tedesco BRACHE, campo incolto
  53. Registrum Magnum del Comune di Piacenza, doc. 1-273. A. Giuffrè Milano 1984
  54. M. Giuliani: la via del Borgallo…op. cit.
  55. ibidem
    56 Paolo Cammarosano: Storia dell’Italia medioevale, dal VI all’XI secolo. Il Giornale. Biblioteca storica 2001
    57 A. Ghiretti: Nuovi dati sull’incastellamento nell’appennino parmense 1988

    58 L. Banti: op. cit. ( Tale via correva da Pontremoli ad Aulla parallela alla Francigena, lungo la sponda destra
    del Magra. A Villafranca, in località Grotto del Garfagnino e su ambedue le rive sono stati rinvenuti i resti di
    due ponti che avrebbero unito le due sponde ( G. Cavalli: ipotesi sulla villa malaspiniana e le origini di
    Villafranca – Studi Lunigianesi vol. XVI – XVII – XVIII ).
    59 Su questo faggio erano segnati i confini con una croce con capocchie di chiodi. Abbattuto dagli abitanti di
    Zeri nel 1600. Nel suo tronco vennero inserite le immagini di due Santi.
    60 M. Giuliani: Il castello di Zeri e le comucazioni antiche e medioevali nella regione del Gottero – Studi
    Lunigianesi Anno XI – 1981
    61 Ibidem
    62 R. Pavoni: dalla curtis op. cit.
    63 G. Mariotti: la strada francesca di Monte Bardone. 1940
    64 O. Failla .Pievi di Lunigiana, Luna ed
    65 M Giuliani M. – La strada Lombarda nell’alta Val di Magra in Arch. St. per la Pr. Par. IV serie, VI, ’54
  56. BIBLIOGRAFIA
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Touring Club Italiano : The route and stage posty from “passo della Cisa”