L’ETA’ DELLA PIETRA.

L’ETÀ DELLA PIETRA

IL PALEOLITICO (fig. 1) (1) – Se nuove scoperte non verranno a modificare la facies della regione, i primi segni di abitazione  umana cominciano nel paleolitico medio (fig. 1). A questo periodo risale, in Lunigiana, il giacimento della Tecchia e Grotta di Equi; contemporaneamente, nelle vicine Apuane, l’uomo s’insediava a Grotta all’Onda e alla Buca del Tasso. Non si hanno prove di abitazione umana stabile nella Riviera di Levante: la scheggia amigdaloide di diaspro, trovata sporadica a Monte dei Vagi, presso Levanto, ed attribuita dall’Issel al musteriano (2), indica il passaggio del-l’uomo, ma non la sua permanenza nella regione.

Il Paleolitico Medio – La Grotta di Equi (m. 18×8) (3) è preceduta esternamente da un riparo sotto roccia. Fu scoperta ed esplorata nel 1909 dal Podenzana; nel 1911 e negli anni successivi vi fece degli scavi il De Stefani, il quale non riuscì a trovarvi una stratigrafia netta: con fauna ed industria propria del paleolitico rinvenne ceramica e manufatti neolitici. Da questo egli dedusse la contemporaneità della fauna a Ursus spelaeus con i manufatti neolitici, contemporaneità sostenuta anche dal Rellini, che nel 1919 compl nuove ricerche nella grotta. Ulteriori studi hanno dimostrato che il deposito di Equi ha prodotti di due età; la più antica, musteriana e forse musteriana finale, ha dato:

1) industria litica – circa 250 manufatti di selce, di diaspro, raramente di quarzite: punte musteriane, raschiatoi, schegge Levallois, rare lame;

2) manufatti di osso – tre fibule ed un frammento di costa di orso speleo, lavorate a forma di oliva o bottone;

3) fauna ricchissima, caratteristica dei climi freddi: Lepus variabilis, Microtus nivalis, Arctomys, marmota, Capra ibez, Rupicapra, ecc., e Ursus spelacus, Felis pardus, Felis leo.

Durante il musteriano l’uomo ha abitato stabilmente nella grotta, come dimostrano i due focolari trovati a differenti altezze. L’opinione del Rellini (4) che l’uomo, risalendo dalla marina lungo il greto fluviale, doveva fare nella caverna solo brevi soste durante l’estate, non mi sembra verosimile, non solo perchè gli strumenti litici sono molto numerosi, ma soprattutto perché non esistono tracce in questa età di una prolungata abitazione nella zopá costiera, che pure è stata esplorata con cura.

In questo strato musteriano della grotta in seguito, durante l’eneolitico, furono scavate delle tombe e manufatti tardi vennero cosi a trovarsi in strati musteriani. In una recente esplorazione è stato trovato nella Tecchia un lembo del deposito in situ, con fauna a orso speleo e manufatti di tipo musteriano come quelli dell’interno della grotta, ma senza alcun frammento di ceramica neolitica (5).

Contemporanei e prossimi al giacimento di Equi, benchè fuori della Lunigiana, sono il deposito inferiore di Grotta all’Onda e la Buca del Tasso, simili tipologicamente a quello e ricollegabili, sembra, al musteriano di tipo alpino (6).

La Buca del Tasso (7), piccola grotta che si apre sul M. Matanna a m. 415 sul livello del mare, è preceduta da un riparo sotto roccia e fu esplorata negli anni 1919-1922. Nella Tecchia furono trovati due strati, separati da uno strato sterile; nella grotta solo lo strato inferiore:

1) livello inferiore con industria musteriana tipica, Ursus spelaeus e caratteristica fauna fredda a Arctomys marmota;

2) livello superiore, più esteso, con industria della fine del musteriano, Ursus spelaeus e fauna fredda abbondante: Arctomys marmota, Felis pardus, Capra ibex, Rupicapra, Lagopus mutus, ecc. Insieme alla fauna fredda fu trovato anche un dente di Rhinoceros Merckii. Quest’ultimo ha fatto pensare ad un ritorno di clima caldo (8), ritorno che non credo probabile, in quanto non basta a dimostrarlo un solo osso, che può essere stato trasportato là da altre regioni. Grotta e Tecchia servirono di abitazione esclusivamente nel paleolitico medio.

Abitazione, forse temporanea, fu anche la Grotta all’ Onda, sul M. Matanna (0) a m. 710 s. 1. m. Già visitata dal Regnoli, fu esplorata poi dal Mochi e dallo Schiff-Giorgini, che vi riscontrarono quattro focolari, il superiore (strato 1) dell’eneolitico; i due medi (strato 3, focolari Be C), separati dal precedente da una formazione stalagmitica, aurignaziani, ed infine un focolare inferiore (strato 5). Questo presenta industria musteriana molto povera, unita a fauna fredda, caratterizzata dal Lagopus mutus, dall’Arctomys marmota, dalla Capra ibex, ecc. con Ursus spelacus e Felis pardus.

Il Paleolitico Superiore – In Lunigiana sembra essere stata abitata in questo periodo la Grotta dei Colombi, nell’isola Palmaria (10). Fu esplorata nel 1869-70 dal Capellini e, succesivamente, dal Regàlia e dal Carazzi: è di difficile accesso, si apre a metà circa di un’alta parete rocciosa che scende a picco sul mare (m. 60) e, attualmente, vi si scende solo dall’alto. È formata da una prima grotta (che conteneva solo ossa di cervo e di bove), dalla quale per mezzo di un lungo (m. 26) e basso corridoio si penetra in una vasta sala, irregolarmente pentagonale (m. 15,50 x 18,50). Nel corridoio furono trovati ossa di animali e avanzi di lavorazione litica; nella sala interna una fauna ricchissima con Ursus spelaeus e specie caratteristiche del clima freddo: Mustela erminea, Mustela nivalis, Gulo borealis, Arctomys marmota, ecc. La presenza ed abitazione dell’uomo vi erano provate dai focolari e da un’industria litica ed ossea estremamente povera di tipi (11) e che potrebbe benissimo, per l’assenza di manufatti caratteristici, scendere anche fino al neolitico, Gli scavi disordinati non danno un’idea esatta della stratificazione della grotta, di modo che non sappiamo con certezza se questa industria sia stata trovata insieme alla fauna pleistocenica, o fosse suppellettile delle sepolture che qui, come a Equi, furono scavate durante l’eneolitico. Contro quest’ultima supposizione sta, però, l’estrema rarità della ceramica.

La ipotesi del Capellini (12) che gli abitanti della grotta fossero cannibali è oggi universalmente respinta.

Nella vicina Versilia apparterrebbero al paleolitico superiore, secondo il Mochi (13), l’industria dei due focolari medi (Be C) di Grotta all’ Onda. E un’industria povera di tipi e scarsa, che si riduce a un raschiatoio, una lama a dosso rabbattuto, qualche lama di diaspro, un disco e delle schegge pure di diaspro, un puntarolo d’osso ed un dente di orso speleo, forato ad uso di pendaglio. Nella fauna abbondanti sono, con l’Ursus spelaeus, le specie caratteristiche dei climi freddi: Arctomys marmota, Capra ibex, Ru picapra Tragus; mancano quelle domestiche.

L’uomo che ha abitato nelle grotte della Lunigiana e della Versilia durante il paleolitico era cacciatore e viveva esclusivamente con i frutti della caccia, come dimostra la fauna delle varie grotte; non si occupava ancora di addomesticare gli animali nè di pastorizia. Non sappiamo per ora con quale rito seppellisse i suoi morti, nè se le sepolture fossero all’aria aperta o in caverne.

E da notarsi che, a differenza dalle grotte della Riviera Ligure di Ponente, quasi tutte di facile accesso e vicine al mare, qui l’uomo vive ad altezze notevoli ed in località di accesso non facile: anche la grotta di Equi, per quanto più bassa, e, in età antica, per le differenti condizioni di viabilità del territorio, meno appartata forse di quel che non sia attualmente, è in una località assai selvaggia.

Forse queste particolari condizioni naturali della regione e le difficoltà di comunicazioni fra i vari centri hanno improntato ad una estrema semplicità la vita degli abitanti, semplicità che vedremo ripetersi nel corso dei secoli dal paleolitico fino all’età romana. L’industria litica e ossea è poverissima di tipi e spesso rozza, ciò che fece credere al Rellini (14) che non si potesse parlare di musteriano ad Equi. Mancano l’abbondanza e la varietà di tipi che riscontriamo, invece, nell’industria della Riviera di Ponente, dove le condizioni di vita erano più facili ed il clima più mite: mancano anche apparentemente i rapporti fra le due regioni. La Riviera di Ponente è naturalmente e archeologicamente orientata più verso la Francia che verso la Lunigiana e la Versilia.

NEOLITICO (fig. 1) – Nel neolitico inferiore e medio nessuna traccia di occupazione delle grotte di Lunigiana e, in genere, della zona tutta. In Versilia a questo periodo vanno ascritte le sepolture della Grotta del Tanaccio (15) con frammenti di ceramica rozza, spesso quasi nera, priva di ornamentazione, e varie palline di terracotta, povera suppellettile data ai defunti. Ad un periodo del neolitico, che non è possibile determinare per la poca importanza dei ritrovamenti, appartengono le Grotte dei Goti (16) e della Penna-Buia (17), ambedue usate come sepoltura.

Solo durante l’eneolitico troviamo prove della presenza dell’uomo in Lunigiana con le sepolture delle grotte di Equi e dei Colombi, con la Tecchia di Tenerano e con le selci e schegge sporadiche del G. della Spezia (18), dell’Anguillina e dei dintorni di Piazza al Serchio (19).

Nella Grotta di Equi appartengono all’eneolitico (20):

1) cinque cuspidi di freccia di un tipo che si trova, solo nel neolitico finale;

2) sei chicchi di monile in marmo bianco;

3) frammenti di ceramica granulosa, appartenenti a vasi a fondo piatto,  generalmente panciuti. I vasi – in parte spessi con fortissime impurità; alcuni, invece, più sottili furono lisciati alla stecca ed ornati o con striature, o con cordoncini applicati e pizzicati con le unghie, o con solchi incisi (un frammento). È una ceramica semplice e più rudimentale di quella della Grotta all’Onda e, soprattutto, della Tana di Maggiano, dove il graffito è più frequente e dove si tentano anche alcune rudimentali figure di animali (21); il Rellini (22) la giudicò rozzissima, ma lo è però meno di quello che egli credette. La semplicità di ornamentazione e di forme è dovuta con ogni probabilità alle condizioni della regione e si ritrova come caratteristica di quella zona fino all’età romana.

Questi manufatti non sono dovuti ad abitazione  – mancano infatti  i focolari –  Questi manufatti non sono dovuti ad abitazione focolari –  ma provengono dal corredo funebre di ca. trenta individui, le cui ossa furono trovate nella grotta. Nello scavare le tombe furono in parte rimescolati gli strati e si vennero ad introdurre i tardi oggetti dei corredi funebri nello strato musteriano.

Nella Tecchia di Tenerano (23) l’uomo si è fermato solo di passaggio: mancano gli avanzi di pasto; vi furono trovati solo pochi frammenti di ceramica, identica come tipi e come tecnica a quella di Equi. Mancano tracce di abitazione prolungata, non servì quindi di abitazione a coloro che seppellivano i loro morti ad Equi, ma fu loro occasionalmente una sosta.

Pure all’eneolitico spettano nella Grotta dei Colombi le sepolture di una diecina di individui, con la poverissima suppellettile pertinente: tre frammenti di ceramica, e, forse, le conchiglie forate, di cui una fu trovata insieme alle ossa (24).

Abitata fu la Grotta della Guerra sull’Alpe di Corfino in Garfagnana (25). Vi furono trovate numerose ossa di animali domestici (Bos, Sus, Ovis) e gusci di conchiglie. La industria litica è scarsamente rappresentata – sei cuspidi di selce ed una lama di diaspro – ; assai numerose, invece, sono le ossa e corna di cervo con tracce di lavorazione. Per la ceramica furon trovate sferette di terracotta simili a quelle del Tanaccio; una fuseruola biconica, simile a quelle trovate a Grotta dell’Onda, alla Tana di Maggiano, al Castello di Vecchiano; e frammenti di vasi d’impasto cenerognolo con i quali si può ricostruire una coppa. Questi, per impasto e per forma, ricordano le ceramiche di Grotta all’Onda.

Agli abitanti di questa grotta si potranno probabilmente attribuire le numerose frecce sporadiche rinvenute nelle vicinanze, all’Anguillina, a Perpoli, nei dintorni di Piazza al Serchio, ecc. (26) che mostrano frequenti escursioni e prolungati soggiorni all’aperto.

Come industria, la grotta mi sembra collegarsi più al gruppo Versiliese, che non a Equi o alla Palmaria, segno che le comunicazioni erano più facili e più frequenti con la costa che non con la Val di Magra. A rapporti con la costa si riferiscono anche le conchiglie.

Nelle Apuane furono abitate la Grotta all’ Onda e la Tana di Vallelunga. Nella prima spetta ai neolitici il focolare superiore, separato dal paleolitico da una formazione stalagmitica nella parte anteriore della grotta; è invece a contatto con quello nella parte posteriore (27). L’industria eneolitica, caratterizzata dall’ossidiana e da cuspidi triangolari peduncolate, ha manufatti scheggiati e levigati, ceramica più sviluppata che ad Equi. Sono pentole o coppe a pareti spesse e di impasto grossolano, ma ben cotte, oppure d’impasto più fino, pareti sottili e ingubbiatura lisciata alla spatola; alcuni frammenti sono depurati e con ingubbiatura a stralucido; altri sono fatti a rotolo. Le decorazioni sono a cordoni o bugnette rapportate o incise (28). La fauna è quella attuale e vi sono rappresentate speci domestiche.

La Tana di Vallelunga (29) ha ritrovamenti scarsi, ma simili molto a quelli di Maggiano, di modo che non appare infondata l’ipotesi del Puccioni che abbia servito di stazione di passaggio per i neolitici che seppellivano alla Buca Tana.

Questa, il Tambugione e le Pianacce sono le sepolture conosciute per l’eneolitico in Versilia. Il Tambugione (30) e le Pianacce (31) non hanno industria litica, ma solo pochi frammenti di ceramica, che, per le Pianacce, ricorda quella di Grotta all’Onda e della Buca Tana.

La Buca Tana di Maggiano (32), esplorata dal Puccioni e dal Minto, ha dato ossa di animali domestici e tracce di carboni nella prima caverna (la seconda è risultata sterile), insieme ad ossa umane di vari individui ed agli oggetti del corredo funebre. Le ossa lavorate sono scarse; i manufatti litici – punte di freccia, lame e raschiatoi – hanno riscontro in quelli di Grotta all’Onda e di Vecchiano; vi sono anche bottoni di steatite e pendagli. La ceramica presenta i tipi e le decorazioni di Grotta all’Onda e, in genere, delle grotte della Toscana.

L’uomo abitò talvolta durante l’eneolitico nelle grotte, ma forse anche in capanne; lo può far supporre il fatto che in alcuni centri, come Equi e il G. della Spezia, dopo ricerche assai minuziose nessuna delle grotte della regione è risultata abitata. Egli seppellisce i suoi morti unicamente – sembra -nelle grotte, dando loro dei corredi funebri poveri, perchè povera è la regione ed i suoi abitanti.

Non si usarono casse di pietra a protezione dei cadaveri, come altrove ed anche nella Riviera di Ponente; alle Pianacce, e forse anche alla Grotta dei Colombi e ad Equi, si usò la deposizione secondaria, perchè mancano le ossa minute. Invece alla Buca Tana di Maggiano abbiamo un vero sepolcreto, ma non sappiamo se si usasse seppellire il cadavere rannicchiato.

L’uomo eneolitico di queste regioni è primitivo rispetto a quello di altri centri i manufatti sono rozzi e i tipi poco variati, i corredi funebri sono molto lontani da quelli, per es., dei sepolcri di Remedello di Sotto nel Bresciano. Probabilmente a questa povertà è dovuta la completa assenza di manufatti di rame, di argento e di bronzo.

Più povero, come ceramica e manufatti, e più isolato anche dagli altri centri appare il gruppo lunigianese, che non presenta rapporti nè con la Liguria di Ponente, nè con il Piemonte, nè con l’Emilia, e nemmeno ha sicuri contatti con i centri abitati della Garfagnana e delle Apuane. Questi ultimi invece, mostrano collegamento fra di loro; soprattutto omogeneo si presenta il gruppo versiliese, ciò che non può destar meraviglia quando si pensi alla vicinanza di queste grotte fra di loro. Manufatti di osso e di pietra, ornamenti e ceramica, sia per forma che per tecnica si ritrovano più o meno in tutto il gruppo e si ricollegano da una parte alla Grotta della Guerra, dall’altra, e soprattutto, all’eneolitico toscano; ma, mentre la Grotta della Guerra sembra avere con la Toscana solo contatti indiretti attraverso i centri Apuani, questi mostrano rapporti che non possono essere casuali e che potrebbero forse far supporre che dalla Toscana potesse esser giunta nella regione questa facies di civiltà. Non intendo alludere con questo a conquiste o a migrazioni, ma constatare semplicemente un influsso culturale.

La facies della regione durante le età litiche può esser riassunta dalla seguente tabella dove (ab.) indica le grotte che servirono di abitazione; (sep.) quelle che furono usate per sepoltura:

Risulta evidente che in questi depositi un certo numero di periodi o non è rappresentato, o è rappresentato molto scarsamente. Equi fu abitato nel paleolitico medio e nell’eneolitico; la Grotta dei Colombi nel paleolitico superiore e nell’eneolitico; la Grotta dell’Onda nel paleolitico e nell’eneolitico. Il neolitico inferiore è molto scarsamente rappresentato al Tanaccio, il neolitico medio per ora non è apparso in nessun deposito. A che mai attribuire queste lacune e come spiegarle? Le cause possono essere varie:

1) Mancanza di ricerche complete ed esaurienti: nuove esplorazioni possono far conoscere depositi che colmino le lacune constatate. Non credo però possibile che le colmino completamente, perchè la regione, almeno in: certi tratti, è stata esplorata minuziosamente, anche se non sempre scientificamente.

2) L’uomo, in Lunigiana, potrebbe aver abitato dapprima ad Equi, poi essere sceso, per ragioni a noi sconosciute e non facili a determinare, alla Gr. dei Colombi e alla fine del paleolitico aver abbandonato la regione, la quale sarebbe stata riabitata nell’eneolitico da un nuovo popolo. Uguale spiegazione potrebbe darsi per i centri della Versilia. Sarebbe strano, però, che nuovi popoli, venendo in una regione completamente disabitata, scegliessero come residenza esattamente le stesse località che aveva abitato l’uomo paleolitico. La cosa mi sembra così strana, anzi, che non credo possibile ammetterla.

3) Non vi è stata discontinuità di abitazione: alcune facies di civiltà non giunsero in questa zona e gli abitanti di Equi e della Palmaria in Lunigiana, di Grotta all’Onda in Versilia, continuarono con le loro industrie arretrate finchè la nuova civiltà eneolitica non penetrò nella regione. La segregazione naturale del territorio, circondato da alti monti e di comunicazioni non facili, la povertà dell’industria, il fatto che anche nelle età successive, fino alla conquista romana, tutte le civiltà sono giunte in ritardo nella regione, che è stata per così dire separata dalle confinanti, mi farebbero propendere per questa ultima ipotesi, che per la Lunigiana potrebbe essere confermata anche dalla constatazione che tanto alla Grotta dei Colombi che a Equi manca uno strato sterile tra il paleolitico e l’eneolitico.

Nella Versilia lo strato sterile esiste alla Grotta all’Onda, e il Tanaccio sembra appartenere al neolitico inferiore; ma la Versilia, più vicina alla Toscana e meglio situata geograficamente, può aver risentito di influssi che non giunsero fino alla Lunigiana. D’altra parte, però, manca anche ogni traccia di un periodo di transizione fra paleolitico ed eneolitico, che appare dappertutto già completamente sviluppato,

Neolitici furono supposti anche dei monumenti a forma di menhir, trovati nelle vicinanze della Spezia (33).

L’ETA’ DEL BRONZO

Non abbiamo sepolture attribuibili a questa epoca; non sappiamo quindi se gli abitanti della regione continuassero a seppellire i loro morti con il rito dell’inumazione, o se avessero adottato l’incinerazione, portata in Italia dai terramaricoli. Manca ogni traccia di abitazioni.

Pochi rinvenimenti sporadici – i pugnali in bronzo di Sarzana (34), la armilla scoperta insieme ad un puntale di lancia, una piastrella pedunculata e un pane di rame greggio, a Loto, presso Sestri Levante (35); le tracce – tutt’altro che sicure – di lavorazione, riscontrate, sembra, nella miniera di Libiola (36), il deposito di bronzi di Pariana, presso Massa (Tav. I) (37); la freccia di Migliarina, presso Spezia (38), non danno un’idea della civiltà del bronzo nella regione e possono, anzi, appartenere al principio dell’età del ferro (39).

A testimoniare che un popolo abitò la Lunigiana nell’età del bronzo rimangono solo alcune delle cosiddette statue-stele o statue-menhir, cioè dei cippi in pietra raffiguranti in modo schematico e rudimentale figure maschili e femminili. Dò in Appendice (pag. 151) la lista e la descrizione delle statue-stele rinvenute fino ad ora.

Il primo di questi monumenti fu trovato a Nova (Zignago) nel 1827 (Tav. Vf); fu supposto etrusco per i caratteri dell’iscrizione che aveva scolpita longitudinalmente e creduto dai primi illustratori sia una stele funeraria (Fabretti, Orioli, Micali), sia un cippo terminale (Inghirami, Gerini), sia una divinità (Zannoni) (40). Nel 1908 Ubaldo Mazzini pose a riscontro quattro monumenti simili trovati in Val Magra – Filetto, Campoli, Malgrate (41) – , altri ne pubblicò in seguito (42), giungendo alla conclusione che sono stele sepolcrali, le quali trovano i confronti più immediati nelle statue-menhir della Francia meridionale (Aveyron, Tarn, Hérault); quindi sono dovute ad una infiltrazione celtica penetrata attraverso i valichi appenninici, o per via marittima. Altri studiosi hanno riesaminato la questione; tutti si accordano con lui nel vedere in queste pietre dei monumenti sepolcrali, e differiscono solo nei riguardi del popolo a cui vengono attribuite: per alcuni (43) specialmente per gli studiosi francesi devono essere attribuite ai Celti, per altri ai Liguri (44), per altri agli Etruschi (45).

Per quanto una parte di questi monumenti megalitici appartenga alla seguente età del ferro, credo opportuno per comodità di studio riunirli insieme (v. fig. 2 e Tavv. II-VI). Attribuendoli ad una età, non intendo affermare che risalgano realmente a questo o a quel periodo, ma che il tipo iconografico che riproducono vi appartiene. Si tratta di monumenti che si ripeterono per la durata di secoli con varianti e particolari maggiori o minori: gli scalpellini locali possono con facilità aver riprodotto in età recente dei modelli molto antichi.

In generale questi monumenti, ai quali, per comodità, continuo a dare il nome generico di statue-stele che hanno avuto finora, sono piatti, destinati a sorger ritti ed isolati sul suolo, a forma di lastra, anche quando lo scultore li ha sentiti come un tuttotondo perchè ha rappresentato alcuni particolari lateralmente e nella parte posteriore della pietra (Filetto C, D [n. 18-19]). Sono rotondi in alto per rappresentare la testa, che è separata dal restante del corpo da una piatta lista orizzontale (a forma di V sembra esser quella di Scorcetoli [#. 28]) a rilievo, all’estremità della quale sono attaccate le braccia. Queste scendono in basso rigidamente piegate ai gomiti e terminano spesso in un tentativo di indicare le mani, che hanno a volte solo quattro dita. In alcune la testa è ottenuta incavando profondamente la pietra ai due lati al di sopra della lista, ciò che dà l’aspetto di capelli tagliati a zazzera. Il collo è sempre immenso, spesso lavorato a tutto tondo, sproporzionato; Malgrate A [16] lo ha assolutamente gigantesco.

La faccia è rappresentata a incavo sulla superficie della lastra con un cerchio, un rettangolo o un semicerchio volto in alto o in basso. Il naso vi è segnato a rilievo come una appendice rettangolare, che si stacca dall’alto. Filetto C [18] (Tav. VI a) ha il volto circondato da un cerchio a rilievo, che ricorda i collari pure a rilievo delle statue Collorgues I e del Gard. La testa di Verrucola [25] (Tav. IV d) ha segnato solo il naso e le sopracciglia e ricorda come aspetto generale i tipi del Gard, Collorgues II, St.-Victor-des-Oules e Castelnau-Valence, ma non come tecnica, perchè qui il rilievo è ottenuto incavando leggermente la superficie della pietra.

Le teste di Campoli [15] e Malgrate B [26] devono lo stile apparentemente più evoluto all’esser state rilavorate in epoca più recente (46).

Le teste di Filetto D [19], Verrucola [25] e Malgrate A [16] hanno in basso una leggera rotondità, che può indicare indifferentemente il mento o la barba; per le due ultime crederei piuttosto ad una sommaria indicazione del mento. Il naso è generalmente rettangolare, con angoli talvolta un po’ smussati; nella statua di Zignago [20] (Tav. VI f) è triangolare con il vertice in alto.

Alla radice del naso sono a volte segnati gli occhi con due punti a incavo (Pontevecchio D, F, I, G [3; 5; 7; 8]; Filattiera A [14]; Malgrate A [16]; Sarzana [22]) o a rilievo come capocchie di spillo (Moncigoli [Io]; Filetto

E [23]; Verrucola [25]; Zignago [20]). I due tipi sono propri tanto delle stele più arcaiche, quanto di quelle più recenti.

Come in molte statue primitive, la bocca non è segnata fanno eccezione due delle più tarde stele di Filetto (C, D) che l’hanno leggermente indicata. In quelle di Campoli e di Malgrate B è dovuta a rilavorazione recente.

In un sol caso (Filetto D [19]; Tav. Va) sono indicate le gambe (47); ma in generale la raffigurazione si limita al busto. La stele di Zignago ha solo la testa, secondo il tipo iconografico delle erme greche.

Come attributi abbiamo il pugnale triangolare dell’età del bronzo (Pontevecchio F, H [5; 6]; Filetto A [12]); la spada ad antenne hallstattiana (Fi-lattiera B [17]; Filetto C, D [18; 19]; forse Campoli [15]?); i giavellotti (Campoli [15]; Filetto C, D [18; 19]; forse Filattiera B [17]); l’ascia (48) Malgrate A; Filattiera B; Filetto C, D [16; 19]; forse. Campoli?); dei monili (Pontevecchio G [8]; Filetto B [13]; Filattiera A [14]). Questi attributi caratterizzano come maschili gli individui raffigurati sulle stele Pontevecchio F, H, Filetto A, C, D, Campoli, Filattiera B, Malgrate A (in Filetto D sono indicati anche gli organi genitali); mentre a causa del collare intorno al collo saranno di sesso femminile le stele di Pontevecchio G, Filetto B, Filattiera A, alle quali devono essere aggiunte Pontevecchio C, I [7; 9]; Moncigoli A, B [10; 11]; Filetto B [13]; Malgrate B [26] sulle quali sono rappresentati i seni. Se la prominenza alla base del viso indicasse realmente la barba, sarebbe maschile anche la testa di Verrucola [25].

La statua Filetto D [19] sembra avere una tunica terminata in basso da due liste a rilievo e fermata alla vita da una cintura. Cinture hanno anche Campoli (?), Filattiera B, Filetto C; ma non è possibile decidere se indichino la presenza di vesti.

Il gruppo più antico dei monumenti qui studiati è costituito dalle stele di Pontevecchio (Tavv. II-IIIa, c) e Filetto A [12] (Tav. IIIb) nelle quali i pugnali triangolari riportano, come è già stato visto, agli inizi dell’età del bronzo (49); di questa età è anche il collare di Pontevecchio G (Tav. II g) (50). Le due stele di Moncigoli [10; 11] (Tav. IV a, c) ricordano talmente quelle femminili di Pontevecchio che debbono, credo, essere ascritte allo stesso periodo, per quanto Moncigoli A dia l’impressione di essere un tardo rifacimento di un tipo più antico, a causa della regolarità dell’esecuzione e dell’accurata modellatura dei seni. Forse la più recente di tutto il gruppo è Filattiera A. All’età del bronzo appartengono con ogni probabilità, per la lavorazione del viso, i frammenti di Spezia, che non hanno, però, nessun carattere di maggiore antichità delle altre stele e che non credo affatto che debbano risalire all’eneolitico (51). E da notarsi che la grande maggioranza delle stele dell’età del bronzo proviene da località nelle vicinanze delle quali abitarono i neolitici. Caratteri delle stele più antiche mi sembrano: lavorazione su una sola faccia, viso a U senza occhi o con occhi a foro. Solo Moncigoli A li ha a capocchia di spillo, ma, come ho già detto, non credo che sia stata eseguita nell’età del bronzo, benchè ne ripeta esattamente il tipo.

Un gruppo recentissimo è datato dalle asce degli individui maschili al La Tène II-III (52), benchè i pugnali riportino all’ultimo periodo di Hallstatt (53). Vi appartengono le stele di Campoli, Malgrate A, Filattiera B, Filetto C, D [15; 19] e certamente per il tipo di lavorazione e l’iscrizione la statua di Zignago [20], che l’Octobon considera erroneamente come la più antica fra le stele lunigianesi (54). Conservano in gran parte i caratteri delle stele arcaiche, ma vi è maggior modellatura e maggior numero di dettagli. Nessuna particolare caratteristica permette per ora di definire quali delle stele femminili sia contemporanea a questo gruppo.

Tra quest’ultimo gruppo e il primo esistono certamente dei tipi interdato anche lo stato medi, ma non siamo in grado di definire, per ora, frammentario di vari di questi monumenti quali siano i caratteri che li distinguono. Rinunzio quindi a tentare di ricostruire quella classe, alla quale il Mazzini attribuiva la testa di Sarzana (55). I vari gruppi stabiliti dal-l’Octobon non resistono all’esame diretto delle stele (56).

Il Mazzini, nel suo primo studio sulle stele lunigianesi (57), le giudicò funerarie e il suo giudizio è stato finora accettato. Non credo, però, di poterlo seguire, perchè nessuna di queste rudimentali sculture fu trovata in rapporto a tombe. Nello scavo del bacino Umberto I alla Spezia, che dette i due frammenti ora dispersi descritti dal Capellini (58), furono trovati anche due crani, ma non erano insieme alle stele (59). Le nove lastre di Pontevecchio le uniche trovate in situ furon giudicate funerarie, perchè piantate << in mezzo a un quadrato di terra nerissima e pastosa come il burro di uno spessore che variava dai dieci ai venti e più centimetri; il quadrato occupato da questa terra superava i venti metri quadrati di superficie ». Non furono trovate ossa perchè il terreno era siliceo, e, quindi,” favorevolissimo alla loro decomposizione» (60). Anche ammettendo che le ossa si fossero tutte decomposte, non fu trovata traccia nè di suppellettile funebre, nè di lastre a protezione dei defunti e della tomba; quelli e questa sarebbero stati, secondo la descrizione del Mazzini, allo stesso livello delle stele, cosa assolutamente inverosimile. Perciò non credo che le lastre di Pontevecchio ornassero dei sepolcri, come non li ornavano le stele più tarde: a Filattiera furon trovate tombe e statue-stele, ma senza alcun rapporto le une con le altre.

Proporrei, invece, di considerare questi monumenti come idoli di pietra. Lo strato di terra scuro e grasso, in cui erano infissi quelli di Pontevecchio, può esser ricollegato con strati simili trovati intorno ai βωμοί e spiegato come residui delle offerte alle divinità. Anche lo stato frammentario in cui quasi tutte si trovano, interpretato dal Mazzini (61) come una manomissione volontaria, avvenuta da parte dei vescovi lunensi nei primordi del Cristianesimo per combattere il culto delle pietre », è più comprensibile se si tratta di idoli, perchè la Chiesa romana non fece in generale distruggere i sepolcri o i monumenti che li ornavano.

Il concilio di Nantes, nel 638, ordinò che i menhirs, oggetto di culto, fossero interrati dentro fosse profonde e che vi fossero eretti sopra degli oratori cristiani. Questo lo riscontriamo a Filattiera, dove la pieve fu costruita su tre frammenti di stele. Una festa tradizionale dell’Arcipretura di Vignola (Pontremoli) mi sembra confermare la mia ipotesi (62). La vigilia della festa di S. Croce (3 maggio) il popolo accende un gran fuoco sul piazzale della chiesa, in memoria, dicono, dell’epoca in cui il popolo, abbracciata la religione cristiana, distrusse tutti gli idoli e li getto nel fuoco. In chiesa vengono distribuiti dei fantocci di legno, detti pipini, che dovrebbero rappresentare gli idoli, ed i fedeli li depongono, pregando, sull’altare di S. Croce, riconoscendo in questa pratica un mezzo efficace per esser guariti dai vari mali. Alcuni di questi idoli ricordano molto le statue-stele più recenti.

Credo, perciò, di poter concludere che questi antichi monumenti lunigianesi rappresentano divinità maschili e femminili, che furono oggetto di culto da parte del popolo che abitava la valle della Magra. Le iscrizioni su due di queste stele saranno perciò o il nome del dio o, forse, quello del dedicante.

L’ETÀ DEL FERRO

Non è possibile per questo periodo (63) separare la Lunigiana dalla Liguria orientale e dall’Etruria settentrionale, perchè i ritrovamenti di questi territori se si fa eccezione dalla zona fiesolana e da quella immediatamente intorno a Pisa si presentano con facies uguale e si completano a vicenda.

La prima età del ferro nei suoi periodi più antichi è quasi sconosciuta, se si eccettuano alcuni ritrovamenti casuali del passaggio dall’età del bronzo a quella del ferro, dei quali ho parlato sopra (p. 17).

I ritrovamenti cominciano solo alla fine di questo periodo per proseguire con facies quasi inalterata per tutta la seconda età, rappresentata da tombe non numerose, le così dette tombe a cassetta (fig. 3) e da un gruppo delle statue-stele, studiate nel capitolo precedente. Dal gruppo compatto delle tombe a cassetta » si stacca quella di Querceta, in Versilia (64), con vasi di bucchero di tipo etrusco, come etrusca è l’iscrizione intorno al piede di uno di essi (fig. 9, a p. 42). Manca ogni traccia di abitati, quali furono rinvenuti lungo il Ticino, o a Bologna, o a Rondineto presso Como. Non solo non abbiamo esempi di costruzioni in pietra o laterizi, cosa non strana se consideriamo che non ne abbiamo nemmeno per civiltà più ricche ed evolute, come quelle dell’Italia settentrionale, ma nemmeno furon trovati fondi di capanne. Nè, d’altra parte, è supponibile che i Liguri vivessero ancora nelle caverne.

Disgraziatamente anche le tombe che abbiamo sono il frutto di ritrovamenti casuali, sui quali spesso non abbiamo che notizie insufficienti: manca un’esplorazione sistematica dei sepolcreti della regione. I corredi funebri sono andati in gran parte dispersi ed ho dovuto faticare non poco per rintracciarne alcuni, studiarli e raccogliere notizie. Alcune tombe sono rimaste indatabili o perchè i dati sono troppo incerti, o perchè i poveri corredi non hanno elementi di confronto. Restano, perciò, esclusi, se non dall’esame, almeno dalle conclusioni finali, le tombe a cassetta di Tavolorno, Filattiera, Malgrate, Madrignano, in Val di Magra; quelle di Castagnola, Minucciano, Vagli di Sotto, in Garfagnana; di Vernazza, nella Riviera di Levante; del Baccatoio, Minazzano, Solaio, in Versilia; le tombe a incinerazione di Confittori e Vicciana nella Lucchesia, di Germinaia nel Pistoiese (v. Appendice II, p. 171). Altre tombe (Appendice II, p. 159 segg.) permettono di giungere a una datazione ed il loro numero mi sembra sufficiente per stabilire approssimativamente i limiti e lo sviluppo dell’età del ferro nella regione.

Dò in Appendice (p. 159 sgg.) una lista delle tombe e della loro suppellettile, perchè la maggioranza è o inedita, o sparsa in riviste locali difficilmente accessibili alla maggior parte degli studiosi. L’aggettivo «ligure », che uso talvolta, non è un’affermazione etnica, ma è unicamente in rapporto alla regione in cui queste tombe per la maggior parte sono state trovate.


IL RITO FUNEBRE –  Contrariamente a quanto è stato finora affermato, tombe e necropoli mostrano che in Liguria e nell’Etruria settentrionale eccettuate Pisa con la zona limitrofa e il territorio fiesolano  – la cremazione è l’unico rito esistente fin dalle più antiche sepolture attribuibili all’età del ferro. Nessuna tomba di inumati in questo periodo fino all’età imperiale (Moneglia (65); Lido d’Albaro (66); Ameglia (67); forse anche Orbagnano e Marciano (68). A partire da Genova all’Arno la cremazione regna assoluta. Meno sicura è la Riviera di Ponente, perchè conosciamo una sola tomba di questo periodo, quella di Pornassio, presso Pieve di Teco, la quale pure a incinerazione per quel che permettono di giudicare gli incerti dati, sembrerebbe simile alle tombe della Riviera di Levante e più specialmente a quella di Savignone. È notevole questo assoluto predominio di un sol rito, quando si consideri che in nessun’altra regione esiste così sentito e così rigido (69).

Anche la struttura delle tombe ed i corredi funebri presentano una notevole omogeneità: fa eccezione in parte la tomba di Querceta (70) che, forse, non fu nemmeno a cassetta come le altre, e che in ogni caso si allontana dal gruppo ligure per la forma del cinerario e della ciotola (fig. 9, a p. 42).

Le tombe sono a cassetta, rettangolari, di piccole dimensioni (Tav. XIV, 10-13): la lunghezza varia tra i m. 1,00 circa e m. 0,45; la larghezza tra 0,64-0,25; l’altezza fra 0,42-0,25. Piccolissime sono le tombe versigliesi di Levigliani (0,25 x 0,30) e del Baccatoio, di forma irregolare, a piramide tronca e capovolta, (largh. in basso 0,15, in alto 0,38; alt. 0,40). Solo la tomba di Celinièa di Pariana costituisce un’eccezione (m. 2,00 x 1,60 x 1,20), senza che le sue dimensioni, sufficienti per un inumato, siano spiegabili con la ricchezza del corredo funebre, come, per es., a Bologna nelle tombe a incinerazione del Benacci II e dell’Arnoaldi. Ma il fatto si riscontra, per quanto, come qui, incidentalmente, anche nella Svizzera ed a Castelletto Ticino (71).

Le tombe sono limitate da sei rozze lastre di pietra locale, delle quali quattro costituiscono i lati, due servono rispettivamente di fondo e di coperchio. Eccezionalmente a Villa Collemandina una tomba ne aveva sette, di cui due formavano il coperchio a schiena d’asino; pure eccezionalmente si hanno sette o otto lastre nella necropoli del Baccatoio; a Malgrate sembra che le lastre fossero cinque, ma non sappiamo come fossero disposte; la tomba di Rapallo aveva solo le quattro laterali. Anche la tomba di Roverano sembrerebbe essere stata limitata da quattro lastre, ma le notizie sono troppo scarse per decidere se il rito era simile a quello delle altre tombe liguri della regione; probabilmente si trattava di una tomba già completamente romanizzata, come è quella di Cireglio, posteriore al 15 av. C. e pure a sole quattro lastre laterali. La tomba del 1886 di Ameglia aveva quattro lastroni, ma la roccia stessa in cui era incastrata serviva di base e di coperchio (72). Le lastre sono unite con trascuratezza: accurata è solo la tomba di Ameglia del 1886. Notevole è questa uniformità di costruzione se si compari con i differenti tipi che si riscontrano nei sepolcreti coevi delle altre civiltà (73).

In età romana le lastre di pietra sono talvolta sostituite da embrici: a Tombara di Pariana formano la copertura della tomba, a Monterosso e in due tombe di Genicciola sostituiscono completamente le lastre.

Mentre ad Este, a Golasecca, a Bologna, nelle tombe di poco anteriori, o coeve, troviamo spesso la deposizione nella nuda terra, qui la cassa di lastre manca solo a Barbarasco, dove i due ossuari furono rinvenuti senza nessuna protezione esterna; ma siamo già in piena dominazione romana e all’estremo limite cronologico delle tombe di rito «ligure>>. Questa tomba, una delle più ricche, conferma quello che era già stato osservato dal Barocelli a proposito del sepolcreto di Ameno, cioè che la mancanza di cassa non significa mag-giore povertà del defunto (74). Per Madrignano e Montale Agliana non ab-biamo notizie dell’esistenza di una cassa di protezione; la possiamo supporre per i sepolcri della Versilia il Solaio, Minazzana e i più antichi ritrovati a Levigliani dato che il Bongi li dice identici a quelli del Baccatoio. La deposizione nella nuda terra sembra esser stata più frequente nella Lucchesia e nel Pistoiese: infatti la cassa mancava probabilmente a Vicciana e, forse, a Germinaia. Nella Riviera, Genova (75) presenta, per ora, come una « isola >> rituale, con le caratteristiche tombe a pozzetto, durate dal V sec, av. C. fino all’età cristiana.

Per ora non si rinvennero mai le fosse rivestite da un muro a secco, o di ciottoli e lastroni, come nelle necropoli coeve, piemontesi e comacine.

Talvolta la lastra-coperchio è protetta superiormente da un cumulo di sassi (Monte a Colle, Ameglia 1890); invece a S. Romano, a Genicciola (Tav. XIV, 10-12), al Baccatoio, in alcune tombe di Villa Collemandina e, secondo il Podestà (Not. scavi, 1886, p. 117), anche a Monterosso, Vernazza, Viara e Barbarasco i sassi proteggono esternamente anche le lastre laterali; un solo grosso sasso era sulla lastra-coperchio di Levigliani (76). A Monte a Colle e a Genicciola rozze pietre piramidali (Genicciola), o a pilastro (Monte a Colle) si trovavano sopra al cumulo dei sassi a guisa di stele rudimentale. Forse vi erano anche a Rapallo, perchè in vicinanza della tomba del 1911 furono notate delle pietre grezze, alte m. 0,70-0,80, ma nessuna, però, in rapporto diretto nè con quella, nè con l’altra del 1913.

A Rapallo intorno alla tomba era un’area rettangolare, segnata da falde di calcare l’una accanto all’altra. È il solo caso osservato nella Liguria orientale di quella delimitazione dell’area sacra al defunto, cosi frequente nell’Italia settentrionale e centrale (77) e riscontrata dal Barocelli nella Riviera di Ponente, a Ventimiglia, in tombe di età romana e, forse, preromana (78); ma la mancanza di scavi regolari può aver impedito che si raccogliessero dati più numerosi in proposito. In nessun luogo sono stati osservati sentieri, aree lastricate, allineamenti di pietrame in qualche modo connessi con le tombe.

In generale il defunto era posto sul rogo senza ornamenti e, forse, senza nemmeno le fibule: solo alcune fibule delle tombe del 1911 ad Ameglia presentano tracce del fuoco e, come queste, il braccialetto d’oro di Rapallo. Anche al Baccatoio sembra che alcuni oggetti di metallo fossero arsi con i cadaveri, perchè dei frammenti aderivano alle ossa. Queste erano raccolte nei cinerari senza una particolare cura per separarle dai carboni; talvolta una tomba conteneva un solo cinerario, ma spesso più vari erano nelle tombe di Ameglia del 1911; in quella del 1886 ne furono rinvenuti quattro e in quella del 1890 cinque; a Castagnola pure cinque. Frequente è il caso di due ossuari (Barbarasco, Genicciola, Tavolorno, Ceparana, Malgrate, Viara, Levanto); al Baccatoio eccezionalmente si ebbero due o tre ossuari in una tomba. Questo può significare o che un ossuario non basto da solo a contenere le ceneri, o che una stessa tomba ha servito a più individui. Che alcune tombe furono collettive è dimostrato da quelle di Ameglia del 1890 e del 1911, dove alcuni ossuari contenevano ossa di adulti e altri ossa di fanciullo, e da quella del 1886, in cui le armi, gli strigili ed il morso sono suppellettile maschile, mentre gli spilloni ed i pendagli di vetro dovrebbero appartenere ad una donna (79).

Il rogo funebre in generale non fu tenuto dentro la tomba: a Genicciola si rinvenne anche un ustrino e qua e là nella necropoli, ma distinte dalle tombe, furono trovate tracce di vari roghi. La terra del rogo non fu raccolta dentro la cassa forse fanno eccezione la tomba di Ameglia 1890 e quella di Monte a Colle, dove terra e carboni riempivano l’interno della cassetta. A  S. Romano la tomba sembra esser stata scavata nel luogo stesso dove fu tenuto il rogo, perchè intorno alla cassa di pietra la terra era scura e mista a carboni (80). Ma queste lievi differenze di rito non possono far pensare a popoli differenti abitanti una stessa regione; se in alcuni particolari le tombe differiscono fra loro, rimangono sempre ed esclusivi il rito a incinerazione, la forma della tomba, le ceneri raccolte in un ossuario di forma ovoidale, il corredo funebre che presenta speciali particolarità. Differenze ben più sensibili, come ho già detto, si hanno in altre regioni da località a località ed anche in una stessa necropoli fa meraviglia, anzi, che le tombe «liguri”  presentino invece una facies cosi uniforme.

Non è stato osservato con sicurezza se esistesse la frammentazione rituale:

a Savignone e a Genicciola le spade di ferro erano ripiegate, ma era necessario per farle entrare nella cassa; spada e lance erano ripiegate a Cafoggio e per questa ragione la tomba fu creduta gallica dal Milani (St. e Mat., III, p. 319). Il non avere osservata la frammentazione non implica, però, che non vi sia stata in alcuni casi in un sepolcro di Genicciola (Not. scavi, 1879, p. 300) una fibula era in frammenti così lontani fra loro da giudicarla rotta prima che si gettasse dentro », tuttavia l’armilla trovata in quella tomba era intera. Anche la fibula di Roccatagliata (Tav. VIII f) è molto contorta e fa supporre che fosse già in quello stato quando fu posta nella tomba. Per altre sepolture la frammentazione è da escludersi completamente.

Nelle tombe trovate ad Ameglia nel 1908 e nel 1911 erano ossa di gallinacei e di mammiferi; nel vaso «a bicchiere” di Tombara, avanzi di una sostanza annerita: sono gli unici casi in cui sian state riscontrate offerte di commestibili probabilmente destinate al defunto, ma la mancanza di notizie fa probabilmente apparire come eccezionale un uso rituale che deve dedursi dalla presenza dei vasi accessori.


LA SUPPELLETTILE FUNEBRE – E’ generalmente raccolta negli ossuari e frammista alle ossa e ai carboni. Fanno eccezione i vasi accessori (tuttavia a Monterosso, nella tomba del 1886 ad Ameglia, e in due del Baccatoio un piccolo vasetto era nel cinerario) e, naturalmente, gli oggetti che, come le spade o le lance, erano troppo voluminosi per trovar posto nell’ossuario. Ma l’uso non è costante nemmeno per uno stesso sepolcreto: a Genicciola la suppellettile era talvolta nell’urna, talvolta sul fondo della cassa (Not, scavi, 1897, p. 297).

La suppellettile è scarsa e semplicissima; più abbondante e, relativamente, più ricca è nelle tombe di età romana, dalla metà del II sec. av. C. in poi. In linea generale il bronzo e, in età romana, l’argento sono riservati agli ornamenti e alle fibule, il ferro alle armi. Quasi trascurabili gli oggetti d’oro. Niente specchi, eccetto nella tarda tomba di Barbarasco, niente vasellame di bronzo, elmi o armature. Tutto mostra una vita modesta, poca ricchezza degli abitanti, abitudini frugali, quali ci confermano le fonti antiche.

  1. LA CERAMICA a) I cinerari Sono assai piccoli (l’alt. mass. è 0,27 a Genicciola; ma in media è 0,20), a corpo tondeggiante, privi di piede o con piede ad anello, senza ansa, ciò che li distingue subito dagli ossuari villanoviani. Il massimo diametro è a metà altezza, o vicino al collo, Ricordano specialmente i cinerari della civiltà di Golasecca, ma la differenza di forma non è indice di periodi cronologicamente differenti, come fu supposto per quelli (81): ne sono prova le due tombe di Savignone (Tav. VII, c, e) di uguale epoca, ma con ossuari dei due tipi.

L’impasto è spesso con impurità e, in età arcaica, prevalentemente di argilla grigio-nerastra, talvolta grigio-rossa, che non ha nessun rapporto con il bucchero etrusco, ma rientra in quella ceramica grigia, cosi frequente in tutte le civiltà primitive. Esternamente talvolta anche all’interno vaso è accuratamente levigato e presenta un’ingubbiatura nera, che nelle tombe più antiche è lucidata a mano. In età più recente l’argilla è giallastra, ma spesso si conserva l’ingubbiatura nera, opaca. Questa manca solo in pochi casi. Si potrebbe quasi supporre che il colore nero in questa ceramica di carattere funerario colore che trova il suo riscontro nelle necropoli del Ticino avesse la sua ragione di essere nel rito (82), perchè lo vediamo continuare fino in epoca romana nelle tombe di Monterosso e di Viara.

I vasi hanno le pareti spesse e lisce: non si hanno mai i cordoni a rilievo di Este, Como e Golasecca. Generalmente sono fatti a mano, ma nel periodo arcaico la fattura è cosi accurata e le forme così regolari da farli credere al tornio (83). I cinerari al tornio sono rari e, in generale, tardi; tardi sono anche quelli a impasto giallastro ed i pochi di forma differente trovati a Genicciola, a Celinièa, nelle tombe di Ameglia del 1890 e del 1886.

Le ciotole hanno il piede basso, ad anello, (fig. 4b, d) o ne mancano completamente; sono prive di ansa, ed in questo si separano completamente da quelle villanoviane; l’orlo è rientrante. Ricordano molto da vicino quelle di Golasecca, di Como e di Este, soprattutte le prime, benchè l’orlo rientrante sia qui generalmente più alto. La tecnica è identica a quella dei cinerari. Dal III sec, av. C. in poi le troviamo spesso sostituite da ciotole etrusco-campane della forma più usuale – raramente da kylikese,- e nel I sec. av. C., anche da ciotole aretine o di imitazione. Ma accanto al vaso importato continuò ancora il tipo indigeno (a Genicciola e nella tomba del 1907 ad Ameglia). Due ciotole di Savignone (Tav. VII f) e quella di Rapallo (fig. 16b, a p. 162) hanno la base piana ma con una convessità interna centrale (fig. 4a), che ho riscontrata solo nella ciotola di una tomba della fine della 1 età del ferro, rinvenuta a Pornassio, nella Riviera di Ponente, coeva quindi probabilmente di quella di Savignone: questo tipo di ciotola sembra, per ora, esser proprio della Liguria.

Il cinerario ovoidale con la sua ciotola-coperchio si trova anche nelle tombe del Pistoiese e della Lucchesia, nel II-I sec. av. C., a Monte a Colle, a Pistoia (81), a Montale Agliana, a Vicciana, a Germinaia. Differente è quello molto tardo di Cireglio posteriore certamente al 15 av. C. – ma la tomba ha la tipica forma a cassetta.

Le decorazioni sono rare e semplicissime nell’età più antica troviamo una decorazione lineare graffita al cinerario di S. Romano e alla ciotola di Roccatagliata (fig. 5); quella di Savignone ha invece la decorazione a stralucido di linee oblique che s’incrociano, caratteristica del II periodo di Golasecca e rara nelle altre civiltà dell’Italia settentrionale. Difatti ad Este si trova solo eccezionalmente in due dolii e nei vasi di un sepolcro del III° periodo (Not. scavi, 1920, p. 350, fig. 6). Nel Comasco, come gentilmente mi comunica Mons. Baserga, si trova in una ciotolina e in un bicchiere della necropoli di Ca’ Morta, presso Como (85), pure del III periodo della I età del ferro. Più frequente, ma non comune, è nel Canton Ticino: a Pianezzo (86), e nei sepolcreti intorno a Bellinzona (87), in tombe generalmente più tarde di quelle di Golasecca. Questa decorazione si ritrova anche in una ciotola della necropoli genovese. I due tipi di decorazione a stralucido e graffita sono qui contemporanei e proprii solo delle tombe più antiche. Più recenti sembrano l’urna e la ciotola di Rapallo, a liste di croci gammate in vernice rossa (fig. 6). L’ossuario di Villa Collemandina, a liste rosse orizzontali ed oblique, ricorda, come disegno, le decorazioni graffite dei vasi neolitici o eneolitici. Un tardo vaso a tronco di cono di Genicciola ha una serie di semicerchi concentrici in rosso (Tav. XII, 8); un altro, della forma usuale, presenta liste parallele orizzontali, pure rosse. Questa decorazione si ritrova anche su uno dei cinerari di Caroggio.

b) I vasi accessori – Generalmente sono uno o due per tomba, ma talvolta mancano del tutto (Ceparana, Tavolorno, Castagnola, Vernazza, Bac-catoio, Madrignano); cinque ne ha la tomba di Ameglia del 1890, ma con cinque ossuari e almeno due deposizioni; quattro, ciascuna delle tombe di Pariana, che sono quelle a suppellettile più abbondante. Sono semplicissimi e in buona parte locali: l’elemento d’importazione è dato solo da ciotole e kylikes etrusco-campane e da vasi aretini o gallici, che formano la parte più ricca della suppellettile ceramica.

  1. I vasi «a bicchiere” –  Caratteristici di queste tombe e quasi sempre presenti: ci riportano come forma al I e II periodo di Golasecca e al II periodo comacino, benchè in Liguria trovino un lontano prototipo nella cera-mica neolitica. Non credo però possibile che ne rappresentino una diretta evoluzione; proverranno invece dalla civiltà dell’Italia settentrionale e più specialmente, come gli ossuari, da quella di Golasecca, dove – come nella Liguria –  sono suppellettile abituale di tutte le tombe.

Si distinguono due tipi, che non indicano però epoche cronologicamente differenti:

a largo collo (Tav. Xb) (Ameglia 1890, Monte a Colle, Tombara di Pariana, Genova), simile a quelli del I periodo di Golasecca; è però di fattura meno accurata. Esso si è trasformato a Levanto in un tronco di cono, (Tav. XI e, g), mentre in altre tombe ha preso la forma degli ossuari (S. Romano, Tombara e Celinièa di Pariana, Rapallo, Levigliani);

a bocca più stretta, quasi a bottiglia, che ricorda i vasi del II periodo di Golasecca: è il più comune. Quello di Savignone ha all’interno della base un rigonfiamento convesso (fig. 4c), che ritrovo anche in vasi della civiltà del Ticino (88).

Il vaso a bicchiere è, come gli ossuari, d’impasto nerastro con ingubbiatura fiera, fatto a mano, spesso mal cotto. Non ha, sembra, decorazioni (89). Nelle tombe più antiche è di fattura accurata, levigato e lucidato a mano; nelle posteriori è rozzo, e ricorda talvolta per impasto e per forma la ceramica delle caverne neolitiche liguri. Questo mostra che l’industria locale per questi fittili di uso funerario si era cristallizzata in forme fisse e continuava, per obbedire forse ad esigenze rituali, una tecnica che non corrispondeva più a quella dei tempi. In epoca più recente il vaso “a bicchiere >> è anche giallastro (Levigliani, Monterosso). Manca talvolta, specialmente nei sepolcri più poveri (al Baccatoio, in una delle tombe di Savignone) e più recenti, e quasi costantemente nel Lucchese e nel Pistoiese.

2) Gli altri vasi accessori – Nelle tombe a cassetta più arcaiche si trovarono per ora solo i vasi “a  bicchiere»; nelle più recenti se ne aggiungono a volte altri, al tornio, semplicissimi, come tutta la suppellettile delle tombe della regione. Manca la ceramica greca o italiota, che troviamo solo a Genova accanto a vasi di tipo ligure, cioè in sepolcri certamente appartenenti alla popolazione indigena. Ma nel rimanente della Riviera e in Lunigiana i contatti con i Greci e con gli Etruschi, che avrebbero potuto servire da intermediari, devono essere stati molto più rari, e, forse, anche nulli.

Di ceramica d’importazione furono rinvenuti solo dei modesti esemplari etrusco-campani, e, nel I sec. av. C., i vasi aretini e le imitazioni galliche.

All’industria locale supporrei dovuti gli altri pochi vasi accessori, troppo semplici per far pensare ad una importazione; tuttavia uno di Celinièa, a due anse e decorazione plastica, è simile a un vaso di Civitella S. Paolo (Not. scavi, 1922, p. 133, fig. 8), proveniente da tombe romane del II-Iº sec, av. C.

SEGNI E LETTERE GRAFFITE – I segni non sono molto numerosi (fig. 7, 1-5). Sul piede di una kylix della tomba di Ameglia del 1886 era graffita, secondo il Podestà, una leggenda in caratteri grossolani », ma la kylix è andata perduta. Quelle pubblicate dal Buffa come provenienti da questa tomba (90) sono invece di Genicciola (fig. 1 a).

L’iscrizione I a, graffita sulla faccia esterna di una kylix etrusco-campana, proveniente da Genicciola, e già pubblicata dal Podestà (Not. scavi, 1879, tav. IX, 8) mi sembra debba leggersi

Q. A.

I caratteri possono anche essere quelli dell’alfabeto romano. Non crederei possibile leggerla destrorsa, come è stato proposto, cioè alo, perchè non si terrebbe conto del punto di separazione (omesso nel disegno del Buffa).

L’iscrizione 2, graffita all’interno del piede di un’altra kylix etrusco-campana, pure proveniente da Genicciola, fu letta dal Podestà (Not. scavi, 1897, p. 301) P.I.V.

interpretando come un punto il segno obliquo che è in basso dopo la linea verticale. Credo più probabile la lettura

P. LV

benchè non sia da escludere nemmeno quella del Podestà. I caratteri mi sembrano già di epoca romana.

L’iscrizione (fig. 8) è graffita sullo spessore della lastra-coperchio della tomba di S. Romano. Il disegno che ne dà il Migliorini nel Bull. Pal. (1915. p. 85, fig. A) è troppo regolare per essere il calco esatto delle lettere e non permette così alcun giudizio sulla forma delle lettere e sull’alfabeto. Sembrerebbe che si dovesse leggere

VIKA

o, se destrorsa,

AKIV

Forse l’alfabeto sarà quello etrusco, che fu adottato, come in altre regioni, anche in Liguria; non è possibile per ora stabilire se l’iscrizione sia etrusca. Il fatto che a Marzabotto fu trovato un vaso con l’iscrizione akius non basta a provare che uguale significato debba avere una parola graffita sopra un sepolcro ligure. Disgraziatamente non sappiamo niente della lingua e della onomastica ligure; perciò non è possibile interpretare le iscrizioni. Questa è interessante perchè è l’unico caso di iscrizione sulle lastre della cassetta.

Il Pais (91) ha pubblicato alcuni segni graffiti su una lastra di Savignone. Ho esaminato con attenzione, aiutata dal prof. Cardini, le lastre frammentarie di questa tomba nel Museo di Pegli. Esistono, è vero, dei segni che ricordano quelli pubblicati, benchè più irregolari. Derivano, però, non da incisioni dovute alla mano dell’uomo, ma dal naturale sgretolamento delle lastre di calcare schistoso, sgretolamento che ha prodotto delle linee longitudinali parallele fra loro e tra queste alcune che han realmente l’aspetto di lettere irregolari. Il Pais, che non aveva veduto la lastra originale, ma leggeva da un calco inviatogli dal Varni, ne è rimasto ingannato.

Gli altri segni (fig. 7. 1 b-c, 3-5) non sono suscettibili di particolari interpretazioni; ne troviamo di simili su vasi non solo etruschi, ma di altre civiltà (02).

2-LE ARMI – Assai numerose le lance e i giavellotti della forma comune a foglia (Tavv. VIII b; XIII a, 2-3; b, 11-13); meno comuni le spade (Tavv. VIII a, b; XIII b, 15-16), probabilmente riservate ai personaggi più ricchi e più importanti, perchè in linea generale le tombe in cui si trovano hanno suppellettile relativamente numerosa e più ricca. Nella tomba del 1886 di Ameglia ed a Tombara, due tombe più ricche delle altre, furon rinvenuti dei coltelli; uno sembra provenire dalla necropoli del Baccatoio. Solo a Savignone ed in una delle tombe del 1911 ad Ameglia fu trovata l’ascia, ciò che farebbe pensare che, contrariamente a quel che sappiamo sull’armatura delle popolazioni italiche, non doveva esser nell’uso abituale. È strano però trovarla invece costantemente raffigurata sulle statue-stele dell’età del ferro.

Non si rinvennero nè elmi nè corazze, all’infuori dell’elmo di tipo etrusco della tomba XLVIII bis di Genova (93), unico centro dove si riscontrino forti influssi stranieri. In generale la popolazione doveva essere armata solo di lance e giavellotti e, eccezionalmente, di spade: è l’armatura che troviamo alle statue-stele, le quali, se sono stele funerarie, rappresenteranno certamente personaggi ragguardevoli e quindi in completa armatura da guerra; se poi fossero divinità, come io ho supposto nel capitolo precedente, essendo divinità armate, dovremo pensare che abbiano ricevuto il maximum dell’armatura. Esse hanno solo due lance, la spada e l’ascia, cioè l’armatura del guerriero di Savignonė. E questo mi farebbe supporre che l’ascia fosse in uso nell’epoca più antica Savignone e le più recenti fra le statue-stele sono quasi coeve ma che fosse poi in gran parte abbandonata come arma guerresca nella seconda età del ferro.

L’abbondanza di armi è indice sicuro di una popolazione di guerrieri. E’ degno di nota il fatto che le armi si mantengono abbondanti fino al II° sec. av. C., cioè fino all’inizio della dominazione romana; poi si fanno più rare (sono poche, per es., a Genicciola e pochissime nelle tombe del Iº sec. av. C.), ma continuano ancora a Pariana, a Ameglia (tombe 1907 e 1911), a Montale Agliana, a Caroggio. A giudicare dalle armi, le tombe del Baccatoio, che ne sono quasi completamente prive, sembrerebbero appartenere ad epoca tarda.

3- LE FIBULE – I tipi più arcaici che si rinvennero nella regione sono quelli in bronzo dell’ultimo periodo della I età del ferro, cioè la fibula tipo Certosa (Savignone, tav. VIIIg; Roccatagliata, tav. VIII f; S. Romano, tav. IXe; Genova) e quella a sanguisuga del tipo tardo, a lunga staffa, che termina con un globetto e un’appendice a chiodo (Villa Collemandina, Ge-nova, Pornassio): ambedue i tipi continuano, però, anche in età gallica, associati a fibule La Tène I. Manca per ora nella regione la fibula ad arco serpeggiante, ciò che può anche esser dovuto alla scarsità dei ritrovamenti, perchè esiste nella pianura padana, nella vicina Velleia, dove pure sono state trovate tombe a cassetta », ed a Bobbio (Montelius, Civ. prim., II, Tav. 163, 14).

La fibula di Savignone, come quelle di Genova, è della forma caratteristica in tutta la zona padana; quelle di Roccatagliata e di S. Romano hanno un ingrossamento dell’arco nel punto in cui comincia la spirale (Tavv. VIII f; IX e), ingrossamento che non ho riscontrato altrove e che mi farebbe pensare ad una varietà locale, se vi fosse maggiore abbondanza di materiale. Come forma, la fibula di S. Romano (Tav. IX e) ricorda quelle del Piceno, colla piegatura dell’arco assai vicina all’alta staffa, ma la somiglianza non può essere che casuale.

Per le fibule della Certosa si presenta un problema, interessante per i rapporti che la regione ligure ebbe con gli altri centri italici, il problema della provenienza. Non possiamo supporle venute direttamente dal Bolognese, attraverso il crinale appenninico – nel qual caso si potrebbe assegnare loro una data assai alta –  perchè nessuna civiltà è penetrata da quella parte nella Lunigiana. Anche il Villanoviano è arrivato – per quanto imbastardito –  fino a Bismantova, ma non ha valicato il crinale appenninico, che ha costituito veramente una barriera. La Garfagnana e l’alta Lunigiana, come ho dimostrato altrove (94), comunicavano direttamente a sud con Lucca e Pisa, a nord –  attraverso il passo del Brattello – con la regione del Ticino e dove Piacenza. La fibula della Certosa non può esser venuta dall’Etruria – dove non si trova – ; deve esser quindi venuta dal nord. Dobbiamo escludere Golasecca, che non ha dato finora fibule di questo tipo, mentre invece sono frequenti nella civiltà comacina durante l’ultimo periodo della prima età del ferro, fino alla invasione gallica. Da questa regione, probabilmente, passarono nella Lunigiana e nella Garfagnana.

Le fibule caratteristiche del La Tène I, con staffa che si dirige in su verso l’arco al quale, però, non si unisce, si trovano solo a Genova e mancano, per ora, nel resto della regione. Sono invece assai abbondanti quelle del II e del III periodo di La Tène, generalmente in bronzo o in argento; più raramente in ferro. Abbiamo le comuni fibule ad arpa (Genicciola, tav. XIII b, 6; Levanto), di cui alcune caratteristiche per le grosse palle a sfera o ellittiche (Tavv. XIa; XII a, 10; XIII b, 1), modificazione locale di un tipo non comune in Italia (95). Pure schiettamente locali, e, probabilmente, tarda modificazione della fibula ad arco serpeggiante, sembrerebbero, a giudicare dalla descrizione del Podestà, le tre fibule trovate nel 1886 ad Ameglia, per le quali non ho trovati riscontri altrove (Not. scavi, 1886, p. 116): è un emisfero vuoto, dal cui centro concavo si stacca l’ardiglione a doppia spirale e dal centro convesso l’arco che, avvolgendosi, forma un cartoccio in cui viene a infilarsi l’ardiglione.

Più tarde sono le fibule d’argento a cucchiaio di Genicciola (Tav. XIII b, 2) e quella simile, ma un po’ carenata (Tav. XI) della tomba del 1890 ad Ameglia: esse sono già romane per la mancanza della doppia spirale, inoltre a Genicciola erano in tombe costruite con embrici romani. Anche per questo tipo non ho trovato riscontri altrove: lo credo di lavorazione locale.

Romane sono le fibule di Ceparana, ad arco e lunga staffa; di Genicciola, a nastro triangolare e cerniera (Tav. XIII b, 5, 7); di Caroggio, a nastro e spirale semplice..

4- ORNAMENTI –  È stato parlato recentemente (06), riguardo alle tombe liguri dell’età del ferro, di «dovizia di oggetti d’oro e d’argento; di fibule, spilloni e monili lussuosi >> Verrebbe fatto di pensare a sepolcri simili a quelli di Montefortino e di Todi, a collane, orecchini, anelli, pendagli, ricchi per la materia e l’esecuzione. Invece, come ho già accennato, se si eccettuano le tombe di Genova la cui ricchezza è dovuta al commercio marittimo o alla pirateria, niente di più semplice, di più modesto, di più povero dei pochi oggetti ornamentali trovati in queste tombe, sia per la materia in cui sono eseguiti generalmente il bronzo sia per la forma.

a) ARMILLE –  Ne sono state trovate 16, di cui 9 in tombe maschili, 2 in tombe incerte, 4 in una tomba dove erano sepolti insieme un uomo è una donna, 1 sola in una tomba sicuramente femminile. Il materiale è il ferro (Tombara, Roccatagliata, Tavolorno?, Levigliani?), o l’argento (Viara, Pa-riana, tomba 1886 di Ameglia); l’unica armilla d’oro fu trovata a Rapallo.

Le tredici armille d’argento di cui parla il Podestà per Genicciola (Not. Sc., 1879, p. 303) non sono armille, ma spirali, perchè troppo piccole (diam. m. 0,040,03) e troppo leggere (gr. 96). Simile è la spirale della tomba del Caroggio, sopra a Pistoia.

Come forma, le più frequenti sono le armille a due o tre giri di spirale o a semplice cerchio. A serpente, ma di fattura molto rozza, sembra fosse quella di Rapallo. Frammenti di armilla di filo ad S, simili a quelle trovate in Francia nel La Tène I (97) ed in Italia nel La Tène III a Giubiasco (98) e ad Ornavasso (99), provennero da Viara e da Celinièa (Tav. XII a, 7). Quella a grossi ovoli di Tombàra è frequente nel La Tène I-II, ma in oro o in bronzo; questo esemplare è, a mia conoscenza, l’unico in ferro che sia stato trovato.

Non è possibile datare le armille del Baccatoio; che debbano essere della fine dell’età del bronzo o della I età del ferro, perchè sono aperte, è una affermazione che non regge: le armille aperte continuarono fino all’epoca romana.

6) ANELLI –  Sono 16, di cui 7 in argento, 7 in bronzo, 1 in ferro e 1 in oro. Le forme rinvenute sono a cerchio semplice, a spirale, a castone; uno di Ameglia (tomba del 1890) aveva sul castone un disegno rudimentalissimo (Tav. Xi), un altro, pure di Ameglia (tomba del 1911), aveva il castone di pasta vitrea.

c) CINTURONI In tre tombe tarde (Genicciola; Ameglia tomba del 1890; Tombara) sono stati trovati dei fermagli da cinturone, piccoli, rettangolari, quasi identici per forma e ornamentazione rudimentale a puntini a sbalzo (Tavv. Xk; XIIIb, 8): possiamo supporli di fabbricazione locale.

4) COLLANE – Alcuni chicchi d’ambra (S. Romano; Vagli di Sotto; Baccatoio; Ameglia; Rapallo) e di vetro (Baccatoio; tomba di Ameglia del 1886) appartennero certamente a collane. Ad Ameglia, in una tomba della quale non abbiamo notizie esatte, fu trovata una collana d’oro. Sono cinque sottili lamine (alt, m. 0,03; lungh. tot. m. 0,20; peso tot. gr. 8,5), ornate di quattro file parallele di triangoletti incisi e rialzati in modo da lasciare aperti i fori triangolari. La parte superiore di ogni lamina è increspata per ottenere la forma circolare. Le estremità di ogni lamina presentano due forellini per parte, che servivano per legare insieme il monile. Non ho trovato nessun riscontro per questa collana, rudimentale come fattura e mediocre come gusto, la quale non ricorda affatto la oreficeria contemporanea, sia etrusca che gallica. É probabilmente lavoro locale, ma non la crederei più antica dei fermagli di cinturone di Genicciola, Ameglia e Tombàra che mostrano uguale gusto e decorazione geometrica.


LA DATAZIONE

Gli elementi che possono servire a datare queste tombe non sono molti:  le fibule e qualche raro confronto con le necropoli dell’Italia settentrionale.

Il tipo più antico di fibula, apparso nella regione, è quello a sanguisuga e breve staffa di Villa Collemandina in Garfagnana, che può risalire al VI sec. av. C., ma data la segregazione della località dobbiamo calcolare un forte ritardo e scendere forse al V° sec., a quando, cioè, questa forma nell’Italia settentrionale si era già modificata con l’allungamento della staffa.

Da Savignone, Roccatagliata e S. Romano provengono delle fibule della Certosa; alcuni esemplari sono stati trovati anche nella necropoli genovese: questo tipo è frequente nell’Italia settentrionale durante il V sec., ma si trova anche associato a materiale La Tène I. A Pornassio abbiamo una tarda fibula a sanguisuga, simile a quelle del III periodo comacino ed estense. Non è probabile che in Liguria siano penetrate agli inizi della loro diffusione, benchè gli esemplari di Savignone e di Genova siano della forma che il v. Duhn considera la più arcaica. Anche la spada ed il pugnale ad un sol taglio, trovati insieme alle fibule della Certosa, sono generalmente databili nel III pe-riodo di Hallstatt e nel La Tène I.

Una datazione cronologica più esatta può esser data dalla necropoli genovese, dove i più antichi vasi attici ci riportano al 440-400 av. C. (Albizzati, in Mél. archéol, hist., 1918-1919, p. 176 sgg.). Data la vicinanza, è da supporre che di uguale età siano anche le due tombe di Savignone, simili ad alcune delle più antiche genovesi. Non credo nemmeno che si possa scender molto più in basso, perchè qui e là abbiamo vasi con reticolato a stralucido per i quali non ci possiamo allontanare troppo dalla fine della civiltà di Golasecca o tutt’al più dal III periodo comacino.

Le più antiche tombe a cassetta saranno perciò da datarsi circa il 450 av. C.; un po’ anteriore crederei la tomba di Villa Collemandina per la quale possiamo risalire alla prima metà del secolo Vº av. C.

Questa civiltà appare contemporaneamente in due zone del territorio assai distanti fra di loro, cioè immediatamente a nord di Genova (di qui sarà passata a Pornassio, nella Riviera di Ponente, e a Roccatagliata in quella di Levante) e in Garfagnana. Mancano per ora sepolcri del V secolo nelle zone intermedie e, forse, in Versilia, dove non è possibile determinare la cronologia della necropoli del Baccatoio. Quella proposta 750-550 a. C. si basa sull’abbondanza del bronzo e la presenza dell’ambra. Ma il ferro manca, qui e altrove, anche in necropoli e tombe tarde, per es. a Celinièa di Pariana e nella necropoli di S. Miniato nel Valdarno inferiore (II° sec. a. C.: Not. Sc., 1935, p. 31 sgg.); l’ambra è stata trovata ad Ameglia, dove le tombe più antiche non risalgono oltre il III sec. av. C.

Nell’alta valle della Magra sarebbe logico supporre le tombe più antiche lungo la via di penetrazione dal Ticino (100), tanto più che la zona era abitata, come dimostrano le statue-stele di Malgrate, Campoli, Filattiera, Fi-letto; anzi, proprio a Malgrate e a Filattiera sono state trovate delle tombe «a cassetta », ma di età indeterminabile. Lungo questa via sono anche le tombe a cassetta », di Velleia (Not. Sc., 1876, p. 97 sgg.), che non possono esser posteriori al V sec. av. C., perchè hanno fibule ad arco serpeggiante.

Cronologicamente vicina alle tombe di Savignone e di Pornassio supporrei quella di Rapallo, per la presenza della ciotola-coperchio a fondo convesso, che si trova in quelle due sepolture, ma non più in quelle del III sec. av. C. Vi mancano anche i vasi etrusco-campani, immancabili nelle tombe più tarde della necropoli genovese e della Liguria orientale. Per la presenza di questi possiamo porre al III-II sec. av. C. le tombe di Levigliani e le più antiche di Genicciola, per le quali non abbiamo altri elementi di datazione.

Le tombe di Levanto, di Celinièa e quella del 1886 ad Ameglia sono caratterizzate da fibule a grosse palle – rotonde o schiacciate – che ricordano quelle del La Tène II; le porrei quindi fra il 250-150 av. C..

Tombara è già di età romana a causa delle tegole che ricoprono la cassetta », nè la suppellettile si oppone a questa datazione perchè, se l’armilla a ovoli si trova in generale più nel La Tène I che nel II, il cinturone da spada può trovarsi anche nel La Tène III (per es. Bull. Pal., XII, p. 241, Tav. XII, 52) e pure del La Tène III è il frammento di armilla a spirale ad S.  Sarà perciò da porre alla metà circa del II° sec. av. C. Questo data anche la fibula a cucchiaio della suppellettile; perciò di uguale età saranno anche le altre tombe in cui si trova un tipo di fibula che ne deriva, cioè una di Genicciola e quella del 1890 ad Ameglia. Una moneta romana pone nel II° sec. la tomba del 1911 ad Ameglia.

Nel II e nel I sec. av. C. proseguono i sepolcreti di Genicciola e di Ameglia: quello termina nel primo terzo del Iº sec. av. C. – come mostrano le monete e la presenza di una sola olpe,-  questo prosegue per tutta l’epoca romana fino alle tombe ad inumazione (Studi Etr., V, 1931, p. 505). Più tarde sono le tombe di Barbarasco (moneta della famiglia Giulia), di Monterosso (coppa aretina), di Viara (imitazione di coppa aretina).

Nella Lucchesia e nel Pistoiese Monte a Colle, Piteglio, Caroggio, Montale Agliana nessuna delle tombe può risalire oltre la fine del II° sec. av. C., ma la maggioranza è probabilmente del I secolo.

Con il principio dell’era volgare terminano le tombe a cassetta»: la popolazione è ormai completamente romanizzata e le sepolture non si distinguono più per il loro rito da quelle del dominatore.


ORIGINE DELLA CIVILTA DEL FERRO E INFLUSSI STRANIERI – E strano che in un luogo dove l’inumazione sembra aver regnato esclusivamente per molti secoli, appaia ad un tratto un nuovo rito, che sembra pure regnare esclusivo, senza nessuna reminiscenza di quello anteriore.

Forse futuri ritrovamenti mostreranno che l’incinerazione era già usata in Liguria nell’età del bronzo, oppure che l’età del ferro è penetrata gradatamente e che i sepolcri attualmente conosciuti rappresentano non un inizio, ma una fase di sviluppo.

Allo stato attuale delle nostre conoscenze i reperti, per quanto scarsi, ci mostrano che la civiltà del ferro apparve in Liguria con facies già nettamente costituita e molto in ritardo sul resto dell’Italia. Poichè questa civiltà per i suoi caratteri particolari non può essersi formata nella regione per lenta evoluzione dal periodo precedente, dobbiamo pensare che essa sia penetrata da regioni vicine dove già esisteva. Possiamo subito escludere la zona emiliana, dato che l’età del ferro in Liguria non ha niente in comune nè col villanoviano, nè con la civiltà etrusca della Certosa. E neppure, dall’esame del rito o della suppellettile, sono apparsi rapporti con l’Etruria del Nord, dove altre sono le usanze funebri, il rito di sepoltura e la suppellettile. Il Ghirardini, è vero, vide influssi etruschi nella fibula tipo Certosa trovata a Savignone, ma credo che nessuno studioso, attualmente, oserebbe asserire una cosa simile. Si trovano, è vero, anche in Etruria tombe che ricordano queste « liguri >>> tombe simili, ma non uguali, perchè esistono lievi differenze nella forma del cinerario e nella costruzione delle cassette sono quelle di Castiglioncello, nell’Etruria Settentrionale, sulla costa a sud di Livorno (101). Però le più antiche tombe di questa necropoli non sono anteriori alla fine del IV sec. Av. C., perchè vi compaiono i vasi etrusco-campani. Non possono quindi aver influenzato le tombe liguri, anzi, caso mai, ne saranno state influenzate.

I Raffronti suggeriti dal materiale e dall’aspetto delle tombe mostrano preponderante in Liguria l’influenza della regione padana e particolarmente delle civiltà di Golasecca e di Como. A Golasecca, più che al Comasco, ci riportano le forme dei cinerari, delle ciotole e del vaso “a bicchiere >> e la loro colorazione, quasi costantemente nerastra; al Comasco, l’introduzione della fibula della Certosa. Allo stato attuale delle nostre conoscenze archeologiche non saprei limitare l’influsso ad una sola regione.

Può sembrare strano che queste due civiltà, che sembrano finora essersi mantenute quasi unicamente a nord del Po, riappaiano in una lontana ramificazione, a carattere molto più esclusivo di quel che esse non fossero, e senza che si siano trovate necropoli intermedie nel territorio a sud del Po, che giustifichino questo influsso. Forse il silenzio dei ritrovamenti è dovuto a mancanza di scavi regolari: i due cinerari provenienti da Chiusa di Pesio, vicino a Mondovì (Bull. Pal., XXIII, p. 38), sono di tipo golasecchiano. In ogni caso la civiltà ligure-lunigianese della seconda età del ferro non può derivare che da quella golasecchiano-comacina, probabilmente attraverso anelli di congiunzione, che per ora non abbiamo ritrovati.

Le vie per cui questa civiltà è penetrata sono quelle da me indicate sopra a proposito delle fibule della Certosa, cioè le due grandi vie naturali, quella del passo di Giovi e quella del passo del Brattello. Discuteremo in seguito, studiando la storia della regione (v. p. 98 sgg.) se la civiltà del ferro sia dovuta ad un nuovo popolo venuto nella regione, oppure ad influssi culturali provenienti dal nord.

Nel V-IV sec. av. C. una tomba della Versilia (102) presenta caratteri un poco differenti dalla grande massa delle tombe coeve. Benchè il rito sia lo stesso, la forma della ciotola e dell’ossuario, un po’ differenti per sagoma da quelle abituali, e un’iscrizione etrusca (più che la presenza di buccheri che potrebbero esser dovuti ad importazione) rendono la tomba di Querceta (fig. 9) un po’ dissimile dalle altre e fanno supporre che possa ricollegarsi ai ritrovamenti etruschi e etruschizzanti dei dintorni di Pisa. Studie-remo nella parte III il valore che si deve dare a questa tomba isolata; tuttavia dobbiamo riconoscere che la tomba di Querceta che sembra fosse a cassetta è molto più differente come rito di sepoltura dalle coeve tombe a catino, esistenti nella regione limitrofa etrusca Fiesole, Chiusi, Siena, Volterra che non dalle «liguri: dobbiamo perciò esser molto prudenti nel giudicarla.

Tolto questo singolo ritrovamento, dobbiamo constatare che, data forse la configurazione stessa della regione chiusa all’intorno da alti monti, eccettuata la necropoli di Genova dove troviamo numerosi bronzi etruschi e, per  cinerari, vasi greci e italioti, gli influssi stranieri sono singolarmente deboli. Per Genova è facilmente spiegabile che una città marinara e ricca abbia questo materiale d’importazione; tuttavia la necropoli è dovuta alla popolazione indigena, come è dimostrato dai numerosi vasi locali di argilla grigio-nera, rozzamente lavorati, simili per forma e tecnica a quelli delle tombe « liguri » (103).

Nel III-II sec. i rapporti con la regione padana ci sono provati da alcune fibule di La Tène, dall’armilla a ovoli di Tombara, da quelle ad S di Viara e Ceparana. In generale, anzi, il materiale non può esser confrontato che con quello uscito fuori dalle necropoli dell’Italia Settentrionale.

Alcune fibule ed ornamenti, modesti come gusto, disegno ed esecuzione, mostrano carattere estremamente locale e si devono supporre dovuti all’industria del luogo. Forse la sede di questa industria può essere stata Ameglia, perchè le tombe mostrano che è stata il centro più importante e ricco nel III-II sec. av. C., cioè fino alla fondazione di Luni.

Constatiamo nel III-II° sec. av. C. l’importazione di ceramica etrusco-campana: semplici ciotole con piede ad anello, ed alcune kylikes. Mancano le altre forme, pur così numerose e frequenti anche nelle più povere tombe a sud dell’Arno: anfore, oinochoai, vasi a kalathos, crateri, askoi, ecc. La presenza di questi vasi, che sono stati supposti caratteristicamente etruschi », ha fatto pensare ad una eredità lasciata dalla dominazione etrusca nella regione (104). Che i vasi etrusco-campani non sono propri unicamente dell’Etruria e delle regioni dove hanno abitato gli Etruschi è provato dal fatto che si discute ancora l’origine di questo tipo ceramico e che sono comunissimi, non solo in Etruria, ma in tutta l’Italia Meridionale e in Sicilia e nella Grecia. Da questa, anzi, e dalla Campania, provengono gli esemplari più belli.

Nella regione ligure la ceramica etrusco-campana si trova non solo nella zona per cui la tradizione ricorda un domínio etrusco, ma anche dove gli Etruschi non sono mai stati, cioè a Genova (tombe del III-Iº sec. av. C.), nei çentri liguro-romani di Libarna e di Tortona (105) e perfino in Piemonte in tombe romane della Bassa Lomellina (106). In queste ultime località è certamente penetrata in seguito ai contatti con Roma, forse con gli scambi ed il commercio più attivi dopo la conquista romana. Probabilmente anche in Liguria giunse in seguito alle guerre fra Liguri e Romani: lo prova il fatto che in grandissima maggioranza i vasi di questo tipo sono stati trovati insieme a monete romane. Naturalmente questa importazione è avvenuta di preferenza nella bassa Lunigiana e nella zona costiera, per la maggiore vicinanza all’Etruria ed i più facili contatti. Vedere nella presenza di questi poveri tipi una eredità etrusca mi sembra imprudente, poichè a rigore dovremmo ammetterla anche per il Piemonte e per Genova.

Si tratta, credo, unicamente di un’importazione che non ha maggior valore probativo delle tazze aretine o galliche nelle tombe del I sec. av. C. e dei secoli seguenti. Nessuna prova archeologica, quindi, esiste finora di una influenza etrusca nella regione liguro-lunense, durante l’età del ferro. Se talvolta si è affermato che essa esiste, è perchè chi ha studiato un ritrovamento o una tomba ha dato eccessivo valore a un singolo oggetto, senza situarlo nel quadro generale della civiltà del ferro ligure e facendo astrazione non solo dai ritrovamenti simili di tutta la zona, ma anche e soprattutto dalla stessa civiltà etrusca di quell’epoca.

L’ETÀ ROMANA

La colonia romana di Luna mostra nella sua espressione artistica un deciso progresso sulle età precedenti, per le quali non è possibile parlare di arte. I coloni portarono nella nuova sede gli usi e la civiltà della madre patria e per la prima volta, dopo il 177 av. C., troviamo finalmente resti di abitazioni, di edifici pubblici e sculture e decorazioni pittoriche o architettoniche, che li ornarono.

Non è mia intenzione fare uno studio della corrente artistica dei vari monumenti, di parlare di cubismo, verismo, linearismo, ecc. o di applicare quei concetti di critica estetica che appassionano oggi tanti studiosi dell’arte antica. La filosofia dell’Arte può interessare chi studi un’opera o una serie di opere in sè, come un tutto organico in rapporto con monumenti simili, ma qui, dove il monumento figurato deve servire principalmente a ricostruire la storia e la civiltà di una regione, credo più importante e più utile studiarlo unicamente in quanto può interessare la facies artistica o la storia della località.

Di età repubblicana abbiamo a Luna, oltre a poche pietre incise (107) e la base del monumento di M. Marcello, solo i resti mutili di alcuni rilievi frontonali in terracotta nel R. Museo Archeologico di Firenze. Disgraziatamente sono molto restaurati ed il restauro non è sempre sicuro. Il loro aggruppamento alla parete e l’impossibilità di allontanarli e spostarli, rendono difficili certe osservazioni e ricerche che ne faciliterebbero lo studio. Per la descrizione dei vari frammenti e per i colori di cui eran dipinti rimando allo studio che il Milani (108) ne fece prima dell’attuale restauro.

Le lastre di rivestimento della trabeazione sono ad eccezione di un tipo simili a quelle della maggioranza dei templi ellenistici dell’Etruria e del Lazio:

1) – (Tav. XVI c-e) Lastre a rilievo con palmette oblique e contrapposte da cui partono boccioli e fiori stilizzati, tra una fascia superiore a kyma lesbico o a crochi schematizzati (109) e una inferiore sagomata con palmette, boccioli e tondi. Ve ne sono di tre tipi leggermente differenti fra di loro: in d ed e dei boccioli partono dalle palmette, in delle margherite stilizzate. Il tipo è comunissimo in tutti i templi e, come ha osservato l’Andrén (110), anche su situle di bronzo, ma presenta lievi differenze da tempio a tempio. Il tipo e ritorna su lastre di Alatri (111).

2)- (Tav. XVIII a) Lastra di rivestimento sagomata in basso con fascia a kyma lesbico in alto. Vi sono raffigurati a rilievo dei boccioli fantastici con pannocchie e petali. Non ne conosco di simili in nessun altro tempio.

3) – (Tav. XV1b) Lastra di rivestimento a rilievo con palmette opposte entro un nastro serpeggiante. I frammenti sono pochi e piccoli, la ricostruzione non è sicura. Identiche sembrerebbero le lastre del tempio dello Scasato a Falerii Veteres (112); di lavorazione più rudimentale quelle di Alatri e Talamone. A Lanuvio (113), nella parte superiore si alternano palmette e teste di Satiro e di Menade.

4)-(Tav. XVIII b) Lastra di rivestimento della porta, a rilievo, con palmette e fiori di loto alternati, identica a quella del tempio dello Scasato a Falerii Veteres (114).

5) –  Lastre di coronamento con palmette e meandro traforato (Tav. XVII a).

6) –  Altri frammenti di coronamento a traforo (Tav. XVIIb).

7) –  Tegole terminali con la parte superiore curva in fuori e baccellatura a penne concave. Comune a tutti i templi (Tav. XVII a).

Vi sono antefisse di quattro tipi:

1) – (Tav. XV c) Palmetta con due foglie dentate, volte in basso e lobi piegati all’indentro. Una uguale, frammentaria ed inferiore come esecuzione, proviene da Lanuvio (115).

2) – (Tav. XV d) Artemis persica, con grandi ali alle spalle ed alla cintura, alette ai piedi e modio in testa. I leoni rampanti poggiano le zampe posteriori sulle ali della cintura, le anteriori sulle spalle. L’Artemis persica è comunissima in tutti i templi etrusco-italici, ma antefisse come queste, con i leoni in alto, sono state trovate, per ora, solo ad Ardea (116).

3) – (Tav. XV b) Figura femminile alata che suona la doppia tibia; simile, ma non uguale, sembra una antefissa frammentaria da Ardea (117).

4) – (Tav. XV a) Figura femminile alata con gambe incrociate e mantello che cade sul braccio sinistro; il tipo statuario a cui appartiene è tardo e non sarà molto anteriore al 150 av. C.

Tutti questi tipi di antefisse sono molto tardi: il tempio di Ardea, in cui ricorrono esemplari simili, è di età romana.

La decorazione frontonale è formata da gruppi di figure più piccole del vero (l’Apollo è alto m. 1,25), eseguite ciascuna separatamente col fondo di appoggio, i cui pezzi combaciano tra di loro; pure a contatto e combaciante è, talvolta, la parte superiore dei corpi. Una figura, incrociandosi con un’altra, occupa eccezionalmente due pezzi. Le figure sono ad alto rilievo nella parte inferiore: piedi e suppedanei poggiano sopra un plinto; le teste e la parte superiore del corpo sono a tutto tondo, come nella maggioranza dei templi laziali ed etruschi. Le due parti non furono eseguite separatamente come, sembra, quelle dei rilievi frontonali del tempio dello Scasato a Falerii Veteres (118), e neppure fu plasmato avanti il nudo e, poi, aggiunte le vesti. Fori piombati permettevano di assicurare la decorazione fittile per mezzo di grossi chiodi.

L’argilla è molto impura, rosso-bruna, con grossi frammenti nerastri di quarzo e mica; lo strato esterno di argilla fine, più chiara e depurata, ha ricoperto le ineguaglianze ed ha permesso la modellatura vigorosa e il rapido tocco della stecca.

Dei frontoni esistono, parzialmente, solo le figure che ne costituivano il gruppo centrale: la Musa di destra (gruppo di Apollo) e la divinità infernale (ora aggruppata con i Niobidi) erano le ultime figure a destra di due di questi gruppi, come si vede dal fondo del timpano che manca (divinità infernale) o è rotondo (Musa), di modo che non poteva collegarsi con quello di altre figure. Non è possibile stabilire con sicurezza se esistevano gruppi laterali e se questi diminuivano man mano di altezza, come nei frontoni di via S. Gregorio, o se eran formati da figure sedute, o inginocchiate, o sdraiate.

Dapprima il Milani ricostruì due frontoni (119), che giudicò del principio del II sec. av. C.; poi, per differenze nella qualità dell’argilla, suppose quattro frontoni, provenienti da successive ricostruzioni di uno stesso tempio, la prima della prima metà del sec. III av. C., la seconda più tarda (fine III o principio del II sec. av. C.), dovuta alla colonizzazione romana (120). In seguito il Mazzini ed il Formentini (121) e, dopo di loro, il Ducati (122) li hanno giudicati del II sec. av. C.

Un gruppo centrale di cinque figure può esser ricostruito con sicurezza, perchè le figure o il fondo d’appoggio combaciano: possiamo identificare Apollo caratterizzato dalla lira (Tavv. XXIV, XXV a); nella figura con cornucopia credo si possa riconoscere il Genio della colonia lunense: si confronti ad es, una figura simile, ritenuta il Genio di Roma, su una tazza del tesoro di Boscoreale (123) ed i genii di città sulle monete (124). La divinità centrale seduta, tra Apollo e il Genio di Luna, sarà probabilmente Artemis, la dea eponima della colonia, piuttosto che Giunone, della quale non ha il porta-mento maestoso. Le due figure femminili ammantate a destra ed a sinistra – la prima quasi completa – saranno, come già vide il Milani (125), due Muse. Quella di destra è l’ultima del gruppo, come si può vedere dal fondo di appoggio, che è rotondo e scappante. Anche a sinistra il gruppo centrale per simmetria doveva terminare con l’altra Musa di cui esistono due frammenti.

Non saprei ravvicinare la composizione a nessuno dei gruppi di Apollo e delle Muse finora conosciuti, benchè ciascuna figura, individualmente, ricordi tipi statuari noti. L’artista non si è costretto ad imitare un unico schema, ma ha attinto liberamente all’arte contemporanea.

L’Apollo ricorda nel ritmo del corpo una serie di statue, di cui l’originale è stato recentemente ricollegato dal Deubner con l’Apollo Liceo (126) e dal Becatti (127), poco felicemente, attribuito a Timarchide delle molte repliche e derivazioni che ne conosciamo la più celebre è l’Apollo di Cirene. Nel nostro molti dei particolari differiscono: il movimento del corpo è inverso, ciò che ha obbligato a porre la lira a destra; il mantello copre solo la gamba destra e, invece di ricadere sulla spalla, è avvolto intorno alla mano e all’avambraccio sinistro, abbassati come negli esemplari di Bulla Regia e del Poggio Imperiale a Firenze. Il braccio destro non è piegato al di sopra della testa, col caratteristico movimento che tanto contribuisce al senso di tranquillo riposo che emana dall’Apollo Liceo, ma è portato indietro a reggere la lira e sottolinea cosi quell’impressione di fretta e di movimento febbrile che si sprigiona dall’Apollo lunense e che lo differenzia profondamente, pure nell’identità di ritmo, dall’Apollo di Cirene.

La testa-come nelle altre statue a cui l’ho avvicinata –  è volta a destra e in basso, movimento reso inutile dallo spostamento della lira. I capelli, per quanto si può vedere, hanno un’acconciatura elaborata, a grosse ciocche ondulate che, raccolte in nodo sulla nuca, ricadono poi a ricci sul collo, ma non sul petto. Il volto rotondo, con la bocca piccola arcuata in basso, ricorda nell’espressione assorta e patetica la Fanciulla d’Anzio, ma mentre questa, come l’Apollo di Cirene, suscita in chi la guarda un senso di calma, qui le narici fremono, come tutto il corpo giovanile. L’Apollo di Cirene e la Fanciulla appartengono ancora a quella che il Krahmer chiama la forma chiusa (128) ed il Horn ellenismo iniziale (129), ma l’Apollo di Luna li ha sorpassati stilisticamente: la composizione è meno serrata e la testa, volta dalla parte opposta della lira, ne spezza il ritmo. Non è la composizione aperta, ma ne siamo già abbastanza vicini: ancora una leggera torsione del petto e l’Apollo di Luna avrebbe il ritmo della statua di Samo (130), del Posidone di Milo, o del sovrano ellenistico del Museo delle Terme. Il movimento frettoloso, l’espressione commossa, pongono l’Apollo nella sfera d’influenza del fregio grande dell’Ara di Pergamo.

Il Genio di Luna ha uguale ritmo, ma posizione inversa dell’Apollo ed è perciò più vicino all’Apollo di Cirene, di cui ha anche il mantello che copre ambedue le gambe e ricade sulla spalla sinistra.

La figura femminile ammantata di destra – probabilmente una Musa – ricorda stilisticamente una statua di Pergamo (131): il ritmo del corpo è identico, con la gamba sinistra sciolta e la destra nascosta tra le pieghe della veste pesante; il mantello forma triangolo e ricade sul braccio sinistro. L’atteggiamento tranquillo contrasta con il movimento impetuoso delle altre. L’esecuzione è più sommaria, di qualità inferiore; le pieghe più rigide e più dure non accompagnano il movimento del corpo sarei quasi tentata a credere che la statua sia stata eseguita in epoca posteriore per sostituirne una rovinata. Accurato, invece, è il lavoro della corrispondente figura ammantata a sinistra.

La figura centrale del frontone forse Artemis non si ricollega a nessun tipo determinato della statuaria greca. Vicine per l’atteggiamento e le vesti sono alcune figure nei rilievi delle urnette funerarie etrusche, per es. Brunn-Körte, I, Tavv. LXXXIX, 3; XCIII, 5; III, Tavv. LXII, 12; XCIX, 3.

A questo frontone, se vi erano gruppi laterali, potrebbero anche appartenere i frammenti di due figure ammantate, ora unite al frontone della Triade capitolina ed un frammento simile in quello dei Niobidi.

Un secondo frontone rappresenta, secondo il Milani, la Triade capitolina (Tav. XXIII): delle tre figure che egli ha creduto d’identificare è sicura quella di Minerva, con la egida sulla spalla sinistra, ciò che è rarissimo. Anche la identificazione con Giove per la statua seduta acefala –  la testa è di restauro – mi sembra probabile, per l’atteggiamento, che è quello dato generalmente al capo degli dei e il trono a braccioli; anche la muscolatura, quella di un uomo robusto e non più giovanissimo, gli si adatta. Il braccio sinistro era alzato e reggeva probabilmente lo scettro, il destro, abbassato, teneva forse la folgore. Il corpo ha un movimento più intenso della maggior parte delle statue di Zeus, salvo poche eccezioni tranquille e maestose. Questa tensione nervosa di tutto il corpo diventa più sensibile quando si paragoni il Giove lunense con altre statue e rilievi, per es. con il rilievo in bronzo dal L. di Bracciano, nel British Museum a Londra (132), che la Lamb pone nel IV sec. av. C. Il movimento del corpo è identico, ma nello Zeus di Luni la torsione è più accentuata il dio sembra puntarsi sul piede destro per esser pronto a balzare su. Abbiamo qui quell’eccessivo gonfiarsi dei muscoli, che non è già più il movimento in potenza, quale troviamo in Lisippo, per es., ma è il movimento in atto, barocco, che constatiamo nella Gigantomachia dell’Ara di Pergamo e nei monumenti che ne dipendono.

La posizione di Giove si ripete, identica, in un’altra statua seduta, nella quale si è voluto vedere, senza un particolare fondamento, Nettuno. Anche qui, come tra il Genio e l’Apollo dell’altro frontone, vi è una lieve differenza: il mantello è avvolto da sinistra a destra e ricade sulla spalla.

La bellissima testa, che è stata identificata con Giunone (Tav. XXV b), ma che potrebbe ugualmente appartenere a qualsiasi altra figura femminile, contrasta per la calma del volto con la tensione del corpo di Giove. Il tipo, nel ricciolo sull’orecchio e nella forma degli orecchini, ricorda una testa del. Museo Baracco a Roma (133), datata al III sec. av. C.; datazione un po’ troppo alta, a parer mio, perchè questa e la supposta Giunone lunense non possono cronologicamente esser molto lontane dalle belle teste di furie infernali del sepolcro dei Volumni a Perugia (134).

I due frammenti di figure femminili ammantate, che sono state unite a questo frontone, potrebbero anche appartenere, come ho detto, a quello di Apollo e delle Muse. Forse la Furia infernale, ora unita ai Niobidi, poteva essere l’ultima figura di destra di questo gruppo frontonale.

Esiste un terzo frontone (Tavv. XVIII-XXII, A-P) che rappresenta la morte dei Niobidi, come è stato visto fin da principio. Appartengono sicuramente a questo frontone il Niobida con scudo e il Pedagogo, il Niobida a cavallo, l’Artemide saettante, le due gambe di giovane nudo che corre verso sinistra, il torso di Niobida clamidato. Credo che vi appartenga anche l’altro torso di Niobida (Tav. XVI a), per il quale è stato supposto un secondo frontone di uguale soggetto. E’ differente l’argilla, è vero, ed è molto meno accurata l’esecuzione; manca anche lo strato esterno di argilla depurata, che rese possibile la modellatura alla stecca; ma, invece di pensare per un solo frammento ad un secondo frontone di Niobidi – di per sè stesso inverosimile – crederei più probabile che una figura guastata dal tempo e dalle intemperie sia stata eseguita in età posteriore da un artista meno esperto e sostituita a quella originale: di qui la differenza di argilla e di lavorazione.

Non appartiene nè a questo, nè agli altri frontoni, il frammento di gamba a tav. XVIII D, perchè di proporzioni maggiori delle altre figure. Possono anche appartenere ad uno dei frontoni precedenti il frammento femminile ammantato G ed il frammento di torso con, sulla spalla, la mano sinistra di un giovane (Tav. XXII 0), posizione che ricorda i gruppi di due persone che sono stati ricostruiti per i gruppi laterali del frontone delle divinità nel tempio di Apollo a Falerii Veteres (135). Se fosse veramente il torso di un Niobida, crederei errata la posizione in cui è attualmente, nè gli possono appartenere i due piedi sottostanti, ai quali nel restauro è stato collegato, perchè non lascerebbero il posto per il giovane che doveva necessariamente trovarsi a sinistra, come mostra la mano sulla spalla. Suggerirei invece un atteggiamento simile a quello del primo gruppo di due persone, a sinistra, nel sarcofago di Toscanella (136): il torso apparterrebbe ad un caduto, a cui si appoggia la mano di uno dei fratelli curvo su di lui.

Il frammento K (Tav. XX), da quel poco che rimane del panneggio, sembra avere lo stesso tipo di veste della furia infernale, ma il chitone rimboccato è frequentissimo sulle urne etrusche, specialmente come abbigliamento maschile, e non basta, quindi, ad indicare la presenza di una seconda furia. L’altra, benchè più adatta per una scena di vendetta e di morte – si confronti il già citato sarcofago di Toscanella del Museo Vaticano, dove Apollo ed Artemide hanno assunto il tipo di due demoni infernali – può a rigore appartenere anche ai frontoni di divinità.

Così come sono aggruppate attualmente, le figure non possono formare un frontone, perchè quelle che dovrebbero appartenere al gruppo centrale sono troppo numerose:  Niobida armato, Pedagogo, Artemis, demone infernale, figure a cui appartengono i frammenti I ed O. Oltre a queste bisogna supporvi anche la presenza di Apollo i cui resti non saprei identificare perchè le figure si salvano parte verso sinistra, parte verso destra, ciò che fa pensare a due saettanti in direzione opposta e situati, perciò, o ai due lati, come nel sarcofago di Toscanella, o al centro: l’Artemis ci obbliga a porli ambedue nel gruppo centrale. Ma, per studiare un nuovo aggruppamento delle figure, bisognerebbe che queste non fossero attaccate alla parete. Il Niobida armato ed il Pedagogo erano a destra, perchè questi è leggermente più basso di quello; pure a destra il torso con mano sulla spalla, se era sdraiato, con il fratello curvo o cadente su di lui.

Le singole figure non si ricollegano a nessuno dei gruppi di Niobidi esistenti: se qualche motivo o atteggiamento vi si ritrova è perchè appartiene al repertorio comune di tutti gli artisti e di tutte le età. Nuovo è il fatto di rappresentare almeno uno dei Niobidi armato non credo per l’influsso di quella versione del mito che li fa uccidere mentre tornavano dalla caccia (137) ed a cui si ispira un dipinto pompeiano, ma perchè l’artista usò le figure de gli schemi abituali di lotta, quali li vediamo soprattutto nell’arte delle urne etrusche. A queste infatti, indipendentemente dal mito raffigurato, possono essere avvicinate le singole figure. Qui, come là, gli atteggiamenti non sono variati, ma la uniformità di schemi è in gran parte nascosta dalla generale animazione e dalla foga che anima i singoli personaggi.

Frequente, infatti, a Volterra e Perugia è il motivo del cavallo e cavaliere che precipitano (138), motivo del resto che, meno frequentemente, si trova anche su monumenti greci ad es. sul fregio di Figalia (139), sul lato nord del monumento di Emilio Paolo a Delfi (140) in bronzetti (141), e nei sarcofagi romani proprio nel mito dei Niobidi (142). Non è raro che nelle urne perugine e volterrane sia rappresentato un caduto fra le gambe di un guerriero, benchè generalmente non si tratti di un fanciullo, ma di un altro guerriero (143). Lo schema del Niobide con lo scudo è frequentissimo: talvolta avanza in direzione opposta o ha sul braccio la clamide (144): è anche il movimento di Minerva nelle terrecotte di Bolsena (145) e quello del Pedagogo in questo stesso frontone. La furia infernale, anche se non identica nell’abbigliamento, è rappresentata sulle urne in uguale atteggiamento, con in mano la spada o la fiaccola, che dobbiamo restituirle anche qui (146). L’Artemis saettante è l’Ulisse delle urne con l’uccisione dei Proci (147), ma per dare maggior movimento alla figura l’artista ha messo avanti la gamba destra, posizione in pratica quasi impossibile e rarissimamente raffigurata su rilievi o su vasi (148).

I tre frontoni sembrano appartenere ad una stessa età, anzi ad una stessa mano, perchè mostrano uguali caratteri, uguali difetti, uguale corrente artistica da cui dipendono. La stessa arte elegante e movimentata agita il Niobide a cavallo e la divinità muliebre alla destra di Apollo, imprime a questi un inutile ritmo di corsa, torce eccessivamente il corpo di Artemis nello sforzo di lanciare la freccia o fa balzare Giove seduto sul trono, tratta con pochi tratti di stecca la criniera del cavallo o i capelli di Apollo, dà alle pieghe del panneggio solchi profondi, rifugge da eccessive rifiniture, anzi, si contenta spesso di abbozzare, contando sulla illusione visiva prodotta dalla distanza.

Più impacciati e meno organici sono i frontoni di divinità, per i quali l’artista ha unito senza alcun nesso figure disparate, agitate o tranquille; con maggiore vivacità e senso di composizione ha trattato invece i frontoni dei Niobidi, ma questa differenza è inerente ai soggetti stessi ai quali si ispirava e da cui si sentiva più o meno legato.

Per i frontoni l’artista ha fatto opera eclettica, ispirandosi soprattutto alla statuaria, ma è riuscito solo ad allineare freddamente l’una accanto all’altra una serie di figure, belle se prese ciascuna a sè, ma che si ripetono spesso e alle quali manca l’unità di composizione. Solo la vivacità con cui le ha trattate, l’animazione e la vita che spira da ciascuna riescono a nascondere, o almeno ad attenuare, la monotonia della scelta dei tipi, l’artificio del loro raggruppamento. Nel frontone dei Niobidi egli si è mantenuto invece nell’abituale repertorio dei rilievi, che compone egli stesso o vede comporre per le urne funerarie, è nel suo cerchio artistico e le figure che egli plasma, animate dal comune terrore o dal desiderio di vendetta, si raggruppano, si. tagliano, si sovrappongono, hanno vita e calore.

Quanto alla datazione, credo che i tre frontoni debbano porsi fra l’ara di Pergamo, di cui evidentemente risentono l’influsso nel movimento eccessivo e talvolta inutile, negli effetti di pathos e la forma un po’ piena del volto, ed il principio di quella che il Krahmer chiama la forma aperta, di cui non hanno ancora nè la torsione, nè le figure sottili ed eccessivamente allungate, che troviamo anche sulle più tarde urne etrusche, specialmente volterrane. Siccome la colonia di Luna fu dedotta nel 177 av. C., possiamo supporre che i templi a cui appartennero siano stati eretti allora e che fra il 177 e il 150 av. C. si sia provveduto alla loro decorazione frontonale.

Gli scavi non hanno fatto conoscere i templi da cui provengono i frontoni; supporrei che fossero due: l’uno, dedicato probabilmente alla triade capitolina, alla quale avrà appartenuto il frontone con Giove e Minerva; l’altro decorato dai due frontoni di Apollo e Artemide e dei Niobidi (149).

Si possono confrontare i frontoni con l’arte di vari centri etruschi, ma non saprei ricollegarli particolarmente con nessuno di essi. La storia di Luna c’insegna che l’artista che li eseguì non potè essere della regione, perchè vi mancava ogni tradizione ed ogni scuola d’arte sarà quindi venuto da un’altra città, ma non saprei stabilire quale, perchè i resti di statue fittili sono troppo rari, specialmente nell’Etruria settentrionale, per poter stabilire i caratteri artistici di ciascuna scuola locale. Constato solo che nelle urne volterrane si notano, molto più frequentemente che negli altri centri e pronunziatissimi, il movimento eccessivo, l’agitazione dei personaggi, che caratterizzano i frontoni lunensi, ma non oserei dedurne che l’artista di Luna venisse da Volterra. Con i templi dell’Etruria laziale non vedo rapporti, eccetto per qualche antefissa o antepagmentum, che si ritrovano, del resto, un po’ dappertutto.


La statua di Onfale, proveniente da Luna ed in possesso di privatı a Parigi (150), fu probabilmente lavorata altrove e trasportata poi nella città; tuttavia sarei tentata a credere lavoro locale buona parte delle statue di imperatori, togati, ecc. nel Museo Fabbricotti e all’Accademia di Belle Arti di Carrara (Tavv. XXVI b, XXVII a). Il lavoro è diligente ed accurato, ma qualitativamente non superiore ad altri centri. Buona, per quanto è possibile giudicarne, sembrerebbe una bella testa di giovane, calcinata dal fuoco (Tav. XXVI a). Questi ed altri lavori (Tav. XXVII b), inferiori come esecuzione, mostrano che Luna aveva degli scultori ed artisti locali, che non sorpassavano il livello artistico abituale delle città di provincia.

Opera di un bronzista locale sarà probabilmente la graziosa ed originale situla in bronzo, a forma di testa di ragazzo (Tav. XXIX) del Museo della Spezia, che imita, in proporzioni maggiori, i balsamari romani a forma di busto, solo che qui il vaso è tagliato alla base del collo. I capelli, indicati solo nella parte posteriore della testa, sono disposti a fiamma intorno al pernio del coperchio, ora mancante; lateralmente due riccioli sorreggono l’ansa mobile.

Interessante è constatare che si scolpiva il marmo anche alle cave lunensi (151), dove sono stati trovati frammenti scultori e architettonici, cippi, statuette e rilievi. Si potrebbe supporre che fossero stati trasportati là dalla vicina Luna, ma si tratta di lavori rudimentali, talvolta poco più che abbozzati, opera evidente di sbozzatori che, senza le necessarie conoscenze tecniche, hanno intrapreso, per onorare divinità o defunti, opere più ambiziose e difficili.

La più notevole fra le sculture trovate alle cave è una statuetta in marmo (Tav. XXVIII), rinvenuta a Fossacava nel 1925 ed ora al R. Museo Archeo-logico di Firenze (152). Rappresenta una figura femminile seduta, con chitone corto, aderentissimo, stretto sotto i seni da una cintura, che fu scalpellata davanti in epoca antica, ma è ancora ben visibile nella parte posteriore, che, invece, non ha traccia del chitone. I capelli, spartiti nel mezzo e stretti da una taenia, sono riuniti in un nodo sulla nuca, dal quale escono da una parte e dall’altra due ciocche ondulate che scendono sul petto. II braccio sinistro è alzato, mancano le mani e con esse gli attributi che reggevano. I piedi sono coperti da calzari: questi ed il corto chitone farebbero pensare ad una raffigurazione di Artemis, se l’arte greca e romana avesse rappresentato questa dea seduta. Difatti, in qualche rilievo, Artemis è, più che seduta, appoggiata ad una roccia, ma nella statuaria mai (153). Suppongo perciò che la statuetta non rappresenti Artemide, ma una personificazione di città, probabilmente quella della colonią lunense e che il braccio sinistro reggesse una fiaccola, l’attributo più usuale di Artemis-Luna.

Interessante per la capacità artistica delle cave lunensi, è osservare come fu lavorata la statua. Lo scultore, per facilitare l’opera sua, la scolpi in cinque pezzi, riuniti a lavoro finito per mezzo di perni tutt’ora esistenti, separò cioè la testa e le braccia dal busto e questo dalle gambe. Anche l’anatomia è rudimentale, le proporzioni errate; la statuetta ha valore soprattutto come esplicazione dell’attività artistica di un centro di poveri schiavi e liberti.

Tratto da LUNI, di Luisa Banti, Firenze: Istituto di Studi Etruschi; Rinascimento del libro, 1937