L’OSPEDALE DI S.BARTOLOMEO DEL BORGALLO

Il passo del Borgallo si trova a 1025 metri sul livello del mare lungo il crinale montuoso che divide l’attuale Comune di Pontremoli da quello di Borgotaro (2). L’ospedale di S. Bartolomeo non sorgeva sul passo bensì alcune centinaia di metri più in basso, sul lato emiliano del monte anche se in territorio pontremolese, lungo la strada che da Valdena conduceva al valico e quindi in Lunigiana.

a) Le vicende storiche

Le prime notizie certe sull’ente riguardano la sua presenza nella lista delle decime ecclesiastiche della Diocesi di Luni – Sarzana indette, nel triennio 1295-98, da Papa Bonifacio VIII per il sussidio del Regno di Sicilia. Nella prima paga del secondo anno, 1296-97, era ascritta la “Cappella de Borgallo” nelle pertinenze della pieve di S. Pancrazio di Vignola. Nel triennio successivo, che va dal 1298 al 1301, era previsto il pagamento di una nuova decima, sempre promossa da Papa Bonifacio VIII, per le necessità del Papa e della Chiesa Romana. Nella prima paga del primo anno, 1298-99, nuovamente nelle pertinenze della “plebes de Vingnola”, era annoverato l’”Hospitale de Hurgallo” (3).

In un atto di vendita datato 5 marzo 1462, i beni dell’ospedale di S. Bartolomeo venivano citati come confinanti al terreno oggetto della transazione, posto in luogo detto “in pian de Gandino”  nelle pertinenze di Guinadi (4). Altri due documenti analoghi comparivano nelle carte del notaio Girolamo Belmesseri: nel primo, datato 26 aprile 1470, il terreno venduto si trovava nelle pertinenze di Guinadi “in campo zemoli” e confinava con i beni della chiesa di S. Bartolomeo (5); nell’altro, datato 7 dicembre 1471, l’appezzamento era posto nelle pertinenze di Vignola “in campo zemoli”, adiacente ai beni dell’ospedale di San Bartolomeo del Borgallo (6). Ci troviamo di fronte ad un vuoto documentario di circa un secolo e mezzo, da fine duecento alla seconda metà del XV secolo, dovuto principalmente all’incendio subito da Pontremoli nell’anno 1495 da parte dell’imperatore Carlo VIII che comportò la distruzione di buona parte del borgo (7) e della maggior parte dei notai e degli archivi (8).

Negli anni 1470-1471 si tenne a Sarzana il Sinodo della Diocesi di Luni-Sarzana e tra i documenti che accompagnavano gli atti del Sinodo si rileva l’Estimo delle chiese della Diocesi. Nella “Plebs de Vignola” era annoverato l’”Hospitale Sancti Bartolomei de Borgalo” che presentava una lira di censo, la rendita più bassa tra tutti gli ospedali citati (9). Questo dato è significativo della povertà che caratterizzava la struttura, penalizzata, probabilmente, dall’essere toccata da una variante dell’arteria principale, la via Francigena, e per questo motivo coinvolta da un numero minore di pellegrini e di traffici.

Nel “Libro della Campanella” del 1508, Estimo di tutte le chiese ed i luoghi pii presenti nella giurisdizione di Pontremoli, erano segnalati i beni appartenenti all’” Ecclesia S. Bartholomei de Borgallo”, in tutto sette terre. Cinque appezzamenti risultavano nelle pertinenze di Monti e Baselica: “Terra castaneata a la Mura [……] Terra castaneata a La Strada […..] Terra castaneata in al canale de Aquatorta […..] Terra caneparia al piano del lago [….] Terra campiva a li Ortelli”, uno nelle pertinenze di Navola: “Terra castaneata in la bona de Quinta” ed uno nelle pertinenze di Guinadi: “Terra castaneata in pian de nasco” (10). E’ da sottolineare che nessuno dei sette terreni coincide con uno dei tre menzionati nei documenti di fine XV secolo, indice di una situazione in continua evoluzione e di un marcato sistema di compravendite, affitti e locazioni che caratterizzava Pontremoli e la sua giurisdizione ed anche sintomo di una vitalità economica che comunque non maschera il quadro di povertà del complesso ospedaliero.

L’11 febbraio 1538 il reverendo

Ioannis Laurentius de Gallis de Puntremulo, Archipresbiter plebis Sanctorum Nerei et Achillei atque Pancrazii de Vignola nec non uti rector perpetui benefitii sive hospitalis sancti Bartholomei de Burgali Lunensi Sarzanensi diocesis

concedeva in locazione al presbitero Stefano Parasacchi di Pontremoli, per i futuri tre anni, “omnes et singulo fructus, redditus et proventus et tam ordinarios quam exordinarios” del suddetto beneficio e richiedeva annualmente “sex florenos monetae Pontremuli” come rimborso per aver effettuato questo contratto (11).

Il 9 maggio 1551 Giò. Lorenzo Galli dava in locazione il beneficio di S. Bartolomeo al presbitero Giovanni Beccarelli di Valdena per i nove anni seguenti con l’ordine di non locarlo ad altre persone, di “facere coltivare” i beni, di “facere celebrare ibidem festum  Sancti Bartholomei” ogni anno, di pagare ogni anno sei fiorini moneta di Pontremoli e di “facere construere una capellam in dicto loco”. Giovanni Beccarelli, inoltre, venne nominato procuratore del beneficio e doveva quindi occuparsi di ogni questione riguardante lo stesso (12).

La disposizione di costruire una cappella indica, probabilmente, che nella prima metà del Cinquecento quella di San Bartolomeo era fortemente danneggiata o distrutta ma non si era esaurita la funzione religiosa in quanto al Beccarelli si ordinava di celebrare la messa nel giorno della festa di S. Bartolomeo.

Evidentemente tale festa richiamava sul Borgallo gli abitanti dei paesi limitrofi, sia del versante emiliano che del versante toscano. Quello che risulta chiaro è il cambiamento di prospettiva che subisce l’ospedale: da una dimensione viaria internazionale, come luogo di transito per raggiungere il centro Italia e soprattutto Roma, ad una dimensione prettamente locale che raggiungeva il culmine con la celebrazione della festa di San Bartolomeo, il 24 agosto. Si tratta di una naturale trasformazione dovuta alla costante diminuzione dei passaggi di viandanti e pellegrini ed alla conseguente inutilità della funzione ricettiva ospedaliera.

Inoltre l’ente non aveva una comunità a cui prestare il servizio pastorale poiché rimaneva una struttura isolata in quanto i paesi ai piedi del passo presentavano una chiesa di riferimento parrocchiale (13). Questa situazione accentuava la decadenza della struttura la quale, probabilmente trascurata per lunghi periodi dell’anno, otteneva maggiore considerazione in prossimità della festa diventata ormai una tradizione.

Nel 1588 veniva redatto un altro Estimo di tutte le chiese ed i luoghi pii presenti nella giurisdizione di Pontremoli e comparivano i Bona S. Bartholomei de borgali: confrontando le terre annoverate con quelle dell’Estimo del 1508, si osserva il lieve aumento dei possedimenti che passano da sette a otto. Solamente due appezzamenti sono presenti in entrambi i due documenti: i terreni posti “alla strada” e in “pian de nasco” (14), segno del continuo evolversi della situazione patrimoniale del beneficio. Inoltre l’Estimo del 1588 presentava una novità: il valore di ogni terreno espresso in lire, soldi, e denari; in totale il beneficio di S. Bartolomeo possedeva terre per quattordici lire e dieci soldi.

Il primo giugno 1615 avveniva la presa di possesso dell’”ecclesiae Sancti Bartholomei Hospitali Borgalis” e di tutte le sue pertinenze da parte del reverendo Giovanni Filareti di Fivizzano il quale, tramite il suo procuratore Andrea Sarteschi di Fivizzano, presentava al vice economo apostolico e regio di Pontremoli, Ottavio Reghini, la lettera apostolica proveniente dalla chiesa di Santa Maria Maggiore di Roma e la lettera con il beneplacito inviata da Giulio Fariani, economo generale apostolico e regio dello Stato di Milano. Il bene era vacante a causa della “resignationem ex causa permutationis factae per Revendum Dominum Ferdinandum Manfronum ultimum et immediati possessoris dictae ecclesiae iuriumque, et pertinentiae eius omnium”. Per effettuare la presa di possesso il procuratore si recava presso “dicta ecclesia Sancti Bartholomei nunc dirupta et devastata” e, come gesto simbolico, metteva in grembo un po’ di terra. Altri particolari sulle condizioni materiali della chiesa venivano presentati nella formula di chiusura dell’atto notarile. Oltre a ripetere che la costruzione era fatiscente, si aggiungeva che rimanevano delle vestigia consistenti in parti di mura ancora in piedi, fatte con sassi e calcina: ” Actum in loco seu sitae dictae ecclesia Sanctio Bartholomei ut supra, nunc dirupto et devastato in quo adsunt vestigie, et parietes semise murati, lapidi et calce” (15).

Le condizioni della chiesa contrastano con la richiesta fatta, circa 60 anni prima, a don Giovanni Beccarelli di costruire una cappella. Si puo’ ipotizzare che questa non sia stata edificata ma sia stata mantenuta per il culto la struttura già esistente con qualche lavoro di ristrutturazione che può aver solo ritardato il decadimento dell’edificio. Altrimenti la cappella era stata realmente costruita ma dopo pochi anni aveva subito notevoli danni raggiungendo ben presto lo stato di rudere.

Nel 1804 il capitano Antonio Boccia percorse le montagne piacentine e parmensi per conto del Ducato di Parma e nel suo viaggio toccò anche questa zona: “Cento passi di qua dal suddetto Monte Borgallo, osservasi tuttora gli avanzi di un antico convento di monaci, che chiamasi anche oggigiorno di S. Bartolomeo” (16).

Una carta dell’Archivio Vescovile di Pontremoli indica nel 1823 il beneficio di “S. Bartolomeo in Borgallo eretto nella chiesa Parochiale di S. Pietro” di Baselica , dal 1806 era in possesso del chierico Giuseppe Marioni, con l’obbligo di celebrare 5 messe ogni anno, obbligo che risultava soddisfatto a “tutto agosto 1823” (17).

L’ultimo documento relativo all’ente è inserito nel Catasto Generale della Toscana promosso dal Granduca di Toscana Leopoldo II. Nel biennio 1825-26 vennero redatte le mappe della zona pontremolese mentre i passaggi di proprietà furono annoverati sino all’agosto 1838 (18). All’interno del tomo secondo del “Campione del Catasto” relativo alla Comunità di Zeri si rileva il “Benefizio di S. Bartolomeo, Rettore Chierico Giuseppe Marioni” con la relativa descrizione dei beni (19).

b) La questione dei confini

Dalla seconda metà del I secolo la chiesa di S. Bartolomeo del Borgallo o il toponimo S. Bartolomeo risultano menzionati in un filone specifico di documenti riguardante la questione dei confini. Le contese per il posizionamento dei termini tra gli uomini di Borgotaro e Valdena del versante emiliano e quelli di Pontremoli del versante toscano caratterizzarono tutta la storia tardo medievale e moderna del territorio. Le decisioni prese dai vari incaricati, che si susseguirono nel definire i confini,  furono costantemente criticate e messe in discussione dagli abitanti dell’uno o dell’altro versante.

La prima sentenza promulgata per dirimere le controversie, datata 10 luglio 1343, su mandato di Luchino Visconti. pose i termini sulla sommità dei monti. dal monte Borgallo alla Croce di Ferro (20). Una nuova sentenza venne deliberata il 13 dicembre 1351 da Galeazzo Visconti il quale concedeva il diritto ai Pontremolesi di oltrepassare la cima dei monti per l’uso del bosco di Tocherio “ita quod posint incidere, pasculare, laborare, boscare. & lignamine extrahere”, salvi i diritti privati, mantenendo la giurisdizione in mano agli uomini di Borgotaro (21).

A metà Cinquecento, nel 1548, Pietro Paolo Arrigoni, senatore e podestà di Piacenza, venne incaricato di ripiantare i termini che erano stati rimossi e di sedare discordie sorte a causa di una serie di furti di bestiame perpetrati dai pontremolesi; i termini furono ricollocati nei precedenti luoghi sul crinale dei monti (22).

Due documenti del 1569 illustrano chiaramente lo svolgimento delle dispute per il territorio. Il 9 maggio gli uomini di Valdena stabilirono che gli uomini di Pontremoli non potevano fare legna e far pascolare il bestiame al di sotto della sommità dei monti. Tra i luoghi che venivano negati ai pontremolesi annoveravano: “ a strata di Burgalo ultra versus Pontremulum” e “in summitate segadarum de formenta de Sancto Bartolomeo redeundo referire ad dictam ecclesiam Sancti Bartolomei iuxta via qua vadit Pontremulum”. Il 27 luglio gli uomini di Guinadi, Monti, Baselica, S. Lorenzo e Navola, “ lesi e offesi per la bandita fatta da quelli della Valdena”, si rivolgevano al governatore di Pontremoli chiedendo la revoca dei provvedimenti emanati (23).

Questa situazione di accuse e controaccuse, disposizioni e richieste di revoca delle stesse, si protrasse per tutta l’epoca moderna allo scopo di usufruire di un lembo di terra che dalla sommità dei monti giungeva fino a mezza costa nel versante emiliano dell’altura e che veniva sfruttato con la coltivazione agricola.

Nel 1582 Giacomo Brivio, delegato del re di Spagna e del duca di Parma, poneva la giurisdizione di Pontremoli oltre il crinale per cinquanta braccia (24). Questa sentenza venne osteggiata con una serie di petizioni e con la rimozione dei termini degli abitanti di Borgotaro e di Valdena.

Al fine di risolvere questa complicata situazione Filippo II, re di Spagna e duca di Milano, e Ottavio Farnese, duca di Parma, affidarono al senatore di Milano Giovanni Antonio Appiani, il compito di dirimere l’annosa questione. Il primo ottobre 1585 l’Appiani raggiunse i luoghi controversi per ricercare i punti in cui l’Arrigoni nel 1548, ed il Brivio, nel 1582, avevano piantato i termini. Nella ricognizione ritrovò il termine posto dal Brivio “ qui locus appellatur Pradonico” e all’architetto e ingegnere pubblico di Parma, Francesco Mistura, fece misurare la distanza  “ a dieto loco ad locum in summitate  montis Burgali, in quo dictus Dominus Arrignis alium plantari fecerat terminum”. La distanza venne computata  “per brachia mille duodecim” e fu segnata la metà. Il 3 ottobre l’Appiani ritornò “ ad locum eminentem dictum il Borgalloqui este penes Fontem Sancti Bartolomei” e piantò in quel punto il termine, disposto in linea retta con la fonte. Il  senatore milanese concesse l’uso della fonte ad entrambe le parti in causa per ogni utilizzo. Il termine distava 202 braccia dalla fonte e solamente 44 braccia dalla strada”per quam itur a Vallehenna Pontremulum”. Nelle disposizioni riguardo al termine non vennero compresi i beni privati tra i quali vennero indicati i “bona ibi prope existentia , quae dicuntur esse dictae Sancti Bartolomei”. L’intenzione di evitare nuove rimozioni portò l’Appiani a pubblicare una grida a Pontremoli il 9 ottobre 1585 nella quale, “muovere o alterare li detti termini”, avrebbe comportato “pena di scudi cinguecento […] oltre all’altre pene corporali all’arbitrio di esso Eccellentissimo Senato e Illustrissimo Signor Duca”. Nel caso in cui i termini fossero stati rimossi e non si conoscesse l’autore di tale atto, la grida prevedeva che “essi Comuni saranno obbligati pagar la detta pena”. Lo scopo di questa disposizione era che “ li presenti comandamenti in ogni modo si osservino” (25).

Filippo II, nel 1591, incaricò nuovamente l’Appiani, come suo delegato, di salire sui monti, di riporre i termini che erano stati rimossi e di ottenere informazioni riguardo coloro che avevano compiuto la rimozione. Il 16 ottobre 1591 l’Appiani e Pietro Zangrandi, commissario generale del re, raggiunsero il luogo “ in Borgallo qui est penese fontem Sancti Bartholomei” per “replantari” il termine “ ibi respicientes per rectam lineam dictam fontem” (26). La situazione migliorò, si acquietarono le discordie e non vi furono nuovi cambiamenti.

Nel 1658 Ferdinando Medici, Granduca di Toscana, e Ranuccio Farnese , duca di Parma, inviarono sui monti Cesare Marchetti, podestà di Pontremoli, e Lore4nzo Francesco Via, nobile piacentino, come loro rappresentanti per ripiantare quattro termini. I due delegati, il 13 novembre, “pervenerunt in primis ad locum dictum San Bartolomeo […] qui locus ex Vallis Hennae respicit Pratum vocatum dicto nomine di Pradonico , et ex parte superiori versus Pontremulenses respicit montem dictu Borgale”. Videro il luogo nel quale l’Appiani aveva posto il termine di confine e lo ricollocarono nella medesima posizione. Il nuovo termine, nella parte rivolta verso Pontremoli, presentava le insegne del Granduca di Toscana “constituuntur ex sex globis sen pallis cum diademate supra”, mentre nella parte rivolta verso Valdena esibiva lo stemma del Duca di Parma” quae formantur ex sex lilij, cum diademate supra” e, sotto lo stemma, l’anno corrente 1658 (27).

Il termine di San Bartolomeo rimase dove era stato posto nel 1658 per tutta la seconda metà del XVII e durante il Settecento. Dai documenti la maggior parte delle controversie coinvolsero altre zone dei confini e solamente dei fatti sporadici posero l’attenzione sul territorio presidiato dal suddetto termine. Uno di questi avvenne il 24 agosto 1713 e lo apprendiamo da una lettera scritta dal commissario di Pontremoli a quello di Borgotaro: Andrea Boggia di Navola fu arrestato dai tutori dell’ordine di Borgotaro

Con un somaro carico di formento un tiro di sasso distante alla sommità del Monte Borgalo per venire alla casa sua, che val a dire un terzo di miglio, e più passati i termini dell’Appiano, e di qua ancora dalla Chiesa diroccata di San Bartolomeo

 Il Commissario pontremolese rivendicava la propria giurisdizione sul luogo dell’arresto ed insinuava che nella descrizione fosse stato indicato un altro posto dove era avvenuto l’arresto, in modo che rimanesse in territorio parmense (28).

Nella seconda metà del Settecento e agli inizi dell’Ottocento si riscontrano una serie cospicua di visite lungo i confini che dividevano la giurisdizione di Pontremoli da quella di Borgotaro da parte dei rappresentanti della Comunità di Pontremoli i quali appurano la presenza del termine posto  nel 1658 nella località S. Bartolomeo.

Nella prima visita, datata 25 settembre 1763, Domenico Maria Bologna, Sindaco, Giò. Leonardo Falaschi, ragionato, e Giuseppe Maracchi, cancelliere, “calando ad acqua pendente verso il Borgo Tarro per la costa detta La fontana di Gaicarone, o sia di S. Bartolomeo” trovarono “un termine di pietra piccata murata sotto terra con l’arme della Serenissima Casa Medici verso la parte di Pontremoli, e con altre arme che sembra essere  della Serenissima Casa Farnese, verso la parte di Borgo, col millesimo sotto l’elsa 1658” (29). Nella visita del 29 agosto 1785 scompare il toponimo Gaicarone e ritorna quello di Pradonico; infatti il termine era denominato “di San Bartolomeo o sia Pradonico”. Le medesime annotazioni vennero riportate nelle visite del 24 settembre 1787 e del 28 settembre 1790 (30). Nella visita del 21 giugno 1822 i delegati dele governo toscano e di quello di Parma accertarono  il cedimento del termine: “una pietra murata a calcina, che oggi vedesi rotta e posta a terra” (31).

La questione riguardo ai confini si concluse il 7 gennaio 1829 con la pubblicazione dell’ “Atto finale del collocamento dei termini nella linea di confine tra il Ducato di Parma e il Gran Ducato di Toscana”: il termine n. 39 venne collocato “in terreno pasturato, luogo detto San Bartolomeo o Pradonico, presso l’antico termine ivi tuttora esistente”. Il termine di S. Bartolomeo si mantiene anche con l’ “Atto finale ….”, nel lato emiliano del monte Borgallo cosicchè la giurisdizione di Pontremoli si spinge, per un tratto, oltre la cima delle montagne (32).

L’excursus sulla questione dei confini risulta importante per le annotazioni relative al posizionamento del termine di S. Bartolomeo le quali riportano anche notizie sulla chiesa così da permettere una localizzazione della struttura. Il complesso di S. Bartolomeo si trova sul versante parmense del monte Borgallo ma in territorio toscano, fatto che risulta evidente a partire dal documento del 1569 nel quale gli uomini di Valdena bandivano quelli di Pontremoli dal loro versante  e la chiesa di S. Bartolomeo si trovava tra i luoghi descritti.

Nella sentenza dell’Appiani del 1585 erano presenti i beni della chiesa vicini al termine e compare un altro elemento: la fonte di S. Bartolomeo. Si riscontrano così tre elementi con la medesima attestazione toponomastica che rendono inequivocabile la collocazione dell’ente in questo lato del monte: il termine di S. Bartolomeo sito lungo il confine, poco sopra la chiesa di S. Bartolomeo, nella giurisdizione di Pontremoli, superata la quale si giunge sulla cima del monte e la fonte di S. Bartolomeo posta a poca distanza in linea retta dal termine ma anche dalla chiesa. Il quadro della zona viene completato dalla strada che va da Valdena a Pontremoli la quale transita in prossimità del termine e della chiesa. Altro fattore di conferma è dato dalla stabilità nel tempo del termine di confine; il luogo scelto dall’Appiani, nel 1585, venne mantenuto nel 1568 e confermato nell’ “Atto finale….” del 1828.

Da metà Cinquecento in avanti le carte che si riferiscono a questo termine    parlano costantemente del medesimo luogo e non sussiste  la possibilità di pensare ad un eventuale spostamento. La giurisdizione toscana nei confronti della chiesa viene confermata dalla presenza costante negli Estimi della Comunità di Pontremoli; riguardo alla giurisdizione ecclesiastica non possono sussistere diatribe relative alla Diocesi poiché anche la chiesa di S. Maria di Valdena, ai piedi del monte nel lato emiliano, faceva parte della Diocesi di Luni-Sarzana.

Attualmente, raggiunto il passo del Borgallo e scendendo nel versante parmense del monte fino alla zona di confine  tra Toscana ed Emilia Romagna, il confine è caratterizzato da una striscia di terra che divide due situazioni paesaggistiche diverse: la parte toscana è contrassegnata da zone prative lasciate in abbandono che evidenziano una mancanza di custodia , mentre la parte emiliana presenta una fitta pineta. Probabilmente il sentiero percorso è la strada che “itur a Vallehenna Pontremulum” menzionata dall’Appiani nel 1585. Seguendo la striscia di terra che segna il confine si scorge, pochi metri dopo aver lasciato il sentiero, una sorgente che sbuca da sotto terra all’inizio della pineta e che scende lungo il versante del monte. La breve distanza dalla strada porta subito a pensare che si tratti della fonte di S. Bartolomeo.

Proseguendo lungo il confine, dopo pochi metri, si scorge un termine di confine piantato nel 1828, come dimostra la data posta su un lato corto del cippo di arenaria. Sull’altro lato doveva trovarsi il numero del termine, secondo l’elenco stilato nell’ “Atto finale…” del 1828, ma il cippo risulta manchevole di questa parte.  Sul lato lungo rivolto verso Valdena è disposta una corona  e la scritta “PARMA” mentre su quello rivolto verso il monte Borgallo è collocata una corona ed una “T”, abbreviazione di Toscana. Nonostante la mancanza del numero, la vicinanza dalla strada e dalla fonte re4ndono inequivocabile che si tratti del termine di S. Bartolomeo e che in questa zona si trovasse il complesso ospedaliero. Purtroppo la totale mancanza di strutture non consente una localizzazione precisa anche se appare indubbio che l’ubicazione non poteva discostarsi da questa zona.

Fabio Folloni, L’ospedale di S. Bartolomeo del Borgallo, in Gli ospedali di passo nell’alta Lunigiana: i casi di S. Bartalomeo del Borgallo e di San Giacomo di Pracchiola, Archivio storico per le province parmensi.

1) Questo studio completa l’articolo edito lo scorso anno: F. FOLLONI, Gli ospedali di passo nell’alta Lunigiana: il caso di S. Maria della Cisa, in “Archivio storico per le province parmensi Quarta serie, Vol.LXlI, Anno 2010 (Parma 2011), pp.75-94.

2) I riferimenti altimetrici sono rilevati dalla carta I.G.M., cfr. Foglio 84 della Carta d’Italia, sezione II NO, Borgo Sal di Taro.

3) Cfr. G. Le pievi della diocesi di Luni, Parte l, La Spezia 1961, pp.75-92.

4) Cfr. Archivio di Stato di Pontremoli (da ora ASPO), Ser Girolamo q. Ser Antonio Belmesseri, Filza B II, dal di 26 marzo 1461 al di 29 giugno 1463, cc 184 v – 185 r

5) Cfr. Ibidem; Filza F VI, dal 15 novembre 1469 al di 26 novembre 1470. Cc 105 v- 106r

6) Ibidem, Filza III, dal di 6 settembre 1471 al di 7 ottobre 1472, cc 33v-34r

7) Cfr. G. Sforza, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, ristampa anastatica, Bologna 1972, vol. II, pp. 523-547

8) “ Il palazzo del Comune e l’Archivio pubblico restarono inceneriti […] Furono pure abbrucciati gli Archivi degli instrumenti e scritture pubbliche, esistenti nelle case dei notai […] Non tutti i protocolli esistenti nelle case de’ notai perirono; parecchi scamparono all’incendio, essendo stati da’ proprietari portati via con loro nella fuga o per trovarsi qua e là nella campagna”.

9) Censo analogo solamente all’Hospitale de Fivizano” nella  “Plebs de Sancto Paulo”. Cfr G. Sforza, Un sinodo sconosciuto della diocesi di Luni-Sarzana [1470-1471], in “Il Giornale Storico e Letterario della Liguria”, vol. V, 1904, pp. 225-251

10) ASPO, Libro della Campanella, 1508, c.96v

11) Cfr. ASPO, SER Gio Paolo q. Ser Maria Ferrari, Filza E n. 5, dal di 8 giugno 1537 al di 1538, cc. 292v-293r

12) Cfr. Ibidem, Filza G n. 7, dal di 25 marzo 1551 al di 27 marzo 1552, cc 7r-8v

13) La chiesa di S. Maria di Valdena nel versante emiliano e le chiese di S. Lorenzo di Navola e di S. Pietro di Baselica nel versante toscano

14) “Terra  campiva castaneata in Campia […] Terra castaneata al Mareso […] Terra castaneata in pertinentijs Montium Baxelicem loco detto alla Strada […] Terra prativa alla piana de canevari […] Terra campiva al pero di Bexelica […] Terra castaneata al Fontanin [….] Terra castaneata in Vaxeratta […] Terra castaneata in pian de naschi […]” (ASPO, Libro della Campanella, 1588, c43r).

15) ASPO, SER Girolamo Q. Ser Daniele Castellini, Filza P n. 15, dal 1605 al 1638, doc. 71.

16) Descrizione geografica fisica, storica e statistica della valle del Taro del cap. Antonio Boccia, Borgotaro, pp. 4-5

17) Archivio Vescovile della Curia di Pontremoli, Baselica, Filza “Baselica, Bassone, Bagnone, Biglio, Bratto” doc. 98

18) Cfr. AA. VV. Pontremoli e il territorio attraverso la cartografia: Sec. XVII-XIX. Questioni di confine con il Parmense e il Genovesato: Borgovalditaro-Godano-Suvero-Zeri, a cura di O. Raffo Maggini, La Spezia 2001, pp. 42-50

19) Cfr. ASPO, Catasto Generale della Toscana, Campione della Comunità di Zeri, tomo secondo, cc285v-286r

20) Cfr, G: Micheli, I confini tra Borgotaro e Pontremoli, ricerche storiche, Parma, 1899, p. 4

21) Cfr., Pontremuli Statutorum ac Decretorum Volumen, Parmae, apud Seth Viottum, 1571, Lib. VI, cap.82

22) Cfr. G. Micheli, I confini…., cit. p4

23) Cfr ASPO, Atti di confinazione anche con gli Stati di Parma e di Genova, 1569-1804, cc 40r-41r

24) Cfr. G. Micheli, I Confini……cit, p.5

25) ASPO, Ser Giulio Q. Leonardo Belmesseri, Filza sesta E n. 5 dal 1588, doc. 69 cc 1v-2r, 8v-9r e c.n.n

26) ASPO, Ser Giulio Q. Leonardo Belmesseri, Filza Ottava B n. 2, dal 1590 al 1592, doc. 80, cc 1r-2v,

27) Cfr. ASPO, Libro degli Ordini, 1650-1688, cc81r-82r

28) Cfr. ASPO, Confinazioni con gli stati esteri, 1573-1809, fasc. “Parmigiano”, cc290 r-v

29) Il medesimo termine venne riscontrato il 22 settembre 1766 cfr. ASPO, Atti di confinazione con gli stati esteri 1761-1829, fasc. “ Contratti di confinazione collo stato di Parma 1761-1805, ccV-4v

30) Cfr. Ibidem, cc 26r-v, 32r-v, 40r-v

31) Ibidem, fasc. “Confinazioni collo stato di Parma 1822/1843” cc 11r-v

32) Nella zona che comprende i termini dal n. 27 al n. 54 la linea di confine scende nel versante parmense dei monti, cfr. Ibidem, fasc. ”Conti diversi di spese relative alle confinazioni collo stato di Parma 1825-1829”, Disposizione presidenziale che pubblica l’atto finale del collocamento de’ termini lungo il confine tra gli Stati di Parma e quelli di Toscana, pp. 15 e 20