L’OSPEDALE DI SAN GIACOMO DI PRACCHIOLA DETTO L’OSPEDALETTO *

Il sito dello spedaletto di Pracchiola – foto tratta dalla pagina Facebook Storia della Regione del Monte Gottero

Il passo del Cirone si erge a 1255 metri sul livello del mare e consente il passaggio dalla Lunigiana al territorio parmense; risulta un punto di abbassamento del crinale appenninico in quanto affiancato dal monte Borgognone a quota 1401 metri e dal monte Tavola a quota 1504metri.

L’ospedale di S. Giacomo di Pracchiola si trova al di sotto del passo, a quota 984 metri, tra il valico ed il paese di Pracchiola, ultimo centro abitato del territorio pontremolese lungo la via del Cirone; rimane il toponimo Ospedaletto nelle carte topografiche (1).

Il documento più antico e cronologicamente certo dell’ente proviene dagli Statuti di Pontremoli che, nonostante la pubblicazione del 1571, all’interno conservano materiale normativo a partire dal XII secolo (2). Si tratta delle “Terminationes bonorum Communis” del 1284 in cui si ricorda l’elezione, da parte del Comune, di appositi officiales, detti terminatores con lo scopo di “dicere, denuntiare et designare terras, loca & bona Communis”. I beni in questione erano i terreni che possedeva il Comune, i cosiddetti Comunalia, e non il territorio su cui aveva giurisdizione. Il 30 ottobre 1284 tra i vari termini, posti per segnalare queste proprietà, vennero collocati “a Calcinaria supra, usque in Montem Cisoni, & a terminis qui sunt in dieta Calcinaria supra Hospitale Piellae Burgati, & a rivis extra (3) .”

Nella prima paga della decima del 1296/97, tra gli enti dipendenti dal Vescovo di Luni che formavano la propria dotazione patrimoniale, veniva annoverato l”Hospitale de Piellaburga” (4). Erroneamente il Pistarino sosteneva che, nella prima paga della decima del 198/99l’Ospidalettio venisse presentato come “Hospitale de Mallaticcha” (5). Lo storico proponeva questa tesi alla luce della posizione occupata nella lista degli enti ecclesiastici che dovevano pagare la decima. Infatti gli ospedali di “Piellaburga” e “Mallaticcha” occupavano la medesima collocazione nelle due liste tra l'”Hospitale de Resvogia” e la “Cappella de Ysola”. La prova dell’inesattezza del Pistarino viene da una colletta della Diocesi di Luni del 1346 indetta da Papa Clemente Vi per sostenere la lotta contro i Turchi nella quale risultano, uno di seguito all’altro, il “rector hospitalis de Malatica” e il “rector hospitalis de Piellaborga” che facevano parte degli enti ancora in debito (6).

Riguardo all’ospedale di “Malatica” rimane verosimile l’ipotesi presentata dal Formentini (7) il quale collocava questo ente a Mulazzo per assonanza tra i due termini, ipotesi facilitata dal fatto che lo storico leggeva “Mullatica”, e per la collocazione nell’Estimo delle chiese della Diocesi del 1470/71. Infatti nelle strutture dipendenti direttamente dal Vescovo erano elencate di seguti: ” C. de Ravoschia lib. 4 Hospitale de Mulatio lib. 5 Hospitale de Pitaborga lib. 2 C. de Yrola lib. 6″ (8). Per quanto riguarda l’Ospedaletto, questo Estimo sottolinea la povertà del soggetto il quale detiene due lire di censo anche se risulta il doppio della rendita dell’ente di S. Bartolomeo del Borgallo.

Pietro Ferrari indicava in un suo saggio, un documento del 1316 in cui veniva citato l'”Ospedale di Piella Borgheda” ed il suo rettore, il presbitero Guglielmo Uggeri di Pontremoli. L’autore affermava, inoltre, l’appartenenza dell’Ospedale “allìordine degli Spedalieri di S. Giacomo d’Altopascio”. (9)

Nel Quattrocento tre documenti rogati da notai si riferiscono all’ente. Nel più antico, datato 19 maggio 1459, Matteo Uggeri, rettore della chiesa di S. Gemignano di Pontremoli, ma anche cappellano e governatore dell’Ospedaletto, concedeva in locazione a Franceschino Piccinini di Pracchiola tutte le terre prative, campive e boschive di giurisdizione dell’Ospedaletto con l’obbligo del pagamento annuale di due sestari di frumento ad comunem mensuram Pontremuli (10). Nell’atto del 31 agosto 1467 i beni dell’ospedale di S. Giacomo di Pracchiola erano citati come confinanti del terreno oggetto della vendita, posto in luogo detto ” a le bacholine” nelle pertinenze di Pracchiola(11). Infine il 21 maggio 1487 Domenico Beccari di Pontremoli, “rector hospitalis Sancti Iacobi de Prachiola”. concedeva “omnes et singulas domos, cascinas, terras campivas, boschivas et prativas […..] dicta ecclesia sive hospitali” a Pino Bertoli di Previsale per i tre anni successivi previo pagamento annuale di sei staria frumento e tre staria di segale secondo la comune misura di Pontremoli (12).

L’Estimo di tutte le chiese e i luoghi pii, presenti nella giurisdizione di Pontremoli, del 1508 inaugura la serie dei documenti del XVI secolo inerenti all’Ospedaletto. I “Bona hospitalis S. Iacobi de Prachiola” erano quattro terre di cui tre nelle pertinenze di Pracchiola: “Terra castaneata in al Capixollo [….] Terra Castaneata a le Barcoline [….] Terra caneparia a la fontana de la noxe ed una in quekke di Groppodalosio: “Terra campiva in Campo Longo” (13). Confrontando queste proprietà con quelle riscontrate nello stesso Estimo, dell’ospedale di San Bartolomeo del Borgallo, quest’ultimo annovera un maggior numero di appezzamenti, sette, rispetto all’Ospitaletto che si ferma a quattro. Ma osservando l’altro Estimo cinquecentesco del 1588, il quale riportava anche la valutazione economica delle terre, notiamo che, nonostante i beni di S. Giacomo di Pracchiola siano rimasti quattro, tutti nelle pertinenze di Pracchiola (14), ed i beni di San Bartolomeo siano diventati otto, il calcolo delle stime mostra il maggior valore delle proprietà dell’Ospedaletto: 15 lire e 10 soldi contro 14 lire e 10 soldi.

Il 25 giugno 1533 “Matheus filius Petri Antonj Venturinis de Pontremolo procurator Venerabilis presbiteri Jo. Bapte eius fratis rectoris ecclesiae Sancti Iacobi de Prachiola” concedeva in locazione i possessi della chiesa di San Giacomo ad Antonio Panelli di Pracchiola per nove anni. L’atto comprendeva una convenzione tra le parti nella quale il locatore Antonio Panelli si impegnava a distruggere sino alle fondamenta i muri “ad domum prope dictam ecclesiam” allo scopo di ricostruire nello stesso luogo una casa impiegando le pietre e la calce dei muri distrutti. La casa doveva essere utilizzata ” pro habitatione ipsius mezzadri” e costruita entro 16 mesi. Il lavoro sarebbe stato pagato dal procuratore Venturini (15). Ritengo questo documento molto importante in quanto la domum accanto alla chiesa non può che essere la struttura adibita ad ospedale. La trasformazione in abitazione privata è sintomatica della decadenza della funzione di ricovero per la diminuzione del passaggio di pellegrini lungo la via. Per i pochi che avrebbero ancora percorso la strada sarebbe bastata la navata della chiesa per ospitarli.

Gli storici locali (16) menzionano un decreto, concesso dalla Penitenziaria Vaticana il 12 gennaio 1536, nel quale l’Ospedaletto venne dato in giuspatronato perpetuo alla famiglia Venturini di Pontremoli su richiesta di Silvio Venturini che, avendo sottolineato le scarse rendite della chiesa ed impegnandosi ad aumentarle di un terzo, lo aveva ottenuto per se, per i suoi fratelli ed i loro successori.

Da queste notizie si arguisce che già nel 1533 l’Ospedaletto era retto da una componente della famiglia Venturini e con decreto del 1536 si volle ottenere un possesso duraturo nel tempo e costantemente riservato alla famiglia. In tale decreto don Giovanni Battista risultava rettore della chiesa mentre un suo procuratore era il fratello Matteo e i suoi due fratelli Silvio e Antonio erano cointestatari del giuspatronato.

Questo lineare contesto della prima metà del Cinquecento viene complicato da un atto del 1546 la cui presenza era stata segnalata dal Repetti in maniera sommaria (17), e che, nonostante confonda la situazione, risulta molto significativo. L’atto, infatti, è l’unica attestazione documentaria, da me riscontrata, sull’appartenenza dell’Ospedaletto ai Cavalieri d’Altopascio. Il 3 marzo 1546 a causa della morte del “Reverendum Dominum Jo. Bapte de Venturinis de Puntremulo capellanis seu rectoris hospitaleti Sancti Iacobide prachiolla Iuris Reverendissimi Magistri et prioris generalis de Altopassu”, Geronimo Galli, eletto dalla Comunità di Pontremoli “curatorem, protectorem et diffensorem ” delle monache di S. Giacomo di Pontremoli (18) ed il notaio, autore dell’atto, Giò. Rolando Villani salirono all’Ospedaletto per compiere il rito della presa di possesso dell’ente. Entrambi risultavano “in pro ac nomine et vice praedicti Reverendissimi Magistri et prioris generalis de Altopassu” e furono accompagnati da Annibale Villani di Pontremoli, rettore della chiesa parrocchiale di S. Maria di Pracchiola, da Iacopo Zani, cavaliere collaterale del Commissario di Pontremoli, e da Pasquale Depede, nunzio pubblico di Pontremoli. Il rito della presa di possesso avvenne nell'”ecclesia hospitaleti” dove i due presero in mano un po’ di terra, abbracciarono l’altare, si inginocchiarono e cantarono il Te Deum , quindi camminarono all’interno della chiesa pronunciando una formula con la quale affermavano di accettare il possesso.

A conclusione di questa vicenda, l’11 marzo successivo, il reverendo Filippo Borsoni di La Spezia, procuratore del Maestro e priore generale di Altopascio, nominava Geronimo Galli e Giò. Rolando Villani procuratori del ” beneficio hspitali Sancti Iacobi de prachiola (19).

Nella seconda metà del Cinquecento l’Ospedaletto era inequivocabilmente nelle mani della famiglia Venturini. Ne offre notizia mons. Angelo Peruzzi visitatore apostolico che, durante la sua visita alla Diocesi, il 6 maggio 1584 salì verso Pracchiola per esaminare la chiesa parrocchiale ed anche l’oratorio di San Giacomo (20). Così iniziò la sua descrizione: “Visitavit oratorium S. Iacobi supra Prachiolam nuncupatur il Spedaletto et dicitur de iure patronatus illorum de Venturinis del Puntremulo”. Rettore era don Silvio Venturini che aveva l’onere di celebrare la festa di S. Giacomo. Le condizioni della cappella, il cui reddito risultava di circa 20 scudi, erano pessime; gli aggettivi “diruptum ac devastatum”, utilizzati dal Peruzzi, sono emblematici e la situazione era aggravata dalla presenza di pastori con greggi ed anche dal fatto che l’altare era distrutto. La precarietà della costruzione spinse il Peruzzi a prendere un’importante decisione: dispose di “destrui ac demoliri seu profanari” la cappella e di spostare il beneficio nella chiesa di San Gemignano a Pontremoli nella quale ordinò di costruire una cappella dedicata a San Giacomo e di celebrare ivi le messe nel giorno della festività (21).

Nella visita del 6 novembre 1596 Giovanni Battista Salvago, vescovo di Luni-Sarzana, giunto nella chiesa di San Gemignano a Pontremoli, trovava il beneficio di San Giacomo annesso all’altare maggiore della chiesa e precisava che era stato lì traslato ” per Reverendissimum Visitatorem Apostolicum de oratorio ospedaletto quod per eum fuit profanatum”. Rettore era ancora don Silvio Venturini ed il reddito di 20 scudi non era mutato(22).

Con la fine del Cinquecento si assisteva, quindi, al definitivo esaurimento sia della funzione ospedaliera che di quella ecclesiastica. Si conservava solamente lo sfruttamento delle terre facenti parte del beneficio dell’ente ed il terreno al ospedaletto rimaneva l’appezzamento più importante del beneficio per estensione, per quantità di semenza coltivata e, di conseguenza, per valore economico.

Il passaggio del beneficio di S. Giacomo all’altare maggiore della chiesa di San Geminiano a Pontremoli viene riportato anche nel memoriale redatto dai preti Agostino Ossi e Flaminio Oppicini il 7 maggio 1614 dove sono esposte le cappelle ed i benefici presenti nel territorio pontremolese ed il loro reddito annuale:

In San Geminiano Parochial Pontremoli […..] Capella di San Iacobo trasportato da luogo campestre di Pracchiola appellato l’Hospedaletto, incirca scudi 30 (23).

Il reddito era cresciuto di ben 10 scudi. Quindi, in meno di cento anni, la famiglia Venturini aveva mantenuto i propri impegni ed aveva raggiunto l’obiettivo di aumentare di almeno un terzo le rendite del beneficio.

Liturgicamente il cappellano era tenuto a “celebrare festum S. Iacobi cum sex missis”; è quanto si apprende dal libro delle messe di San Geminiano datato 1646 (24) nel quale era indicato , come cappellano, il “Reverendus Clericus Joseph Antonis de Venturins” e veniva annotato che le messe erano state celebrate nel 1643 e in tutti gli anni successivi fino al 1648 compreso. Un’altra annotazione dichiarava che il reverendo Alberico Venturini aveva sostenuto , di fronte al vescovo Geronimo Naselli, di non aver celebrato queste messe da quando era cappellano del beneficio; dopo l’incontro con il vescovo, veniva appurato che le messe furono celebrate nella festa di San Giacomo del 1711 e negli anni successivi sino al 1717 (25). Nella “Note dei legati” si riesce a seguire l’andamento del beneficio per tutto l’Ottocento. Fino al 1883 le messe venivano celebrate all’altar maggiore della chiesa di S. Geminiano ed a partire dal 1884 le sei messe si incominciarono a celebrare “altrove col debito permesso” : non veniva specificato il luogo ma le messe risultavano soddisfatte in quanto rimaneva l’obbligo “di mostrare il certificato” (26). Nel 1891 l’obbligo delle messe risultava non essere più soddisfatto (27).

Inoltre il “Benefizio di S. Giacomo dello Spedaletto, Rettore Don Giuseppe Venturini” era indicato nel “Campione del Catasto” relativo alla comunità di Pontremoli facente parte del Catasto generale della Toscana (28) voluto dal Granduca di Toscana Leopoldo II nella prima metà dell’Ottocento con la relativa descrizione dei beni (29).

Nel 1933 il Caselli, nel viaggio che intraprese lungo tutta la Lunigiana, percorse anche la via del Cirone e vide “le rovine dell’Ospedaletto che nel Medioevo ospitava e ristorava i viandanti. Tra quelle rovine sorge ora una cascina di pastori, presso la quale una sessantina di anni addietro, fu trovato uno scheletro chiuso entro tomba fatta di lastre calcaree” (30).

Attualmente per raggiungere l’ospedale di S. Giacomo occorre percorrere la strada provinciale che conduce al passo del Cirone. Circa 6 chilometri dopo aver superato il paese di Pracchiola si può vedere dalla strada il complesso dell’Ospedaletto al quale si perviene percorrendo un sentiero posto sul lato sinistro della strada asfaltata per chi sale. Dopo qualche centinaio di metri e l’attraversamento di due rigagnoli si giunge a destinazione.

Il quadro della situazione risulta variegato; si notato i ruderi di una struttura, una piccola abitazione moderna e i residui di un’altra struttura oltre ad una zona prativa.

Secondo la tradizione locale i resti della struttura in primo piano sono quelli della cappella medioevale. La dimora moderna è stata, invece, ristrutturata nei primi anni del Duemila mentre l’altro rudere è ciò che rimane di un “casone”, termine autoctono con in quale si definisce un ricovero per i pastori. Inoltre, secondo la tradizione, nella zona prativa erano state rinvenute numerose ossa il che fa presumere che quell’area fosse adibita a cimitero, presente nelle strutture ospedaliere in quanto considerate loca sacra , fatto che riporta alle parole del Caselli.

I resti della cappella costituiscono una struttura rettangolare di circa 11 metri per 5. Le murature rimaste sono composte da pietre di arenaria di media e grande pezzatura unite da zeppe di piccola pezzatura; non presentano filari regolari ed i conci migliori sono stati presumibilmente riutilizzati per altre costruzioni come dimostra la mancanza di angolari. La struttura risulta ripartita in due vani quadrangolari apparentemente non comunicanti in virtù della presenza, all’interno, di un apparecchio murario che funge da divisorio. Il vano 1 assume una forma trapezoidale in quanto il muro lato sud ha un andamento obliquo rientrante verso l’interno. Il vano 2, invece, propone un perimetro più regolare che si avvicina alla forma quadrata.

La conformazione delle strutture è emblematica dei cambiamenti d’uso di questi ambienti. Considerando che con la visita del Peruzzi del 1584 la cappella fu sconsacrata, l’ipotesi maggiormente verosimile risulta una ristrutturazione degli ambienti ad uso abitativo con la trasformazione in un casone, cioè un luogo di rifugio per pastori.

La posizione della costruzione ristrutturata recentemente porta alla memoria il documento del 1533 in cui il rettore dell’Ospedaletto concedeva ad Antonio Panelli di Pracchiola la locazione dei beni e stabiliva di distruggere la struttura posta accanto alla chiesa in modo da edificare la casa del mezzadro. In questo luogo, quindi, doveva risultare l’ambiente adibito ad ospedale nel Medioevo, trasformato dal Panelli a propria abitazione.

Fabio Folloni, Gli ospedali di passo nell’Alta Lunigiana, i casi di S. Bartolomeo del Borgallo e di S. Giacomo di Pracchiola, in Archivio Storico per le Province Parmensi, Quarta Serie, Volume LXIII, anno 2011.

(1) Cfr. Carta I.G.M., Foglio 85 della Carta d’Italia, sezione III NO, Monte Borgognone

(2) Cfr. P. Lapi e F. Folloni, L’evoluzione giuridica di Pontremoli e gli Statuti manoscritti di ser Marione, Parma, 2011

(3) Pontremoli Staturum …, cit, lib, V, cap. 2. Il termine Piella , riscontrato anche in altre attestazioni per definire l’Ospedaletto, risulta un vocabolo locale che significa abete. I terreni di questa zona erano, infatti, caratterizzati da un numero significativo di boschi di abete. L’utilizzo del termine per designare l’Ospedaletto era dovuto probabilmente al fatto che veniva considerato esaustivo per consentire la localizzazione geografica, cfr. G. Sforza, Memorie……, cit., vol. I, pag 65; G. Targione Tozzetti, Relazione d’alcuni viaggi fatti indiverse parti della Toscana per osservare le produzioni naturali e gli antichi monumenti di essa, ristampa anastatica, Bologna, 1972, vol. X, pag. 345

(4) Cfr. G. Pistarino, Le pievi……, cit., p.85.

(5) Cfr. IBIDEM, pp. 94-98.

(6) Cfr. E. M. Vecchi, Una collectanella diocesi di Luni ed un inedito estimo del secolo XIV, in “Giornale storico della Lunigiana”, n.s. anni XLIX-LI, n.1-4, gennaio-dicembre 1998/2000, pp. 265/303. In particolare p. 289 nota 72 e p. 302.

(7) Cfr. U. Formentini, Strade e porti dei Sengauni, degli Antiates, dei Tigullii nella riviera di Levante, in “Rivista di Studi Liguri”, anno XXI, n. 2, aprile-giugno 1955, pp. 103-104

(8) Cfr. G. Sforza, Un Sinodo……, cit, p. 249

(9) P. Ferrari, Escursioni in Val di Magra. Un paese che sta scomparendo: Ponticello. Castelli e “caminate” nella valle di Capria, in ” Studi di Storia Lunigianese”, Pontremoli, 1985, pp. 230/231

(10) ASPO, Ser Gerolamo Q. Ser Antonio Belmesseri, filza A1, dal dì 19 gennaio 1457 al 21 marzo 1460, c.82 r.

(11) IBIDEM, filza E V, dal dì 11 aprile 1467 al dì 14 novembre 1468, cc. 59v-60r.

(12) ASPO, Ser Francesco Q. e Ser Simone Camisani, filza A n. 1, dal dì 26 marzo 1487 al dì 16 marzo 1488, c. 18 r.

(13) ASPO, Libro della Campanella, 1508, c.119v

(14) “Terra campiva solida et boschiva in dietis pertinentijs al spedaletto [—] Terra castaneata in Capisolo [….] Terra castaneata nelle Barcoline [….] Terra canebaria nelle Canevari [….] ” (ASPO, Libro della Campanella, 1588, c.93r.

(15) Cfr. ASPO, Ser Gio. Maria Ferrari, Filza VII, Imbreviature D n. 4, dal 1530 al 1536, cc. 36r-37r.

(16) Cfr. P. Ferrari, L’ospedale di Selva Donnica e l’ospedale di San Giacomo d’Altopascio di Filattiera, in “Studi di Toria Lunigianese”, Pontremoli 1985, n. 36; N. Michelotti, Venturini di Pontremoli, Genealogie di famiglie pontremolesi – 5, Pontremoli 1999, pp. 2-3. Dalla genealogia del Michelotti si conoscono i componenti della famiglia. Silvio ha tre fratelli: Antonio, Matteo e Giò. Batta, gli ultimi due protagonisti del documento del 1533 e sono figli di Pietro Antonio che morì nel 1530.

(17) Con il nome del notaio e l’anno di emanazione, cfr. E. Repetti, Dizionario geografico fisico storico della Toscana contenente la descrizione di tuti i luoghi del Granducato ducato di Lucca Garfagnana e Lunigiana, ristampa anastatica, Roma, 1969, p. 555

(18) Monastero sotto il priorato dei Cavalieri di Altopascio, cfr. E. Salvatori, strutture ospedaliere in Lunigiana: dal censimento alla microanalisi, in “Riviera di Levante tra Emilia e Toscana. Un crocevia per l’Ordine di San Giovanni”, a cura di J.C. Restagno, Bordighera 2001, p. 212

(19) Cfr. ASPO, Ser Giò. Rolando Q. Signor Antonio Villani, Filza KK 32, dal dì 6 agosto 1533 al dì 7 febbraio 1555, cc 212-213r

(20) L’Ospedaletto non venne visitato dal cardinal Lomellini nella visita pastorale compiuta nel 1568, Cfr. E. Cavalli, Il più antico manoscritto delle visite pastorali della diocesi di Luni, in “Giornale storico della Lunigiana”, n.s., anno XVIII, n. 1-4, gennaio-dicembre 1967, pp. 39-129; ns. anno XIX n. 1-4, gennaio – dicembre 1968, pp. 65-123; n.s. anno XX, n. 1-4, gennaio-dicembre 1969, pp. 191-229; n.s. anno XXI, n. 1-4, gennaio-dicembre 1970, pp. 127-158. Sia il Lomellini che il Peruzzi non si spinsero a controllare il complesso di S. Bartolomeo del Borgallo.

(21) Cfr. Archivio Vescovile Lunense (da ora AVL), Visita Apostolica di mons. Angelo Peruzzi, Parte II, “Visita del subdelegato d. Giovanni Bevilacqua”, cc215v-216r

(22) Cfr. AVL., Salvago, vol. 5, n. 21, c.34 v.

(23) ASPO, Vescovado Capitoli e decime parrocchiali, fasc. “Erezione di Pontremoli al grado di città e istituzione del Vescovado 1602-1807”, cc.n.n.

(24) Cfr. ARCHIVIO PARROCCHIALE DELLA CATTEDRALE DI PONTREMOLI (da ora APCP), 1643, Liber missarum in ecclesia S. Geminiani quotannis celebrandarum aliorunque legatorum piorum, filza 90/52, 73, cc.n.n.

(25) IBIDEM

(26) Cfr. APCP, Note dei legati da adempiersi nella chiesa di S. Geminiano, filza 90/n.69, cc.n.n.

(27) La nota su questo fatto appare chiara: “Dei 9 legati di Messe che si dovrebbero soddisfare nella chiesa di S. Geminiano oggi non si soddisfano più che i tre sopradetti [ obbligo del Rosso all’altare maggiore, 2 messe all’altare di Gesù al Calvario e 6 messe sempre all’altare di Gesù al Calvario]. IBIDEM

(28) Cfr. ASPO, Catasto generale della Toscana. Campione della Comunità di Pontremoli, cc232v-233r.

(29) per ulteriori informazioni e documenti d’archivio relativi agli enti di S. Bartolomeo del Borgallo e S. Giacomo di Pracchiola, Cfr. F. Folloni, Gli ospedali di passo nell’Alta Lunigiana medioevale. San Bartolomeo del Borgallo , Santa Maria della Cisa e San Giacomo di Pracchiola detto l’Ospedaletto, Tesi di laurea, relatore il ch.mo Prof. G. Vannini, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Firenze, a.a. 2006-2007, pp. 81-117

(30) C. Caselli, Lunigiana Ignota, La Spezia, 1933, pp. 65-66