Gente dal carattere fermo e risoluto abita la vallata del Verde. D’altra parte il Castello di Grondola, e le lotte cruentissime svoltesi attorno alle sue mura, abbattute e ricostruite ripetutamente lungo il corso dei secoli, mostrano come le popolazioni del Grondolese e del Guinadese, siano vissute fin dai più lontani tempi in una certa dimestichezza, sia con le armi di offesa, che con quelle di difesa.
Oltre il nostro umile giudizio, che varrebbe ben poco, c’è quello alto e indiscutibile della Storia, che conferma come tutta la popolazione dell’aspra e pur tanto bella vallata, possa gloriarsi di un passato di grandezza e di tenacissime, battagliere tradizioni.
Facendo un balzo nei secoli, per venire al racconto che ci interessa, possiamo affermare con sicuri dati di fatto, che, tra tutto il vasto Circondario di Pontremoli, i paesi di Grondola e Guinadi, dopo lo sfacelo dell’8 settembre 1943, furono i primi a subire la violenza del fascismo…risorto.
Il mattino del 19 settembre 1943, un forte gruppo armato di repubblichini, fascistizzato più dal fattore “biada” che da quello “ideale”, si precipita su Grondola e poi su Guinadi S. Rocco. Sono già i tristi tempi delle minacce, delle intimidazioni, dei ricatti.
Sta per volgere la sera e la caccia è ancora infruttuosa.
Gli scherani della repubblichetta, appena in fasce, non intendono rientrare a Pontremoli a mani vuote e tanto per dare prova a quelli del piano della loro abilità e bravura, stabiliscono di trarre in arresto due galantuomini della zona, rei solamente di non nutrire soverchia simpatia per il resuscitato partito fascista.
Trattasi di due onesti e operosi capi famiglia: Lorenzo Martinelli di Grondola di anni 52 e Luigi Marioni di Guinadi San Rocco, di anni 58.
Le giustificazioni più che valide dei due e le proteste dei rispettivi familiari non servono a nulla. Ammanettati, come volgari malfattori, vengono in un primo tempo trasferiti a Pontremoli, e in seguito, presso il comando tedesco di Villafranca, il solo già in grado e in diritto di deciderne le sorti. Denunciati per ” palese e provata ostilità alle truppe di occupazione” al tribunale del Corpo di Armata di Piacenza, sfuggono per puro miracolo a una sentenza, che, dati i momenti, poteva differire di poco da quella capitale.
E se miracolo vi fu , a detta delle stesse vittime e dei familiari, tutto si dovette al provvido e tempestivo intervento di mons. Sismondo, vescovo di Pontremoli.
Dal settembre 1943 al luglio in cui viviamo (1944), la vallata del Verde, fu incessantemente meta di furibondi rastrellamenti, di ripetute rappresaglie e saccheggi. Facile comprendere, quindi, come il rastrellamento del luglio 1944, non abbia lasciato indenne da ogni tipo di violenza la forte e ribelle vallata.
Dal 3 al 18 luglio, i rastrellatori scorrazzeranno con ferocia da folli, lungo lungo tutta la bassa e alta vallata. Durante i quindici giorni di rastrellamento, le donne, le povere donne, volontarie ed eroiche custodi di umili, gelose cose, strenue paladine dei loro intimi affetti, costituenti, sempre, una specie di cortina difensiva per i figli, per gli sposi, per i padri, staranno ad affrontare con angoscia ma con fermezza, l’orda barbarica, mentre gli uomini, braccati ed inermi, correranno a rifugiarsi nei più reconditi e impensati rifugi.
Nel solo paese di Braia, ad esempio, non pochi montanari, nonostante il caldo asfissiante del luglio, resteranno nascosti per più giorni e più notti , sul solaio della chiesa; altri andranno a ricoverarsi in una specie di tombino, dal quale, poi, dovranno tornare precipitosamente all’aperto per non morire asfissiati.
Spaventi, sacrifici da non dirsi, sofferenze inenarrabili, massacri, lutti, rovine.
Mino Tassi, Pagine Pontremolesi, Tip. Artigianelli, 1974