
Da anni lo scrivente (Sandro Santini N.d.R.) si occupa di temi storici di Lunigiana e delle Valli del Taro e Ceno.
Diversi ne ha trattato e in questo lavoro li riprende interpolandoli con le modifiche intervenute nel tempo attraverso studi, discussioni, esperienze, cercando di riunire queste conoscenze e questi scritti in un compendio che tratta della storia di quella che Manfredo Giuliani chiamò la “Regione del Monte Gottero” e di cui scrisse. “…La nostra mentalità abituata alle determinazioni create dalla viabilità moderna, dal predominio dei fondovalle, dalle definizioni regionali in rapporto ai crinali dei monti ed ai bacini fluviali, nella direzione del corso delle acque, proietta nel passato questi concetti che urtano peraltro, contro la realtà della vita primitiva…almeno in certi determinati casi, la viabilità è favorita, nelle epoche o primitive o barbare, dai monti: i nodi montuosi riuniscono e non dividono le popolazioni, le strade…preferiscono i terreni saldi delle parti alte e i passi diagonali…”.
Una delle difficoltà che si possono incontrare nell’indagare la storia del nostro Appennino è però rappresentata dagli attuali confini amministrativi delle zone interessate, in genere i crinali, ovvero “là dove pende l’acqua”, i quali essendo dei confini naturali ben definiti tendono a rappresentare uno spartiacque anche nell’ambito degli studi storici e antropologici. Per parlare della storia e del popolamento di questa “Regione del Monte Gottero”, si impone quindi di non tralasciare né sottovalutare le contemporaneità storiche tra il versante padano dell’Appennino e quello tirrenico; in altre parole, è necessario considerare insieme le vicende delle valli del Taro e della Magra.
A partire dall’Età del Ferro infatti, si ritrovano nelle due vallate confinanti e quelle dei loro affluenti Ceno e Vara, le stesse popolazioni seppure con modalità di presenza e di vita diverse nel tempo e nei modi. Per i Liguri si può parlare di una contemporanea presenza nelle zone di montagna di qua e di là del crinale con frequenti rapporti fra tali genti, specialmente nelle lotte contro i Romani e di una loro quasi contemporanea assimilazione alla cultura romana. Una differenziazione si trova nel loro rapporto coi Celti, presenti massicciamente nelle colline parmensi e piacentine, dove si raggiunge probabilmente un’integrazione fra i due popoli, tant’è che si parla di Celtoliguri. Influenti però, solo nella panoplia o forse presenti addirittura come enclave nella Lunigiana marittima, ad Ameglia.
È difficile invece, confrontare la dimensione della presenza romana, in quanto la Tavola Alimentaria Veleiate (TAV) consente una ricostruzione della loro presenza nell’Appennino della Valtaro-Ceno non paragonabile ai riscontri a disposizione per la Val di Magra. La stessa presenza bizantina ha caratteri diversi nei territori considerati; consolidata nell’Alta Valtaro e nella Lunigiana, parte della Maritima Italorum dove correva il limes, ma di fatto subito ridotta nell’Emilia occidentale dall’arrivo dei Longobardi, nonostante le misure difensive adottate dai Greci. Con l’arrivo dei Franchi ambedue le zone vengono interessate dall’affermazione della Via Francigena che però in Val di Magra diventa il collettore unico di tutte le vie che provengono dal Piacentino, dal Parmigiano e dal Reggiano, facendo dell’oppidum pontremolese e dell’Alta Lunigiana lo snodo determinante per i traffici con Roma ed il Centro Italia. La Francigena invece non tocca la montagna valtarese, almeno con il ramo più importante che passa da Berceto. Le due più frequentate vie romane e medievali che la collegano con la Lunigiana, Borgallo e Brattello, discendono dalla Placentiam Lucam.
Estratto dalla Premessa dell’autore Sandro Santini