LUNIGIANESI A ROMA


Essere figlio della terra di Succisa significa possedere forte l’identità di un paese che prende il nome dal passo della Cisa, infatti, significa “sotto la Cisa”, il monte che ha segnato la storia di Pontremoli e delle vallate tra Emilia e Lunigiana. Sentirsi abitanti di Succisa significa possedere il senso e l’odore della strada, l’antica via di Monte Bardone, la via dei Longobardi che conduceva in “Longobardia”, poi con il dominio dei Franchi, via Francigena, la strada che portava in Francia. Senso del viaggio e dell’avventura che caratterizza la storia dei succisani, uomini e donne che si sono messe in cammino lasciando alle spalle i profili dei monti, spinti dal bisogno e da un’insita smania a cercar fortuna altrove.

La Lunigiana è stata crocevia di strade sin dall’antichità. Sentieri e mulattiere battuti da greggi, carovane di mercanti, eserciti, re e pellegrini che risalivano il bacino del Taro per arrivare alla Cisa. Seguivano la via di Lucca e Siena fino a Roma, la città papale. La Lunigiana era terra di maestranze capaci di “murar la pietra”, arte appresa nel riparar vecchi castelli malaspiniani. Era la valle di scalpellini esperti, discendenti dei maestri comacini. Era la patria dei commercianti ambulanti che partivano per vendere filati, chincaglieria, capi di vestiario, pietre da affilare e libri. Interpretavano l’arte del vendere con la “cassetta in spalla” o con la “baladusa” (bicicletta con barroccino a due ruote). In particolare i succisani vendevano di casa in casa margarina e aprivano negozi di alimentari.

In Lunigiana, sul muro di una casa, campeggia una vecchia lapide con una scritta commovente: “Emigrante che lasciasti la tua terra per attingere vita alla fonte del mondo”. Si tratta di un sospiro scolpito sul marmo apuano in memoria di coloro che partirono perché nella propria famiglia c’erano troppe bocche da sfamare e il lavoro non bastava per tutti. Così in primavera, di buon mattino, sotto il cielo ancora stellato, tanti giovani salutavano la propria famiglia con un tremendo nodo alla gola, lasciando quei borghi antichi che profumavano di pane fresco e di affetti sicuri. Lasciavano i loro paesi, il rintocco delle campane delle loro chiese dove erano stati battezzati e dove erano stati benedetti i loro morti. Lasciavano il profumo dei loro boschi, dei loro funghi, il sapore dei loro “mangiari”. Distacchi sofferti, viaggi avventurosi, la malinconia di star lontano dal paese e la voglia di tornare. Hanno sofferto e lavorato sodo, ma sono riusciti a conquistare rispetto e fortuna, al punto di creare nei paesi che li hanno ospitati veri e propri imperi nel campo della ristorazione, dell’edilizia e del commercio.

Stefano è figlio di questa terra. Anche se è nato a Roma, come tanti succisani, porta nei suoi cromosomi l’appartenenza alla val di Magra e la fierezza in ogni occasione di dichiarare le sue origini. Proprio in un’occasione di questo indissolubile legame ho conosciuto Stefano, pochi anni fa, quando come consigliere della capitale, stimato e benvoluto, ha posto di fronte alla chiesa di Succisa una lapide del Comune di Roma che ricorda con gratitudine il contributo dei compaesani e di tutti gli emigranti lunigianesi.

La storia delle nostre emigrazioni è in gran parte ancora da scrivere , anche se in questi ultimi anni sono stati fatti studi importanti. Stefano sicuramente scriverà le avventure dei succisani nel mondo. Il nonno Olizio Tozzi, emigrato a Parigi e a Roma, è ancora ricordato nel mondo bancario per aver stipulato speciali accordi con una banca di diffusione nazionale, che riservava particolari privilegi ai succisani ed ai loro amici. Era sufficiente entrare in una filiale di quella banca e dire “Mi manda Tozzi”, per essere subito portato nell’ufficio del direttore e accolto come cliente di riguardo. E’ la figura del nonno che segue la crescita di Stefano dopo la terribile perdita del padre quando ancora era bambino. De padre lo accompagnano i ricordi materni e gli incontri musicali, quando Ezio con la sua fisarmonica animava le feste del paese in estati indimenticabili.

L’idea di scrivere un libro sulla presenza dei lunigianesi a Roma era covata da tempo nella testa di Stefano. Ma credo che il progetto acquistò una precisa concretezza quando ha saputo della presenza della tomba di Angelo Paoli (allora non ancora Beato) nella chiesa di San Martino ai Monti, l’edificio religioso dove si sono svolti i funerali del padre. La chiesa ampia e bellissima, che conserva nelle fondamenta preziosi reperti d’epoca romana, non era riuscita a contenere la folla accorsa a salutare il giovane amico scomparso. La sorpresa della tomba di un così illustre lunigianese che ha svolto un ruolo religioso importante nella vita della Roma del Seicento ed ha istituito tradizioni ancora oggi presenti nel mondo cattolica (come la “Via Crucis” del Papa al Colosseo) ha contribuito a portare a termine questo libro, che vuole essere un omaggio ai lunigianesi che hanno lasciato il loro paese natio. Il ruolo politico di Stefano e la rilevanza non solo come consigliere di Roma ma anche incarichi prestigiosi che gli sono stati assegni sono ulteriori elementi che hanno determinato l’edizione di questo libro.

In questa prima raccolta emergono i figli illustri della nostra terra, quelli che hanno conquistato un ruolo di rilievo nella società del loro tempo. Da Papa Niccolò V di Sarzana a Pietro da Noceto di Bagnone, da Paolo Belmesseri di Pontremoli ad Agostino Molari di Fivizzano, da Nicodemo Trincadini di Pontremoli a Agostino Mascardi di Sarzana, da Alessandro Malaspina di Mulazzo a Flavio Torello Baracchini di Villafranca a Dino Viola. Uomini di Lunigiana che Stefano intende far conoscere ai tanti lunigianesi che abitano nella capitale, non solo per additarli ad esempio della cultura della val di Magra, ma anche e soprattutto per indicare i luoghi che li ricordano e i monumenti che ne attestano le imprese. Per questo è fondamentale l’apparato fotografico che ci fa conoscere i palazzi dove questi illustri lunigianesi hanno abitato, hanno ricoperto i loro prestigiosi incarichi e dove sono sepolti. La conoscenza di Roma e della sua storia traspare in queste pagine che per Stefano rappresentano un ringraziamento verso la capitale, che ha accolto la sua famiglia, dove lui ha studiato e svolge la sua vita lavorativa e politica.

Questo libro, dunque, intende essere un omaggio ai compaesani e a tutti i lunigianesi che hanno conosciuto l’attesa dei figli e parenti lontani. Chi rimaneva a casa (donne, vecchi e bambini) vivevano in una sorta di letargo, in paesi immersi nella neve e nel silenzio, in attesa dell’estate e delle feste per riabbracciare i congiunti. Stefano vive a Roma col cuote sempre a Succisa, il luogo degli affetti e delle radici, delle estati calde e felici, della festa di S. Zita e delle cene tra amici che ricordano i sacrifici dei nonni e i successi dei nipoti. Nonostante siano passati anni dall’epopea dell’emigrazione lunigianese, tutte le estati tantissimi succisani fanno ritorno al paese dove non mancano di riassaporare il profumo della loro terra e il gusto di quel pane che i loro nonni portarono via da casa, avvolto in un fazzoletto a quadretti, quando decisero di espatriare, facendo onore non solo al loro paese, ma allo straordinario lavoro italiano.

Prefazione di Giuseppe Benelli