
Vescovo di Fidenza, nato a Guinadi di Pontremoli ( Massa Carrara) il 22 giugno1848, morto a Fidenza il 28 agosto 1907.
Figlio di Giuseppe e di Maria Corvi, apparteneva ad una famiglia di lavoratori. Giovanetto, entrò nel Seminario di Pontremoli dove seguì i corsi ginnasiali, liceali e teologici, distinguendosi per pietà, ingegno ed amore allo studio.
Ordinato sacerdote il 15 dicembre 1871 dal vescovo mons. Orlandi, fu poco dopo destinato curato a Guinadi, suo paese natale e nel 1873 promosso parroco a Ceserano, nel Fivizzanese, dove egli svolse per dieci anni la missione di pastore d’anime con prudenza e carità, provvedendo fra l’altro, a costruire una nuova e decorosa canonica dotata di ampi locali per la gioventù.
Essendo vacanti nel 1883 le parrocchie di Caprio e di Scorcetoli, egli concorse per entrambe e per entrambe fu approvato; scelse tuttavia quella di Scorcetoli, nella quale si trattenne per altri due lustri, rendendosi benemerito per l’attività apostolica spiegata a beneficio della popolazione, per avere restaurato ed abbellito la chiesa parrocchiale, e provvisto di canonica la chiesa sussidiaria di Ponticello. Ma non fu soltanto nelle vie ordinarie del sacro ministero che si manifestarono in mons. Terroni l’amore e lo zelo per il bene del prossimo. Allorché il 13 aprile 1887 esplose la polveriera Bonzani, situata nelle vicinanze di Scorcetoli, egli, intuendo la necessità del momento, con eroismo ed abnegazione, dimentico della propria vita ed incurante di esporsi al pericolo di ulteriori scoppi, accorse sul luogo del disastro a prestare soccorso ai feriti. L’atto valoroso dell’umile parroco fu altamente encomiato dal Governo, che con decreto 4 marzo 1888 conferì a mons. Terroni la medaglia d’argento al valore civile.
Nominato consigliere presinodale da mons. Mistrangelo, da poco vescovo di Pontremoli, questi, nel 1894, lo volle in Seminario a ricoprire i delicati incarichi di rettore e di amministratore e successivamente gli affidò la cattedra di sacra scrittura. Quattro anni dopo, a testimonianza dell’alta considerazione in cui teneva lo zelante sacerdote, lo insignì nel capitolo della Cattedrale nella dignità di arcidiacono.
L’attività provvidente e previdente di mons. Terroni in quel periodo si può compendiare nella cura appassionata che egli ebbe per il Seminario, da lui portato negli studi e nella disciplina alla massima efficienza e del quale migliorò sensibilmente la situazione finanziaria e nell’impulso vigoroso dato alle associazioni cattoliche. Fu l’anima di pellegrinaggi diocesani, solerte assistente ecclesiastico del Comitato diocesano, organizzatore sapiente di adunanze della società di Azione Cattolica.
Prelato di lineare rettitudine, in Seminario attuò una vasta epurazione e fu risoluto nell’allontanare dall’istituto gli immeritevoli, incurante di scatenare contro di sé tempeste che vollero colpirlo anche quando la suprema autorità della Chiesa l’aveva designato all’Episcopato. Ad un denigratore, che ebbe l’audacia di chiedergli un’udienza particolare, il Santo Padre Leone XIII rispose: ” Andate da mons. Terroni e ditegli che il Papa lo stima e lo ama”.
La sua elezione a vescovo di Fidenza risale al 22 giugno 1903. Il 29 seguente fu consacrato a Roma nella chiesa delle Missionarie Francescane dal cardinale Satolli, assistito dai vescovi di Pontremoli e di Massa, mons. Fiorini e mons. Tonietti. Per una singolare concidenza fu elevato alla dignità episcopale il giorno del genetliaco e consacrato in quello dell’onomastico.
Fece il solenne ingresso l’8 novembre 1903. Giunto da Pontremoli a Fidenza alle ore 13, fu ricevuto alla stazione ferroviaria dal clero urbano e da rappresentanze del clero diocesano, da autorità cittadine e da numerosa folla. Una carrozza trainata da due pariglie, posta a disposizione dalla duchessa Fogliani, lo condusse con largo seguito in episcopio, dove ebbero luogo i ricevimenti di rito. Il giorno seguente, domenica, celebrò in Duomo in primo pontificale, nel corso del quale pronunciò un breve discorso nel corso del quale pronunciò un breve discorso sul tema della pace, rilevandone i pregi e contrapponendo la pace di Cristo a quella menzognera del mondo; invitando alla fine i fedeli a prodigarsi fattivamente nel ricondurre la prima nel cuore di ogni singolo individuo, delle famiglie e della società intera.
Presso possesso della diocesi, volse le sue prime sollecitudini pastorali al seminario, che volle si mantenesse per studi e disciplina, all’altezza cui l’aveva portato mons. Tescari. Pose quindi mano ad importanti restauri del palazzo vescovile. Servendosi del consiglio e dell’opera del cappuccino fra Biagio del convento di Pontremoli, eccellente mastro muratore, dispose per il riammodernamento del piano inferiore, comprendente anche gli uffici della curia; restaurò al primo piano il salone adibito a galleria di quadri e curò il totale rifacimento dei tetti in rovina.
Il 3 marzo 1904 indisse la visita pastorale, che eseguì con somma diligenza, interessandosi minutamente della vita religiosa di ogni singola parrocchia.
L’indifferentismo dilagava, destando serie preoccupazioni tra i pastori di anime. Il presule ne fece oggetto di ampia trattazione nella lettera pastorale per la Quaresima 1905, attribuendone le cause alla trascurata educazione morale e religiosa della gioventù , nell’ingente colluvie di libri e giornali immorali e nell’inveterato malcostume , suggerendone i rimedi in una più intensa pratica cristiana. E concludeva con questa paterna esortazione: ” Torniamo ai santi principi del Vangelo, di questo codice divino che trasformò il mondo pagano e che guida la società da quasi venti secoli; all’amore verso la Chiesa e all’osservanza delle sue leggi. Ciascuno dia opera efficace alla riforma di se stesso e delle persone a sé soggette per conseguire quella restaurazione sociale che il nostro Santo Pontefice mise nella Sua Prima Enciclica quale programma del suo Pontificato: “Restaurare omnia in Christo”.”
Mons. Terroni se ne fece iniziatore, volgendo innanzi tutto il suo interessamento al problema della gioventù, che rappresenta la parte più delicata e preziosa dell’umana società, sopra cui legittimamente si fondano le speranze migliori della Chiesa e della Patria. Per facilitare ai suoi sacerdoti il compito di attrare i giovani per indirizzarli, insinuando nei loro teneri cuori principi d’ordine, di buon costume, di rispetto e di religione, ricorse la mezzo che si prospettava più efficace: quello degli oratori. Sorse così a Fidenza, per suo impulso, l’oratorio festivo, vivaio di sana educazione, che dette l’avvio nella diocesi ad analoghe iniziative. E accanto ai giovani non trascurò gli adulti, organizzando la dottrina cristiana come vera e propria scuola, facendone un’opera diretta, come l’antica catechesi, a formare in ognuno Gesù Cristo.
Se vescovo significa vigilante, mons. Terroni lo fu esemplarmente. Sempre alla vedetta, seguiva attento ogni mossa dei nemici della Chiesa, sotto qualunque veste ammantati, e si teneva al corrente della cattiva stampa e degli spettacoli contrari al buon costume. Era sollecito nel segnalare i pericoli, servendosi di circolari per dare al clero gli opportuni avvertimenti. Profondo conoscitore dei tempi e degli uomini, non gli facevano difetto fermezza ed energia, specie nel reprimere abusi e negligenze. Era, anche nell’aspetto fisico, una bella figura di vescovo, imponente ed austera. Nel gesto, nel tratto e nelle azioni di governo si rispecchiava il suo carattere franco e leale. I candidi capelli offrivano un certo contrasto con il volto giovanile, nel quale spiccavano folte e scure sopracciglia sopra gli occhi vivi e penetranti. Il precoce incanutimento fu una conseguenza dello spavento che lo colse allorché un fulmine si abbatté a Scorcetoli sulla canonica. Mons. Terroni fu testimonio diretto delle bizzarrie della folgore, la quale, dopo aver sfiorato il letto sul quale egli in quel momento riposava, uscì dalla finestra lasciando indenne il parroco per scaricarsi altrove.
Era piacevole ed arguto conversatore. Favorito da prodigiosa memoria, amava riandare alle vicende della sua vita, ricca di esperienze acquisite nell’esercizio del ministero parrocchiale e come predicatore, avendo sovente viaggiato in Italia e all’estero, impegnato in cicli di conferenze. Era anche dotato di fine arguzia e si deve appunto alla sua presenza di spirito ed alla sua naturale e spontanea facezia se egli poté disarmare i propositi del visitatore apostolico e salvare il seminario dalla soppressione in tempi nei quali la Santa Sede tendeva a concentrare i piccoli nei grandi seminari.
La provvidenza destinò mons. Terroni a raccogliere l’eredità dell’antecessore mons. Tescari, ma per breve tempo. Allorché giunse a Fidenza la sua salute era già minata. Accusò i primi sintomi del male, che implacabile l’avrebbe ridotto all’impotenza , durante l’ultimo periodo di rettorato nel seminario di Pontremoli ed in una circostanza singolare.
Stava presiedendo agli esami dei seminaristi, allorché ricevette un telegramma da mons. Mistrangelo, da poco assurto al governo dell’arcidiocesi di Firenze, il quale lo invitava a raggiungerlo nella sua sede con la massima urgenza. Mons. Terroni si pose in viaggio, contrariato da un lato per aver dovuto lasciare il seminario in un momento nel quale la sua presenza era necessaria e preoccupato dall’altra per quell’improvvisa chiamata.
A Firenze mons. Mistrangelo, che per primo ne aveva valorizzati i meriti chiamandolo a Pontremoli a ricoprire importanti e delicati uffici, comunicò compiaciuto all’amico la notizia della sua elevazione all’episcopato, della quale egli aveva voluto essere messaggero. Nell’apprenderla, mons. Terroni, cadde riverso sopra un sofà, privo di sensi e questa condizione, anormale in un uomo di forte complessione fisica, e non facilmente emozionabile, come dimostra il contegno da lui tenuto in gravissime circostanze, fu sintomatico del male alla sua prima manifestazione: arteriosclerosi, in forma già accentuata. A quel fatto morboso ne seguirono altri, né le cure più sollecite valsero a ristabilire il venerato pastore, perché nell’organismo debilitato fecero presa altre malattie: la nefrite e l’artrite. A colmare la misura sopraggiunse una paralisi progressiva, che ne stroncò definitivamente la pur robusta fibra, inchiodandolo sopra una sedia tra spasmodici dolori.
Dalla testimonianza viva di mons. Giovanni Allegri, che di questo vescovo fu segretario e che senza alcun risparmio di se stesso si prodigò anche nell’assistenza all’infermo, è stato possibile conoscere con quale spirito di cristiana fortezza mons. Terroni avesse sopportato per tre anni una catena di indicibili sofferenze. ” Soffro – soleva dire – per la mia diocesi. Offro a Gesù i miei dolori in unione con i suoi per il bene delle mie pecorelle”. Proprio come i martiri ed i confessori che, in unione con Gesù Cristo, espiano i peccati dei propri fratelli.
Nel suo calvario ebbe il conforto delle attenzioni affettuose di tutto il clero e, in particolare, del suo vicario generale, mons. Antonio Aimi, del suo confessore, padre Adeodato Copelli, del rettore del seminario, mons. Giacomo Donati, e del medico curante Dr. Andrea Generosi, che, con don Giovanni Allegri, gli furono sempre vicini. Impossibilitato a celebrare la messa, non mancò mai di assistere a quella celebrata dal suo giovane segretario e di servirla per quel tanto che gli era possibile.
“Non fu sterile – ebbe ad osservare mons. Alberto Costa – l’episcopato di mons. Terroni, dalla sedia dei suoi dolori, quasi da una cattedra, insegnò come si soffre, come s’impreziosice e si santifica il dolore.”
Pur tra lo strazio delle carni, dalle sue labbra non uscì mai un lamento. L’avviliva solo il pensiero di essere impotente, di non poter attendere al suo mandato dopo essere giunto da pochi anni a reggere la diocesi pieno di ardore apostolico ed esuberante di energie. Chiese anche al Pontefice di esserne esonerato ed a chi incaricò di redigere il testo della richiesta, essendo egli impossibilitato persino a scrivere, ricolse questa raccomandazione: ” Dite al Santo Padre che il Vescovo di Fidenza sa solo pregare, piangere e soffrire!”.
La domanda non fu accolta. E’ stabilito nei disegni della Divina Giustizia che la colpa debba essere espiata dal dolore, che il Giudice Eterno esiga talvolta dal giusto e dall’innocente per il peccatore. Mons. Terroni fu la vittima della sua diocesi. La serie dei vescovi è una schiera di martiri. Sono testimoni del Redentore e partecipano alle vicende della sua vita terrena. Mons. Terroni percorse tutta la dura Via Crucis con la consapevolezza di un testimone della Passione di Cristo. Le iniziative da lui promosse nel breve periodo di effettivo governo glorificano il suo episcopato; le sofferenze lo sublimano.
Fu il vescovo del dolore, perchè nel dolore iniziò e chiuse il suo pontificato nella terra di San Donnino. Fedele al motto del suo stemma, Fortitudo mea Deus , trovò in Dio la forza per sopportare i patimenti del male e per apprestarsi al viaggio per l’eternità.
Sul calvario di questo vescovo mons. Guido Maria Conforti, vescovo di Parma, imperniò il commovente discorso che tenne in Duomo durante le solenni esequie del defunto pastore.
La salma di mons. Terroni fu inumata nel cimitero urbano, donde nel 1928, per interessamento di mons. Giuseppe Frabbrucci, fu traslata con quella di altri presuli fidentini nella cripta della cattedrale.
Tratto dal volume I, I Personaggi, dell’Enciclopedia diocesana fidentina di Dario Soresina