MONTELUNGO IN “LUNIGIANA IGNOTA” DI CARLO CASELLI

(…..) Dove l’Appennino tanto faticò a dar vita al nostro maggior fiume, un tempo, per l’imperversar di piogge torrenziali, franò e sotto la smotta fu sepolta la ricca foresta d’abeti che ornava la groppa del monte tanto che non rimase più alcuna di queste piante. Gli abeti, pierle dei Pontremolesi, o pielle, sepolte dalla smotta, lavina o libia, come dicono i valleggiani dell’alta Magra, sono, per nuovi e ripetuti scoscendimenti, messi a nudo e raccolti per fare legnami da costruzione. Da ciò ebbe nome il canale, Canale delle Pielle, col quale s’inizia il corso del gran fiume. Una frana o libia colossale quanto quella alle sorgenti della Magra, si verificò nel 1606 nella pendice di Montelungo dove sorgeva il villaggio, che restò letteralmente sepolto sotto tale smotta. Già fin da quell’epoca Montelungo era un centro importante, perchè situato lungo la frequentata strada di Monte Bardone. Secondo una recente scoperta fatta dallo Schneider, fin dal secolo VIII, Montelungo aveva una primaria istituzione ospitaliera concessa da un re longobardo.

La tradizione ricorda che l’antica chiesa, l’ospedale e il cimitero di Montelungo vennero in parte messi in luce nelle loro vestigia da un altro scoscendimento o libia, registrata nella storia l’anno 1747, già quando il villaggio era stato ricostruito sul poggio di ponente, dove ora si trova pieno di vita per le ombre che rinfrescano l’agosto.

Ancor oggi i nativi di Montelungo vi conducono in località della laghetto, verso il canale Verfondia, affluente del Civasola, vi narrano della catastrofe registrata dalla storia, vi enumerano i ritrovamenti di ossa umane, e guardando verso l’alto monte Molinatico, alla destra del valico della Cisa, v’indicano un cono montuoso detto Zucchetto o Bastia, possedimento della loro chiesa intitolata a San Benedetto, ed intorno al quale vi fanno il seguente racconto. Lassù vi fu una grande fortezza ed ora resta il pavimento a mosaico d’una torre, che s’ergeva quadrata in difesa del primitivo Montelungo. Il cocuzzolo del monte, battuto solamente, risuona come fosse vuoto, ma nessuno ancora ha osato muovere un passo per strappare il segreto che quell’altura conserva nel suo seno. Anche la Bastia ha il suo tesoro nascosto, ma esso è passato in possesso del diavolo e sarà difficile che l’uomo possa conquistarlo, a meno che non si faccia come per il tesoro del Castello di monte Chiaro, presso Turlago nel Fivizzanese.

I vecchi di Montelungo oltre a parlare del diavolo possessore del tesoro di Monte Zucchetto, v’intrattengono a lungo intorno a Santa Zita, come se l’avessero personalmente conosciuta e come se fosse loro compaesana. Di essa vi parlano vecchi e giovani, e le donne con calore veramente singolare. Tutti vogliono, come vogliono del resto tutti gli abitanti di Soccisa o Succisa, che la santa sia nata in quel villaggio, distante appena tre quarti d’ora da Montelungo. Convengono, che essa sia morta a Lucca il 27 aprile 1278, e che il suo corpo riposi in quella chiesa di San Frediano, ma insistono che sia nata a Succisa nel 1218. Non si hanno le fedi di nascita , ma ne fa fede la tradizione popolare , che addita la casa dove la Santa visse fino all’età di 12 anni assieme al padre Giovanni Bernabavi, finchè essa andò a Lucca servetta in casa Fatinelli. A Succisa, sui ruderi della casa di Santa Zita, è stato costruito un oratorio entro il quale tutti gli abitanti si radunano spesso a pregare la loro Santa e tutti parlano di grazie ottenute.

Tratto dal volume: Lunigiana Ignota, di Carlo Caselli, ristampa anastatica di Arnaldo Forni Editore

NDR: La devozione a Santa Zita degli abitanti di Montelungo è viva ancora oggi, a distanza di novant’anni dalla testimonianza del Caselli. Nel 2018, nella ricorrenza degli 800 anni dalla nascita della Santa, un buon numero di abitanti di Montelungo si sono recati a piedi in pellegrinaggio a Succisa, alla Casa-Cappella di Santa Zita.