NEL PRIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL MAESTRO GUIDO PEDRINELLI

Nacque in Casola di Lunigiana il 21 febbraio 1899 dal Cav. Clemente e dalla buona signora Tonsi Anastasia, donna di elette virtù, sposa e madre esemplarissima.

Trasferitosi nel 1911 con la famiglia ad Albareto di Borgotaro (dove il padre tenne sino al 1928 con nobile dignità e singolare competenza, l’Ufficio di Segretario Comunale), compì il corso tecnico a Parma, quindi conseguì, presso l’Istituto Magistrale di Pontremoli, il diploma di abilitazione all’insegnamento elementare.

Nel 1917, appena diciassettenne fu inviato al fronte ed appartenne a quella ondata di giovanissimi che in gara con gli anziani, contenne e frantumò sul Grappa e sul Piave la tracotante offensiva austro-tedesca.

Congedato nel 1919, iniziò subito la sua carriera di insegnante nel Valtarese, proseguendola nella città di Parma e quindi in Pontremoli, distinguendosi sempre per lo zelo e la passione che nell’adempimento del suo alto e delicato ufficio, lo animavano.

Nel 1935 si unì in matrimonio con la virtuosa giovane Palmira Baracchini di distinta famiglia pontremolese ed ebbe da lei tre care figliolette – Rita, Anna Maria e Irene – che egli adorò e nelle quali pose lo scopo principale della sua vita onesta e laboriosa.

Per diversi anni resse saggiamente il Comune di Zeri, portando a compimento quella che era stata l’aspirazione secolare di quella forte popolazione: la rotabile Pontremoli – Noce.

Scoppiato il secondo conflitto mondiale, dopo un breve periodo di richiamo alle armi, si raccolse nella famiglia e nella scuola da cui soltanto ebbe conforto e consolazione.

Nel gennaio 1945 quando sulle alture zerasche, fra rovine e fragore di armi infuriava la rappresaglia tedesca, corse egli pure il rischio di essere travolto: rastrellato e trattenuto quale ostaggio, ebbe salva la vita dandosi alla fuga e tenendosi nascosto per diversi giorni nelle boscaglie. Ma il freddo, i disagi, le emozioni minarono il suo fisico tuttavia eccezionalmente vigoroso. Si ammalò. Né la costante affettuosa assistenza dei suoi famigliari, soprattutto dell’adorata sposa, che si prodigò con estremo affetto e con santa dedizione, né le cure di valentissimi sanitari, potevano piegare il suo male, contro cui finora la scienza medica deve purtroppo dichiararsi impotente.

Così dovette soccombere, Lui che pareva non dovesse mai morire, Lui che suscitava ammirazione per la sua prestanza fisica, per la sua esuberante salute, per il giovanile vigore.

Si spese serenamente nella placida ora meridiana del 28 agosto 1946, in una giornata traboccante di sole, nel silenzio della natura incombente sul riposante piano di Verdeno, vigilato dai verdi colli circostanti e dalle cime dell’Orsaro velate d’argento.

A noi che gli stavamo intorno in muta angosciosa trepidazione parve di sentire vibrare nell’aria un palpito, un fremito, un suono armonioso come di arpa toccata da mano invisibile; era l’anima Sua che lasciava la terra e attraverso gli spazi infiniti del firmamento risaliva al Cielo. Il suo adorato babbo, la sua santa mamma, il fratellino Enrico, la dolce sorella Irene lo attendevano per accompagnarla al cospetto di Dio. P.E., Il Corriere Apuano, 28.8.1947