OLIVO FANTONI

Olivo è nato a Torrano il 21 settembre 1942. 

I genitori Livio e Maria Sarti lavoravano a mezzadria i terreni di Bianchini Attilio e vivevano del poco che ne ricavavano. Il padre, che ha fatto 8 anni tra servizio militare e guerra ed aveva provato già ad emigrare in Svizzera con scarso successo, decide di trasferirsi in Uruguay, paese che già da alcuni decenni rappresentava meta ambita anche per i torranesi che aspiravano a migliorare la loro vita e quella della loro famiglia.

L’Uruguay è un territorio pianeggiante (rare colline arrivano a 500 m. s.l.m.) di 177.000 km2 ed all’epoca contava una popolazione 2.286.000 abitanti dei quali oltre un milione e mezzo concentrati sulla capitale Montevideo. Amplissimi erano i margini di sfruttamento della terra ma la carenza dei mezzi economici necessari per gli investimenti in attrezzature continuava a far privilegiare l’allevamento di bestiame che, dopo l’invenzione dei sistemi refrigeranti della seconda metà del 1800, rappresentava un’ottima fonte di guadagno con l’esportazione della carne in tutto il mondo. L’Uruguay incoraggiava l’immigrazione con regole precise. Era l’imprenditore che provvedeva alla chiamata, assicurando con contratto scritto lavoro per almeno due anni, dichiarando la paga giornaliera, provvedendo all’assicurazione contro gli infortuni, all’alloggio ed in qualche caso facendosi carico anche delle spese di viaggio; la chiamata poteva essere effettuata anche da un parente stabilmente residente nel Paese.

Olivo all’età di 10 anni, nel 1952, parte con la madre per raggiunge il padre, in Uruguay già da 7 mesi. Il padre aveva trovato lavoro con altri torranesi nel mulino Peirano e lavorando giorno e notte era riuscito ad affittare un appartamento e ad ammobiliarlo. Olivo e la madre vendono i pochi attrezzi agricoli di proprietà per finanziare il viaggio e si imbarcano a Genova sulla nave Sebastiano Caboto, dedicata al trasporto degli emigranti in Sud America, con biglietto di terza classe che assegna il posto in basso, a ridosso della sala macchine assai rumorosa. Durante il viaggio non ci sono soldi per integrare i magri pasti forniti, Olivo riesce solo a concedersi una volta una limonata nei caldi mari del Brasile.

Il viaggio dura 17 giorni, effettua scali a Las Palmas, Recife, Santos e Montevideo.

Ricongiuntisi con il padre, anche la madre inizia a lavorare come domestica presso famiglie del luogo. A Olivo viene assegnato il compito di tenere in ordine la casa e di preparare la cena alla sera, pronta per il ritorno a casa dei genitori.

In Italia ha frequentato poco e male le scuole, all’epoca erano altre le priorità.  In Uruguay, grazie all’interessamento di un paesano – Giovanni Poli – viene iscritto gratuitamente alla scuola elementare – classe terza – del Collegio Pio X gestito da Salesiani. La concessione data dal Governo ai Salesiani prevedeva che due terzi degli alunni pagasse la retta ed un terzo fosse riservata ai poveri, gratuita. La classe era composta da tre gruppi: in prima fila i ricchi, benestanti (“pupilli”), poi i figli della classe media (“mezzi pupilli”) e nelle ultime file i figli dei poveri e degli immigrati (“scolari”). L’atteggiamento degli insegnanti era conforme a tale suddivisione: accondiscendente con le prime file della classe, duri e persino maneschi nei confronti degli “scolari”. Questi atteggiamenti discriminatori e vessatori, uniti alle difficoltà di studiare e fare i compiti a casa – Olivo, finite le lezioni alle 17, doveva aiutare in casa – creavano un circolo vizioso che un ragazzo prossimo all’adolescenza aveva difficoltà a gestire. Se non faceva i compiti rimbrotti e punizioni a scuola che sovente portavano a sforare l’orario di uscita. Uscire in ritardo comportava la perdita del bus nella fascia oraria che non prevedeva il pagamento del biglietto proprio per agevolare le classi meno abbienti; perso l’autobus, Olivo doveva percorrere cinque chilometri a piedi ed arrivava in ritardo sia per fare i compiti sia per preparare la cena, quindi altri rimbrotti ed altre punizioni.

Stanco dei problemi a scuola e con i genitori poco presenti a causa del duro lavoro, Olivo al terzo anno di studio abbandona il collegio.

 Inizia a lavorare in una ditta di ottica e frequenta una scuola serale – dalle 19 alle 22,30 -, si trova bene con l’insegnante e finalmente riesce ad ultimare le elementari. 

Oramai adolescente, alcuni contrasti con i genitori lo portano ad abbandonare per alcuni periodi la casa paterna ma frequenta prima alcuni corsi per imparare a fare il meccanico e poi la scuola serale dell’Accademia Navale dove impara il mestiere di saldatore. 

Inizia a lavorare presso la società LEMU – azienda tuttora attiva – che produce componenti per cucine e maniglie, partendo dalla fusione di bronzo, rame ed alluminio sino alla cromatura. E’ una bella azienda, conta 200 dipendenti, il clima di lavoro è buono, i lavoratori fanno gruppo.

Già permeato di ideali socialisti dallo zio, scosso dall’esperienza del Collegio classista e reazionario, turbato dallo sfruttamento che i latifondisti effettuavano sui contadini, Olivo entra in contatto con un gruppo di giovani – in gran parte studenti di medicina – con cui discute di politica, di giustizia sociale, di futuro. Il gruppo è composto da moltissimi studenti di medicina perché toccano con mano quotidianamente le conseguenze della povertà, della miseria e delle ingiustizie sociali. I pazienti vengono rimessi in piedi in ospedale ma appena dimessi, senza cibo e senza assistenza, ritornano per morire.

Piano piano si avvicina al Movimento di Liberazione Nazionale, che conosciamo meglio come Movimento Tupamaros.

Le origini del movimento risalgono all’unione creatasi fra il Movimiento de Apoyo al Campesino (Movimento di Sostegno al Contadino), fondato da Sendic nelle aree rurali più povere, e i membri dei sindacati; secondo il dirigente dell’organizzazione, senatore e ministro deceduto nel 2016 Eleuterio Fernández Huidobro, la nascita del movimento dei Tupamaros va fatta risalire al 1965.

Cominciò con attività di rapina alle banche e ad altre attività imprenditoriali, azioni che venivano considerate espropri in quanto i proventi venivano distribuiti ai poveri di Montevideo.

Nel giugno 1968, il Presidente Jorge Pacheco, nel tentativo di sopprimere l’agitazione che scuoteva il mondo sindacale, proclamò lo stato d’emergenza e annullò ogni garanzia costituzionale. Il governo imprigionò i dissidenti politici, fece ricorso alla tortura nel corso degli interrogatori di polizia e represse con brutalità le dimostrazioni di protesta. 

Il movimento Tupamaro s’impegnò allora in azioni di sequestro politico e di “propaganda armata”.

L’acme del movimento si ebbe nel 1970 e nel 1971. Durante questo periodo esso fece grande ricorso al suo Cárcel del Pueblo (ossia Carcere del Popolo) in cui esso tenne prigionieri quanti erano sequestrati, sottoponendoli a interrogatori, senza tuttavia ricorrere alla tortura, e rendendo di pubblico dominio i risultati degli interrogatori. 

Eclatante è stato il caso del duplice sequestro di Ulysses Pereira Rebervel, pedagogo e politico molto vicino al Presidente Pacheco. Era particolarmente inviso alla popolazione sia per aver ucciso impunemente un ragazzino che stava distribuendo il giornale socialista “Il Sole” che lo attaccava sia per essere stato l’ideatore della linea dura contro i lavoratori in sciopero, facendo ricorso anche ai militari per porre fine alla mobilitazione dei lavoratori.

Rapito una prima volta nel 1968 e liberato dopo pochi giorni con uno scambio di prigionieri, fu nuovamente rapito nel 1971 con un’azione che all’epoca fece scalpore. Venuti a conoscenza di un suo appuntamento dal dentista in pieno centro a Montevideo, venne raggiunto da un gruppo di Tupamaros e fatto prigioniero. Avvolto in un tappetto, caricato in macchina e portato in un covo adattato a Carcere del Popolo. Questa volta rimase prigioniero per un anno, durante il quale gli venne imposto, affinché si rendesse conto delle difficoltà dei lavoratori, di pagarsi il vitto con il lavoro manuale. Tra le altre cose gli fecero sbucciare per giorni quintali di patate che venivano poi regalate al locale ospedale.

Erano gli anni in cui era più vivo che mai il pensiero rivoluzionario di Che Guevara – ucciso nel 1967 –  che infiammava tutto il Sud America, contro l’imperialismo americano. L’M.N.L. combatteva l’oligarchia e sognava di dare il proprio contributo alla liberazione dei popoli americani oppressi. La visione degli aderenti alla causa, per la quale era disposti ad offrire la propria vita, era ancora più ampia, universale, laddove c’era ingiustizia Il Movimento si sarebbe battuto per porre rimedio. Perseguivano la rivoluzione urbana, concetto non condiviso dagli altri movimenti rivoluzionari latino americani che la consideravano utopistica, una equa distribuzione delle terre e della ricchezza, un mondo migliore.

I Tupamaros rifuggivano la violenza, consideravano la polizia ed i carcerieri come vittime del sistema, non hanno mai messo bombe o teso agguati, anche se erano pronti ed addestrati a scontri armati se inevitabili.

L’otto settembre 1969 effettuarono un’azione dimostrativa di grande impatto. Fingendosi una colonna di auto al seguito di un funerale, presero il controllo del commissariato di polizia, della sezione dei vigli del fuoco, della centrale telefonica e di diverse banche di una cittadina – Pando – ad una trentina di chilometri da Montevideo. Il tempo di impossessarsi di tutte le armi presenti nella caserma e di circa 400.000 dollari dalle banche, la colonna riprese la strada per Montevideo dove fu intercettata dalla polizia. Lo scontro a fuoco fece alcune vittime sia tra i Tupamaros sia tra la polizia, una ventina di aderenti al Movimento furono catturati. Le armi ed i soldi furono distribuiti alla popolazione.

Olivo considera nefasti per la reputazione del Movimento due episodi cruenti, che crearono fratture all’interno del Movimento e ne minarono la reputazione agli occhi degli uruguayani.

Il primo riguarda l’assassinio di Dan Mitrione, in forza alla CIA; teorizzava e praticava la tortura, addestrava le truppe latino americane ad utilizzarla. Era l’uomo dell’imperialismo sul campo, senza scrupoli, con il compito di evitare che si ripetesse in altri Paesi dell’America latina l’esperienza di Allende in Cile. Catturato alla fine di luglio del 1970 fu sottoposto ad interrogatorio, sempre nel rispetto delle regole del Movimento. Fu proposto al Governo lo scambio con attivisti prigionieri ma senza successo. Una retata dei capi Tupamaros probabilmente lasciò i carcerieri senza direttive e in agosto fu giustiziato con due colpi alla testa.

L’altro episodio, più grave, è relativo ad un peone, appartenente alla destra reazionaria, che per caso aveva scoperto nel nord del paese un grosso deposito di armi del Movimento. I responsabili locali, probabilmente presi dal timore delle ripercussioni che una delazione del peone, di orientamento reazionario, avrebbe avuto sull’intero Movimento, senza consultare la Direzione centrale, giustiziarono l’uomo.

Olivo nel 1970 entra a far parte dell’organizzazione Tupamaros, non partecipa ad azioni militari, si occupa dell’infrastruttura, dando il supporto logistico.

Prende il nome di battaglia di GERVASIO, in onore di Josè Gervasio Artiga, eroe nazionale, attivo durante la guerra di indipendenza dei primi decenni del 1800; a lui si deve la nascita del Paese.

I Tupamaros avevano una organizzazione rigida, volta a salvaguardare gli appartenenti e la struttura stessa.

La cellula era composta da non più di 4/5 persone che non si conoscevano tra di loro, avevano solo un punto di riferimento nel coordinatore dal quale prendevano ordini. La cellula si occupava di reperire e predisporre i covi, di prendere e dare informazioni riservate con incontri clandestini tra persone mai viste ma che si riconoscevano con segnali convenzionali e di effettuare appostamenti.

Olivo chiede al padre la possibilità di costruire una casa tutta per sé ed il padre, all’oscuro della scelta di vita del figlio, acconsente. Inizia i lavori ad una distanza di qualche centinaio di metri dalla casa paterna, lo aiutano tre o quattro aderenti all’organizzazione. Rispettando le regole, le persone vengono condotte sul luogo incappucciati, non devono conoscere il sito dove è posizionata la casa che presto diventerà un covo a disposizione del Movimento. Sotto la camera da letto viene effettuato di notte lo scavo creando un ampio locale di quattro metri per quattro a cui si accede mediante lo scorrimento di una piccola porzione di pavimento della camera da letto mediante l’attivazione di uno sgancio a molla. Il covo servirà per riunioni della Direzione e per ospitare provvisoriamente persone ricercate in attesa di farle espatriare. Nel covo sono presenti anche armi. Costruita la casa, fatto il covo, Olivo deve giustificare il fabbricato agli occhi della gente e della polizia. Confida alla fidanzata l’appartenenza ai Tupamaros, tenuta sino a quel momento all’oscuro, e le chiede di sposarlo. Superato l’iniziale turbamento, la fidanzata, pur non aderendo al Movimento, accetta ed il matrimonio avviene in pochissimi giorni, lasciando perplessi i genitori e i parenti per la rapidità dei tempi.

 Il Movimento si era diffusa a macchia d’olio nella popolazione e questo evento, di per sé estremamente positivo, nel momento in cui la polizia e l’esercito stringono sempre di più le maglie e gli arresti si moltiplicano, rappresenta un elemento di pericolo per la sopravvivenza della struttura. Per combattere i Tupamaros la Polizia aveva costituito le temibili “Squadre della morte”.

I componenti della Direzione, in ultimo, decidono di dare la possibilità di espatriare a chi ritiene di non poter sopportare le torture che venivano brutalmente praticate, dando loro aiuto per i documenti e supporto logistico.

In una di queste retate viene catturato anche il coordinatore di Olivo – Gustavo il nome di battaglia – e sotto tortura finge di cedere rendendosi disponibile ad accompagnare i militi al covo. In realtà usciti all’aperto tenta la fuga ma viene abbattuto. Olivo ritiene che la fuga fosse una finta, il desiderio era di farsi uccidere per non tradire i compagni.

La pressione della polizia, le retate, gli aderenti che hanno deciso di espatriare, di fatto hanno indebolito la struttura, le precauzioni si sono necessariamente allentate, esponendo le cellule ad infiltrazioni e tradimenti.

Nel luglio del 1973 arriva il turno di Olivo, è l’anno di inizio di una feroce dittatura militare a seguito del colpo di stato guidato dal Generale Bordaberry. La polizia si presenta a casa e costringono la moglie, incinta di sette mesi, ad accompagnarli sul luogo di lavoro. Viene chiamato in portineria e pur avendo sentore che qualcosa di brutto stava per avvenire, si presenta e viene ammanettato ed incappucciato. Viene condotto a casa, dove i poliziotti sospettano sia stato predisposto un covo e non esitano ad usare le maniere forti anche sulla moglie.

Rinvenuto il covo, vengono entrambi incarcerati nella caserma de La Paloma. 

La moglie rimarrà in carcere per due mesi, in condizioni di sporcizia e degrado, a nulla le servirà ripetere sino allo sfinimento di non aver mai aderito al Movimento e di non aver quindi nulla da rivelare. Verrà rilasciata appena dieci giorni prima del parto grazie alla testimonianza di un altro prigioniero che aveva confermato che la moglie di Olivo non faceva parte dell’organizzazione.

Per Olivo, vestito di una tuta grigia sulla quale erano impressi, davanti e dietro, i numeri 1289 iniziano 15 giorni di tortura. Da allora non si chiamerà più Olivo ma sarà il “prigioniero 1289” per tutti.

Inizialmente gli interrogatori sono intervallati da calci, pugni e sigarette spente sulla pelle. Ad intimorire i prigionieri sono presenti anche poliziotti con i cani che a volte vengono liberati e si accaniscono sulla persona.

Non ottenendo i risultati sperati, le torture assumono via via forme sempre più disumane.

Iniziano con un cavalletto stretto di ferro sul quale viene posto e schiacciato a cavalcioni Olivo. Il dolore diviene presto insopportabile ma Olivo non cede, non parla.

Gli immergono allora con la forza la testa in una tinozza di acqua trattenendovelo sin quasi all’annegamento. Alla tortura erano presenti un medico oppure un infermiere che avevano il compito di evitare che il prigioniero morisse.

Infine ricorrono alla picana, forse la più dolorosa delle torture, ammesso sia possibile fare una graduatoria. Forti scariche elettriche in tutte le parti più sensibili del corpo.

Al termine di ogni interrogatorio accompagnato da tortura Olivo viene ricondotto nella sua minuscola cella di cemento, dotata di una piccola finestrina e nessuna suppellettile.

Bagnato, ustionato o scorticato, lì rimane sino al prossimo interrogatorio senza alcun contatto con altre persone.

Trascorsi 15 giorni di pressioni, interrogatori e tortura senza cedimenti, la polizia molla la presa, convinta che Olivo fosse una pedina secondaria nell’organizzazione del Movimento e non avesse fatti importanti da rivelare. Per sua fortuna, nessun altro prigioniero, sotto tortura, ha avuto modo di rivelare fatti compromettenti su di lui.

Inizia il suo periodo di detenzione che avrà come scopo la demolizione psicologica della persona.

Rinchiusi in due in celle strettissime adatte per contenere una sola persona, i prigionieri attuarono strategie di resistenza passiva, organizzando lo studio di libri di contenuto politico; inizialmente era ancora possibile ai parenti portare libri e pubblicazioni di contenuto politico, sociale ed anche di storia e filosofia. I prigionieri si concentravano sullo studio dei testi e ne discutevano con i compagni durante l’ora d’aria. L’impegno consentiva loro di tenere attiva la mente e lo spirito, resistendo con successo ai tentativi quotidiani di logorarne la resistenza.

Ben presto i carcerieri si resero conto di quanto stava accadendo, disposero l’immediato rogo di tutto il materiale in possesso dei prigionieri e posero il divieto ad introdurne di nuovo in carcere.

Vennero bruciati oltre centomila libri. Il forno della caserma rimase attivo per alcune settimane.

In quel momento i prigionieri erano oltre 3000, dei quali circa un centinaio di sacerdoti, compresi alcuni missionari italiani.

Prima del rogo, i passi più importanti dei libri erano stati copiati su fogli minuti e nascosti negli anfratti delle celle. Ben presto i secondini se ne accorsero e con perquisizioni minute delle celle distrussero anche gli scritti residui.

I prigionieri non si arresero e passarono alla memorizzazione di quanto avevano studiato, organizzando nelle ore d’aria discussioni su temi preordinati, all’inizio con gruppi di due/tre persone che aumentavano mano a mano che l’argomento veniva sviscerato ed approfondito.

Anche questa tattica venne ben presto scoperta; ai prigionieri fu vietato di riunirsi in numero superiore a due ed al termine dell’ora d’aria venivano interrogati separatamente su quanto era stato oggetto delle loro conversazioni.

I prigionieri potevano ricevere visite ma nessun contatto fisico era permesso; erano divisi dai familiari da uno spesso vetro e potevano comunicare solo tramite telefono. I colloqui erano registrati.

Trascorsa la metà della pena, Olivo, essendo di cittadinanza italiana, poteva chiedere la liberazione con l’espulsione dall’Uruguay.

Così infatti avviene, nel novembre del 1978, grazie all’intervento della nostra Ambasciata, gli viene comunicato di prepararsi alla partenza. Il rilascio però avviene con modalità non consuete, qualcosa non stava andando come Olivo si aspettava. 

Non è ancora finita.

Senza spiegazioni, viene nuovamente incappucciato, le mani legate e caricato su un camion con un altro italiano e dopo ore di viaggio nuovamente imprigionato a Tacuarembo, città nel nord dell’Uruguay, quasi al confine con il Brasile, dove rimane per oltre quattro mesi.

Accolto in malo modo, gli viene assegnata una cella lurida, la rete del letto appoggiata su due pezzi di legno ed un materasso altrettanto sporco.

La luce è sempre accesa, giorno e notte, ha diritto a mezz’ora di aria ma la trascorre incappucciato. Il trattamento prevede pochissima acqua, rancio due volte al giorno ed una sola possibilità di andare al bagno.

Olivo ha il sospetto che vogliano eliminarlo.

Dopo quattro mesi riceve la visita del Console italiano in Uruguay che lo tranquillizza e gli assicura assistenza. Dopo qualche giorno viene accompagnato all’aeroporto, sia il militare che il Console salgono in aereo con Olivo, entrambi hanno interesse ad accertare che non ci siano altri imprevisti e che Olivo esca dal Paese. All’epoca non esistevano voli diretti per l’Italia, si ferma una settimana in Brasile in attesa del volo per l’Italia, dove finalmente giunge e può gustare i primi momenti di vera libertà.

A Torrano, dove Olivo aveva ancora i parenti, inizia una nuova vita, presto sarà raggiunto dalla moglie e dal figlio e successivamente torneranno in Italia anche i genitori.

Con il diritto di asilo quale prigioniero politico, ottiene un lavoro presso la Falk, affronta una vita di sacrifici e di tanto lavoro ma anche di grandi soddisfazioni; riesce a rifarsi una vita ed a far laureare il figlio.

Negli anni 80 del secolo scorso il governo militare in Uruguay ha subito pesanti contestazioni per la grave crisi economica e ha riconsegnato il potere ai civili; è stato eletto un governo democratico che ha promulgato un’amnistia di pacificazione. 

Anche il Movimento di Liberazione Nazionale – Tupamaros è tornato alla vita pubblica ed ha partecipato alla competizione politica, alleandosi con altre componenti della sinistra uruguyana.

Grande è stata anche la soddisfazione di Olivo quando il 31 ottobre 2004, due comandanti dei Tupamaros, José Mujica e Nora Castro, sono diventati presidenti delle due Camere che compongono il Parlamento dell’Uruguay.

E ancora più grande è stato il compiacimento quando il 30 novembre 2009 José Mujica è stato eletto presidente dell’Uruguay, svolgendo il ruolo con la sobrietà che gli era propria, mantenendo le abitudini di privato cittadino e portando l’Uruguay a dotarsi di importanti leggi civili quali la depenalizzazione dell’aborto, il riconoscimento dei matrimoni gay e la legalizzazione della maruijana. 

Olivo è tornato alcune volte in Uruguay dove ha incontrato alcuni dei suoi compagni di lotta, accolto con gioia, altre volte ha avuto occasione di vedere in Italia alcuni compagni di lotta, di passaggio nel nostro Paese, tra i quali anche un missionario italiano.

Tratto dal libro Torrano, il paese, Monte Burello e i Liguri Apuani, di Francesco Fantoni