PAOLO BELMESSERI MEDICO E LETTERATO PONTREMOLESE

Settembre riempiva di aliti blandi l’incantevole golfo di Portovenere e una gioconda brezza spingeva le galere francesi condotte dal Duca di Albany, che prendevano il largo dirette a Nizza, sulle quali si trovava Caterina de’ Medici, che il quell’anno del 1533 andava sposa al Duca d’Orleans primogenito del re di Francia. La partenza era resa più imponente dalla presenza del Papa Clemente VII accompagnato da gran seguito di cardinali e di prelati. Faceva parte del fastoso corteo e dei grandi dignitari, che accompagnava il Papa a Marsiglia, un illustre pontremolese alle dipendenze della corte Pontificia come medico e letterato: Paolo Belmesseri. Il nome di questo pontremolese è rimasto celebre nella storia in un secolo, che fu illustrato dai nostri grandi geni, Bonarroti, Tiziano, Ariosto. Nel cinquecento, che sembra l’espressione di una di quelle imponenti concezioni michelangiolesche, il Belmesseri trovò modo di celebrare con i suoi carmi latini il paese, che gli aveva dato i natali e inneggiare a uomini e ad avvenimenti del suo tempo.

Paolo Belmesseri nacque a Pontremoli, come si rileva dall’intestazione dei carmi: Pauli Belmesseri Pontremulani e dall’altro carme dedicato a Pontremoli che egli saluta: mi patria, le cui mura sono bagnate, egli dice, dal Verde e dal Magra. La sua famiglia era di illustre casato, insigne non solo per nobiltà ma anche per censo e per aver dato alle scienze e alle lettere uomini di valore. Il suo racconto genealogico ha per capostipite Corradino Belmesseri, che gli infuse nel cuore l’amore alle lettere. Sono ricordati nelle cronache pontremolesi varie persone della famiglia Belmesseri; Galeazzo fu sindaco della Comunità e nel 1522 ebbe il governo provvisorio di Pontremoli. Alessandro Belmesseri fu mandato dai suoi concittadini in qualità di legato presso Francesco Sforza e Ferdinando Gonzaga. La genealogia tramandataci dal Poeta non è una semplice aureola decorativa per adornare la sua fronte o una spassosa vernice per dare maggior lustro allo stellone del poeta e di letterato che cominciava a mandare a mandare i suoi primi incerti bagliori. Poteva piuttosto dirsi una specie di credenziale, a sfondo storico, per la sua eventuale carriera diplomatica, dove certi salvacondotti anche macchinosi non erano mai troppi per garantire la propria incolumità dalle insidie dei rivali e dei maldicenti di professione rimpiattati ad ogni angolo di via.

La sua vita offre qua e là delle lacune per cui sulla scorta della sua opera letteraria ci troviamo a seguirlo, ora in una città ora in un’altra dopo averlo smarrito per diverso tempo, incalzato da avvenimenti improvvisi di famiglia e di politica a noi rimasti sconosciuti. L’amore perle lettere e la passione per lo studio lo condussero a Bologna, celebre per gli studi e dove si ammogliò. La dotta città rigurgitante di studiosi lo affascinò tanto da considerarla una seconda patria. A Bologna si trovò in mezzo ai cenacolo dove fra libagioni, il lusso e l’allegria si recitavano orazioni, carmi, epigrammi e satire in lingua latina. Egli si sentì avvolto in quella atmosfera di classicismo, che dalla dotta città si prolungava sino alla punta di Mergellina, dove il latino pareva fluire più terso e armonioso tra quelle insenature di mare e quei lembi incantati di cielo. A Bologna ebbe aggio di avvicinare le principali famiglie di quella città, specialmente i Lambertini e i Pepuli ai quali era unito da teneri vincoli di affetto. Di queste distinte famiglie il Poeta tessé i più ampi elogi per la protezione, che essi accordarono alle lettere, alle arti, alle scienze. Fra le conoscenze che fece nei primi anni in quella città è da ricordarsi quella di Lodovico Ariosto, di cui piange la morte in un’elegia. Egli ammirò sinceramente il mago ferrarese e fu conquiso alla sua opera grandiosa, e, come Siegfried, vide spuntare i castelli di Brunilde, così il Belmesseri scorse con la più profonda commozione dell’animo l’opera ariostesca slanciarsi gigantesca fuori dalle brume del secolo. Il Belmesseri, che non seppe liberarsi da quella armatura di ferro, in cui era stato chiuso dal secolo adoratore del mondo latino e accecato dallo splendore di Roma, pur tuttavia seppe ammirare l’arte dell’Ariosto, che dallo studio di Orazio, Catullo, Tibullo trasse, come disse Carducci, quella concinnità graziosa nel libero andamento e quell’eleganza nella copia che non ,manca negli altri poeti ed è virtù singolarissima sua.

A Bologna, come dice l’Alidosi, “Paolo Belmesseri da Pontremolo del 1512 fu lettore di logica, la sera, di Medicina la festa, di Filosofia al straordinario, e poi di Medicina all’hora nona fin al 1514”. In vari carmi il Poeta asserisce di aver insegnato per un periodo di 10 anni l’arte medica nel famoso Ateneo bolognese, ed è accertato che in quest’arte avesse un’eccellenza non comune e pare che egli abbia combattuto con molta vivacità e sicurezza di vedute scientifiche contro certi miscugli di superstizioni muffose dei suoi tempi, attirandosi le ire degli invidiosi , che si mostrarono implacabili contro chi ne sapeva più di loro ed era maestro nell’arte medica. Così nel 1527, quando Venezia fu percossa dalla pestilenza, il Belmesseri, animato dai più generosi sentimenti di altruismo, sfidando i pericoli del morbo contagioso prestava la sua opera a favore di quella città prodigandosi con quel fervore proprio del suo animo, non solo nell’assistere gli infermi, ma colo dare la sua opera di scienziato per arrestare il morbo, che di giorno in giorno si faceva più micidiale. I luttuosi avvenimenti in mezzo ai quali ebbe a trovarsi nel suo soggiorno a Venezia sono ricordati dal Poeta: ……Non parvum nuper porreximus arte medendi Auxilium, pestis cum tibi tanta fuit.

La magnanimità del suo animo verso la regina dell’Adriatico pare non trovasse eguale ricambio da parte dei governatori della città. Si vede che è destino dei poeti subire le inesorabili malattie di borsa anche se vestiti del manto di Galeno, perchè il Belmesseri con una certa ironia velata di sottile rancore che non fa torto al suo filantropismo ed al suo valore di scienziato dice: Attamen in loculis pauca moneta fuit.

Eguale trattamento ebbe pure da Bologna: anche qui affiora il solito contrasto tra il poeta a cui, secondo l’espressione pariniana, dié liberali essere ai sacri spiriti e la magra ricopensa reclamata invano da Orazio: praetium dicere muneri. Rivolgendosi alla Felsina dotta, invano le fa presente con tono moralistico che dopo dieci anni di fatiche: ….justum est dare praemia musis. E qui la figura del Poeta, pagato di ingratitudine, sdegnoso di piatire il frutto delle sue fatiche si fa più serena, giganteggiando in mezzo a principi e a sovrani, accanto alla Sacra Maestà del Capo della Chiesa. Eccolo prima a Marsiglia inneggiante a Caterina di cui

Certe non alia este pulchrior;

e allo sposo non è parco di elogi chiamandolo “sideribus parem” né vuole essere da meno col suo illustre protettore Clemente VII “Orbis Praesidium ac decus”. Tutti costoro dimostrano di apprezzare le lodi, che possono parere esagerate, ma che sgorgavano da un animo riconoscente , il quale non sapeva come meglio mostrare i sentimenti di devozione da cui era animato.

Infatti Francesco I lo incorona poeta ponendogli sul capo una ghirlanda di alloro e il Papa gli cinge il collo con una preziosa collana. Il lieto avvenimento è riprodotto nella prima pagina delle poesie stampate in quell’epoca a Parigi. La figura del poeta, giocondamente beato, sembra tutta compresa della generosa magnanimità dei personaggi, che gli sono di fianco, alla lor volta superbi di compiere un gesto, che sarebbe ricordato insieme alla fama del poeta, che con i suoi versi chiedeva, come è uso di tutti i figli delle Muse, l’immortalità agli dei e agli uomini.

Tanto gli uni come gli altri hanno concesso ciò che era nei desideri del poeta pontremolese. Nel secolo del Buonarroti e dell’Ariosto il Belmesseri trova posto accanto a quei poeti che verseggiando , come dice il Flamini, nell’idioma di Virgilio e di Orazio col sentimento estetico del Petrarca e degli altri trecentisti, mantennero vivo in Italia il sacro fuoco dell’arte vera. Non dobbiamo distaccare il Poeta dal secolo, in cui visse e quindi illuderci di trovare in lui e nella sua opera quell’originalità, che nasce dall’affermazione di una forte personalità spirituale. Se in lui manca la forza propria del creatore, c’è la passione che si può rassomigliare a quella del penitente romeo medioevale, che dopo lunghi errori ed avventurose soste non riesce a toccare le porte sante. Il Belmesseri fu di quelli che non trovò la sua strada: le siepi costellate di fiori gli chiusero l’orizzonte nel quale di inabissava la via, che non aveva saputo scoprire; ingannato dall’artifizio scambiò il contenuto coll’abilità tecnica e con la bravura del verso. Eppure in ogni passo c’è il tentativo di voler cogliere qualche cosa di nuovo, ma è un’azione illusoria. Si ferma ad ascoltare il gorgheggio delle acque, la musica degli uccelli; lo si vede appisolato malinconicamente sotto la stellata ombria dei firmamenti non per contemplare questi spettacoli coi propri occhi o misurarli con il palpito della propria anima, ma solo per scrutarli col sentimento di Virgilio o di Tibullo. Poesia più statica che dinamica, che passa più rasente alla morte che alla vita o che si direbbe sbocciata all’ombra di un salice piangente.

Tale fu la poesia di tutti gli umanisti e di tutti i poeti, che abbandonarono come i ranocchi lungo i fossati di campagna. Il Belmesseri fu costretto a seguire la corrente del tempo, in cui il latino non era solo familiare alle persone di una certa cultura.

Chi non ricorda come Leone X pranzasse fra gli arguti motteggi di begli spiriti, che divertivano il dotto Pontefice parlando in latino?

Così l’illustre accademico pontremolese che in Roma spiegava Aristotele sentì quasi la necessità di parafrasare in trentasei elegie latine i primi due libri De animalibus del grande maestro dell’antichità classica.

In questo lavoro il Belmesseri è l’orafo, il cesellatore paziente, che batte senza tregua, leviga, piega, dà alla dottrina forma nuova lottando contro la materia ribelle, che finalmente riesce ad imprigionare fra le morse della metrica chiudendola sotto i colpi del martello implacabile e assopendola sotto l’aspro stridore della lima paziente.

L’altro lavoro poetico, dove il Belmesseri raggiunse la perfezione nel maneggio del verso latino è l’HEPTAS. Qui si diffonde a parlare del numero sette in due libri. Nel primo passa in rassegna il numero sette nel campo profano, nel secondo libro entra nel campo biblico mettendo in evidenza l’importanza di questo numero. Il soggetto non era nuovo e dentro a questa rassegna minuziosa e paziente, che incomincia dai sette pianeti per giungere alle sette età dell’uomo è tutto un lieto scampanio dei versi inneggianti alla fanciullezza, che si veste di bellezza nel sorriso del volto e dello sguardo mentre nell’intimo dell’animo tumultuano i primi affetti e nel cuore ardono le prime fiamme, che preludono all’incendio

nimias vix claudit pectore fiammas

Dai 14 ai 21 anni l’iride dei colori di quando s’accende l’aurora, si distende in luce smagliante; dopo i 28 anni la fiamma vibra scintille, sprizza luce ed ha un manto pieno di riflessi magici che ricorda quello delle perle più preziose. Ai 35 la luce cerca allargarsi in orizzonti più vasti e scroscia piena di forze e di energia. Dai 35 ai 42 è descritto l’uomo nella perfetta efficienza delle forze, si sente nel verso la balda fierezza di quell’età, che ha la pienezza dello sviluppo e l’equilibrio delle energie fisiche e intellettuali. Dai 40 ai 70 l’uomo assiste al decadere e al tramonto della propria esistenza: l’uomo è giunto alla meta della tormentosa esistenza chiusa dalle fatiche: nostrorum haec meta laborum.

Quadri piccoli e sobri illuminati da tratti di luce vigorosa, che però sa troppo di artificiale e che non è la luce calante dal cielo nella divina armonia dello sconfinato azzurro. La seconda parte, il Papini la chiamerebbe quella dei “lampionai e riquadratori dello spirito” perché oppressa tratto tratto da ghiacciate estrazioni e da simbolismo acetoso. Non è il caso di passare in rassegna le diverse opere riferentisi a questo numero che è chiusa dalla creazione del mondo al termine della quale Iddio si riposò consacrando il settimo giorno di lavoro. Spirito cristiano il Belmesseri, nell’esposizione dei fatti è stato travolto, come il Vida e il Sannazzaro, da richiami mitologici per quanto fatti con abilità e con maestria deformano il racconto togliendogli quella purezza che devono avere tutte le narrazioni del genere. Si direbbe che a lui è mancata una robusta e costruttiva visione del mondo biblico e quindi le figure anziché essere fuse nel bronzo sono rinforzate qua e là con un lavoro di riporto.

In mezzo a tanto virtuosismo tecnico di verseggiatura dobbiamo ricordarci che spira una freschezza di sentimento e di pietà cristiana. Questo spirito si fa più sentito e profondo nella: EXORTATORIAE. In queste non si sente l’odore del diseppellimento attraverso le virtuose acrobazie come nell’EPTAS. Il Poeta seguendo reminiscenze più o meno velate vorrebbe allontanare la guerra, che ha accompagnato l’uomo nella storia come una fiamma e come un’ombra.

Bello forma perit, bello corrumpitur aetas.

Mentre continua a maledire la guerra dimenticando, che tutte le conquiste furono pagate col sangue ed ogni gloria si alza da un campo militare, dove la forza ebbe una bontà e la morte una bellezza, si fa ad invocare la guerra a favore della civiltà e della religione. Nei versi del Belmesseri pare di sentire l’eco delle ardenti canzoni di Berchet rivalicanti gli anni per congiungersi al grido, che doveva partire da Roma per opera del Papa sollecitato a liberare i Luoghi Santi dalla oppressione turca. In questa impresa il valore degli italiani avrebbe lasciato fulgidi esempi di eroismo:

Mittet et electos Itala terra duces

Compiendo la rassegna delle diverse nazioni con la “Gallia lacta”, con il “superbus Iber”, con i “gelidi Tauri” che sarebbero partiti per fiaccare la potenza turca, il poeta si esalta nel pensiero che le Aquile romane avrebbero spezzato la prepotenza turca:

Romanis cedent aquilis Bysantia sceptra

E Roma incoronata di vittoria dominerà su gli scettri infranti a governare il mondo:

Roma triunphati jam caput orbis erit

L’andamento di queste elegie è rapido e movimentato, il tono per quanto un pò enfatico e declamatorio è sincero specialmente quando Cristo incita con la sua presenza e con la sua voce a rivendicare i luoghi santificati dalla sua passione e vita:

Christus adest, repetitque suas nunc sedulus urbes.

Qui più che altrove superando la forma esteriore si sente lo sforzo della sua opera creativa.

Le condizioni dell’Italia oppressa dalla discordia e dalla tirannia segnavano il più profondo decadimento, proprio quando il genio delle lettere, delle arti, delle scienze riempiva quel secolo dei più superbi splendori. Alle libertà spenta, ai commerci rovinati, all’onore nazionale discusso o negato, Macchiavelli invano opponeva i fasci di Bruto, la spada di Scipione, lo splendore dei trionfi e anche il lutto di Canne purché l’amore della libertà e la fierezza di dominio tornassero a splendere sul nostro cielo. Triste contrasto di avvenimenti, di idee e di realtà. Nella medesima anticamera pontificia, dove Macchiavelli attendeva per essere introdotto alla presenza di Clemente VII, a cui portava in dono le “Istorie Fiorentine”, fiaccola di italianità incompresa, alcuni anni dopo Paolo Belmesseri leggeva le sue elegie evocanti l’Italia vestita di gramaglie e lacrimante su le proprie sventure. Nella selva VII che ha per titolo “Pianto d’Italia”, il Belmesseri sembra chiamare a raccolta i poeti che piansero su le sorti d’Italia. Qui non ha saputo fondere la materia nella fornace della fantasia: la materia si direbbe pressata entro appositi stampi modellata in forme già preparate. I poeti che presero a prestito soggetti per piangere le sorti d’Italia accumularono intorno a queste rovine altre più detestabili rovine, perché non sentirono l’intimismo gocciante lacrime, strappandosi invano i cappeli e graffiandosi il volto mentre “Marte superbo e fiero” non si sa se infierisse sulle sponde del Tagliamento o in altre contrade:

Tilaventaeos an debachet in agros An longus alio diffudat fervidus iras

In questa profonda dilettazione estetica, ebra di profumi della grande civiltà latina, il culto della libertà era passato in seconda linea e nessuno ricordava che Virgilio, come aveva fatto notare il Macchiavelli, aveva sacrificato sull’altare della propria gloria artistica molte ineleganze per la passione delle armi e per lo splendore guerresco.

Nel Belmesseri, come negli altri poeti, si parla di armi nella impeccabile forma di lingua con ostentazione macchinosa e contraffazione arida del vero sentimento di libertà. Con che lamentazione barbogia si fa piangere la devastazione dei campi sotto lo scrosciare della guerra:

remanent caedes incendia praedae – Et nisi vastatis propere succuritis agris – Omnia delebit hoc formidabile bellum.

L'”insannia belli” lo conduce a piangere, come fece il Leopardi, la gioventù italiana morente su Squallide spiagge, ahi d’altra morte degni gl’itali prodi. Ma tutta questa gioventù ricordata dal Belmesseri ci si presenta innanzi con una fisionomia donchisciottesca e quel tratto che poteva avere un certo tono di sincerità è viziato dal solito difetto per cui si riduce ad una debole scossa galvanica della sua fantasia:

quoties heu vestra juventus – Iussa sequi pugnas, et Martis contra nefandi – Ausonios miseros reperit sanguine campos!

Peccato! in questa pagina il Poeta poteva alzarsi a volo e farci palpitare l’anima con gli accenti della più viva commozione.