Nelle popolazioni dei nostri Comuni rurali e alpestri vanno facendosi sempre più marcati i vuoti causati dall’emigrazione e dall’urbanesimo. La diminuzione del numero delle braccia nelle campagne ha fatto rialzare le mercedi a pro dei lavoratori, ma in aggravio dei proprietari, i quali perciò sono costretti a limitare i lavori allo stretto necessario, ma con scapito della produzione.
Come ovviare all’emigrazione e all’urbanesimo, cioè alla tendenza di molte famiglie a stabilirsi in città? Coll’impianto di industrie relative all’agricoltura, alla silvicultura e alla pastorizia. Bisognerebbe impiantare caseifici, oleifici, fecolerie: allevamenti razionali di polli, conigli, maiali: vigneti, frutteti, orti, con metodi razionali, a scopo principalmente di avere prodotti per esportazione: bisognerebbe altre si estendere la bachicoltura e l’apicoltura.
Queste industrie agrarie procurerebbero lavoro anche alle arti del legnaiolo, del bottaio, del fabbro. Ma bisognerebbe anzitutto che uomini di buona volontà si facciano iniziatori di industrie agrarie, le quali a sistema di cooperative riuscirebbero di generale utilità.
Calzolerie e sartorie sociali si potrebbero istituire anche nei Comuni rurali sottraendoli alla dipendenza delle città: il denaro rimarrebbe in paese con vantaggio comune.
Tratto dal sett. A Noi, del 3.5.1908