PONTREMOLI – UNA CITTADINA ITALIANA FRA L”80 E IL ‘900

La letteratura dell’emigrazione antifascista è abbondante e ricca di opere pregevoli: basti pensare a Marcia su Roma e dintorni e Un anno sull’altopiano di Lussu, a Nascita e avvento del fascismo di Tasca, al Golia di Borgese, a Socialismo liberale di Carlo Rosselli, ai poderosi pamphlets di Salvemini, e a tanti altri libri. Ma si tratta per lo più, di opere di revisione storica, di critica ideologica, di polemica politica: e cioè di contributi teorici e propagandistici alla lotta antifascista in corso. Mancano quasi del tutto i libri che documentino la vita quotidiana dei fuorusciti, i loro problemi pratici, le difficoltà giornaliere, le minute umiliazioni, le speranze, le delusioni, le nostalgie del lungo esilio. In altre parole, una grande esperienza umana come quella della emigrazione, vissuta e sofferta da migliaia e diecine di migliaia d’Italiani, se ha dato documenti anche altissimi di pensiero e di vita morale, non si è convertita quasi mai in testimonianza poetica. E si spiega: la tensione dell’esilio, l’impegno di una lotta che non conosceva pause, il pensiero fisso alla conclusione vittoriosa di questa lotta e al conseguente ritorno in patria, hanno reso pressoché impossibile l’abbandono poetico. Un’altra privazione, dunque, da aggiungersi alle molte altre della condizione di esule.

Questo libro di Luigi Campolonghi è una delle poche eccezioni alla regola. Scritto in gran parte nel 1928, esso venne pubblicato in Francia una diecina d’anni dopo: prima in appendice sul giornale «La Voce degli Italiani» di cui Di Vittorio era direttore e Campolonghi consulente tecnico e collaboratore; poi in volume, da un piccolo tipografo stampatore di Montgaillard par Vianne, nella Guascogna. Certo, anche questo libro ha un intento documentario e polemico. Come dice il titolo, vuol essere infatti il ritratto di una cittadina italiana negli ultimi due decenni dell’Ottocento; vuol documentare cioè i cambiamenti economici, sociali, psicologici e culturali che segnarono il trapasso da un’epoca a un’altra. E intende altresì contrapporre polemicamente un tempo in cui la lotta politica in Italia non andava disgiunta dalla cavalleria, dalle buone maniere, dalla generosità, allo spietato presente, in cui la fazione fascista, priva degli scrupoli morali e delle remore umanitarie della precedente classe politica, assassina, imprigiona e costringe all’esilio i suoi oppositori.

Ma intenti documentari e accenti polemici, pur presenti nel libro, non ne costituiscono l’ispirazione profonda. Ciò che ha spinto Campolonghi, esule e non più giovane, a rievocare gli anni e i luoghi dell’infanzia, dell’adolescenza e della giovinezza, è stato prima di tutto un prepotente sentimento di nostalgia.

Può stupire un sentimento del genere in un uomo che fin qui aveva condotto un’esistenza quanto mai movimentata e avventurosa. Dalla natia Pontremoli (la «cittadina italiana» del libro), l’irrequietezza giovanile e la passione per il giornalismo e la politica avevano ben presto condotto Campolonghi qua e là per l’Italia e la Francia. A venticinque anni s’era sposato, ma non per questo aveva rinunciato all’esistenza nomade che gli era congeniale. Sembrava che non potesse rimanere a lungo nello stesso posto: appena gli se ne presentava il destro, cambiava città; se non poteva cambiare città, cambiava per lo meno appartamento. Una volta, a Genova, s’era rifiutato di dare il suo indirizzo all’anagrafe: aveva preferito venire iscritto nel registro della popolazione come «senza fissa dimora». La Francia era diventata la sua seconda patria già molto prima della guerra del ’14; e in tutti gli altri paesi latini — Spagna, Portogallo, Belgio — egli si era sempre sentito come a casa propria. Anche i suoi romanzi, novelle e drammi di ispirazione populista, li aveva ambientati un po’ dappertutto: La Zattera, tra i relitti umani del porto di Barcellona; La Nuova Israele, tra gli scioperanti del Parmense; Vita d’esilio, a Marsiglia; Nella tormenta, a Parigi e nel Belgio invasi dai tedeschi.

Questo gusto del vagabondaggio era del resto solo un aspetto della sua irrequietezza spirituale. Giornalista, uomo politico, organizzatore sindacale, scrittore sociale, Campolonghi ebbe tempo di occuparsi anche di arte, di musica, di agricoltura, e di parecchie altre cose. Politicamente, fu sempre socialista, ma riconosceva che il suo vero fondo era anarchico. Sensibile ai valori nuovi, era tuttavia sentimentalmente affezionato agl’idoli della sua gioventù: un libretto di poesie intitolato Esilio, che uscì a Marsiglia nel 1931, è dedicato agli uomini che Campolonghi considerava come suoi maestri di vita morale e politica: Leonida Bissolati, Amilcare Cipriani, Andrea Costa. Democratico convinto, appassionato sostenitore dell’intesa italo-francese, si dichiarava nazionalista per lo meno in un campo: quello gastronomico; e sul periodico antifascista «La Giovane Italia», alla vigilia della seconda guerra mondiale, pubblicava articoli sulle più rinomate delizie gastronomiche della sua amata Pontremoli. Ma è difficile farsi un’idea della personalità di Campolonghi attraverso i suoi scritti: perché il meglio di sé egli lo dava parlando, conversando con gli amici e tenendo conferenze.

Nel 1922, quando il fascismo andò al potere, Campolonghi era ormai vicino alla cinquantina e risiedeva già da dodici anni a Parigi, come corrispondente del «Secolo», il quotidiano democratico di Milano. Nel ’23 tornò per l’ultima volta in Italia, a dare le dimissioni dal giornale, che era stato accaparrato dai fascisti. Lasciato il vecchio mestiere, Campolonghi si trasformò in agricoltore, affittando una proprietà a Nérac, in Guascogna. E qui scrisse il suo libro di ricordi su Pontremoli. Che il libro sia nato dalla nostalgia dell’esule, consapevole che forse non avrebbe più rivisto il suo paese, il lettore lo capirà fin dalle prime pagine: da quel gusto di rievocare, fin nei minimi particolari, la conformazione del paese, e la disposizione delle stanze nella sua casa, e di parlare di località e persone quasi solo per il piacere di nominarle. Attraverso questa minuta rievocazione, balza viva la rappresentazione del mondo familiare e paesano della cittadina sperduta tra i monti, in cui i fatti di maggiore rilievo sono l’arrivo della corriera, il suono del campanone, il grido degli ambulanti, la comparsa saltuaria dei girovaghi; nonché la rivalità tra le due bande e tra le parrocchie, o un’interminabile lite giudiziaria tra un medico condotto e l’Amministrazione comunale, che sembra tratta da una novella di Gogol. In realtà, questo vecchio mondo è ormai al tramonto: la costruzione della ferrovia rivoluziona tutto: non per nulla dal treno inaugurale scese anche «un piccolo ferroviere», che «s’aperse un varco nella folla ufficiale, si guardò dintorno, titubò e finalmente si diresse verso un gruppo di operai nel quale mi trovavo anch’io. Ci scrutò, e con l’istinto degli uomini di fede, ci indovinò certamente estranei alla festa degli altri e più vicini al suo cuore, perché, divergendo un po’ i lati della tunica che aveva sbottonata ci mostrò il lembo di una fascia rossa. Assentimmo del capo, ci avvicinammo, ci stringemmo forte le mani. L’idea socialista era arrivata a Pontremoli».

Ma intanto il padre di Campolonghi, che gestiva in forma patriarcale una piccola azienda, è andato in rovina ed è morto di crepacuore: e il fanciullo registra con angoscioso stupore il mutamento di stato della sua famiglia; e sono queste tra le pagine più toccanti del libro. Grazie a una borsa di studi vinta al collegio Maria Luigia di Parma, il giovane Campolonghi può tuttavia continuare ad andare a scuola; e a Parma partecipa alle prime riunioni socialiste, presiedute da Camillo Prampolini. Espulso dal collegio e da altre due scuole per le sue idee politiche, Campolonghi è tra i primi organizzatori del movimento operaio in Lunigiana; e con l’amico e conterraneo Alceste De Ambris fonda un giornale socialista, «La Terra». Ma sopravviene la reazione del ’98; e Campolonghi, per evitare l’arresto, è costretto a una avventurosa fuga in Francia. Il libro si chiude appunto con l’inizio del suo primo esilio. Dal secondo, tanto più lungo e doloroso, Campolonghi non doveva più tornare: rientrato in Italia dopo il 25 luglio del ’43, morì infatti a Settimo Vittone, in Val d’Aosta, il 21 dicembre del ’44, senza aver avuto la consolazione di rivedere la sua Pontremoli.

CARLO CASSOLA, Prefazione al libro, 1962