Nella Pieve di Codiponte le due giornate del convegno giunto alla seconda edizione. Molte relazioni per cercare di gettare una luce chiara su un periodo così lontano e del quale le tracce sono spesso incerte. E se tutto nasce a Luni, lo sviluppo del territorio si intreccia con gli eventi più generali che coinvolgono la storia della Penisola e del nostro continente

Tra le mura della sua pieve romanica, il borgo di Codiponte ha appena ospitato un convegno di studi che, inaugurato lo scorso anno, possiede già, lo si vede, la stabilità del classico. Il nome è preciso: “Sguardo sul Medioevo”. Quanto basta per evocare, in terra di Lunigiana, la distesa dei castelli, degli antichi borghi e delle pievi, emersi proprio nei secoli in cui crebbe questa striscia che collegava il nord al centro della penisola. Si tratta di un’iniziativa culturale caldeggiata concordemente dalle autorità locali, dal comune e dalla diocesi, e che è riuscita a raccogliere studiosi universitari affermati, soprattutto pisani e genovesi. È positivo constatare che le due giornate hanno avuto il respiro del convegno che sa recepire contributi da molteplici aree disciplinari.
Pur nella prevalenza dell’archeologia e dell’architettura, ci sono stati interventi con approccio più propriamente storiografico, dalla storia politica (Paolo Tomei, ricercatore di Pisa, e Fabio Baroni, membro dell’Accademia Lunigianese di Scienze “Giovanni Cappellini”) alla storia culturale (il ruolo delle immagini nella diffusione della cultura cristiana, con don Emanuele Borserini).
I seminari dedicati alla storia della Lunigiana si sono occupati dei maggiori centri di potere della regione, in particolare delle chiese; e si è anche delineata una sezione di contributi, di taglio per lo più archeologico, rivolti alla storia di Luni altomedievale, che tra le altre cose hanno riferito dei progressi negli scavi condotti presso la cattedrale (Silvia Lusuardi Siena, dalla Cattolica di Milano, e Massimo Dadà e Marcella Mancusi, dei Musei nazionali di Genova). In questa pagina vogliamo mettere in risalto lo spazio dato alla storiografia lunigianese, raccogliendo e commentando il materiale presentato dai relatori.
Sullo sfondo della dominazione longobarda in Lunigiana muoveva la relazione di Fabio Baroni: un frangente storico abbastanza scivoloso, perché la conoscenza che ne abbiamo poggia su una documentazione non abbondante e non sempre affidabile. Di sicuro si sa che Luni era sede vescovile, almeno dal V secolo, e che negli anni delle riconquiste di Bisanzio in Italia godette di una certa prosperità, favorita dalla sua natura di porto di mare e dalla posizione strategica, proprio sul confine settentrionale dei domini dell’Impero d’Oriente in Italia.
Che Luni avesse ancora una certa potenza lo dice probabilmente il fatto che per diversi decenni fu capace di arginare l’avanzata longobarda. La Lunigiana interna, infatti, venne assorbita nel Ducato di Tuscia, uno dei primi potentati istituito in Italia dai Longobardi, intorno al 574, che ebbe il suo centro nella diocesi di Lucca; il vescovado di Luni, invece, fu preso solo nel 642, quando re dei Longobardi era il Rotari autore del famoso editto. Dalla relazione si è potuto apprezzare il braccio di ferro che andò avanti tra l’antico potere, retaggio degli istituti statali dell’Impero Romano, e i nuovi dominatori dell’area.
Le fonti documentarie, infatti, mostrano che la diocesi di Luni dovette mantenere, in qualche modo, la sua identità: solo più di un secolo dopo, nel 769, compare a Luni il nome di un vescovo longobardo. E noi sappiamo che un vescovo di Lucca, Walprando, acquisì molte terre nel territorio che in precedenza era controllato da Luni; più tardi, però, la diocesi lunense riebbe indietro dal ducato longobardo tutte le terre che Lucca aveva occupato entro i suoi confini.
Quando, però, ci si allontana dal mare verso Aulla e il nord della Lunigiana, le prove di relazioni con l’esterno si fanno rade, e si ha davanti una regione che, in breve, doveva essere decisamente chiusa su di sé, come non lo era stata da molto tempo. Di essa e dei suoi luoghi di potere l’archeologia sta restituendo un quadro di cui nuovi dettagli sono apparsi negli ultimi decenni. Enrico Giannichedda, che ha condotto i lavori, ha riferito su come siano evoluti nei secoli, approssimativamente dal VI all’XI, i due complessi più antichi di Lunigiana, la pieve di Sorano nell’area di Filattiera e San Caprasio ad Aulla.
Sono stati entrambi eretti in una posizione favorevole: ad Aulla scorre vicino il torrente, e l’altro sito sorge su un piccolo dosso fluviale, un luogo la cui rilevanza, se è giusto dir così, trova conferma anche nel fatto che gli antichissimi abitatori della zona lo avevano scelto per porvi gli oggetti del loro culto, le misteriose statue stele. A questo proposito, è significativo per la storia culturale che le testimonianze più antiche provenienti da questi siti possano gettare luce sull’ancora viva dialettica che nei primi secoli dell’alto Medioevo doveva ancora sussistere in Lunigiana tra cristianesimo e paganesimo.
L’esempio che sembra più valido proviene proprio da Filattiera, dalla Chiesa di San Giorgio, e si tratta della cosiddetta lapide di Leodegar. L’epigrafe – conosciuta con il nome del vescovo di Luni al quale probabilmente è dedicata – tra i vari meriti del personaggio menziona il fatto che, in latino, “idola fregit”, cioè “ruppe gli idoli”. Difficile che la frase si riferisca ad altro che non alla lotta intrapresa da questo uomo di chiesa contro i culti pagani: i quali, in una zona remota come questa, non saranno ancora stati del tutto cancellati dal cristianesimo imperante.
È vero che forse il culto pagano a quel tempo non si sarà più espresso attraverso le statue stele, vecchie anche di millenni, ma non c’è nulla di strano che la pubblicistica locale identificasse queste ultime con tutto quel mondo pagano che si doveva sconfiggere, e che comunque potrebbe aver mantenuto, non è da escludere, qualche memoria del loro valore religioso.
Si vede insomma che è sempre difficile maneggiare le fonti quando manca una conoscenza sicura del contesto d’insieme; fuor di dubbio, però, è che la Lunigiana, fosse anche per la semplice presenza, conservava anche le tracce della sua anima più antica. È quello che succede nelle terre isolate, dove i vecchi riti sono duri a morire e inevitabilmente finiscono per fondersi con il nuovo, quando arriva, imprimendogli un’impronta tutta individuale.
Ed è in questo che oggi, tra pietre preistoriche e pievi cristiane, lo studioso e il viandante colgono la ricchezza insolita, un po’ contraddittoria, della Lunigiana.
Davide Lombardi, Quello sguardo sul Medioevo che ci aiuta a conoscere, Il Corriere Apuano, 26.9.2026


