RACCOLTA DI OGGETTI DEL PASSATO

IL FALCETTO

Il falcetto o falce messoria, veniva utilizzata per tagliare piccole quantità di erba da dare in pasto agli animali domestici (mucca, pecore, conigli) e per mietere il grano ed altri cereali in genere. Era utile anche per ripulire le vigne dalle erbacce, laddove la falce fienaia non poteva operare.

LA CONCHIGLIA





A prima vista sembra un sopramobile un po’ eccentrico ma qualche ricerca permette di attribuire alla grossa conchiglia (“Charonia Tritonia”) un diverso significato. Era uno strumento utilizzato sino alla metà del XX secolo, soprattutto nel periodo autunnale al momento della raccolta delle castagne, per comunicare da una valle all’altra. La conchiglia infatti era aperta nella parte più sottile per permettere al suonatore di immettere il fiato ed ottenere il suono. Oltre all’utilizzo pratico di richiamo, la conchiglia in alcune zone aveva un utilizzo, diciamo così, magico: il suono accompagnava i funerali, i parti, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, i matrimoni ed altro ancora. In altre zone veniva utilizzato, assieme ad altri strumenti, nella suonata che dalle nostre parti chiamiamo “la ciucada”, rito che veniva organizzato quando si risposava un vedovo.

A Torrano i vecchi ricordano ancora che veniva utilizzata, negli anni ’50 del secolo scorso, da Giovanni ad Tutù per chiamare al rientro la pastora su monte Burello.


L’ASTUCCIO


Questo astuccio è stato fotografato in un museo della città russa di Suzdal.
È identico al nostro astuccio.

Astuccio in legno anni ‘50/60 del secolo scorso, nel quale si riponevano i pennini, le penne e le gomme per cancellare. Con l’entrata in vigore delle penne a sfera l’astuccio di legno è caduto in disuso, sostituito dai moderni astucci a borsetta

LA RAGANELLA


Al termine dei riti del Giovedì Santo le campane venivano idealmente legate e silenziate, avrebbero ripreso a suonare ed a richiamare i fedeli solo per annunciare la Resurrezione di Gesù Cristo. Da quel momento i riti e le preghiere venivano annunciati con un rozzo strumento  (la grac’la o raganella) composto da uno o due perni dentati su cui giravano delle alette di legno o metalliche che producevano un gracchiare assordante. La raganella è rimasta attiva sino agli anni ’60 del secolo scorso.


LA CARRIOLA DI LEGNO

L’esemplare qui fotografato risale agli anni ’50 del 1900; sembra che l’invenzione della carriola risalga ai Greci nel 400 a.c.. E’ certo comunque che anche i romani adottarono e utilizzarono l’invenzione. La carriola è composta da una ruota di legno, resa resistente dall’inserimento di un cerchio in ferro che la rende rumorosa  ma durevole nel tempo, e da due manici che sono il prolungamento delle stanghe collegate all’asse della ruota e su di esse sono fissati i supporti per l’appoggio a terra. Sulle stanghe poggia il cassone più o meno ampio a seconda dell’utilizzo a cui è destinata la carriola. La carriola veniva utilizzata per trasportare piccole quantità di materiale laddove la traza non poteva arrivare


LA CHIAVE INGLESE


Vecchia chiave inglese risalente ai primi anni del 1900. Girando il manico i due morsetti si allontanano o si avvicinano consentendo di stringere il bullone e di farlo ruotare.


MEDAGLIA PRIMA GUERRA MONDIALE

Tanti i giovani delle nostre campagne chiamati alle armi in occasione della prima guerra mondiale. Molti morirono, altri tornarono feriti nel corpo e nello spirito. Nel Dicembre 1921 il Ministro Luigi Gasparotto premiò i reduci con una medaglia. Nel 1968, in occasione della ricorrenza del cinquantenario della vittoria, al fine di “esprimere gratitudine della Nazione” a tutti i soldati italiani, ancora viventi, che avessero combattuto durante la prima guerra mondiale si decise di attribuire la nomina a Cavalieri di Vittorio Veneto accompagnata da un vitalizio non reversibile di 60.000 lire. Sulla facciata la medaglia reca incisa l’effige del Re accompagnata dalla frase: 1915/1918 Guerra per l’unità d’Italia, sul retro riporta l’effige della vittoria alata e la frase: coniata nel bronzo nemico

ATTREZZO PER RACCOGLIERE MIRTILLI

Attrezzo per la raccolta dei mirtilli. I contadini raccoglievano i frutti mentre pascolavano pecore e mucche, li portavano a casa ai bambini in grosse cortecce di castagno sistemate a forma di imbuto. L’attrezzo era utile anche per raccogliere more e tutti i frutti di arbusti spinosi, compresi le bacche di ginepro.


TRAPANO A MANO

Il trapano veniva utilizzato dai contadini per fare i fori nelle stanghe che costituivano la traza oppure la treina; nei fori venivano inserite le verghe (keicie) per tenere insieme le varie parti. Il trapano a mano è costituito da un’asta di metallo sulla quale è ricavata una piegatura vagamente ad U. Ad una estremità è presente un pomello girevole ed all’altra il cosiddetto mandrino a cui viene fissata la punta adatta per il foro che si vuole praticare. Anche sulla U è presente una manopola girevole. Si appoggia saldamente la mano sinistra sul pomello girevole (a seconda del materiale da bucare si rinforza la presa facendo pressione con il petto) e con la destra si impugna la manopola presente sulla U e si imprime un moto rotatorio in senso orario. L’attrezzo veniva utilizzato anche dai falegnami e dai bottai.


ROTELLA METRICA

Precursore delle odierne rotelle metriche, ora dotate di nastro flessibile in metallo e pulsante per il riavvolgimento automatico. Veniva utilizzata dai professionisti, geometri ed ingegneri, nei cantieri edili.


I BARILI

I barili servivano per portare a spalla il fieno in cascina quando non era possibile utilizzare la treina. Si srotolavano le corde facendo rimanere i due legni ai lati opposti, si riempivano di fieno le corde stese e tirando i due legni si chiudeva il barile. Il carico poteva raggiungere anche i 40 chili, pesanti da manovrare e portare. In alcune località, come Arzelato e Rossano, dove erano presenti muli e asini, il barile era caricato su di loro, un barile per parte.


IL CESTONE (LA CAVAGNA)

La cavagna utilizzata per raccogliere l’erba fresca da dare in pasto alla mucca nella stalla

La cavagna, grande cesta di fabbricazione artigianale utilizzata per trasportare a spalla piccole quantità di prodotti (patate, mele, erba fresca per gli animali, castagne e fieno dalla cascina alla stalla)


LA CAVAGNADELA

La cavagnadela veniva utilizzata dai contadini per trasportare piccole quantità di fieno/erba oppure in autunno per raccogliere le foglie secche per guarnire le stalle, in alternativa alla paglia. I contadini conoscevano i luoghi dove il vento forte accatastava le foglie e dopo giornate di vento forte correvano a raccogliere le foglie in grande quantità da utilizzare poi nel lungo inverno. Allora il letame era davvero un ottimo fertilizzante biologico. La cavagnadela era formata da una base costituita da un cerchio più grande ed uno più piccolo inserito all’interno e collegati da una raggiera di intreccio di salice non decorticato; un altro cerchio  delle stesse dimensioni del primo, più grande, era collegato ad altezza (circa mezzo metro) sempre con intrecci di salice.


I CAMPANELLI


Il campanello veniva legato al collo della mucca oppure della pecora con una cinghia di cuoio per seguirne gli spostamenti al pascolo. In tempi lontani il suono delle campanelle era legato anche al desiderio di tenere lontano il Maligno, poiché si riteneva che il silenzio ne agevolasse l’azione mentre il frastuono gli era ostile.


LA SVEGLIA

La sveglia  è  un’invenzione fatta nel 1787 dall’orologiaio americano Levi Hutchins. Il francese Antoine Redier fu il primo a brevettare una sveglia meccanica regolabile, nel 1847.

Ai nostri contadini la sveglia non serviva, era l’alba che si preannunciava ed il primo canto del gallo il segnale che era l’ora di scendere dal letto e cominciare la giornata.
Solo quando gli uomini hanno iniziato a scendere a valle, richiamati dalla disponibilità di posti di  lavoro, si è reso necessario rispettare gli orari e piano piano le sveglie sono cominciate a comparire anche nelle case di campagne.


PALETTA PER GRADILE

Antica paletta in ferro che si utilizzava nel gradile per accudire il fuoco acceso per terra, al centro della stanza. Il lungo manico consentiva di riaccostare le braci ad una distanza di sicurezza.


ANTICA PINZA PER FUOCO

La pinza con le lunghe aste consentiva di recuperare le braci ardenti da inserire nella scaldaletto di legno (detto prete) all’interno di un contenitore di ferro.


ATTIZZATOIO

Usato per accendere o ravvivare il fuoco
Dalla parte dove il foro d’aperture è più largo si applica la bocca e di soffia in modo da spingere il fiato che ece violentemente dal foro piccolo in direzzione del fuoco, onde ravvidare la fiamma. Utile perchè dirige con maggiore efficacia il soffio tra le braci senza avvicinarsi troppo.

Giovanni Podenzana descrive diversi tipi di soffietti usati in Luniggiana: uno proveniente da Quaratica (ter. dialettale “bufeto”) costituito da un semplice pezzo di canna lunga circa cm. 60, un secondo proveniente da Arzelato (Zeri) (term. dial. “sofion”) di canna come il precedente. Un terzo proveniente da Piagna (Zeri)fatto con un grosso bastone di sambuco lungo circa cm. 80. La parte che va a contatto col fuoco è foderata di latta per una lunghezza di corca cm. 15. Un quarto è una cannadi ferro saldata, lunga cm. 85 con un diametro di cm. 3. La parte che va a contatto col fuoco è munita di due piedi a mò di S lunghi cm. 5, i quali, oltre alla funzione ornamentale, servono per appoggiare la canna quando si soffia nel fuoco, tenendo il foro fuori dalle ceneri. Questi strumenti erano foggiati dai fabbri del paese. Però si utilizzavano come soffietti anche le canne dei fucili vecchi.

Tratto dal sito Catalogo Generale dei Beni Culturali : https://catalogo.beniculturali.it/


PREDA PER L’OLIO / BAGNAROLA

Pietra lavorata dallo scalpellino del paese, aveva una duplice funzione. Poteva essere utilizzata per la spremitura delle ulive oppure come base sulla quale si poneva il buiun pieno di abiti da lavare e cenere, permetteva di indirizzare il flusso dell’acqua.


RONCOLA

Foto tratta dalla pagina Facebook : Noi siamo Agricoltura

Piccola roncola sempre presente nella tasca dei nostri vecchi, pronta per recidere piccoli arbusti ma anche per sbucciare mele ed affettare la “carsenta” quando si pranzava nei campi.


OROLOGIO DA TASCHINO

L’orologio da taschino è stato inventato da  Peter Henlein, vissuto a cavallo tra il XV ed il XVI secolo. I nostri contadini, quelli che potevano permetterselo, lo portavano nella tasca del panciotto, legato ad una catenella. Di solito l’orologio era protetto da un guscio rimovibile. Questo tipo di orologio è rimasto in voga sino alla metà del secolo scorso, soppiantato dall’orologio da polso.


Sino ai primi anni ’60 del Novecento, in occasione della Giornata del Risparmio – 31 Ottobre – le banche regalavano agli alunni delle elementari un salvadanaio di acciaio, a forma di cassetta portatile. Una volta all’anno la cassetta veniva aperta dalla banca e i soldi versati sul libretto a nome del bambino.


Raro oggetto utilizzato per contenere l’ago con il quale realizzare maglie e calze di lana

Particolare del raro “aguarolo”: si noti il tema della maschera più volte raffigurato e le rappresentazioni del gatto

È un’opera d’arte di un anonimo artigiano della Valdantena, scolpita nel bosso, finemente intagliata, e fu un dono d’amore per conquistare il cuore una giovane fanciulla di Bosco di Corniglio. Lo so che è un inizio romantico, ma tutta questa storia lo è, a cominciare dall’oggetto: un rarissimo aguarolo, come chiamavano in dialetto la bacchetta che conteneva l’ago per fare calzini e maglie di lana.
Me lo ha regalato uno zio, Giuseppe Savina del Bosco di Corniglio, che in gioventù aveva fatto il carbonaio sui monti del bagnonese e da anziano aveva sposato mia zia Rosa e sapeva del mio interesse per le cose del passato. Mi raccontò di conservare un oggetto che la nonna aveva ricevuto come dono di fidanzamento, portato dalla Valdantena.
L’aveva custodito sua madre e glielo aveva lasciato come prezioso ricordo, ma non voleva che dopo di lui andasse perduto e me ne fece dono.
Gli aguaroli, con infilato all’estremità un ago di ferro. venivano tenuti sotto l’ascella nell’intrecciare i fili di lana per fare calzini o maglie e il loro utilizzo era noto anche nelle valli di Zeri: al Museo Etnografico della Spezia ne sono custoditi tre esemplari raccolti a Vinca, ma già nel 1911 erano caduti in disuso, come raccontarono gli antropologi Sittoni e Podenzana, che li raccolsero.

Il raro “aguarolo”, scolpito nel legno di bosso, dono di nozze di un giovane della Valdantena alla fidanzata di Bosco di Corniglio

L’aguarolo della Valdantena è finemente scolpito a forma di torre coronata a cinque piani in cui tra figure di maschere compaiono gatti: è in legno di bosso e misura 18 centimetri. Ora non è facile decifrare la simbologia, certamente doveva avere un significato beneaugurante.
Il tema della maschera è molto diffuso in tutta la Lunigiana, sui portali i faccion hanno funzione apotropaica, tengono lontano dalla casa gli influssi maligni. Li troviamo nelle case di campagna come nei palazzi signorili di Pontremoli, sono rappresentazioni di volti con sembianze rozze o raffinate, con bocche a volte spalancate e talvolta hanno barbe, baffi e corna, tutti comunque hanno il compito di spaventare e allontanare chi può nuocere.
Nell’aguarolo accanto alla maschera severa che ti guarda indagatrice e a quella a bocca aperta che ti minaccia, ci sono loro, i gatti, che nella simbologia pagana rappresentano l’amore e la fertilità, il simbolo femminile. I gatti sono raffigurati in piedi, in posizione regale, come si addice a un essere ritenuto sacro da tante civiltà.
Nelle tematiche pittoriche cristiane il gatto spesso si vede nelle scene legate alla Natività sacra, all’Annunciazione, ma anche, in modo controverso, nell’Ultima Cena, accanto a Giuda. Un dipinto di Federico Barocci (1535 -1612) è intitolato Madonna della Gatta e la sua presenza in una scena domestica con Gesù e San Giuseppe sembra richiamare, secondo alcuni critici, il ruolo materno della Vergine in un ambiente dove il gatto fa parte della famiglia.
Ma come non ricordare la leggenda tragica e insieme romantica di Monte Lama di Zeri, raccontata da Carlo Caselli che vede protagonisti due fidanzati, un rito magico e un gatto? È la storia di un giovane emigrato in Corsica che, geloso, vuole sapere se la fidanzata lo tradisce e chiede aiuto ad un anziano di Monte Lama, anche lui emigrato, esperto in riti magici. Terminato il rito il giovane è trasformato in gatto e così può tornare a spiare la fidanzata senza farsi riconoscere. La trova ad amoreggiare a lume di candela con un corteggiatore e lui, con una zampa spegne la candela.
Ma la ragazza, irritata, con un coltello, gli taglia una zampa. Dopo mesi il fidanzato torna, si raccontano la vicenda, si perdonano e si sposano: l’amore ha superato gelosie e disavventure.
Maschere e gatti scolpiti su quell’aguarolo della Valdantena hanno portato fortuna alla nonna di mio zio Giuseppe: sono stati una coppia felice, lassù, tra i monti di Bosco di Corniglio.

Riccardo Boggi, Il Corriere Apuano, 25.4.2026 , p. 6


L’ESSICATOIO/LAMPADARIO DEL MUSEO ETNOGRAFICO DELLA LUNIGIANA

Fa bella mostra di sé, nel Museo Etnografico della Lunigiana, uno strano oggetto che, per la sua singolarità e per (la doppia) funzione alla quale era destinato, rappresenta certamente un unicum che stimola curiosità e che, nel contempo, evidenzia l’ingegnosità e l’inventiva dell’artigiano che lo ha costruito.Si tratta di un essiccatoio usato per la stagionatura dei formaggi (e per la conservazione dei salumi), specie di contenitore ricavato dallo svuotamento di un mezzo tronco d’albero. Questi rudimentali attrezzi (che erano presenti in quasi tutte le case dei contadini della Lunigiana) venivano appesi ai soffitti delle cucine o delle cantine, mediante un filo metallico o sostenuti da una semplice cordicella di canapa attorno alla quale venivano sistemati rami secchi di rovo, di cardo o di pungitopo, per far si che i topi (pungitopo per questo?) non potessero entrare dall’alto nell’essiccatoio. Il materiale impiegato per la costruzione di questi attrezzi era essenzialmente costituito da legno di quercia o di castagno (si preferiva usare la prima essenza poiché si riteneva che il tannino, contenuto nella seconda, potesse essere nocivo) e la tecnica costruttiva, estremamente semplice, come già abbiamo accennato, consisteva nello svuotamento di un mezzo tronco d’albero, sezionato longitudinalmente, la cui parte basale era costituita da una serie di asticelle di legno parallele e tra loro opportunamente distanziate, per permettere l’aereazione, sulle quali venivano posti i formaggi da essiccare o i salami da conservare che venivano introdotti nell’essiccatoio mediante un’apertura ricavata sulla superficie curva del tronco munita di uno sportello (vedi fig. 1).

Ma, come già abbiamo accennato, non doveva essere soltanto questa la funzione del manufatto che abbiamo preso in considerazione. Da una più attenta osservazione, si rileva infatti, che l’essiccatoio appeso al soffitto, assume una anomala posizione dovuta a due di-verse inclinazioni che sono riscontrabili sia in senso longitudinale che in senso trasversale (vedi fig. 2 e fig.3).

Queste inclinazioni non sono da attribuire ad affrettate o a maldestre esecuzioni, ma che, invece, dovevano assolvere ad una seconda precisa funzione che era quella di fungere contemporaneamente anche da lampadario. I prodotti che conteneva, formaggi, salami, lardo, strutto, ecc., come è noto, sono prodotti ricchi di grassi. Durante il periodo della stagionatura (o della conservazione) le piccole quantità di grasso che trasudavano dai prodotti contenuti, scorrendo lentamente lungo le asticelle inclinate, venivano raccolte in un lamierino ripiegato a forma di canala (o in una canna sezionata longitudinalmente) alla cui estremità veniva posta una lucerna ad olio (luma) fornita di stoppino che veniva alimentato dalle gocce di grasso che cadevano nella vaschetta (vedi fig.4).

Nota:

L’oggetto descritto è stato da me rinvenuto nell’alto pontremolese intorno alla metà degli anni Settanta del secolo scorso, quando già da tempo aveva cessato di svolgere la sua doppia funzione. Capirne subito la seconda utilizzazione non è stato compito facile (a causa della mancanza della lucerna andata perduta), né ci sono state d’aiuto le persone intervistate ed il proprietario, tutti convinti che si trattasse di un comune essiccatoio da formaggi maldestramente costruito. Mi venne in aiuto il rigattiere-antiquario Lino Chiesa di Tarsogno di Tornolo (PR) presso il quale rinvenni (ed acquistai) un secondo esemplare in tutto e per tutto simile al primo, ma questa volta munito di lucerna. Entrambi gli esemplari provenivano dalla stessa fascia collinare- montana che divide il pontremolese dalla Val di Taro, e più precisamente da un di quei casolari sparsi che si trovano sul versante toscano tra il passo del Borgallo e quello del Brattello. A titolo d’informazione, segnaliamo che mentre un esemplare è conservato nel Museo Etnografico della Lunigiana a Villafranca, l’altro è stato da me ceduto al museo di Ozzano Taro (PR) voluto e realizzato da Ettore Guatelli. Erano i tempi durante i quali, io con i giovani della “Manfredo Giuliani” sul versante toscano ed Ettore Guatelli su quello emiliano eravamo impegnati nella ricerca delle ultime testimonianze etnografIche del nostro Appennino per essere studiate e successivamente esposte nei musei di Villafranca e di Ozzano Taro. Si potrebbe obiettare che entrambi gli esemplari, essendo stati rinvenuti nel versante toscano, per logica, avrebbero dovuto trovare collocazione nel Museo Etnografico della Lunigiana, ma è altrettanto vero che essi appartenevano alla stessa cultura di crinale così presente e così uguale in entrambi i versanti a conferma “che la montagna non divide ma unisce” come insegnava il senatore Giuseppe Micheli.

Germano Cavalli, Curiosità etnografiche: l’essicatoio/lampadario del Museo Etnografico della Lunigiana, pubblicato in “Studi Lunigianesi”, voll. XL – XLI, a. 2010 – 2011, edito da Associazione “Manfredo Giuliani” per le ricerche storiche ed etnografiche della Lunigiana, Villafranca Lunigiana