RASTRELLAMENTO DEL 3/4 AGOSTO 1944 *

Lo Zerasco in fiamme!

la lapide che ricorda i caduti del Comune di Zeri

Non è ancora del tutto spenta l’eco dolorosissima del crudele, spietato rastrellamento del luglio, che dalla Zerasco pervengono a Pontremoli notizie impressionanti. Si parla di devastazioni immani, di incendi indiscriminati, di violenze inaudite. La realtà, nella sua crudezza, non sarà purtroppo da meno delle parole, delle frasi, delle esclamazioni profferite dai pontremolesi, con grande amarezza ed accorato rimpianto per le povere vittime. Interi paesi rasi al suolo, diecine e diecine di morti, devastazioni da inorridire!

I rastrellatori dello Zerasco, dotati di armi di ogni tipo, muovono nottetempo da Pontremoli, per trovarsi alle prime ore del 3 agosto, pronti all’attacco. Il rastrellamento si svilupperà su tre direttrici di marcia. Una colonna, procedendo dal Mulazzese per il fondo valle del Teglia, dovrà sfociare, salendo dalla Rocchetta, a nord dei mulini di Castoglio; una seconda salirà direttamente dalla strada di Pontremoli-Arzelato e la terza, procedendo sempra da Pontremoli, verso i monti di Codolo, dovrà sfociare altre la Tecchia Rossa, a cavallo del passo che guarda il centro dello Zerasco: Noce, Patigno, Coloretta. Quest’ultima colonna, inoltre, lancerà una forte pattuglia fin sulla Formentara, per avvolgere da nord, la parte più alta dello Zerasco. Diciamo subito che i rastrellatori, con grande meraviglia, andranno a trovarsi di fronte ad una resistenza tutt’altro che impegnativa.

Prima dell’alba del 3 agosto, Arzelato viene precipitatamente invaso da una vera turba di nazifascisti. Una piccola formazione partigiana, comandata da Falco (Nereo Giumelli, studente), avvertita a tempo, si trasferisce di corsa sul Carmuschio, col fermo proposito di resistere. I rastrellatori non hanno fretta, e se ne restano inattivi per un paio d’ore sulle alture di Arzelato. E’ ancora buio fitto ed il timore di qualche imboscata li rende quanto mai guardinghi, tanto più che lo stesso comando, che ha studiato e deciso il rastrellamento, è ancora fortemente preoccupato dell’esito dell’azione.

D’altra parte chi avrebbe potuto negare o porre in dubbio il sano e virile ardimento delle formazioni partigiane dello Zerasco? Solo un pericolosissimo germe, quello della fazione e della discordia, ne avrebbe potuto incrinare la nobile, compatta saldezza. Quello che avverrà, purtroppo!

Con le prime luci dell’alba, la formazione partigiana appostata sul Carmuschio, inizia contro Arzelato i primi tiri di disturbo. Azione più che altro di disturbo, ritardatrice, dato il numero esiguo dei componenti, ma quanto mai utile ed opportuna, onde dar modo alle staffette lanciate nella valle di Rossano ed oltre, ad assolvere il tempestivo, urgentissimo compito informativo.

Dalla parte di Codolo, invece, le cose stanno mettendosi al peggio, tanto che la marcia dei rastrellatori si sviluppa regolarissima, indisturbata. Strano fatto: le vedette partigiane, che si sarebbero dovute trovare sulla direttrice Dozzano, Codolo, Tecchia Rossa, sono sparite! Cosicché, la tanto sperata sorpresa da parte dei rastrellatori viene proprio favorita, sia pure indirettamente, da coloro stessi che, se presenti e ligi alla consegna, avrebbero potuto evitare almeno alla zona centrale dello Zerasco (Noce, Patigno, Coloretta) precipitate, disastrose conseguenze. Il movimento a tenaglia: Teglia, Rocchetta, Arzelato, Carmuschio, si muove contemporaneamente ed alla perfezione, con quello: Codolo, Tecchia Rossa, Noce. La formazione nazifascista lanciata sulla Formentara, prima dell’alba è sul posto pronta a convergere verso il centro dello Zerasco, al primo segnale. Precedono il grosso, sia lungo una branca che l’altra della tenaglia, pattuglie di mitraglieri incaricate di saggiare il terreno. Seguono a distanza batterie di mortai, pronte ad intervenire in caso di segnalata resistenza.

E’ ormai giorno fatto! I nazifascisti, padroni indisturbati del vasto campo d’azione si accingono alla vandalica opera sterminatrice. Castoglio, tipica e caratteristica frazione montana, appollaiata su uno sperone roccioso antistante la breve piana di Rossano, è la vittima numero uno del rastrellamento. Di primo mattino le sue povere case vengono investite da una vera pioggia di colpi di mortaio a proiettili dirompenti e incendiario. In breve, del ridente paesello, non restano in piedi che tronconi di mura nere e fumanti. La popolazione, avvertita a tempo, si è posta in fuga verso le montagne più alte.

Rossano Chiesa, seppur la seconda, è la principale vittima designata. Non è da esludere, però, che i tiri dei mortai abbiano colpito contemporaneamente Castoglio e Rossano. In tutto il vasto Comune dello Zerasco, il paese di Rossano è quello più noto e più ricercato da tutte le formazioni partigiane. E’ chiaro, quindi, come contro tale abitato vada a scatenarsi l’ira bestiale del tedesco. Il palazzo degli Schiavi, adibito in parte ad ospedale e in parte sede del Battaglione Internazionale, viene centrato dai tiri con furia selvaggia. E’ la più antica e la più bella costruzione di Rossano Chiesa. Stava a rappresentare – possiamo dire da secoli – il vanto e il decoro dei vecchi, laboriosi Rossanesi. Le sue vaste sale, adibite ad una specie di ricovero e di cura per i partigiani malati e feriti di tutta la vallata, avevano assunto l’aspetto vero e proprio di ospedale. E di ospedale, dati i tempi e l’impervia località in cui funzionava, aveva tutte le caratteristiche. In meno di mezz’ora dall’inizio dei tiri, il palazzo degli Schiavi è in fiamme, è in rovina.

Particolare dolorosissimo: alla notizia del rastrellamento tanto i malati che i feriti ricoverati nell'”ospedale” vengono spinti a viva forza verso le montagne vicine ed incitati ad occultarsi nel migliore dei modi. Si dedicherà alla urgente e precitata fatica il dott. Umberto Capiferri, dinamica e salda figura di patriota lunigianese. Purtroppo pochi riusciranno a salvarsi! Braccati e trovati dai rastrellatori, verranno massacrati senza pietà.

Distrutto il palazzo degli Schiavi, il tiro dei mortai viene esteso a tutto l’abitato e l’attacco è feroce a tal punto da ridurre il paese, nel corso di un paio d’ore, in un cumulo di fumanti rovine. La stessa canonica del borgo, colpita ripetutamente, è in fiamme. Più avanti, Montedilama, quasi nascosta nel verde, è miracolosamente intatta. Valle,, se non bombardata, è brutalmente saccheggiata. Peretola, pur nel suo piccolo, porta i segni della durissima incursione. Tutte le popolazioni di queste frazioni, avvertite a tempo, sono riuscite a porsi in salvo, ma a costo di quali fatiche, di quali ansie, di quali immani sofferenze!

Anche dalla parte nord la furia devastatrice ha invaso le frazioni di Noce, di Patigno, di Coloreta. In questa plaga – la più ricca di tutto lo Zerasco – domina il terrore più cupo. Mentre i colpi di mortaio, le sventagliate delle mitraglie, gli scoppi delle bombe a mano si ripercuotono con eco impressionante in tutta la vasta vallata, ansanti colonne di fuggiaschi, tra i quali vecchi, donne e bambini, corrono alla cieca, verso l’alto, nella affannosa ricerca di una comune via di scampo.

L’orda devastatrice, intanto, non si concede la minima sosta. Come da Castoglio, da Rossano, sconfina verso l’alto, verso la Dolce, fino a raggiungere i monti di Torpiana, così da Noce , da Patigno, da Coloreta, si irradia una tossica folata di morte verso i lontani margini dello Zerasco.

Noce è distrutta! Patigno e Coloreta se non completamente rase al suolo, vengono ferocamente colpite. Castello, Val di Termini, Adelano sono preda del più selvaggio saccheggio.

La lapide posta nell’atrio del Seminario a Pontremoli che ricorda il sacrificio di don Grigoletti

Nei pressi di Adelano, Casa Rocchino, sede da pochi giorni di un Comando Partigiano , viene fatta saltare con la dinamite. Il vecchio parroco di Adelano, don Eugenio Grigoletti, solo colpevole di alto sentimento patriottico e di chiara, generosa bontà, viene barbaramente trucidato e scaraventato dai massacratori in un buio scantinato della canonica. Dalla vivida luce del bene al sanguinante sacrificio! Tornerà più vivo che mai nello spirito e nella reverente memoria di tutto il popolo Zerasco.

Bergugliara, segue anch’essa la sorte catastrofica delle altre frazioni. Tre dei fratelli Filippelli vengono catturati e spinti dai tedeschi verso il genovesato. Dei tre, uno riuscirà a fuggire ed a salvarsi; gli altri due: Alfredo di 27 anni e Pellegrino di 24 anni, cadranno stroncati dal piombo tedesco.

Tutto lo Zerasco è in fiamme!

Dal monte Picchiara prima e dal Gottero poi, i fuggiaschi – partigiani e civili – assistono, terrorizzati all’opera distruttrice dei Vandali scatenati. E’ una tempesta di ferro e di fuoco che si è abbattuta con estrema violenza su tutta la bassa e l’alta vallata dello Zerasco. Lo stesso monte Picchiara, che in un primo momento aveva servito da rifugio e di ansiosa osservazione, si è tramutato in un tormentato campo di distruzione e di morte. Tutto l’ingente quantitativo di materiali – munizioni e viveri – in dotazione alle formazioni partigiane dello Zerasco, – brigate Gramsci, Vanni, Giustizia e Libertà, Battaglione Internazionale – precipitatamente traslocato fin dal primo mattino sul Picchiara, è passato in mano nemica.

I nazifascisti, spavaldi più che mai, incoraggiati da tanta, insperata libertà di manovra, continuano senza sosta e senza pietà la loro opera devastatrice, mentre le forti fierissime popolazioni dello Zerasco, che appena un secolo e mezzo prima, avevano contrastato il passo e volto in fuga i soldati del più potente esercito del mondo, corrono ancora, al volgere della giornata, col fiato mozzo, scorate e vinte, alla ricerca di un luogo di respiro e di salvezza.

Lo stesso Battaglione Internazionale tenace e battagliera creatura del Maggiore Gordon Lett è in rotta. I vari tronconi della formazione, avviliti, disorientati e dispersi, cercano scampo prima verso Adelano, poi sul Picchiara e quindi sull’alta zona del Gottero. Eppure, noi ci rifiutiamo di immaginare anche per un solo istante, il montanaro Zerasco, pallido, tremante, solo teso all’implorante gesto di resa. Ci riesce impossibile, assurdo, figurarcelo in tanta umiliante, miserevole condizione di spirito. Le armi di offesa non sono più quelle di due secoli prima, è vero, ma noi subiamo la convinzione, la certezza, che il nazifascista abbia ucciso, abbia massacrato, impunemente, senza aver corso pericolo alcuno, perché le armi dell’ardimento e del cuore , che, sono le armi del popolo, più che incoraggiate e premiate, furono, nello Zerasco, irrise, frustrate, avvelenate e travolte dallo spirito della fazione. Troppa politica, troppa faziosità tra gente forte sì, ma semplice, sincera, amante delle cose chiare, delle cose monde da tranelli, da compromessi, da sottintesi.

Furono commessi degli errori dunque? Vi furono delle colpe? Non è compito nostro esprimere giudizi, formulare critiche. Noi siamo degli umili, modesti cronisti e null’altro, ragion per cui, ben volentieri lasciamo a menti più elevate, il difficile compito di indagare nel tempo e giudicare. Per quanto ci accori profondamente, intimamente, il constatare come le infelici popolazioni dello Zerasco, inermi, allarmate e disperse, siano cadute, stroncate dalla violenza bestiale del tedesco, più che altro raggiante di una facile, insperata vittoria.

E, precisiamo: limitata vittoria per puro miracolo. Perché se al momento cruciale dell’azione, non fosse insorta sul Passo Cento Croci, una decisa e risoluta resistenza da parte di un ferreo pugno di prodi, al comando di un autentico patriota, Richetto (Federico Salvestri, ex brigadiere dei Carabinieri), ben diversamente si sarebbe conclusa la giornata del 3 agosto! Se i nazifascisti all’attacco sui monti del Borgotarese ed in concomitanza di azione con quelli rastrellanti lo Zerasco, fossero riusciti a porre piede verso le alture del Gottero e sbarrare, quindi, ogni via di scampo ai fuggiaschi, la conseguente, inevitabile carneficina, avrebbe potuto assumere una proporzione tremendamente elevata.


Colonnello Lucidi + 3.8.1944

Il mattino prestissimo del 3 agosto, il colonnello Lucidi, unito al fidato aiutante Maggiore China, in missione dalla zona dello Zerasco a quella del Borgotarese, sta per intraprendere la dura fatica che, da Adelano, attraverso il Passo dei Due Santi dovrà riportarlo in quel di Buzzò. Prima dell’alba hanno lasciato Adelano, tutt’altro che allarmata. Man mano che si leva il giorno, però, s’odono a distanza ripetute e rabbiose sventagliate di mitraglia ma non tali da far preveder l’inizio di quello che sarà, lungo la giornata, il più feroce rastrellamento di tutto lo Zerasco. Sono oltre due ore che marciano in direzione dei Due Santi. Ad un certo punto la fatica è talmente dura da costringere il colonnello, già avanti negli anni, ad una breve sosta. Fatalità volle che proprio in quel ristretto avvallamento montano – Fosso di Taroslo – accorressero poco dopo alcuni partigiani e civili in fuga dal basso Zerasco. Mentre i due ufficiali, addirittura allibiti, vengono messi al corrente dai fuggiaschi del rastrellamento in pieno sviluppo, una forte pattuglia tedesca, in precipitata discesa dalla Formentara, irrompe sul posto. Un fuoco rabbioso divampa all’istante. Qualcuno dei fuggiaschi cade per non rialzarsi più. Altri sono a terra feriti. Il colonnello Lucidi deciso a non cadere vivo nella mani del nemico, estrae fulmineamente una pistola sparandosi alla tempia. Il Maggiore China che ha fatto anch’egli l’atto di estrarre un’arma è aggredito da tre, quattro tedeschi che lo scaraventano a terra. L’aggressione è stata fulminea. Cinque partigiani e tre civili sono stecchiti sul posto; il colonnello Lucidio è morente.


Don Angelo Quiligotti + 3.8.1944

Sono in tutto una diecina. Non è che lassù si sentano in piena sicurezza, ma chi può mai pensare che i tedeschi si spingano sino tanto in alto? Se ne stanno così, quasi tranquilli, riposandosi per la lunga, affannosa camminata di tutto il giorno, quando vengono scossi all’improvviso da grida e da urla in tedesco. Alle urla, seguono violentissime scariche di mitraglia. Il gruppo dei fuggiaschi preso da terrore si sbanda. Chi, alla cieca, ha la fortuna di gettarsi dalla parte buona, si salva; chi, invece, tra i quali il povero professore, va a precipitare nella zona battuta dal fuoco, cadi di schianto, crivellato di colpi. Due giorni dopo, mentre un gruppo di volenterosi, si pone spontaneamente alla ricerca dei dispersi e dei trucidati, viene rinvenuta nei pressi di Fontana Fredda la salma di don Angelo Quiligotti. Ha la gola falciata da una sventagliata di mitra. Angoscia e costernazione in tutto lo Zerasco. Impressione dolorosissima in tutto il pontremolese! Povero don Angelo! Noi che fummo tra i tuoi devoti ed ammirati discepoli, ti ricordiamo con amore, con reverente affetto. Chi ebbe la fortuna di conoscerti dovette amarti, dovette stimarti perché sotto la tua rude, austera scorza di montanaro, c’era un tratto signorile, uno spirito comprensivo, un animo buono. Pontremoli ha perduto in te uno degli uomini migliori. Ha perduto in te un cittadino dotato di profonda e vastissima cultura, che nel tempo e per l’avvenire, avrebbe potuto recare alla comunità pontremolese, i frutti doviziosi della sua integra, generosa umanità. Verso di te, don Angelo, verso la tua sacra memoria, centinaia e centinaia di alunni, sparsi per le vie del mondo, rafforzeranno in loro stessi i sentimenti più alti e più limpidi di estrema devozione, di inestinguibile gratitudine.


Water Tessieri + 4.8.1944

Diciottenne di madre pontremolese: Assunta Ferri e di padre pisano: Romolo Tessieri. Catturato la sera del 3 agosto, nell’alta zona dello Zerasco, vien spinto con altri con altri infelici, dai rastrellatori, fino all’abitato di Buto (San Pietro Vara).

Il mattino preso, alle 4, viene trascinato su un breve campo, prospiciente la chiesa del borgo. I tedeschi lo hanno posto nella mani degli Alpini del Monterosa. Uomini senz’anima, esseri imbestialiti dall’odio, fascisti autentici! Incapaci, per vigliaccheria, di combattere ad armi uguali, si prestano compiacentemente al facile e mostruoso mestiere del boia! Gli stessi tedeschi – è tutto dire, dati i momenti – li odiano e li disprezzano. Il giovanissimo combattente, per imposizione dei carnefici in penna nera, deve da se scavarsi la fossa. I popolani di Buto, atterriti, sono forzatamente costretti ad assistere all’inconcepibile, inumano martirio. Per la seconda volta l’adolescente, vinto dal terrore, è caduto a terra, svenuto. Un tenente degli Alpini, dal ghigno di sciacallo, lo scuote, lo schiaffeggia per farlo rinvenire. L’infelice riprende e con la ragione torna alla tragica, paurosa realtà. – Su, manigoldo – urla il monturato -sveglia! Riprendi a scavare! Qui, nemmeno un gatto ci sta! almeno fa il posto per un cane!…. Il piccolo martire riprende la zappa, l’alza a fatica e macchinalmente l’affonda nel terreno, ma le forze gli mancano ancora. Un maresciallo tedesco, presente alla scena, irritato e disgustato dal prolungarsi di tanta malvagità, s’avventa sull’aguzzino italiano, atterrandolo con un calcio. – Tu, scavare la fossa! – gli intima con voce irritatissima. Il malcapitato, tremante di paura, obbedisce all’ingiunzione ed in breve la triste fatica è portata a compimento. L’infelice giovinetto che è ancora a terra inanimato, viene avvicinato dal tedesco, che lo spruzza d’acqua, lo scuote e sollevatolo da terra, fa un balzo di lato.

Walter Tessieri crolla per l’ultima volta! L’arma dello straniero – complice il caino d’Italia – ha posto termine al suo inutile straziante martirio. Che il ricordo del tuo sacrificio, dilettissimo Walter, resti incancellabile nel cuore dei tuoi compagni e vivamente grato nell’animo di tutti i pontremolesi


Mentre si sta concludendo nel suo orrore la bestialità del massacro, il tedesco, inumano e spietato, esigerà, pena la vita, che nessuno dei trucidati venga sepolto. Cosicché, le povere salme costituiranno per lunghe giornate e lunghe notti, motivo di preda e di strazio da parte degli animali selvatici. E quando i superstiti, mossi dall’ansia e dalla pietà, si porranno alla ricerca degli assenti, sarà solo il fetore delle carni in decomposizione a rivelarne la macabra presenza!.

E’ la notte del 5 agosto!

Il Vandalo, intriso di sangue, col fiato grosso è stanco di distruggere, di massacrare! La demoniaca sua furia sterminatrice si calma, si placa. Dai boschi, dalle forre, dai canaloni freddi e deserti, le vittime, stecchite ed abbandonate, fissano a Dio, le vitree, spente pupille, sbarrate dal terrore.

Implorano giustizia!

Mino Tassi, Pagine Pontremolesi, Lotta di Liberazione, Tip. Artigianelli, 1974