A Vignola i fratelli Galli, Silvio e Renato, uccisi insieme dai fascisti

Silvio ed io avevamo la stessa età, eravamo molto amici, anche se così diversi: lui biondo, esile, con due occhi color del cielo; io scuro di capelli, occhi marrone, irrequieto. Ci aveva fatto incontrare la guerra, che aveva costretto la mia famiglia a lasciare Pontremoli e sfollare a Vignola, dove Silvio abitava coi genitori, il fratello Renato, le sorelle Licia e Severina.
Ammiravo Silvio perché sapeva fare tante cose che io, “cittadino” di Pontremoli, ignoravo: condurre le pecore al pascolo, pescare le trote nel Verde, trovare nel bosco il legno adatto per fare sci o slittini. C’era la guerra, questa amara realtà: mio padre che tutti i giorni scendeva in città a lavorare, mia madre sempre in preda alla paura, mio fratello che poteva essere richiamato. Circolavano notizie di battaglie vicine, di bombardamenti, di incendi.
Tutto era stato sconvolto: le abitudini quotidiane, i giochi con gli amici di scuola, i viaggi in treno per andare a trovare i nonni. Licia era una sorella particolarmente premurosa, per natura, per abitudine al pericolo e per rassegnazione era meno preoccupata di mia madre. Papà Pasquale era un uomo silenzioso e si faceva ubbidire con un cenno. Pareva assente, inaridito da una vita grama: poca terra, scarso raccolto, tanta solitudine. Mi faceva un po’ paura, eppure con me si sforzava di essere gentile, forse perché venivo dalla città o perché ero affezionato a Silvio. Renato si vedeva in giro raramente: lavorava nei campi e tornava all’imbrunire per cena. Era spesso teso, malinconico, sospettoso. Aveva combattuto in Russia, era stato fatto prigioniero ed era riuscito a liberarsi con l’aiuto di Sonia, una ragazza del posto che si era innamorata di lui. Dopo un anno trascorso con la famiglia della ragazza, aveva avuto nostalgia dell’Italia e vi era tornato con un viaggio interminabile e pieno di insidie. In paese tutti conoscevano la sua storia: il pericolo di essere rintracciato, la tristezza e soprattutto il pungente desiderio si rivedere Sonia e portarla in Italia.
Un avvenimento importante per noi ragazzi era la cosiddetta “spannocchiata”. Sul finire dell’estate Guido e Carmela, zii di Silvio, accatastavano sull’aia una pila enorme di pannocchie di granoturco e invitavano parenti ed amici a scartocciare. I grandi sedevano in lunghe panche, noi ragazzi direttamente a terra. La festa delle pannocchie durava dalla mattina alla sera e il momento più bello era quello del pranzo, servito sul posto da zia Carmela e dalla figlia: enormi piatti di polenta fumante, ricotta, salame nostrale e deliziose frittelle di fiori di zucca, specialità della padrona di casa.
Silvio ed io ci mettevamo vicino a zio Guido perché era simpatico, allegro e spesso raccontava episodi emozionanti della sua vita, soprattutto quelli accaduti in Grecia, dove aveva combattuto ed era stato ferito. Sorrideva, estraeva il tabacco e le cartine, si avvolgeva lentamente una sigaretta rusticana ed iniziava ” Comandavo una pattuglia di guastatori in Macedonia e avevo ricevuto l’ordine di minare far saltare il ponte di barche costruito dai greci su un fiume che scorreva in una ripida gola. A mezzanotte giungemmo sul posto e ci mettemmo subito al lavoro. Avevamo quasi finito di collocare l’esplosivo quando, all’improvviso, udimmo a distanza un furioso abbaiare di cani e fummo subito abbagliati dalla luce accecante dei bengala; eravamo stati scoperti da un drappello di nemici , che aprirono contro di noi un fuoco infernale. Ricordo confusamente l’urlo soffocato dei miei compagni feriti a morte e il dolore lancinante alla gamba destra fratturata da un proiettile. Poi il sudore, le mani sporche del sangue del sangue dei miei soldati e la lucida decisione di fingermi morto. Passò molto tempo, svenni, e al risveglio mi ritrovai solo, in un silenzio agghiacciante, rotto soltanto dai battiti precipitosi del mio cuore. In fondo alla gola tutto era calmo ed il ponte era ancora là, intatto”.
In paese vivevamo i lunghi mesi della guerra. Di notte Pippo, il ricognitore, passava e ripassava sopra le nostre teste tracciando nel cielo puntini luminosi che parevano stelle in movimento. Era il momento dell’attesa, della trepidazione. Il 13 marzo 1944 fummo svegliati dal rumore di spari lontani. In uno scontro tra partigiani e fascisti c’erano stati alcuni morti e una pattuglia di militari del Battaglione San Marco aveva chiesto rinforzi per rastrellare la zona e catturare i partigiani. Rimanemmo chiusi in casa, mia madre piangeva in silenzio pensando a mio padre che era in città. Nonna Bettina, una cara amica di famiglia che avevamo ospitato per l’emergenza, pregava accanto all’immagine della Madonna. Fu una giornata terribile che non dimenticherò mai.
Mi affacciai timidamente alla finestra e vidi due uomini che correvano in preda all’agitazione. “Cosa è successo?” – chiesi. “Ci sono due morti nel campo degli ulivi”. Ebbi un tuffo al cuore e il presentimento, misterioso ma tremendo, dell’accaduto. Non dissi nulla, ma uscii non visto di casa, mi precipitai verso la ferrovia e poi su, su fino al campo degli ulivi. Vidi un gruppo di uomini fermi ai margini di un prato e, poco più avanti, due corpi distesi sull’erba, immobili: erano Silvio E Renato.
Il primo a cadere era stato Silvio. Sorpreso dai militi della San Marco e scambiato per un partigiano, lui così giovane e inerme, era stato ucciso con solo colpo al cuore.
Sgomento e furibondo Renato si era avventato contro lo sparatore, gli aveva strappato di mano l’arma e stava per vendicare il fratello quando un milite, anticipandolo di una frazione di secondo, lo aveva abbattuto con una raffica di mitra che gli aveva squarciato il ventre. E così Renato, sopravvissuto all’inferno della Russia, aveva trovato la morte nel suo paese, a due passi da casa.
Mi avvicinai tremando a Silvio: era disteso ai piedi di un ulivo, apparentemente senza un graffio. Solo il pallore innaturale del viso testimoniava la sua morte.
Lo guardai: era sereno, quasi sorridente, con gli occhi aperti che, seppur leggermente velati, avevano ancora il colore del cielo.
Franco Miglioli, Il Corriere Apuano, 8.7.2000