

Sulla riva del Gordana, non lontano da Pontremoli, una delle Comunità più antiche

Sulla riva destra del torrente Gordana, in prossimità del suo confluire nel Magra, c’è un paesino dal nome apparentemente misterioso: San Cristoforo, in lingua, oppure Sass-Tecc, in dialetto. Si tratta di più nuclei abitati, Cà d’Berto, Cà d’Ferrari, Cà d’Barcèl, Sass-Tecc, An t’al Pian, e, più in basso, Gratola che, a ben vedere, sono tutti disposti come ad indicare antichi itinerari. A Sass-Tecc, inoltre, si trova una “chiesetta” posta a picco sul Gordana, ma in posizione strategica: essa, infatti, è quasi sempre visibile a chi, muovendosi da NW a Se o viceversa, percorre “La stra’ di Tempi” (1): un itinerario arcaico che dalla Foce di Dozzano scende alla Valunga, attraversa il Gordana prima di Cavezzana, risale passando da Cà d’Berto e Cà d’Ferrari fino alla “chiesetta di Sass-Tecc: da qui una diramazione prosegue attraverso “an t’al Pian” verso Costa d’Orsola fino alla Pive di Urceola-Saliceto; un’altra diramazione da Sass-Tecc va verso Oppilo per raggiungere il torrente Teglia, l’antica Capria di destra, che era il confine tra il territorio del “Comune” di Pontremoli e il Feudo dei Malaspina di Mulazzo, e proseguire sulla destra del Magra verso Luni. Essa era, dunque, un approdo religioso, ma anche un sicuro riferimento geografico.
La “chiesetta”, ad unica navata con asse Est-Ovest, forse una antica cappella con ospizio, non ha alcuna statua o immagine sacra che riporti in qualche modo a San Cristoforo: né esiste né è mai esistita, a quanto la gente ricorsi una tradizione religiosa o una festività legata ad un qualche culto di San Cristoforo che, per altro, è un Santo che sembra non esistere più nel calendario cristiano.
[San] Cristoforo sembra essere più una indicazione dei luoghi di guado con la presenza di accompagnatori (2), di guide cioè in grado di svolgere i servizi di accompagnamento necessari per portare a termine le difficili e complesse operazioni di attraversamento di torrenti, canali, e delle loro rive scoscese, così come vuole la leggenda di San Cristoforo, di colui, cioè, che “porta il Cristo”.
L’unica ricorrenza religiosa del paese è la “Festa della Madonna” che si celebra la terza domenica di giugno: è una Festa che ogni paese della vallata celebra tra metà maggio e la fine di giugno, in una domenica, a scalare, in funzione della sua altitudine e della sua posizione al riparo dai venti di tramontana. E’ cioè, una “Festa” di ringraziamento per l’avanzare di una primavera portatrice di un buon raccolto.
Nella “chiesetta” sono presenti anche le statue di San Carlo Borromeo e di Sant’Antonio da Padova, ma non vi è alcun riferimento, così come nella tradizione popolare, a Santo Stefano. Nella parlata locale, però, a volte si riscontra una inflessione fonica del toponimo Sass-Tecc in “Sas-Stef”
Sass – Tecc è il luogo dei sassi grossi come tecchie.
Ora è bene precisare che il toponimo “Sass-Tecc” (in lingua “Sasso-Tecchio”), trova motivazioni linguistiche e paesaggistiche: il toponimo “Sass” è la forma dialettale di “Sasso” ed è assai diffusa non solo da queste parti, ma anche nelle Alpi Lombardo-Venete, basti pensare ai dolomitici “Sass Pordoi” e “Sass Lungh”. Nel nostro Appennino, poi, è di uso comune il toponimo “Tecc” nel seignificato di “Tecchio o Tecchia”, ad indicare un grosso spezzone di roccia, cioè di Tecchia; si pensi al “Tecc di Merli” al “Tecchio dei Merli”, alla “Costa d’la Teccia” nel mulazzese, ad indicare la “Costa della Tecchia”, per un grosso sperone di roccia che emerge dal suolo, alla “Teccia russa” sulla strada per zeri e così a molti altri casi.D’altra parte, che di “tecchie” ce ne fossero state tante, ora raccolte in “sassaie”, ora disseminate a vista sulla superficie, ora inglobate nell’argilla, lo dice, oggi, ancge la geologia dei territori: trattasi, infatti, di depositi morenici lasciati dai ghiacciai del quaternario al loro ritiro. Il toponimo “Sass-Tecc” definisce, quindi, il territorio nel quale si rinvengono “sassi grossi come tecchie” . La contrapposizione a “Giaredo”, località subito a monte di Cavezzana Gordana, non sembra occasionale. Intorno al I millenio un itinerario, in assenza di cartelli stradali o di “navigatore satellitare” , non poteva che essere definito e tramandato da indicazioni paesaggistiche: chi scendeva dalla Foce di Dozzano, guadava “la Gordana” dove essa va “lunga”, cioè dritta; doveva, poi, proseguire non verso il paesaggio caratterizzato da sassi piccoli come il ghiaietto, “Giaredo” , ma verso il paesaggio che mostrava sassi grossi come tecchie, cioè verso Sass-Tecc.
SAS-STEF sembra una risposta catartica
Di contro, la variazione “sas-Stef” del toponimo Sass_Tecc non solo non ha substrati religiosi ma non trova alcun riscontro né nel paesaggio né nella storia né nella tradizione locale: essa ha solo una affinità di suono con Santo Stefano. nell’immaginario collettivo Santo Stefano è un “Santo” che , a differenza di San Cristoforo, non richiama e non ripropone le difficoltà del guado, le asperità del percorso o gli atti di violenza come aggressioni e ruberie perpetrate ai danni di chi passava sprovveduto, cioè senza accompagnatori, per quel territorio. “Sas-Stef” sembra essere, piuttosto, una risposta “catartica”, per così dire, e rispondere all’esigenza riscontrata nel Medioevo, durante la così detta “stagione dei Santi”, di fare corrispondere il fonema della località al nome di un Santo. L’immaginario collettivo va, allora, a costruire una corrispondenza tra i suoni di “Santo” e di “Sas” e, poi, tra i suoni di “Stefano” e di “Stecc”, piegato in “Stef”. Ma è solo una evidente omofonia linguistica che ancora oggi si risolve nel convertire, senza alcun indugio, la dizione dialettale “Sas-Stef” nell’italiano “San Cristoforo” e non in “Santo Stefano”.
La Chiesetta di SASS-TECC è detta di “San Cristoforo”
la località, quindi, è chiamata “Sass-Tecc” ad indicare il luogo dove i sassi sono grossi come tecchie, ma la “chiesetta”, pur dedicata alla Madonna Immacolata, è detta di San Cristoforo. Per capire questa contraddizione occorre pensare ai vari problemi che potevano presentarsi a chi percorreva La Strà di Tempi: essa era, anzitutto, un itinerario particolarmente frequentato – fino all’XI-XII secolo ed oltre – da chi scendeva da Piacenza o da Pavia attraverso il passo del Borgallo per portarsi verso Luni, Lucca o Roma, ma anche l’itinerario diretto che congiungeva la Pieve di Vignola alla Pieve di Urceola-Saliceto o la Signoria malaspiniana di Val d’Ena nell’alta Var Taro e la “Curia” di Belvedere, feudo malaspiniano rimasto all’interno del territorio del “Comune” di Pontremoli, al restante territorio malaspiniano che, come si rileva nel “Diploma di investitura” concesso nel 1164 dall’imperatore Federico I , il Barbarossa, ad Obizzo Malaspina, aveva nel torrente Teglia il suo confine settentrionale con Pontremoli.
Un percorso pieno di insidie
Non era un percorso facile: le difficoltà non erano solo le operazioni di attraversamento del Gordana là dove prende ad andar dritto , ma anche risalire la sponda destra fino all’altezza della “chiesetta”, al punto che chi la raggiungeva sano e salvo non poteva non ringraziare “San Cristoforo” per tutta l’assistenza ricevuta ad opera della stessa “Santità” e degli accompagnatori, che, in qualità di “portatori di Cristo” contribuivano a dare compimento alla volontà stessa dl Santo. La toponomastica, in assenza di testimonianze documentali, dà informazioni sulla natura delle insidie che si presentano al viandante: al momento del guado, pur la dove la Gordana va dritta ed offre un letto largo con acque basse, il viandante doveva guardarsi dalle insidie sotto forma di piene rapide e violente; la fantasia popolare associa il fenomeno all’immagine di una damigiana che, rovesciata secondo la verticale, fa uscire a fiotti l’acqua dal suo interno. In effetti, nella parlata locale è stata colta l’espressione ansembla c’la damigiana per invitare l’interlocutore a disporre la damigiana dritta verso l’alto, ma con la bocca ricolta in basso per far uscire l’acqua, che scorre rumoreggiando a fiotti. Alle difficoltà del guado seguono le insidie portate dall’uomo che, aiutato dalle asperità del percorso, approfitta della disponibilità di grotte, anfratti, canali, per nascondersi e tendere agguati. Ne è testimonianza il “Canal d’la Cuvia” che più in basso riceve le acque, a sinistra del “Canal di Mariò” e, a destra, del Canal d’la Grila”. Come si ssa “cuvia” è un vocabolo latineggiante che significa “nascondigli”; “mariò” è, invece, un termine di derivazione franco-provenzale che vuol dire “ladri” o “briganti”; mentre “grila” viene da “grida” con passaggio dalla consonante dentale occlusiva alla dentale laterale.
Si tratta, dunque, di aggressioni o ruberie attuate da briganti o ladri, che trovavano nascondigli negli anfratti più a monte, nei confronti di viandanti che, aggrediti, lanciavano grida in cerca di aiuto.
Ma può anche darsi che la fantasia popolare con quella toponomastica abbia voluto ingigantire la storia dando sembianze umane a fenomeni di assestamento tettonico come scricchiolii, rotolamento di massi, frane, caratteristici di un paesaggio ancora geologicamente giovanile.
Comunque sia, tutte le ansie, le paure, le dicerie relative a fatti accaduti, o presunti tali, durante il percorso erano così condivisi da essere riportati a futura memoria in uno scritto inciso nelle campane della chiesetta, che portano la data del 1303: ” ne mentes laedant fantasmata cuncta recedant” (traduzione letterale: tutti i fantasmi si allontanino per non turbare le menti).
L’attività dei “Cristofori” diventa il nome della località
Non è dato sapere, oggi, se il primo a fermarsi e mettere su casa nella località di “Sass-Tecc” sia stato un “Cristoforo”, cioè un traghettatore, un accompagnatore, un viandante di passaggio: all’uno o all’altro è certo piaciuta l’idea di ingentilire l’asprezza di quell’ambiente con la coltura agricola e di ripercorrere le vestigia degli antichi abitatori delle Statue Stele. A sottolineare, infatti, l’importanza di questo territorio ai fini degli insediamenti umani e della viabilità che in gran numero utilizzavano la “strà di Tempi”, sia che avessero avuto obblighi di fedeltà verso i Malaspina sia che avessero voluto raggiungere i centri più a sud senza dover pagare il pedaggio al castello del Piagnaro di Pontremoli. Fu così che il nome della funzione, del mestiere, cioè l’attività di accompagnamento dei “cristofori”, che si esercitava in quel luogo, finì per assorbire , nelle comunicazioni esterne, numericamente più diffuse e geograficamente più vaste rispetto a quelle del luogo, il nome stesso della località: “Sass-Tecc” è così diventato “San Cristoforo” e la “chiesetta”, dedicata alla Madonna Immacolata, ha preso a chiamarsi “chiesa di San Cristoforo” come a riunire in un unico simbolo la protezione divina e materna della Madonna e quella umana degli accompagnatori.
Gianpiero Bertoni, Il Corriere Apuano, 14.7.2001
- “La strada di Annibale” – Cfr. Manfredo Giuliani, La via del Borgallo, il pagus vignolensis e il Castrum Grundulae
- Cfr. Franco Cardini, La mobilità nei secoli. Vie romee e ferroviarie in mostra didattica ad Aulla, il Corriere Apuano n. 22 del 3 giugno 2000