
Per decenni Settimo Galloni aveva percorso le strade della transumanza dal mare all’Appennino
Ha passato i caldi mesi estivi con il suo gregge nella piana di Luni, riandando probabilmente, come ormai da molti anni, con il pensiero all’aria fresca dei monti dove aveva trascorso tante estati, e con l’arrivo dell’autunno Settimo Galloni, il pastore che da Ortonovo portava ogni estate le sue pecore alla Cisa, se n’è andato per sempre.
Aveva iniziato a salire ai pascoli dell’Appennino negli anni Cinquanta, prima in Tabertasca, poi a Groppo del Vescovo, infine alla Cisa, spostandosi cioè di volta in volta dove i prati sembravano migliori e dove le terre venivano lasciate libere dai contadini che nel frattempo erano emigrati.
Per oltre trent’anni, a maggio inoltrato, quando le viti in germoglio non consentivano più di mantenere gli animali nelle terre del piano, caricava il gregge sul treno che lo portava fino a Pontremoli e da qui s’avviava verso Mignegno e la Valdantena fino a raggiungere Gravagna e quindi la cima dei monti. Uno spostamento che richiedeva tre giorni per giungere alla meta, sostando in aree già concordate per far riposare gli animali, mentre secchi e paioli, gli strumenti necessari, alla lavorazione del latte e quanto occorreva per la vita sui monti, venivano portati alla Cisa dai camioncini che da Pontremoli raggiungevano Sarzana per rifornirsi di verdure. Su questi monti, a Berceto, Settimo aveva condiviso con la moglie la non facile vita del pastore e qui avevano portato successivamente i figli.
I contatti più frequenti durante i mesi trascorsi lassù erano quelli con i contadini che lavoravano le terre alte, con i quali, una volta stabilite le regole, s’instaurava un rapporto di scambio reciproco, come da sempre è avvenuto negli ambienti più isolati.
All’arrivo questi aiutavano il pastore a costruire o a riparare la baracca di frasche dove avrebbe trascorso l’estate, i pastori si univano poi ai contadini di Marra e di Corniglio nel lavoro della fienagione, quando anche i prati più alti venivano falciati e poi spazzati con frasche di faggio, per non perdere la parte più fine del foraggio; i ragazzi attendevano soprattutto allora la festa che concludeva la fatica , quando le tragge arrivavano cariche di salumi e di lambrusco e non mancava chi portava una fisarmonica.
Ai paesi scendevano quando dovevano rifornirsi di qualche genere di prima necessità e per lasciare i loro prodotti alle botteghe; talvolta venivano anche invitati alla festa del Santo Patrono, a San Rocco a Gravagna ad esempio, ospiti dei contadini con i quali erano in contatto sui monti. Alla fine dell’estate vendevano agli abitanti dei paesi 2i magroni”, quei maiali che avevano allevato con il siero del latte, destinati ad essere poi ingrassati con la farina di castagne.
Ai primi di settembre, pagato con i formaggi l’affitto dei pascoli, ripercorrevano a ritroso il cammino dell’andata, avviandosi verso il piano e sostando lungo la strada, ospiti per la notte di qualche famiglia a cui lasciavano il latte che doveva essere munto alle pecore; si fermavano poi vicino al cimitero in attesa di poter caricare gli animali sui vagoni.
All’inizio degli anni Ottanta questa transumanza si è interrotta, chiudendo un rito che in forme diverse durava da secoli.
Settimo con il suo gregge è rimasto per tutto l’anno nei prati lungo il Parmignola ed i nostri monti cominciano a mostrare segni dell’abbandono.
Da Il Corriere Apuano