Un’antica tradizione popolare lunigianese ormai scomparsa
Nel prato sotto casa l’erba si è risvegliata senza che ce ne accorgessimo, giorno dopo giorno è cresciuta e il verde smeraldo ha preso il posto di quello stremato dalla brina ghiacciata di febbraio.
Sull’Appennino barlumi di neve disegnano curiose strisce bianche che sembrano appese ad asciugare al vento di tramontana, tra le gole dell’Orsaro.
È così tutti gli anni, quando non è più inverno e non è ancora primavera, come a sera, quando il tramonto non è ancora la fine grigia del giorno, ma è un’esperienza indicibile, un caos di colori, di emozioni.
Bisognerebbe darle un aiuto a questa primavera che avanza a passo lento, così come facevano gli antichi con quei loro riti pagani che fecondavano la terra stanca dell’inverno: parole al cielo, fuochi alla terra, processioni erranti nei campi. E il sole tornava a scaldare…
Dare una mano, insomma, ad oltrepassare la soglia tra inverno e primavera. C’è sempre da oltrepassare una soglia nella vita, con l’incertezza di un piede non più fuori e l’altro non ancora dentro.
È lì che ti assalgono i demoni del dubbio, della paura, dei rimpianti. Demoni e Santi si rincorrono in questa primavera che sempre porta la fine del digiuno penitente della Quaresima e la rinascita della Pasqua.
E arriva, poi, il tripudio delle palme e dei rami d’olivo che mette fine alla contesa.
In un paese ai piedi delle Apuane, che la Quaresima stava per finire l’annunciavano, di casa in casa, i chierichetti portando proprio Lei, in sembianze di vecchia, fino al limitare delle soglie delle case e chiedendo in cambio un dono.
Già da tempo a Vecchietto, l’ultimo paese che i pellegrini che vanno a Roma incontrano prima di scollinare e vedere il mare, Paola aveva cercato cose vecchie tra armadi e bauli, aveva chiesto alle vicine e cercato nella cascina.
Toccava a lei, quell’anno, dare vita e costruire la Vecchia, la donna fantoccio che avrebbe rappresentato la Quaresima.
Nella cascina aveva trovato quella vecchia sedia impagliata con lo schienale ormai intaccato dai tarli e non più riparabile: c’era stata la tentazione di bruciarla nel falò di martedì grasso, acceso per salutare il Carnevale che andava in Lombardia, ma poi aveva pensato bene che avrebbe dovuto “sistemare la Vecchia”, metterla a sedere.
Per vestirla aveva scovato: la mantellina di lana blu a maglie larghe, di lana sfilacciata che si era fatta la nonna, morta da anni.
L’aveva tenuta per ricordo, ma poi, chi l’avrebbe conservata dopo di lei? Un paio di pantofole, ormai bucate dall’alluce destro, erano giù in cantina per quando, tornando dai campi, lasciava le scarpe e le usava giusto per fare lavoretti di pulizia. Per le calze nessun problema, di calzini bucati di suo marito in casa ne aveva tanti.
La gonnella era la sua, ormai non la metteva da molto tempo, era leggera, estiva, ma non avrebbe patito il freddo, la Vecchia.
Il grembiule sì era stato un problema: Paola aveva trovato un gettone d’oro nelle scatolette di carne Simmenthal e le avevano regalato un set di grembiuli con la scritta della ditta, che cancellò con una passata di minio, quello per lucidare i cerchi della stufa economica.
Con una maschera da carnevale e il fazzoletto o, meglio, la tovaglia piegata in testa, la Vecchia l’aveva legata alla seggiola, elegantemente pronta per intraprendere la sua passeggiata di casa in casa.
I chierichetti della parrocchia la settimana prima della domenica delle Palme si prendevano cura della Vecchia di una smisurata bruttezza e, seduta sulla seggiola, in due, a turno, la portavano di casa in casa e la mostravano agli abitanti dicendo: “Eccola! Se ne va la Quaresima! La Vecchia vi saluta!”
Traballava la Vecchia, portata su e giù per il vicolo acciottolato e scivoloso per la pioggia e il muschio. Dalle porte di casa uscivano gli abitanti, con uova, formaggi, salumi che finivano in un cestino e poi, terminato il girovagare, i chierichetti andavano in canonica, dove il prete li attendeva, pronto a imbandire la cena con i doni raccolti.
I ragazzi più grandi, mentre la Vecchia faceva il suo giro di casa in casa, erano andati nei bozzi intorno al paese a pescare le rane che vi erano abbondanti: le avrebbero pulite e poi, assieme alle uova raccolte dai chierichetti, avrebbero cucinato una gran frittata.
Ma chissà se almeno il prete sapeva che la Vecchia, brutto fantoccio, rappresentava non tanto la Quaresima, avara, che faceva digiunare, quanto la terra che aveva dormito il sonno dell’inverno e che in antico, con i primi segni della primavera, veniva bruciata per fertilizzare la terra.
Ma a Vecchietto di tutto questo non avevano memoria, la Vecchia non la bruciavano per fertilizzare la terra. Ricordava loro soltanto che finiva il digiuno e che era tempo di salutare l’arrivo della nuova stagione e di far festa. Il fantoccio di Paola non l’avrebbero più bruciato e sarebbe finito nel fienile in attesa della prossima primavera.
Con gli anni in paese non ci furono più bambini e neppure il prete in parrocchia, così la Vecchia di Paola è finita in museo, donata perché almeno della tradizione antica del paese restasse da qualche parte la memoria.
Riccardo Boggi, “Se ne va la Quaresima! La Vecchia vi saluta!”, Il Corriere Apuano, 7.3.2026

