“ Audi, audi, audi et intellige mirabilem et velocem Dei vindictam et castigationem debitam”: così Joannes Maria de Ferrariis, vulgo ser Marione, in una delle primissime pagine del suo Chronicon Pontremulense 1526b – 1543.
Quale il motivo dell’accorato richiamo, implicitamente significativo di deplorazione e di ammonimento? Quali i torti, i peccati, i delitti colpiti dallo straordinario, pronto, meritato castigo? Quali il modo, il tipo e le forme della vindice punizione?….
Vediamolo in pochi tratti.
Ai primi di marzo del 1526, Pontremoli pativa di una situazione strana e oltremodo angustiata. Sforzino Sforza, suo Governatore in nome del Duca di Milano – andatogli a male il tentativo di ritogliere Rocca Sigillina ai Noceti – aveva fatto ritorno in Lombardia e da una ventina di giorni si trovava tra gli 800 “fedeli” bloccati d’assedio nel castello milanese di Porta Giovia insieme col duca Francesco II Sforza che l’imperatore Carlo V aveva dichiarato ribelle e decaduto. A Milano aveva assunto carica e funzioni di Governatore Imperiale il marchese Del Vasto nel cui nome e con le cui credenziali, il 27 febbraio, era giunto a Pontremoli il capitano Ferrando Vitelli che dal Consiglio Generale della Comunità aveva ottenuto l’elezione del napoletano Fabrizio Maramaldo a Governatore “totius terrae et Communis”. Il Castello del Piagnaro, peraltro, era rimasto in pieno potere degli Sforzeschi per i quali Sforzino aveva continuato ad essere il solo Governatore legittimo.
A rendere più incisive le spiacevoli conseguenze di tale assurda condizione di “governo” ed a fare più tormentata la vita già difficile per la tempestosa presenza, nel Borgo ” et in villis proximis”, di massicci contingenti di milizie prevalentemente spagnole, esplosero, con esasperata violenza, conflitti sanguinosi fra gli abitanti della “terra murata” e i “rurales” : questi ultimi risolutamente e ostinatamente restii a concorrere nelle forti spese che la Comunità era chiamata a sostenere per l’alloggio e il vitto delle mal tollerate, prepotenti soldatesche.
Una rissa accesasi il 15 aprile nel greto del Verde – “in medio glaree” (an mèz a la jèra, diremmo oggi) fra Casa-Corvi e Vignola – aveva avuto come conseguenza diretta la morte di due burgensi e di un rurale, oltre al ferimento, più o meno grave, di numerosi altri; e come pronto seguito, un moto di generale ribellione dei “rusticos de toto districtu Pontremuli” contro il Borgo.
Il giorno 26, oltre venti giovani, parte di Cacciaguerra supra e parte di Cacciaguerra infra, ai quali s’erano aggiunti sette o otto elementi di Ponticello, “non volentes amplius pati tam crudelem rusticitatem”, avevano dato urto, in Verdeno, contro un folto gruppo di “villani” incalzandoli gagliardamente fino a Scorano, alcuni uccidendone, molti mandandone malconci e un paio catturandone e tenendone prigionieri per diverse ore.
La sera del giorno seguente, poi, circa tre centinaia di contadini di Arzengio e di Valdantena, avendo fatto irruzione dentro Pontremoli fino al palazzo del Comune, prontamente rinforzati da un altro mezzo migliaio di accorsi da Zeri, da Rossano e da Traverde e da altre ville – avevano provocato la subita reazione di un centinaio di giovani burgensi armati “cum bonis scopletis”; – per cui, gran baccano e furibondi scontri con ancora qualche morto e buon numero di feriti.
Il peggio, però, era successo nei giorni fra il 3 e il 16 maggio, quando ( dopo una parentesi di relativa tregua dovuta agli intimidatori interventi del governatore Maramaldo attraverso i suoi Vicari), giovani di terra murata e rurali avevano battagliato lungamente ed aspramente in Verdeno, sotto la Costa, in zona di Vico e in bassa valle della Capria dove si erano portati anche uomini dei Malaspina di Filattiera e di Mulazzo e partigiani dei Noceti scesi da Rocca Sigillina. Bilancio complessivo, una ventina di uccisi, oltre al solito considerevole numero di feriti.
Probabilmente, a questo punto, era stata diffusa convinzione che le cose avessero toccato un anche troppo alto limite di drammaticità con anche troppo larga diffusione di sangue, a rendere possibile un accordo di pace “inter rusticos et homines terrae”; accordo per il cui conseguimento – collaborando con i Commissari del Maramaldo – aveva efficacemente e meritoriamente operato il marchese Guglielmo Malaspina di Lusuolo. E fu proprio allora che, arrestata almeno per il momento la triste sequela dei colpevoli eccessi, l’appassionato Cronista si dispose ad annotare e commentare i successivi avvenimenti scorgendovi il segno di una suprema condanna per tanti esecrabili misfatti.
Di lì a poco più di un mese, ecco ser Marione registrare lo scoppio della PESTE, importata di Toscana e rapidamente propagatasi nella vallata del Verde, in val di Dobbiana e nell’alto bacino della Magra, venendo più gravemente investite dal morbo, fra le non poche altre, le ville di Traverde, Bratto, Montelungo, Versola, Cavezzana d’Antena, Groppodalosio, Gravagna e Cargalla, con altissimo numero di contagiati e con forte numero di morti.
Poi, in diretto rapporto con i “guai e disastri” comportati dagli eventi succedentisi in Lombardia e particolarmente nel Milanese, lo scatenarsi di CONFLITTI fra i diversi pretendenti alla Signoria o al Governo di Pontremoli, culminati, nel settembre-ottobre (contro il decretato avvento di Sinibaldo Fieschi a Governatore di nomina imperiale), prima in una baldanzosa irruzione di bande dei Noceti in terra murata, respinta a seguito di focosi scontri con alterna fortuna; poi nella scellerata gesta di duemila “lombardi” venuti in aiuto al Castellano sforzesco del Piagnaro e spietati esecutori, in Pontremoli, di una selvaggia serie di violenze, distruzioni, saccheggi, ruberie, ammazzamenti perpetrati con estrema ferocia.
Finalmente, in aggiunta ad un maligno rincrudimento dell’epidemia di peste con impressionante ripresa di mortalità specialmente nelle campagne, – (“nota, nota diligenter, nota qualitatem anni supradescripti 1526!”) – il pauroso spettro della FAME per la gran carestia che faceva salire ad altezze proibitive il costo dei rarefatti generi di elementare necessità e che non mancava di allineare altre cifre di vittime a quelle già tanto dolorosamente pesanti degli uccisi dalla pestilenza.
PESTE, FAME e GUERRA – presenti e operanti TRE dei quattro sinistri Cavalieri dell’Apocalisse.
Proprio un Castigo di Dio.
Il quale, comunque, non servì ad evitare che situazioni del tipo di quelle da ser Marione amaramente riprovate ( ed evocanti, purtroppo, in un dilatato quadro di esacerbata intensità, la storia remota e vicina di altre funeste lotte fratricide) avessero a ripetersi, e con riprese a tempi nemmeno molto lontani.
Cesare Reisoli, Voci di Val di Magra, Arti Grafiche Boati, 1969