
Per ragioni difficilmente determinabili nella valle del fiume Magra e dei suoi affluenti si sono conservate immagini umane scolpite in pietra risalenti dalla tarda preistoria agli ultimi secoli che precedettero la romanizzazione.
Sono le sopravvissute tracce di una grande religione che al superamento dell’età della pietra e al diffondersi di quella grande invenzione che furono i metalli, trasformò la pietra in oggetto di culto, in segno di memoria perenne capace di superare e di vincere il tempo. All’ amigdala, all’ascia, alla punta di freccia, oggetti sacri nei lunghi millenni della preistoria , sostituì una pietra non più funzionale e necessaria alla sua vita quotidiana, ma altrettanto essenziale alla sua nuova vita spirituale.
Che siano divinità vere e proprie o soltanto personaggi emergenti, guerrieri e grandi madri, che si volevano ricordare e commemorare, non ha molta importanza. Questa folla misteriosa e suggestiva, queste pietre, erano certamente monumenti (monere, che vuol dire ricordare) nei quali si trasfondeva una carica di affetto e di amore che, in tutti i casi, doveva confluire in quell’acceso sentimento che oggi chiamiamo idolatria.
Rappresentano uomini, generalmente armati, e donne, secondo una tecnica che varia nei secoli con l’evolversi dello sviluppo civile e col progredire sociale, militare e religioso delle varie tribù. Dal III millennio a. C. fino alla romanizzazione le statue- stele della Lunigiana, con le loro forme, con le diverse armi, con i differenti amuleti, nella loro stessa tecnica rappresentativa, riescono a darci preziose informazioni sulle popolazioni che le hanno pensate, che le hanno scolpite, che le hanno venerate e che le hanno anche distrutte. Come i grandi monumenti megalitici dell’Ovest europeo, o quelli di più limitate dimensioni sulle colline del golfo della Spezia, anche queste pietre rappresentavano una necessità culturale, un preciso bisogno dello spirito, l’espressione di una credenza religiosa, la quale in valli, in paesi e in continenti diversi ha assunto valori e significati diversi. Frantumate e disperse dalle loro antiche sedi, dai loro templi montani, dalla sommità dei villaggi, il tempo le ha poi stratificate in profondi sedimi, sotto le fondamenta delle chiese, nel protervo abbraccio di secolari radici, le ha ridotte a pietre tra le infinite pietre delle mura castellane, dei borghi, delle macerie tra campo e campo, tra selva e selva. Di questo grande naufragio ogni tanto appare un relitto sotto il vomere dell’aratro o nella benna di un escavatore ed è come se il solco operasse un’improvvisa resurrezione. Dal grembo della grande madre-terra, dal pensiero di lontane generazioni torna improvvisamente un messaggio, una spenta voce, eloquente o sibillina, un preciso segno che vuol farsi decifrare, capire, che vuol farsi amare.
Le immagini di questo ricostituito Pantheon dell’antichissima val di Magra si trovano raccolte nel singolare ” Museo delle statue-stele lunigianesi”, allestito al castello del Piagnaro a Pontremoli.
Cinquantanove sono le statue stele rinvenute nel breve territorio della Lunigiana storica; ; un numero rilevante, qualora si consideri la consistenza di gruppi di analoghi monumenti presenti in Italia. Si può, pertanto, affermare che le statue-stele della Lunigiana rappresentano una delle raccolte più ricche, più omogenee e più significative d’Europa.
Ingiuriate da un lungo abisso di secoli, forse vituperate e maledette, queste immagini hanno trovato finalmente pace e serenità nella solenne quiete del castello di Pontremoli. Un castello tutto per loro. Lassù, alla sommità della valle, si trovano immerse in un silenzio ed in una penombra che ricorda molto le antiche boscaglie appenniniche; una bianca luce radente le avvolge, come un’apparizione, per risvegliare le rigide venustà e per scoprire la potenza delle loro armi.
In originali o in calchi il Museo di Pontremoli offre una visione completa di questo popolo in pietra: sono tutte statue-stele scoperte in Lunigiana in questi ultimi due secoli. E’ un popolo che vive nei simboli della sua vita quotidiana, con le sue armi, con i suoi amuleti e che sembra essersi fatto pietra per poter giungere fino a noi, per renderci partecipi della sua lenta e sofferta trasformazione: dall’ottuso schematismo del cippo alla grande conquista della scrittura.
Nel Museo di Pontremoli si può seguire questa singolare avventura, che è la stessa avventura dell’uomo, del suo crescere, del suo trasformarsi, del suo maturare.
Dalla Prefazione di Statue stele lunigianesi di Agusto C. Ambrosi, Sagep Genova , 1988