SU UN RITROVAMENTO A SAN CRISTOFORO GORDANA

Non posso presentare l’annunziata comunicazione intorno al ritrovamento di un secondo esemplare di menhir, scavato in un castagneto dissodato, a San Cristoforo di Pontremoli., perché la notizia della scoperta mi era stata inesattamente trasmessa. La stessa persona che aveva data la notizia di una pietra lavorata, venuta in luce, nel 1948, in occasione dello scasso dello stesso castagneto, nei pressi del villaggio di S. Cristofaro (Pontremoli), in luogo detto “la piana”, sul fianco destro della valle della Gordana, pietra riconosciuta poi per un frammento di statua-menhir (si veda sul Giorn. Stor. della Lunigiana, N.S.I., 1°), mi aveva avvertito che, nella stessa località, e a poca distanza dal luogo del primo rinvenimento, era stata ritrovata, pochi giorni innanzi, una pietra simile alla precedente.

A cose viste sul luogo, resultò poi che si trattava, invece, di cosa del tutto diversa. Il nuovo oggetto scoperto nel terreno, alla profondità di circa 50 cm, come il precedente menhir, aveva la forma di un troncone di macigno alquanto friabile, di colore giallastro per effetto di una forte ferrettizzazione, che misurava (tenuto conto di un suo frammento trovato a poca distanza) cm. 121 di lunghezza e circa 13 cm di larghezza, nel punto più largo di quello che pareva il suo lato anteriore: aveva forma approssimativamente piramidale, grossolanamente spianata sui fianchi. La pietra era attraversata irregolarmente da venature di formazioni cristalline, in alcuni tratti più marcate ed evidenti.

L’oggetto scoperto non aveva, dunque, niente da fare con i ben noti e caratteristici menhir della Lunigiana, e veniva quindi fatto di pensare, data la strana forma della pietra, a un lusus naturae dovuto all’azione di agenti naturali, come il processo della sedimentazione, della erosione e all’opera di occasionali spostamenti, rotture e sfaldamenti. Tuttavia, dopo la prima impressione, una più attenta osservazione della pietra e alcune considerazioni suggerite dalla caratteristiche della località potevano dar motivo ad alcune riserve su quel primo giudizio. Non era, infatti, da trascurare la circostanza che la pietra era stata ritrovata nello stesso appezzamento di terreno che aveva dato in luce il ricordato frammento di menhir; che i due pezzi di pietra provenivano da rocce di macigno della stessa qualità; che, al contrario, il terreno dove essi giacevano sepolti apparteneva, invece, ad una zona esclusivamente calcarea, cosparsa di pietrame di albarese. In quel punto della valle, il macigno compare assai più in basso, nel terrazzamento di fondo valle , sul lato destro del torrente, sottostante alle forti stratificazioni di calcare, che occupano la parte superiore della erta costa. Va dunque escluso che il pezzo di macigno possa essere pervenuto in quella località per l’azione di cause naturali, ma bisogna ammettere che, come il menhir, esso pure vi sia stato portato per opera dell’uomo.

Queste considerazioni possono anche far sorgere qualche dubbio circa la natura della forma attuale della pietra, e se proprio essa debba attribuirsi alla sola azione di agenti naturali, escludendo del tutto l’intervento dell’uomo. E il dubbio sembra effettivamente giustificato: anche senza ammettere che l’intera trasformazione della pietra sia dovuta al lavoro umano, si può tuttavia ritenere probabile che si tratti di uno di quei comuni lavori primitivi di adattamento, con i quali, vengono destinati ad usi pratici o figurativi oggetti grossolani di formazione naturale. Nel nostro caso l’uomo avrebbe completato con l’opera sua lo spontaneo lavorio di agenti naturali per fare di quel troncone di pietra una sorta di pilastro, da infiggere verticalmente nel suolo, con scopia a noi ora ignoti. Se, infatti, il macigno, per tre lati mostra una sommaria e grossolana squadratura, il terzo lato appare meglio spianato con maggiore cura e regolarità così da presentarsi come faccia anteriore. Su di questa i sottili solchi delle venature cristalline sono state evidentemente approfondite, e allargate e raddrizzate per trame, sia con le linee verticali laterali, come con quelle orizzontali e trasversali, o un primordiale ornamento, o gruppi di segni convenzionali di significato per noi ignoto. Può essere che si tratti di un avanzo esostorico da classificare tra i più comuni prodotti della più rozza arte popolare rustica, ma si potrebbe anche pensare, a un manufatto preistorico o protostorico del tipo delle “pietre fitte” delle Puglie, o dei menhirs (=pietre lunghe) delle regioni celtiche, o dei” Monaci della Corsica” ecc., riferibili forse al culto del pilastro. Non bisogna, in questo caso, dimenticare l’ambiente paletnologico di questa montana e isolata vallata, dove non mancano tracce di antiche idolatrie indigene, come dimostra la leggenda pastorale del Monte Burello, che sembra collegarsi ai culti delle cime e delle pietre, dove sono ancora vive tradizioni relative a caverne abitate da uomini primitivi, o alla fantastica “via di Annibale”, ricordo evidente di tracciati di arcaiche comunicazioni, e dove, ad ogni modo, rimangono le ben sicure testimonianze preistoriche del ricordato menhir e del non lontano sepolcreto ligure di “Mondagno”.

Manfredo Giuliani, Memorie Accademia Cappellini, anno 1958