Dai paesi più poveri dell’Appennino un’emigrazione del tutto particolare verso le città dell’Europa settentrionale fino alle Americhe. A Parigi fu definita “l’orda barbarica”.
La massiccia diffusione dell’organetto“ di Barberia” avvenne tra Otto e Novecento con lo sviluppo demografico e la crescente domanda di lavoro. Spesso i suonatori erano bambini reclutati nelle aree più povere d’Italia da impresari senza scrupoli.
Fuggire da una condizione di fame e povertà, cercare nuove risorse, costruire diverse condizioni di vita per sé e per la propria famiglia: questo è stato il progetto, il più delle volte obbligato, di milioni di uomini e donne nel corso degli ultimi due secoli in Europa. Fin dai primi decenni dell’Ottocento, infatti, l’aumento della popolazione anche nelle aree più depresse d’Italia aveva reso i territori incapaci di mettere a disposizione di tutti la possibilità di una vita dignitosa.

Partire era una delle poche possibilità a disposizione, anche per quanti non erano in possesso di particolari professionalità visto che in maggioranza avevano sempre svolto l’attività di contadino, magari giornaliero.
Molta parte di questa massa di persone senza “mestiere” andava spesso a formare la folla indistinta dei “girovaghi”, attività che rappresentava l’unica loro possibilità di raccogliere un po’ di denaro. E poteva succedere che molti di questi “ambulanti”, magari provenienti da un particolare territorio, si “specializzassero” in un particolare “mestiere”, tipico dell’area geografica di provenienza. Dai paesi della valle del Taro, ad esempio, si partiva per proporre spettacoli con le “bestie da gioco”, scimmie o orsi che fossero; dalla Garfagnana generazioni di “figurinai” sono state impegnate a vendere statuine di gesso spesso autoprodotte in loco; dalla Lunigiana i merciai ambulanti si recavano al nord per vendere merce minuta…
Ma fin dalla metà del Seicento esisteva in Europa – ben noto è il caso delle aree urbane della Francia – un “mestiere-rifugio” che non richiedeva alcuna professionalità: il suonatore di strada. Si trattava di una presenza molto diffusa, spesso quotidiana, che viene infatti raffigurata anche in stampe e quadri dell’epoca come nel caso del pittore olandese Karel Du Jarden (Amsterdam 1626 – Venezia 1678).
Suonatori ambulanti, spesso accompagnati dalle evoluzioni di una scimmietta, che già nel Settecento alla tradizionale ghironda sostituiscono uno strumento che non necessita di alcuna abilità: l’organetto “di Barberia”.
Il nome si fa risalire a quel Barbieri che a Modena nel 1737 ne aveva prodotto una prima serie e che già sul finire del secolo aveva avuto una notevole diffusione per arrivare, nel corso dell’Ottocento, a moltiplicare a dismisura il numero dei suonatori di organetto nelle strade di città e villaggi dell’Europa occidentale. Ma anche nei Paesi più orientali del vecchio continente e, poco più tardi, anche negli Stati Uniti e in udamerica.
Francia, Inghilterra e Germania assistono al proliferare di quella che a Parigi, già all’inizio dell’Ottocento, è definita “l’orda barbarica dei suonatori di organino” in arrivo dall’Italia. Vengono descritti come una massa di disperati, formata spesso da bambini “reclutati” nelle aree più povere d’Italia, compreso il nostro Appennino, da impresari senza scrupoli. Bambini non di rado ridotti in un regime molto simile alla schiavitù e obbligati a formare un esercito di veri e propri mendicanti impegnati, soli o con il supporto di un adulto, a chiedere l’elemosina al suono degli organetti.
Se con il tempo le cose cambiano e la condizione dei poveretti evolve in positivo, essa resta pur sempre di profondo sfruttamento.
Studi significativi sono stati realizzati negli ultimi anni relativamente alle aree dell’Appennino Parmense; in particolare l’ampio e documentato saggio “Per procacciarsi il vitto” (2005) di Giuliano Mortali e Corrado Truffelli ci offre uno spaccato delle realtà sociali nelle valli del Taro e del Ceno e dell’emigrazione come possibile risposta ad una condizione di miseria. Ma le valli della Lunigiana in generale e del Pontremolese in particolare non fanno molta differenza. Doveva essere, infatti, un suonatore ambulante il giovane di Parana di Mulazzo, al quale non è ancora stato possibile dare un’identità, che negli anni Ottanta dell’Ottocento ebbe il permesso di frequentare le fiere in decine e decine di località della Francia come ben ricostruito da Caterina Rapetti in occasione della mostra “Gente di Toscana. Nostre storie nel mondo” grazie al libretto ove erano stati annotati i permessi ottenuti dalle autorità di città e paesi frequentati fra il 1882 e il 1886.
E non è un caso se i Cocchi di Bratto, a cavallo tra Otto e Novecento, danno vita ad un’impresa, in società con Bacigalupo e Graffigna, per la produzione di organetti a Berlino.

Strumenti che si diffondono praticamente a livello planetario, trasmessi di padre in figlio o acquistati in buon numero da impresari che li affidavano ai disperati di turno. Fabbriche di organetti sono testimoniate anche al di là dell’oceano: a New York ne aveva aperta una Giuseppe Chiappa, artigiano partito prima alla volta dell’Inghilterra da Scopolo, piccola frazione montana del Comune di Bedonia, nella parmense alta valle del Ceno, noto per aver iniziato a fabbricare questi strumenti a Londra nel 1864. Nel grande quartiere taliano della Grande Mela, la “Chiappa & Company” rimase attiva fino al 1893 producendo “organetti di Barberia” e pianoforti a tamburo utilizzati poi dai suonatori ambulanti che spesso arrivavano dall’Europa e in particolare dall’Italia.
Di recente mi sono imbattuto, infatti, nella storia di una numerosa famiglia di origini pontremolesi emigrata negli Stati Uniti sul finire dell’Ottocento: sull’isola newyorkese di Ellis Island, la porta degli Stati Uniti per milioni di emigranti, gli uomini vengono registrati come “musician”, cioè suonatore, musicante, e i discendenti ricordano che fino a qualche decennio fa in casa c’era quell’organetto riportato in Italia con cura visto che aveva contribuito a realizzare una piccola fortuna. Sì, perché quando un “musicante” riusciva a mettersi in proprio, acquistando uno o più organetti, la condizione di sfruttamento non lo riguardava più e il “mestiere” gli consentiva di risparmiare discrete somme di denaro che gli permettevano di tornare in Italia spesso in una condizione di privilegio.
Paolo Bissoli, Il Corriere Apuano, 31.8.2024