TOMBA AD INCINERAZIONE NELL’ ALTA VAL DI MAGRA


Il vaso ritrovato nella tomba; è conservato nel Museo Archeologico della Spezia sito nel Castello di San Giorgio

Nella primavera dello scorso anno (1938), durante i lavori di scavo per la costruzione della strada dall’Arzelato a Zeri, nell’Alta Val di Magra, (Comune di Zeri), fu casualmente messo in luce un sepolcreto arcaico che, disgraziatamente, andò quasi del tutto disperso, salvo un vaso fittile. Secondo le notizie che è stato possibile mettere insieme, la tomba conteneva tre vasi di terra, qualificati dai presenti per pignatte, che si trovavano allineati nel fondo della fossa. Ognuno dei vasi era coperto da un a sottile lastra di arenaria, e, al di sopra, a guisa si coperchio della tomba, stava poi un grosso lastrone della stessa sorte di pietra, comune nella località. Questo lastrone era stato squadrato e pareggiato con lavoro accurato, tanto che parve ai presenti che recasse anche segni di lettere, paragonabili, secondo loro, a “moltipliche”.

I tre vasi di terra, tutti della stessa forma e dimensione, a quanto è stato riferito, contenevano minuti avanzi di ossa cremate. Nessun altro oggetto sarebbe stato trovato dentro o intorno ai vasi, e solo furono notate, nel terriccio del fondo della tomba, tracce di ruggine.

La tomba giaceva, a detta degli informatori, a circa 1,20 metri sotto la superficie del suolo (1). Il fittile, di argilla mal depurata e d’impasto grossolano, è fatto a mano e cotto a fuoco libero: ha la forma tipica di due tronchi di cono congiunti per la base , con sagoma carenata con l’aiuto della stecca, l’orlo del collo tondo, svasato all’esterno. Manca il piede e la base è ottenuta con una irregolare schiacciatura del fondo, lasciato assai rozzo e scabroso. Esteriormente è di colore grigio, con parti rossastre e annerimenti: internamente invece è stato accuratamente lucidato a nero con la spatola. Un frattura dell’orlo permette di osservare nell’argilla tracce di sostanze quarzose e di materie nerastre, forse polvere di carbone, ingredienti probabilmente introdotti nella pasta per renderla più resistente alla cottura e meglio suscettibile della lucidatura a nero. L’urna manca di manici e di ornamenti, salvo due piccole protuberanze ai lati, arrotondate a a cono con le dita. Essa misura cm. 14,3 di altezza; cm. 20,2 di diametro nel punto più largo e cm. 17,3 alla bocca; ha nelle pareti, assai irregolari, uno spessore di mm. 5 circa.

L’urna, così come mi è stata mostrata, conteneva, sino oltre la metà, minuti avanzi di ossa carbonizzate e calcinate, senza ceneri o oggetti frammisti. Bisogna però tener conto che anche questo vaso salvato dalla distruzione appena scavato, fu vuotato per scrutarne il contenuto e che, probabilmente, fu poi riempito dei soli avanzi ossei mescolati forse con qualche resto proveniente dagli altri cinerari distrutti, in modo che, successivamente , non poteva più dare l’idea esatta delle sue condizioni al momento della scoperta. Le ossa, residuo di piccola parte dello scheletro e ridotte in minuti frammenti, non offrono molta materia di osservazione: i pezzo meglio riconoscibili provengono dallo scheletro di una bambina ed appartengono specialmente al cranio, sebbene vi si noti pure una mandibola di adulto che avrà, forse, appartenuto ad uno degli altri due ossuarii (2).

Tra questi residui della cremazione ho trovato tre piccoli e sottili frammenti di osso, che conservano una sola faccia dura, avanzi evidentemente di uno stesso pezzo. Si può escludere che possano essere entrati casualmente tra il materiale della tomba, poichè essendo anch’essi calcinati al fuoco, è ragionevole supporre che siano essi pure residui della cremazione anche se non pertinenti all’urna superstite. Sui frammenti si nota una serie di incisioni curvilinee, equidistanti, che formavano almeno cinque cerchietti concentrici, non semplicemente scalfiti, ma incisi con taglio netto dovuto a qualche speciale istrumento. Verso il centro di uno dei pezzetti si nota la traccia evidente di un foro che ne attraversava tutto lo spessore. Il più grosso di questi frammenti misura mm. 9 x 11, ed è presumibile che facessero parte di una stessa piastrina che era, forse, rettangolare con lati non superiori a 25 mm. Probabilmente sono gli avanzi di un oggetto di ornamento, forse un bottone, o una testa di ago crinale, o un semplice pendaglio.

La tomba si trovava in una località detta la cà du lice o Cà Bertagna, nel terruitorio di Rossano, frazione Comune di Zeri, presso il luogo detto al palon, antico segno di confine del territorio dell’Arzelato, sul fianco meridionale del monte Mondagnolo (Mondagne), presso la foce di Pradalinara, che la cima di questo monte forma con la punta del Carmuschio (Carmus-c o Scarmuc), dove passa, come si è detto, l’antica mulattiera tra Arzelato e Zeri, sullo spartiacque tra i bacini del Gordana, a settentrione, e della Teglia, a mezzogiorno.

Il terreno, nel tratto dove e venuto alla luce il sepolcreto, è stato sconvolto da una antica frana che, nel passato, rese necessario di spostare in alto l’antica mulattiera, almeno due volte, e provocò la caduta e la scomparsa di ogni traccia della vecchia osteria. Nel terreno assai sciolto, misto a pietrame smosso, sul lato a monte della nuova strada, costituito dal taglio verticale, un pò più in alto del piano stradale, si nota uno strato, di poco spessore, di terra nera, di qualche metro di lunghezza, evidentemente formato da carboni e ceneri, dove si trovano mescolati pezzetti di laterizio molto rossi, di rozzissimo impasto e molto cotti, che hanno l’apparenza di frammenti di mattoni. Che tale strato sia l’avanzo del rogo appare ipotesi assai labile: come in altre tombe a cremazione, anche in questa, una parte delle ceneri dovette poi essere raccolta sul fondo della fossa per esservi deposta sopra la suppellettile funebre, perché nelle asperità della base dell’ossuario si notano grumetti di cenere finissima.

Meno facile dire se i pezzetti di laterizio, disseminati nel terreno, provengano essi pure dal sepolcreto e siano, per es., residui di fornello crematorio come sono stati trovati in altre località, oppure se si debbano giudicare avanzi di costruzioni meno remote, come appunto la vecchia osteria detta Cà du lince.

Le linea ondeggiante e spezzata dello strato marmoso rivela il profondo sconvolgimento subito dal terreno. Se, come è probabile, la tomba non era sola, il sepolcreto potrebbe trovarsi nel tratto compreso tra le due strade, poiché le urne venute alla luce dovevano essersi spostate in basso per il movimento del terreno, così da costituirne la punta avanzata, non essendosi trovata , al di sotto, nel largo tratto di terreno rimosso per i lavori stradali, traccia alcuna di altri avanzi del genere. E dello sconvolgimento della tomba pare che sia rimasto l’indizio anche sull’urna che porta, su un lato, tenaci incrostazioni di terra, effetto probabile di un parziale interramento.

I dati esposti e le scarse e incerte notizie raccolte rendono assai difficile tentare di determinare i particolari caratteri e, soprattutto, la cronologica della tomba. Sebbene le alterate condizioni del terreno e le disgraziate circostanze del ritrovamento non abbiano dato modo di avere notizie esatte della forma della fossa, della costruzione della tomba, del suo rivestimento, della presenza o assenza di cumuli o circoli di ciottoli, di stele ecc., tuttavia par lecito concludere che si tratti di una tomba del tipo ben conosciuto delle tombe esostoriche della Liguria orientale, a incinerazione, composte a cassetta, con cinque o sei lastroni di pietra più o meno squadrati, come tante ne sono state trovate in Lunigiana.

Diversamente, bisognerebbe riferire la tomba ai tipi più arcaici di questi sepolcri a incinerazione, di rito italico, ciò che non pare possibile per varie ragioni e, soprattutto, per la forma del lastrone che aveva evidentemente i caratteri di coperchio della cassetta e non di semplice protezione delle urne. Che se mancano molte delle più comuni caratteristiche delle tombe a cassetta, non vi si riscontra, d’altra parte, nessun elemento che sia veramente estraneo ad esse.

Si potrebbe osservare che, contro il solito, la tomba conteneva tre ossuari e che, a quanto è stato detto, era sprovvista di quei vasi accessori che, in genere, accompagnavano caratteristicamente l’ossuario: tali particolari, però, non stanno in contrasto con la proposta classificazione poiché sono state trovate anche cassette contenenti sino a cinque ossuari riuniti, ed urne non accompagnate da vasi accessori.

La presenza del ferro, poi, sarebbe testimoniata dalle tracce di ruggine, notati nel terriccio della fossa. E si può escludere che questa tomba, diversamente dalle altre tombe a cassetta, portasse una iscrizione giacché questi segni, somiglianti a “moltipliche” notati sul lastrone che copriva la tomba non erano certe lettere, ma casuali incroci di segni lasciati dalla punta dello scalpello usato per un sommario lavoro di spianatura, come osservò giù U. Mazzini a proposito delle presunte “lettere e cifre”, che si pretesero scolpite sulle lastre di simili sepolcri scoperti a Malgrate (3).

D’altra parte questi caratteri di estrema semplicità della tomba, dato il luogo, sono forse più indizio di povertà che non di antichità. E’ noto, infatti, che le tombe di questo tipo si trovano generalmente più rozze in montagna che nel piano, e che la rozzezza e la povertà aumentano nei sepolcri più tardi del periodo romano. Così, per es., se la copertura delle urne con lastre di arenaria può far pensare ai tipi più arcaici di tombe come quelle del sepolcreto di Bismantova, può anche ricordare alcune tombe di Ceparana che vengono raggruppate con quelle del sepolcreto di Gennicciola (Podenzana), Né, in questo caso, si può avere grande aiuto, nell’indagine cronologica, dalla ceramica, sia perché il fittile superstite è sprovvisto di manici e di ornamenti caratteristici; sia per la mancanza dei vasi accessori e specialmente delle ciotole di copertura, che, nella maggior parte delle tombe di questo tipo, per una particolarità che può parere rituale, rappresentano, rispetto ai rozzi ossuari di fabbricazione locale, esemplari di manufatti più fini, importazioni di industrie più progredite; sia, in fine, perché nella regione esistono tuttora industrie locali figuline, di tecnica così primitiva, da far giudicare che si sia fissata nella località da epoca remotissima (4). Anche di manufatti del tipo della piastrina d’osso, frequentemente associati ad avanzi di età molto remota, non mancano esempi nella suppellettile della tomba a cassetta, come per es., in quella di Gennicciola, tra la quale fu appunto trovata una lamina di osso forata (5).

Si può dunque concludere che, malgrado gli scarsi ed incerti elementi di giudizio, la tomba di Mondagnè, si possa raggruppare con le tombe a cassetta dell’Alta Val di Magra, quali quelle di Pozzo, Talavorno, Filattiera e Malgrate e, per l’età, con le tombe del sepolcreto di Gennicciola, che si fa durare dallo scorcio del III secolo a.C., sino al primo decennio del I, quasi un secolo dopo la conquista (6).

L’esistenza di questo sepolcro arcaico vicino all’antico tracciato della mulattiera dell’ Arzelato per Rossano e Zeri, non è priva di interesse per la storia delle comunicazioni antiche, e, quindi, della demografia antica di questo territorio della LIguiria orientale montana (7).

In una organizzazione ruralistica, di tipo montano, connessa necessariamente a un sistema di viabilità naturale, lo spartiacque tra le vallate della Gordana e del Teglia, formato da uno sperone che si distacca dal monte Picchiara-Rotondo, sul displuvio tra Vara e Magra, a una media altezza di mille metri s. m., offriva il tramite più sicuro per le comunicazioni tra una parte della Val di Magra e le vallate della Vara e del Taro.

Manfredo Giuliani

(1): il fittile superstite, pervenuto nelle mani del Rettore di quella parrocchia, il rev. don Inno Pasquali, fu da lui fortunatamente messo in salvo. Debbo alla sua cortesia di averlo potuto esaminare e le notizie sulle circostanze del ritrovamento. L’urna con il suo contenuto si trova ora depositata presso il “Museo Archeologico Lunense” della Spezia, che, per recente deliberazione ministeriale, è considerato il centro di raccolta del materiale preistorico e protostorico della Liguria Orientale. Altri materiali di scavo, provenienti da casuali ritrovamenti verificatisi nel territorio dell’Arzelato, disgraziatamente sono andati perduti. Uno di tali ritrovamenti avvenne nella prossimità del villaggio di Caserana (Casrana), in un campo sottostante alle rovine di un vecchio fabbricato, che si dice sia stato un oratorio, nei pressi di un’antica strada che conduceva verso la valle inferiore del Teglia. In occasione di lavori agricoli vennero in luce cinque tombe a inumazione, giacenti a non molta profondità sotto il piano di campagna, consistenti in incassature quadrangolari, lunghe oltre due metri, che si restringevano nel lato inferiore, formate con muretti a secco di rozze pietre, poste orizzontalmente e non a coltello, e coperte con grossi lastroni squadrati e adattati a coperchio. Le tombe contenevano scheletri, posti supini, orientati da ponente a levante che, al contatto dell’aria, andarono in polvere. A detta degli scopritori non furono trovati tra le ossa avanzi o tracce di suppellettili. Anche in occasione di lavori nella frazione Castello, vennero alla luce alcuni oggetti di aspetto antico tra cui una specie di chiodo quadrato, ritenuto di bronzo, un manico ed un pezzo di vaso con fregi, di terracotta nerastra di apparenza primitiva. La completa dispersione di tali oggetti e la mancanza di esatte osservazioni rendono imprudente ogni giudizio sui loro caratteri.

(2) Aggiungo qui l’importante relazione del prof. Gian Battista Poletti, della R. Università di Milano, il quale, in seguito a mia preghiera, volle cortesemente esaminare gli avanzi cranici contenuti nell’urna e curare la ricostruzione degli elementi bucco-dentali di cui si è data la riproduzione fotografica:

“La massima parte delle ossa da noi esaminate, rappresentavano la volta del cranio: abbiamo però individuato anche un processo palatino, quasi completo, due frammenti di femore, pure infantili, una completa dentatura decidua, ed infine la porzione mediana di una mandibola, sprovvista di denti, ed appartenuti ad altro soggetto, adulto. Sul processo palatino e sopra i detti denti decidui abbiamo fermata la nostra particolare attenzione, perché i più importanti ed atti a stabilire, in modo assai preciso, l’età ed il sesso del soggetto al quale erano appartenuti. Il cadavere ebbe certamente a subire una prolungata cremazione, tale che dei frammenti ossei da noi esaminati, non rimane che il tessuto spugnoso, estremamente fragile. Il processo palatino edentulo, è incompleto, mancando una parte di quello sinistro e tutto il processo alveolare dello stesso lato. Sul processo alveolare destro, non esiste alcun accenno alla formazione dell’alveolo corrispondente al primo molare permanente. Il diametro palatino traverso, misurato dal centro dell’alveolo del primo piccolo premolare destro al margine estremo del frammento del processo palatino sinistro, è di mm. 26: il diametro sagittale è di mm. 35. Il peso dell’intero pezzo in esame è di gr. 2,20. L’indice palatino è pertanto al di sotto della norma, e così pure appare ridotta la forma della volta palatina; la curva dell’arcata alveolare è parabolica. I denti sono sprovvisti, tutti e completamente, dello smalto; in massima parte sono neri e come carbonizzati, fragilissimi. Rappresentano per numero e per qualità la serie decidua completa. Abbiamo individuati e confrontati ai rispettivi alveoli i denti dell’emimascellare destro, deducendo ch’essi appartennero al suddetto resto anatomico. Dei denti anteriori non esistono che le radici; i piccoli molari sono i meglio conservati; gli apici delle radici dei molari decidui, non si formarono, per cui i canali radicolari appaiono aperti. Non abbiamo riscontrato, fra questi resti dentali, alcun accenno di carie dentale, né alcun molare seienne. La forma, le dimensioni del processo palatino da noi esaminato, il numero, la specie dei denti osservati e quant’altro qui sopra messo in rilievo, ci autorizzano ad affermare che i resto ossei da noi studiati, appartennero ad un soggetto femminile, fra il terzo ed il quarto anno di vita, presentante una discreta atresia del palato, da probabili vegetazioni adenoidi. Nulla di anormale ci appare dall’esame del frammento di mandibola, appartenuta ad altro soggetto di atà adulta.”

(3) U. Mazzini, La necropoli apuana del Baccatoio nella Versilia, in Memorie della soc. Lun. G. Capellini, IV, p. 68

(4) In tali antichissime attività industriali si sono mantenute persistenze singolari di caratteri arcaici non solo nella tecnica primitiva, ma anche nel sistema patriarcale dell’esercizio, dove l’archeologo potrebbe trovare utili dati. Una primordiale fornace, scavata nel terreno che spesso da il nome alla località, serve per es. alla produzione locale di mattoni, dove, nei casi di bisogno, ogni famiglia del vicinato può produrre, o far produrre, direttamente il materiale occorrente. Nella stessa vallata del Teglia, nel paese di Castagnetoli, esiste tuttavia una antica e caratteristica industria dei “testi”, rozze stoviglie da cuocere focacce, modellate a mano e cotte a fuoco libero, con procedimenti – quali l’impiego, come tarso da ceramica, di sostanze quarzose pestate – evidentemente non dissimili da quelli usati per la fabbricazione delle urne di Mondagné.

(5) Si veda la ben nota memoria di P. Podestà in Notizie degli scavi di antichità, a. 1879, p. 295

(6) Cfr. Issel, Liguria Preistorica, parte III, cap. IV, e specialmente la spesso citata p. 594

(7) Rossano, Arzelato e Zeri sono caratteristici paesi che, come varii altri della montagna pontremolese, conservano, evidentissimo, il primitivo tipo ligure della formazione pagense: gruppi di piccoli abitati (vichi o ) disseminati in una assai larga circoscrizione o vicinanza, che ha un nome collettivo derivato spesso da originarie sue ragioni giuridiche nell’ordinamento superiore del pago o cantone, mentre ogni abitato è distinto da un nome particolare, qualche volt, diffusi di carattere gentilizio, testimonianza dell’originario agnatizio. Tracce di noti elementi arcaici come calmo, car-, bard-, barg-, -asc-, -usc- (?), sono pure evidenti in alcuni nomi di località del territorio, quali Carmuschio, Carmus-c oScarmuc, monte a pascolo, che si associa, come altrove, con Pradalinara, località prativa; Carvara, fontana sul fianco dello stesso monte; Garmerla, piccolo piano nel basso corso del torr. Gordana; la Marcinasca, podere in Pradalinara; Mezzemola o Mezzema, Msemla o Msemna, rio del Monte Burello; Coppavara, Cupavara, località sul torr. Teglia; ara d’Bardlun, località di monte; Bardine, Barghin, località boschiva, ecc; nomi connessi a voci diffuse in tutta la Liguria mediterranea con notevoli riscontri specialmente in gruppi toponomastici della Liguria di ponente. Anche i nomi di Rossano, Rusan, Torrano, Turana, si ricollegano a gentilizi romani denominatori di fundi, diffusi in tutta la Liguria, e forse il termine Linarius dei vecchi documenti, che designava una località di confine nei pressi del Carmuschio, più che una errata latinizzazione del volgare Pradalinara, è un ricordo di un limes linearius, di età posteriore alla conquista.