

Pietro Settimio Pasquali (1910 – 1940), è un giovane e promettente studente universitario residente all’Annunziata a Pontremoli, interessato agli studi etnografici e di filologia romanza. Nell’estate del 1929 si reca per qualche giorno di riposo nella casa dei nonni paterni a Torrano. Già da tempo Pasquali sta raccogliendo materiale per scrivere Un Atlante demologico della Lunigiana e coglie l’occasione per intervistare gli abitanti, raccogliendo usi e consuetudini del tempo.
Sono poche paginette, comprensive anche di un capitoletto sui cibi tradizionali di Torrano, ma è un documento molto importante, una testimonianza di prima mano di come, ancora negli anni immediatamente precedenti la Seconda Guerra Mondiale, i contadini di Torrano non fossero usi ricorrere alle cure del medico, non solo perché non ne avevano le risorse economiche ma anche perché era un percorso che esulava dalle consuetudini ataviche cui erano legati, e ricorressero nella maggior parte dei casi a rimedi empirici di provenienza medioevale che la tradizione popolare aveva fissato in usi quotidiani.
Il quadro che emerge dallo scritto del Pasquali è un crogiolo in cui si mescolano tradizione, magia, superstizione, religione.
Si ricorre con preghiere a Santa Lucia per i problemi agli occhi e a Santa Apollonia per il mal di denti (in quest’ultimo caso l’estrema ratio prevedeva di togliere il dente dolente legandolo con un spago e dando uno strattone forte), si curano le febbri facendo sudare il malato applicandogli sulla schiena i testi d’argilla riscaldati, le perdite di sangue dal naso inserendo nella narice uno stelo di erba corniarola, le scottature ungendole con olio ( si evita che la parte lesa di gonfi; è previsto anche un rimedio più curioso: applicare sulla parte del fango su cui si abbia orinato), i gonfiori al ventre dando ai bambini un uovo brinato e olio ( agli adulti invece un bicchiere di vino buono), per far andar via il latte a donne e mucche si deve applicare sul seno un impiastro di prezzemolo.
La diarrea si combatte con ortiche tritate in frittelle di grano, le distorsioni si ungono e poi si applica un impiastro di aceto, sale e cenere, infine si fascia con lana ed una pezza di tela, si provoca il vomito ingerendo bianco d’uovo e due dita in bocca, si cura la polmonite con impiastri di crusca abbrustolita.
Le donne in gravidanza combattono “le voglie” battendosi le mani sulle natiche mentre per agevolare il parto, che avviene sempre in casa, si pone sul ventre un impiastro di farina di grano abbrustolita e cenere e si copre il tutto con una fascia di lana. In epoche precedenti si usava anche mettere sul basso ventre e sulle cosce degli scudi d’argento perché “l’argento tira” ed agevola il parto.
Curiosa la cura contro l’itterizia: due pidocchi in un uovo, mentre chi vuole eliminare i porri dalle mani ha diverse opzioni: strisciare una cotica senza lardo sui porri e poi seppellirla in un luogo dove non si passerà più sino alla guarigione, oppure strisciare una lumaca e poi infilzarla su uno stecco e non passare più da quella parte sino alla scomparsa dei porri o in alternativa si conteranno tante chicchi di grano quanti sono i porri, si metteranno in una borsa che si getterà alle spalle senza voltarsi o tornare indietro. Attenzione a contare i porri di altre persone poiché si rischia di contrarne altrettanti.
Non manca il riferimento al rito della “trapiantazione”, cioè al trasferimento della malattia ad un animale o ad altra sostanza naturale: per erisipele e gonfiori si mette sulla parte malata un rospo o una rana, se l’animale muore il malato dovrebbe essere salvo.
Problematica la cura per il mal caduco: si guarisce saltando attraverso il fuoco quando viene fuso il bronzo delle campane nuove.
Vi sono infine due fonti, situate in alto su Monte Burello, cui vengono attribuite proprietà curative: l’acqua della Fontana Pastlana è adatta a curare il mal di ventre, mentre quella della Marzinasca cura il mal di testa. Attenzione invece a non bere acqua da una terza fonte, non meglio precisata ma collocata sempre in alto sul monte Burello, perché provoca vomito.
Il Pasquali ci informa della presenza in paese di una medgon (medicona), chiamata la Torana, che eccelleva nella raccolta dei semplici (erbe medicinali) e famosa in tutta la Lunigiana.