
Una caccia, quella al lupo, che in genere avveniva con l’utilizzo di tagliole tese nei punti più strategici del territorio frequentato dall’animale. Una volta catturato e impossibilitato a fuggire perché imprigionato tra i denti della trappola, l’animale veniva ucciso a fucilate o a colpi di bastone.
La caccia, tuttavia, non era libera, bensì disciplinata da appositi permessi, come testimonia quello conservato a Grondola nell’archivio familiare della succisana Andreina Micheli. Il documento, scritto a mano nella tipica grafia ottocentesca, venne rilasciato ad un suo avo il 9 marzo 1840 dal regio commissario di Pontremoli, Epifanio Manetti.
A lui si era rivolto infatti Pietro Maria Micheli, cacciatore di lupi: se voleva tendere le proprie tagliole, catturare e uccidere i predatori senza essere accusato di bracconaggio doveva dotarsi di quel permesso che gli venne rilasciato per soli due mesi e “per l’unico oggetto della caccia di qualche lupo nelle montagne di Soccisa e di Grondola”.
Il documento precisa anche che, affinché non rappresentino un pericolo, le tagliole devono essere tese “in luoghi che non servano di strada o viottolo anche privato per l’uso degli uomini o animali” e solo nelle ore “dal tramonto al levare del sole di ciaschedun giorno” pena multe salate. Inoltre il Micheli avrebbe dovuto rifondere “qualunque danno potesse avvenire altrui dall’uso illegittimamente fatto delle tagliuole medesime”.
Paolo Bissoli, Il Corriere Apuano, 2 giugno 2023