Casalina di Valdantena
Sono le dieci antimeridiane del 24 ottobre 1944.
Mia moglie, sentendo bussare alla porta si fa sull’uscio. – Abitare qui, commissario Bixio? – le chiede uno sconosciuto che porta una stinta divisa alleata ed è armato di pistola e di sten. – Scusi, lei chi è? – chiede a sua volta mia moglie diffidente. – Io essere ufficiale inglese, cercare subito commissario, essere urgentissimo. – Mio marito è in montagna preso i vari distaccamenti, ma fra non molto sarà qui; se vuole aspettare…… – Cercare, cercare subito! – insiste l’ufficiale – Voi essere moglie e quella figlia? Al cenno affermativo, risponde con un laconico: ” bene!…io riposare….”.
Chiede permesso e passando oltre la piccola cucina, va a sdraiarsi sul piccolo materasso di crine posto a terra in un angolo della stanza. Tiene stretto tra le braccia lo sten libero di sicura. Dopo pochi minuti russa leggermente. Mia figlia, preoccupata che l’arma posta sul petto, dalla parte del cuore, possa influire sulla normalità del sonno, sposta leggermente lo sten alla sinistra del dormiente.
Mentre sto percorrendo il sentiero che dai distaccamenti di Comproma, porta a Casalina, incontro la staffetta Dario Magnani. – Sua moglie mi ha mandato a chiamarlo – dice premuroso. – Perché, cos’è accaduto? – Ma, non so…mi ha detto di venirlo a chiamare di corsa….ma da quello che ho capito deve essere arrivato a casa sua un ufficiale inglese! – Strano ……di ufficiali inglesi ne arrivano continuamente…..e che bisogno c’era di mandarmi a chiamare con tanta urgenza….. Comunque accelero il passo ed in breve sono al mio domicilio. – Chi mi cerca? – chiedo a voce alta mentre sto salendo la scala. – C’è un ufficiale inglese che ti vuole parlare d’urgenza – risponde mia moglie alquanto preoccupata. – Ma….lo sarà, poi, un inglese? Fa attenzione che è armato. – Dov’è, che non lo vedo? – E’ di la che dorme, deve essere sfinito dalla stanchezza.
Con somma cautela mi affaccio alla porta della stanza ma è precauzione inutile. Lo sconosciuto, forse disturbato dalle nostre voci si scuote e si fruga intorno con una certa vivacità. – Dov’è la mia arma? grida incollerito. – E’ qui, vicino a lei – risponde con premura mia figlia, accorsa. – Glie l’ho tolta dal petto perché mi pareva che le desse noia dormendo. – Mai togliere le armi dalle mani anche quando dormire, capito? – sbraita alquanto burbero. Poi, alla mia vista, si ricompone, si alza e mi tende la mano. – Capitano Davis del comando alleato di Corniglio. – Commissario Bixio, ai suoi ordini. L’ufficiale, prima di mostrarmi delle carte, estratte da una borsa che porta a tracolla, mi si rivolge con viva autorevolezza. – Occorre subito buona staffetta per passare strada Cisa a nord Gravagna….e fare presto, capito?.
Che ho capito bene, anzi benissimo, ne rendo subito edotto il mio interlocutore, informandolo pure che la staffetta ci sarà senza dubbio, ma non prima di mezz’ora. L’inglese è impaziente e non si da ragione che per avere un partigiano a disposizione si debba sciupare tanto tempo prezioso. Protesta quando in inglese e quando in italiano e io lo lascio sfogare a suo aggio. Tornato un po’ di sereno , invito con buone maniere l’ufficiale a voler limitare i suoi gesti d’impazienza, soprattutto in considerazione che la casa in cui si trova, non è la sede del comando della mia formazione, ma solamente il posto clandestino più avanzato della stessa, per avere aggio di assumere personalmente le più minute e precise informazioni sia della zona che di tutto il pontremolese. Calmato, almeno in parte, si accinge a spiegarmi sotto gli occhi alcuni fogli di carta. Mia moglie e mia figlia si avvicinano incuriosite. – Voi niente vedere! – esclama. – Stia tranquillo, capitano; queste due donne che ormai lei conosce, sono staffette partigiane per me preziosissime. Anzi le posso dire che sono le stesse che mi portano giornalmente notizie da Pontremoli. – Oh…. by good!….vedere anche voi allora!. Una delle carte che l’ufficiale ha steso con tanta cura su un piccolo tavolo, unico mobile della nostra stanza, riporta, riprodotta con sgorbi orribili, la pianta di Pontremoli. E’ chiaro che l’autore non deve mai aver avuto la benché minima dimestichezza con le più elementari cognizioni di disegno. Comunque non mi è difficile distinguere un’infinità di piccoli rettangoli e di quadretti vergati a penna e corrispondenti a certe ristrette zone della città.
Con segni fortemente marcati in rosso sono orribilmente indicate la casa Buffoni, sul piazzale San Francesco; il palazzo delle acciaierie Falck e, sulla strada Gen. Tellini, le Ville Angella, Poli, Pinotti, Pini. In città invece è fortemente marcata in rosso la zona prospiciente il palazzo Ricci Armani, a San Nicolò. Poi tutto il tratto che va dall’antico oratorio di San Giorgio, sulla strada della Cisa, fino a Porta Parma, oltre che in rosso è marcato anche in bleu. L’ufficiale che mi osserva attentamente, sembra volermi leggere nel pensiero. – Capito? – è ancora la secca domanda. – Fino ad ora, non credo. Però potrei anche aver capito e di questo ne sarei veramente addolorato. – Allora spiegare io; bene e subito!
E purtroppo si spiega abbastanza chiaramente nel suo stentato ma comprensibilissimo italiano. Con la caratteristica e proverbiale flemma della sua razza mi fa sapere che tutte le zone segnate in rosso verranno quanto prima bombardate perché occupate da forti quantitativi di truppe tedesche e fasciste. Le località inoltre segnate oltre che in rosso anche in bleu, saranno assoggettate ad un vero bombardamento a tappetto, perché zone ritenute strategicamente pericolose per le truppe alleate.
La spiegazione breve e chiarissima oltre che tragica, è paurosa per la sua minaccia. Le mie donne sono costernate. Io, da parte mia, non so piegarmi a tanto paventato pericolo, ragion per cui, tento di contrastare, di confutare come posso. – Guardi, capitano, che qui ci deve essere un grosso errore o per lo meno una enorme, sbalorditiva esagerazione. – Niente errori, niente esagerazioni; essere verità. Io sapere e voi no! Dimenticavo più importante. Ospedale di Pontremoli non servire a curare malati e feriti, ma servire a nascondere forti quantitativi di armi tutti i tipi. Queste essere notizie sicure di partigiano pontremolese. – Lo so, lo so, capitano, ed è inutile che me ne faccia il nome; ho riconosciuto la calligrafia e conosco l’individuo.
Nel frattempo mi impossesso della carta e la pongo sotto gli occhi di mia moglie che mi è alle spalle. L’ufficiale non fiata ma segue con estremo interesse ogni mio gesto. – Hai osservato con attenzione? – le chiedo – Hai riconosciuto la calligrafia delle poche frasi scritte a fianco di ogni segno? – Dio mi, che coraggio! – esclama mia moglie. – E tu lo chiami coraggio. Direi piuttosto che è assurda e paurosa insensibilità per la nostra povera gente!…..L’inglese deve avere compreso abbastanza dalle nostre chiare impressioni di riprovazione e di sdegno. – Capito subito – riprende con aria stizzita – voi tenere troppo a vostra città! Ricordare, però, che noi essere in guerra. – Che siamo in guerra lo so purtroppo, da alcuni, anzi da troppi mesi e non sta certamente a lei il ricordarmelo, ma io insisto nel dire che lei è in possesso di informazioni false ed esagerate. – Voi potete provare questo? – Senza dubbio; non potrò smentirle, certo, che in Pontremoli non ci sia il solito contingente di truppe tedesche e di truppe fasciste, ma potrò provarle, invece, senza tema di smentita, che la notizia secondo cui l’Ospedale Civile della mia città sarebbe stato adibito, per imposizione degli stessi tedeschi, a deposito di munizioni è falsa, falsissima. Lo so che la guerra è guerra, ma so pure che i fidatissimi amici che conto tra il personale dell’Ospedale di Pontremoli, non avrebbero esitato un istante a farmi conoscere tanta importante e grave notizia.
L’ufficiale, prima tanto sicuro dei dati di cui dispone, alle mie precise informazioni sembra tentennare e forse, chissà, anche a ricredersi. – Bene!……- mi dice con una calma che veramente mi conforta – se voi potete provare quanto detto, io far rivedere azione Pontremoli. Però, attendere vostro verbale scritto e firmato. Voi rispondere personalmente; capito? – Ho capito perfettamente ma a chi debbo far pervenire il documento se lei si trasferisce, per ora, nel Borgotarese? – Vero; io stare lontano da Corniglio dieci giorni circa, ma voi portate vostro documento a comando inglese Corniglio entro mezzanotte giorno 26. – Alla mezzanotte di dopodomani allora? – Preciso, mezzanotte di dopodomani! Voi rispondere personalmente!…e…
Sto per sentirmi scoccare all’orecchio un ennesimo secco e perentorio “capito?” quando la porta della stanza si spalanca ed entra Beppe Michelotti. – Bravo. Beppe; ti attendavamo. Ecco la staffetta, capitano. – Bene; partiremo subito.
Per il percorso da tenersi, consiglio il Michelotti di portarsi sulla strada della Cisa a nord di Gravagna, seguendo un noto sentiero adiacente il podere Mascagna. Al di là della nazionale c’è un sentiero quasi sconosciuto che porta al culmine del crinale appenninico e che poi, in continua discesa, conduce alla “Pietra”, località già sede del Comando della II Julia, ove l’ufficiale mi ha confidato di essere diretto. L’ufficiale, ormai cordialissimo, prima di lasciare la casa stringe la mano a tutti. Ai piedi della scala alza ancora il capo ripetendomi con energia il suo avvertimento. – Capito? Agire subito! Tempo mezzanotte giorno 26!.
Guardo l’orologio; segna poco meno delle quattordici. Sono sgomento perché non so davvero dove cominciare. L’indecisione, però, è di brevissima durata. Seguito dal fedelissimo Flaig mi precipito verso il Molinello, con la speranza di trovare al suo domicilio il dott. Bertocchi. Dall’alto del costone di Versola, scorgo l’ufficiale inglese e Beppe Michelotti che transitano sul ponte di Molinello per prendere, poi, a destra, la strada di Gravagna. Pochi minuti e sono a casa Bertocchi. Il dottore mi accoglie con la consueta cortesia. – In cosa posso esserle utile? – mi chiede con premura. – Dottore, si tratta di una cosa urgentissima. – Dica, dica pure!…. – Lei dovrebbe correre con la sua moto fino al nostro Ospedale e se possibile accompagnarmi qui, questa sera stessa, il presidente ( Dott. Daniele del Signore, Presidente dell’Ospedale civile e Amministratore della famiglia marchesi Ruschi-Pavesi). – Senta sig. Tassi, io non avrei assolutamente nulla in contrario per aderire alla sua richiesta, ma la informo che il presidente, a quest’ora, non si trova mai in Ospedale; potrei trovarcelo, invece, domattina presto, verso le otto. – Per questa sera, allora, nulla da sperare? – Ho la certezza che farei un viaggio inutile. – E vada per domattina; ma per carità, non oltre, perchè si tratta di un colloquio di estrema urgenza e importanza. – Non dubiti – mi assicura il dottore . domani mattina prima delle dieci il Del Signore sarà qui.
Ringrazio il dott. Bertocchi della promessa cortesia e corro verso Toplecca, ove mi attendono i componenti di un Battaglione autonomo della IV Zona, comandati da un certo “Stalin” che hanno chiesto di far parte della nostra formazione.
L’indomani mattina, prima delle dieci, sono al Molinello. In casa Bertocchi c’è il Presidente dell’Ospedale che mi attende da alcuni minuti. In breve lo pongo al corrente della grave e pericolosissima notizia. E’ giustamente indignato. – E’ falso!….E’ falso!…- ripete al colmo dello sdegno – se crede potrò recarmi io stesso a Corniglio per chiarire questo ignobile inganno! – Signor Presidente – rispondo con calma – io ero già fin da ieri, convinto della falsità della notizia; purtroppo non mi basta la sua franca ed onesta dichiarazione. Non perché, Dio me ne guardi, io possa mettere in dubbio la sua parola, ma perché in casi come questi, quando ci va di mezzo la vita, bisogna agire su fatti concreti e pienamente controllati. – Vorrebbe dire? – Voglio dire che domani mattina, 26, invierò in Ospedale due persone di mia assoluta fiducia. – E sarebbero? – Mia moglie e mia figlia; col preciso incarico di controllare personalmente l’andamento reale ed effettivo d’ogni cosa in Ospedale. – Ed io sarò ben lieto di far loro da guida. – La ringrazio delle sue premure, ma è proprio quello che dovremo evitare. La cosa potrebbe dare nell’occhio alle spie tedesche e compromettere irrimediabilmente le mie donne. Le lasci fare da sole: la guida per loro non mancherà. – Come preferisce, ma stia certo che non risulterà alcunché di anormale, escluso beninteso il doloroso stato di guerra in cui viviamo. – Perfettamente d’accordo. La ringrazio di tutto e le chiedo scusa se mi sono permesso di disturbarla a venire fin qui.
Il dottor Bertocchi vorrebbe trattenermi a colazione col Del Signore, ma i tanti impegni della giornata non me lo consentono. Dopo gli affrettati convenevoli d’uso lascio la casa Bertocchi.
L’indomani mattina, 26, mia moglie e mia figlia partono di buon’ora per Pontremoli. – Tornate presto – raccomando loro – perché prima di mezzanotte dovrò trovarmi a Corniglio. E’ tempo pessimo. L’acqua che cade da tutta la notte è frammista a nevischio. Anche le strade sono coperte in maggior parte da un sottile strato di ghiaccio. L’inverno è in grande anticipo. Ce lo stanno a dire le cime delle montagne circostanti, già coperte da folti strati di neve.
Corro al distaccamento di Camproma, ove quei bravi ragazzi da un po’ di tempo si lamentano per la fame. Sarebbe meglio dire per mancanza di tutto. Mancano i generi di indispensabile necessità: il pane, il condimento, la pasta. E’ da Parma che attendiamo il solito, confortevole aiuto, ma strano fatto, questo mese ci è mancato del tutto. E da Pontremoli? Meglio non parlarne!…..
Questi giovani ardimentosi, un’ottantina, sbalestrati sui costoni dell’Orsaro, con temperature quasi sempre al di sotto dello zero, si sfamano da un po’ di tempo a castagne, che vanno pazientemente raccogliendo di giorno, fra il fogliame, intriso e marcio di pioggia. Eppure sono giovani pieni di vita e capaci di eccezionale volontà. Più che del pane mi chiedono notizie della radio. – Che fanno i russi? – domandano con ansia. – Resistono – rispondo – e in certi punti contrattaccano. Domani forse avremo notizie migliori. Era la frase di prammatica, di tutti i giorni.
Siamo alle cinque del pomeriggio. E’ quasi notte e piove. Mi trovo in attesa da oltre mezz’ora nelle immediate adiacenze del ponte di Molinello. Ad un tratto, Flaig, fa un balzo, lanciandosi in avanti; non lo vedo più perché la nebbia, fittissima, me lo impedisce. Comunque non abbaia ed è un buon segno. Pochi istanti ed ecco festante il piccolo Flaig che precede di pochi passi mia moglie, mia figlia ed un contadino del luogo. Le mie donne si fermano, mentre il contadino, dopo aver salutato prosegue la sua strada. – Ebbene? – chiedo con una certa ansia. – Tutto falso quanto denunciato per l’Ospedale, tutto falso. Abbiamo visitato, guidate dalla nota persona, tutti i locali, dai fondi al soffitto. Non vi è nulla di nulla. Molti ammalati pontremolesi, molti feriti tedeschi e alcune casse di medicinali facilmente controllabili. Solo ogni tanto giunge qualche autombulanza tedesca che scarica dei feriti per portare altrove i convalescenti; null’altro! – E lungo la strada di “Terrarossa”? – Il solito contingente tedesco di alcuni mesi fa. – E nelle case di Verdeno? – Come a “Terrarossa”; ci sono le stesse truppe di prima. – Nient’altro? – Nient’altro, te lo assicuro. – Benissimo….ora sbrighiamoci perché debbo partire per Corniglio. – Ma come? con questo tempo? – E cosa c’entra il tempo! Non ricordi la raccomandazione, anzi, l’intimazione del capitano Davis? vuoi che manchi all’impegno preso? Acceleriamo il passo verso casa.
Sulla porta della cantina che è al piano terra del modestissimo stabile che abito con la famiglia fin dal giugno decorso, se ne stanno, per ripararsi dalla piaggia, due partigiani con cappello alpino. – Di dove siete? – chiedo loro. – Siamo delle penne bianche di Bosco. Lei è il commissario Bixio? – si, io in persona. Cosa volete? – Abbiamo questo biglietto per lei. Lo legga e ci dia subito la risposta perché per noi è già tardi. Sono quasi due ore che siamo qui ad attendere.- Si tratta di una cosa urgente, allora – dico loro mentre mi accingo a leggere le poche righe. – Pare di si! – La risposta ve la scriverò lungo la strada; venite, vengo via con voi. Non salgo nemmeno la scala di casa; saluto mia moglie e mia figlia dal basso e via sotto l’acqua a dirotto. – Fermatevi almeno a Pracchiola – mi gridano dietro le mie donne – come potete continuare con questo tempo! – Non è possibile – grido loro – state tranquille!
Giungiamo a Pracchiola inzuppati fino alle ossa. In fondo al paese prima di attaccare gli “Scaleri” ci fermiamo a casa Mariotti. Tutti i componenti della famiglia sono convinti che almeno io mi fermi, ma quando li informo che sono deciso a proseguire ad ogni costo, prorompono in vive esclamazioni di meraviglia e di rimprovero. Ci rifocilliamo frettolosamente con pane, formaggio e un paio di bicchieri di vino e via ancora sotto il diluvio. Gli “Scaleri” con l’acciottolato quasi completamente coperto di ghiaccio costituiscono un vero tormento. Ai piedi del Cirone nevica ed ogni segno di sentiero è sparito. Procediamo alla cieca, per istinto. Le cadute e gli scivoloni, sempre dolorosi, non si contano più. Eppure è d’uopo farsi animo e proseguire a tutti i costi. In vetta al Cirone, sono quasi le 23, infuria una tempesta di neve che accieca e intontisce. Per fortuna, i due partigiani, contadini del luogo, sono praticissimi della zona. Procediamo tenendoci per mano, ma le continue cadute rendono la marcia estremamente lenta e difficile. Ad un tratto subisco l’impressione che la ferita al ginocchio destro, contratta durante il rastrellamento del 2 luglio, si sia riaperta. Vorrei assicurarmene ma chi ne ha tempo?
Siamo ormai nei pressi di Cirone-paese. Corriamo in discesa alla cieca con gli occhi, le orecchie e le mani, percosse dal nevischio pungentissimo. Siamo inzuppati d’acqua gelida da capo a piedi. A Cirone-paese una sosta di pochi istanti, poi via ancora di corsa verso Bosco. la strada è un po’ migliorata, la neve quasi cessata ma la pioggia si è trasformata in diluvio. Dopo un paio di alt, imposteci da pattuglie partigiane della zona, entriamo in Bosco di corsa. Tutto il paese è al buio più fitto ed al silenzio più assoluto. Sempre di corsa raggiungiamo la centrale elettrica. Arriviamo al portone chiuso col cuore in gola. Busso ripetutamente con i pugni, con i calci. Qualche attimo di attesa ed ecco una voce dall’interno. – Chi è? cosa volete? – Partigiani…apri! . Si spalanca il portone. Entriamo a precipizio, gocciolanti di pioggia. – E da dove venite; dall’inferno? – Non te ne interessare! Mettimi subito in comunicazione con la polizia partigiana di Corniglio. – Subito. – Pronto? Pronto? – Chi parla? – Commissario Bixio della II Julia! Parlo con la polizia partigiana? – Si, pronto. cosa vuoi? – Recati subito al comando della missione inglese e informalo che parlo a nome del capitano Davis. Sono bloccato a Bosco di Corniglio dal temporale. Informa pure che domattina mi presenterò per la relazione richiesta circa Ospedale Civile di Pontremoli. Se hai tempo, informa ancora che è tutto falso quanto riferito sull’Ospedale di Pontremoli. Hai compreso tutto? Debbo ripetere? – Ho capito, ho capito benissimo, vado subito. – Un momento; resto all’apparecchio, attendo la risposta!…..- Va bene…… Scorrono alcuni minuti. La mezzanotte è scoccata da poco. Sono sulle spine perché la risposta tarda. – Si calmi – mi consiglia il guardiano – perché circa cinque minuti di strada intercorrono dal posto telefonico della polizia alla sede del Comando inglese. – Non lo metto in dubbio, ma….. – Pronto? – Sì, pronto! – Tutto riferito. Domani mattina sei atteso alla missione inglese. Questa notte cerca di riposare; domattina presto manderemo un cavallo. E per ora, buona notte!
Per fortuna, all’interno della centrale, il freddo non è così intenso. Il calore propagato dai motori, ci fa dono di una temperatura quasi mite. Ci adattiamo alla meglio, sul nudo tavolato, che, per la stanchezza che ci opprime, è tutt’altro che un letto di Procuste…..
L’indomani mattina prima dell’alba i due partigiani, latori di un mio biglietto per il comando delle “Penne bianche” di Marra, lasciano la centrale per correre alla volta di quella frazione. Anch’io senza attendere la promessa cavalcatura m’incammino speditamente verso Corniglio. Appena mezz’ora di strada e un partigiano correndomi incontro a cavallo si pone a mia disposizione. Era tempo! Sento che gli anni cominciano a pesare. La mia corsa ora verso Corniglio procede più spedita e molto meno faticosa. Un centinaio di metri prima di Corniglio, trovo l’amico Bazan ( Marcello Gattai di La Spezia) che, informato del mio arrivo è corso ad incontrarmi. L’accoglienza è cordialissima. Ci chiediamo del più e del meno. Rievocata fugacemente quella che era stata la nostra comune attività clandestina contro il feroce e spietato squadrismo spezzino, veniamo al tema del momento: lo scopo della mia missione in quel di Corniglio. In breve, informato di tutto punto, è l’amico Bazan che mi fa da guida fino alla sede della polizia partigiana, preso la quale, compila a macchina, il rapporto delle mie accertate indagini. Subito dopo mi presento al comando inglese. Ambiente estremamente freddo e riservato. Pochissime parole, solo riferentesi al documento da presentarsi e poi, un secco saluto e nient’altro. A rianimarmi, concorre la fraterna ospitalità dell’amico Bazan e della signora, compiutamente cortese e gentile. La sera, prima di imbrunire, dopo aver salutato gli amici di Corniglio, riprendo la via del ritorno. Pernotto a Bosco di Corniglio, presso l’abitazione della signora Cavalli. L’indomani mattina oltrepasso il Cirone, rientro in Valdantena.
Mino Tassi – Pagine Pontremolesi, Lotta di Liberazione – Tip. Artigianelli, 1974