A Pontremoli il pubblico ha gremito i ponti, le sponde e il greto del torrente Verde così numeroso da non avere precedenti. Bruciato anche il Falò allestito dai bambini, i “custodi della tradizione” di domani!
Chissà se, quando circa 40 anni fa Gianni Dani convinse un gruppo di vivaci ventenni ad “andare per bochi” remunerati solo con un po’ di bisboccia, si sarebbe immaginato che quel fuoco acceso sotto la Crësa davanti a qualche centinaio di persone sarebbe diventato quello a cui si è assistito sabato scorso. Dani è scomparso poche settimane fa e la domanda è rimasta inevasa, ma nel ricordarlo a noi piace pensare che sì, la grandiosa cornice del falò 2026 era immaginata e attesa da lui e dai suoi amici fuochisti, che per lungo tempo hanno custodito la tradizione.
Proprio “custodi della tradizione” è lo slogan che il gruppo dei “Zumian” ha scelto di esporre sui muri del Terrapieno alla vigilia di un’edizione del falò che prometteva di diventare indimenticabile: i livelli di perfezione stilistica nella costruzione della pira e le impressionanti performance che i fuochisti di S. Geminiano hanno saputo offrire nell’ultimo decennio si sommavano ad una partecipazione di pubblico cresciuta negli anni e alla collocazione prefestiva della festa.
Già l’anteprima del 17 gennaio, quando il falò di San Nicolò ha registrato un record assoluto di presenze sulla Magra lasciava presagire quello che si è poi visto sul Verde al termine delle celebrazioni religiose: Ponte della Crësa, l’inizio del viale dei Chiosi, via del Seminario, il Ponte Zambeccari e la sponda sinistra del torrente pieni all’inverosimile, ogni terrazzo e ogni finestra occupati da migliaia di persone affluite fin dal mattino da tutto il Centro Nord Italia decise a non perdersi un secondo dello spettacolo sono state protagoniste della creazione di un’atmosfera irripetibile: l’ovazione spontanea agli attesi rintocchi del Campanone, il silenzio trepidante nei secondi che hanno preceduto l’inizio del coro dei fuochisti in cerchio attorno alla pira e l’accompagnamento corale al liberatorio “Lò lò lò…” che introduceva all’accensione hanno restituito la certezza di una moltitudine consapevole di partecipare ad un rito collettivo consumatosi nei pochissimi secondi che le fiamme hanno impiegato per inghiottire tutta la pira di ulsi e ginestre.
Pure la tramontana, tornata a farsi viva dopo tanti anni nel luogo dove un tempo era ospite abituale nei giorni della Merla, sembra abbia voluto essere indulgente osservando uno scenario così carico di emozioni.
E così, il vento teso che dall’ora di pranzo aveva iniziato a soffiare preoccupando i fuochisti, pochi minuti prima dell’accensione si è moderato, determinando solo una piccola esitazione nel “decollo” delle lingue di fuoco sul versante nord. Ma è stato solo un attimo: la prepotenza con la quale le fiamme hanno avvolto la pira illuminando la marea umana, il profluvio di faville che si liberavano in cielo e il crepitio che copriva l’esultanza popolare hanno fugato ogni dubbio.
Il lavoro di un gruppo a cui il ciclo della vita ha sottratto lo scorso anno un prezioso amico come Pasquale Arrighi, e nel quale di anno in anno crescono consapevolezza e responsabilità è stato ampiamente ripagato. Nella suggestione di un fuoco che scalda e illumina la notte di metà inverno, nella ripetizione di una tradizione talmente semplice da sembrare assurda in questa modernità fatta di luci e suoni ammalianti ma spesso vuoti, ognuno avrà fatto i suoi pensieri e i suoi auspici sull’anno da poco chiuso e su quello che è cominciato, come da sempre l’umanità fa di fronte a un fuoco.
In un’edizione del mese dei falò fortunatamente priva degli eccessi degli anni scorsi e in cui le rivalità hanno fatto un necessario passo indietro, non è difficile attribuire la vittoria della competizione.
Il falò più bello è andato in scena quando ormai il pubblico, sazio negli occhi e nel cuore, scemava dall’arena sul Verde. In quel frangente, un gruppo di bambini, che nel pomeriggio aveva costruito una propria pira con gli avanzi di lavorazione dei “grandi”, si è avvicinato con fare serio e impeccabile alla propria creazione e, dopo aver cantato un nuovo “…evviva san Geminiano!”, gli ha dato fuoco.
I custodi della tradizione di domani sono già tra noi. Sono loro i veri vincitori di questo memorabile gennaio dei falò.
Davide Tondani, Il Corriere Apuano, 3 febbraio 2026







