È uno dei reperti più importanti rinvenuti negli scavi archeologici
Si sono conclusi gli scavi archeologici alla Sella di monte Valoria, il valico naturale a 1224 metri naturale punto d’arrivo del crinale Taro-Baganza, ben noto per avere ospitato dall’Altomedioevo, per lungo tratto, il percorso francigeno in risalita da Fornovo e molto meno conosciuto per avere, in precedenza, accolto anche il tratto montano della romana Parma – Luni. A sostenerlo, già qualche anno fa, è stato il topografo antichista Pier Luigi Dall’Aglio dell’Università di Bologna nel saggio “Viabilità romana e altomedievale sull’Appennino parmense: dalla Parma-Luni alla Via Francigena” (Bologna 2001) ed ora l’archeologia, con i ritrovamenti romani al Valoria, è venuta a confermare ciò che egli aveva ipotizzato.
Quella bufera sulla Cisa che respinse Annibale e i suoi elefanti
Nella stirpe degli alleati Boi, stanziata in Emilia dall’invasione del IV secolo a.C., Annibale sceglie le guide che nella primavera dell’anno 217 a.C. lo condurranno attraverso l’Appennino. Prima di riuscire, con enormi difficoltà, a valicare forse nell’alto modenese evitando i passi più agevoli presidiati dai romani (è sempre il Dall’Aglio che ci viene in aiuto, in “L’attraversamento dell’Appennino da parte di Annibale: valutazioni storico-topografiche e geomorfologiche”, in “L’età annibalica e la Puglia”, Mesagne 1988) Annibale, reduce dalla vittoriosa battaglia della Trebbia (dicembre 218 a.C.), secondo lo storico Tito Livio (XXI, 58) tenta un primo attraversamento dell’Appennino già a fine inverno, fidandosi dei primi e incerti segni di primavera, ad prima ac dubia signa veris, diretto in Etruria.
In questo primo tentativo, che fallisce in prossimità di un valico a causa di una bufera di neve-ghiaccio-vento di inaudita violenza, Annibale sembra fosse diretto a Pisa, allo scopo evidente di riunire le truppe di terra con quelle giunte colà via mare (di questo presunto piano originario parla anche la studiosa Bettina Diana, “Annibale e il passaggio degli Appennini”, in Aevum 1987). A suggerire quest’intenzione e questa destinazione è Polibio (III, 96, 9) quando afferma come la flotta cartaginese, nella primavera del 217 a.C., stesse veleggiando dalla Sardegna proprio in direzione di Pisa.
Dall’Aglio sottolinea come la direzione di questo primo fallito tentativo fosse probabilmente la Cisa, come suggerito dal passo polibiano e anche dal fatto che, a seguito del fallimento della spedizione, una guarnigione militare venne poi subito posta a Lucca (nel campo militare che doveva esistere al posto della futura città, colonia latina fondata 37 anni dopo, nel 180 a.C.). È vero che il passo più importante per la Toscana poteva essere presidiato, ma lo scopo pregnante della missione (ricongiungimento truppe) nonchè l’impossibilità dei Romani di riorganizzarsi in un tempo così breve (la sconfitta del Trebbia era di uno o due mesi prima) non avrebbe potuto creare ostacoli insormontabili. Questo episodio della fallita ascesa all’Appennino interessa la nostra missione archeologica. L’iscrizione che abbiamo presentato riporta, infatti, incise lettere già presenti sul finire del III secolo a.C. consentendoci di sostenere come una pista proveniente dal crinale Taro-Baganza fosse conosciuta e frequentata dalla comunità celtica che viveva nel circondario proprio al tempo del fallito attraversamento di Annibale. Questa pista è la Cisa d’età romana repubblicana, che però transitava dal Valoria e non dall’attuale valico stradale.
A sostenerlo non v’è solo l’iscrizione, ma anche la maggior parte dei reperti recuperati nello scavo archeologico, databili proprio tra II e I secolo a.C. Ma un altro riferimento ci ricorda il bercetese. La terribile tempesta di vento-neve-ghiaccio che avrebbe fermato soldati e ucciso per ipotermia ben sette elefanti scampati al passaggio delle Alpi non può certo essere immaginata come evento comune. Un fenomeno atmosferico in Appennino dotato della stessa forza distruttrice che emerge dalla intensa pagina liviana è il gelicidio (pioggia gelata o sopraffusa) e la nostra zona, per la sua posizione a Nord e a ridosso del crinale, è sovente interessata da quell’inversione termica che lo genera. Nel gennaio del 2011 la pioggia gelata ha colpito pesantemente il bercetese, con interi versanti boschivi dalle piante tutte spezzate, in uno scenario davvero impressionante.
Questo percorso, che i nostri ritrovamenti indicano molto frequentato già nei tempi della fondazione delle colonie romane di Parma (183 a.C.) e Luni (177 a.C.), era già sfruttato in precedenza, come prova una scoperta di grande rilievo: la Lastra del Valoria. Il documento è complesso e unisce a dati certi anche elementi incerti e suscettibili di discussione, il che non ci esime dal trarne alcune considerazioni preliminari, dense comunque di risvolti quanto mai interessanti.
Nelle ricognizioni che hanno preceduto lo scavo al Valoria ho individuato, al centro di un acciottolato connesso al percorso francigeno, una lastra in calcare marnoso tenace con incise due lettere in alfabeto preromano (etrusco), accompagnate da un segno geometrico di discussa interpretazione e dal graffito di una foglia, eseguita probabilmente qualche secolo dopo le lettere, nell’intento, credo piuttosto evidente, di rendere un’hedera distinguens.
Le lettere, un’alpha a bandiera e un sigma a tre tratti angoloso, furono incise ad una certa distanza tra loro e a lettura sinistrorsa (lo indicano le traverse dell’alpha poste a sinistra), probabilmente come iniziali onomastiche. Secondo Daniele F. Maras l’ipotesi più accreditata le propone quale documento di tarda scrittura celtica databile tra la fine del III e gli inizi del II secolo a.C. Decentrato ed orientato a 180° rispetto alle lettere, rivolto (sembrerebbe) nel senso di marcia che sale alla Sella del Valoria (distante circa trecento metri), compare poi uno strano segno geometrico che ha acceso discussioni vivissime tra gli studiosi, propensi anche a riconoscervi un’incisione di molto posteriore alle lettere, d’età medievale, simile al marchio corporativo noto come quatre de chiffre o addirittura riconosciuto quale simbolo alchemico del Borace, un elemento importato solo dopo Marco Polo e impiegato nel rivestimento a smalto delle ceramiche. Personalmente credo si tratti di una forzatura tipologica e ho fatto presente che difficilmente contrassegni mercantili, posti usualmente entro castelli, cattedrali o luoghi di riunione di mercanti, saranno stati indicati in un tratto di crinale appenninico che nel Quattro-Cinquecento viene presidiato militarmente proprio per porre un freno alla mercantia ultra alle cride, il transito illegale di merci praticato nel tentativo di sottrarsi alla gabella della Cisa.
Chi esercitava questa pratica rischiava l’impiccagione senza processo: “vi nera occti [otto sfrosatori, ndr] scaltri come le volpi… podedolli havere che subito senza altro limpicasse per la golla” (cronaca di don Giorgio Franchi, 21 giugno 1546). Gli improbabili mercanti avrebbero avuto ottime ragioni per non lasciare tracce del loro passaggio! Viceversa, possiamo immaginare il simbolo geometrico inciso in un tempo immediatamente successivo o forse anche coevo ai segni alfabetici, stante la realizzazione molto simile per entrambi, con solco a V, e la constatazione che il mancato allineamento delle lettere sia stato determinato dalla necessità di evitare una porzione di superficie difettosa e pertanto non adatta ad essere incisa. Se si scarta l’ipotesi medioevale per immaginare un nesso tra segno e lettere preromane, ci troveremmo di fronte ad un simbolo che potrebbe suggerire il senso di marcia (sorta di freccia) unito all’obiettivo da raggiungere, rappresentato da quel segno a M rovesciata che d’istinto si è tentati a riconoscere nel valico, o meglio, nel crinale dell’Appennino, allo scopo di precisare che sul confine naturale dato dallo spartiacque era posta la demarcazione di due territori, che immaginiamo indicati nella lastra con le iniziali distanziate del loro nome preromano, purtroppo a noi per sempre perduto.
La foglia d’edera, un segno d’interpunzione che troviamo, ad esempio, nelle epigrafi funerarie romane di I-II secolo, ma anche in epoca di molto successiva, sarebbe stata posta, nell’ipotesi che ci siamo fatti, allo scopo di rimarcare, a due o tre secoli di distanza dall’esecuzione delle lettere, il significato “distinguente” che queste in origine esprimevano. In altre parole la foglia trilobata dell’edera quale simbolo di divisione (interpunzione) sarebbe stata graffita non certo quale mera decorazione, ma per richiamare un’informazione in un tempo in cui le lettere preromane, ormai abbandonate per quelle latine, non riuscivano più a segnalare.
Secoli dopo, la distanza tra le lettere per indicare due territori divisi dal massimo crinale sarebbe stata resa, in concetto analogo, con le due facce opposte dei cippi confinari del 1828: da un lato la T del Granduca di Toscana, dall’altro la corona ducale e la scritta “PARMA”.
Il problema semmai è che il segno inciso di valico sembra sorprendentemente moderno, al punto che, ancor oggi, può trovarsi non molto diverso nella segnaletica stradale. Naturalmente v’è da chiedersi quando la semiotica del simbolo di passo sia nata, perché, ancorché moderno ed efficace, il nostro potrebbe comunque essere assai antico.
Ma chi ha inciso la lastra del Valoria? L’accuratezza dell’iscrizione non attribuibile ad un singolo di passaggio, il carattere pubblico-istituzionale rivestito da questo presunto termine confinario, la posizione nel versante padano, indicano che a collocarla potrebbe essere stata la comunità di stirpe celtica che tra III e II sec. a.C. viveva nel bercetese.
A Berceto un riferimento ai Celti viene fatto peraltro già dal 1958, anno di ritrovamento della nota tomba ad inumazione con elmo a corna di Casaselvatica (nella quale sono però presenti richiami anche ai Liguri). Recente è invece l’ipotesi avanzata dal linguista Giorgio Petracco che ha esaminato l’origine etimologica del toponimo Berceto in uno studio negli “Atti della Deputazione di Storia Patria Province Parmensi 2012”. Partendo dalla quasi certa menzione di Berceto nella Tavola di Veleia come saltus praediaque Berusetis, Petracco ha scoperto che il fitotoponimo, da cui la base linguistica preromana Beruso si sviluppa, presenta una radice berc- celto/ligure che significa quercia (Berceto = zona caratterizzata da copertura boschiva a querce). Altri indizi dunque depongono per una conca bercetese occupata, prima della conquista romana, da popolazioni celtiche che stando alle fonti dovremmo chiamare col loro nome etnico: quello dei Galli Boi. Nell’agosto scorso si è conclusa l’ultima campagna di ricerca archeologica alla Sella del Valoria (2012-2015), con risultati di grande rilevanza scientifica che si spera al più presto di presentare alle comunità di entrambi i versanti dell’Appennino.
L’antenata diretta della Francigena, la Parma-Luni, avrebbe nel Piagnaro una sua sede naturale e si lavorerà perchè una mostra sul Valoria possa temporaneamente affiancare la superba esposizione permanente sulle stele realizzata dall’architetto Guido Canali. L’operazione infonderebbe nuova linfa al nostro museo ed il poterla condurre anche in un momento di grave crisi, non certo solo economica, tempra e spinge a proseguire con abnegazione.
Angelo Ghiretti
Direttore del Museo delle Statue Stele Lunigianesi
Castello del Piagnaro, Pontremoli
Il Corriere Apuano, 20.1.2017




