A mezz’ora da Casa Corvi, alle falde del monte Grezzano, alla destra del torrente Verde, affluente della Magra, si stende un gruppo di case con una chiesa a campanile quadrato e bianco, il paesetto di Vignola. Si vuole ch’esso abbia tratto il nome dai fecondi vigneti che lo circondano. Le casette, coperte di piagne, le une appoggiate alle altre, come per aiutarsi a stare in piedi, sono costruite con pietra calcarea e macigno, sembrano trappole ed assomigliano alle costruzioni della regione zerasca, con la quale il territorio di Vignola è limitrofo. La chiesa di Vignola, dedicata a San Pancrazio, fu fin dal 1500 una pieve, la sola di Lunigiana il cui territorio si estendeva al di là dell’Appennino, e perciò fa ritenersi come il centro dell’estremo pago romano di quel Municipio. Essa sarebbe stata eretta a pieve nel 1148 dallo smembramento di quella di Saliceto, ma era già oratorio dal principio della Cristianità e probabilmente sorto sopra le fondamenta di un tempio pagano. Vitali Arrighi di Pontremoli, morto da poco, falegname, artista e raccoglitore di leggende e tradizioni intorno ad Apua, ha lasciato appuntato in un quaderno, che la chiesa di Vignola fu il tempio fu rinomato degli Apuani nel quale si adoravano le divinità druidiche e pagane. A rafforzare le veridicità della tradizione, egli cita un antico documento trovato presso il fu arciprete don Angelo Novelli, passato poi al prof. Betta Pietro, raccoglitore di documenti storici. Sempre in un quaderno dell’Arrighi, si trova la notizia che nel 1896, facendo lavori di restauro alla chiesa e più precisamente nell’abbattere un muro posto dietro l’altare a sinistra, dedicato a S. Croce, si rinvenne un’enorme pietra cubica con una cavità, che i competenti giudicarono l’altare sul quale i sacerdoti pagani celebravano i sacrifizi.
Quando il popolo di Vignola abbracciò la religione cristiana distrusse gli idoli, gettandoli nel fuoco ed a tale memoria, d’allora in poi alla vigilia ed il giorno di S. Croce, alla sera il popolo fa un gran fuoco sulla costa di “Morana” (monticello vicino) per rammentare ai fedeli che furono inceneriti gli idoli di questo tempio pagano. Così appuntava l’Arrighi nel suo quaderno.
Una vecchia di 82 anni, d’aspetto spettrale, ma lucidissima di mente, povera più di San Francesco, abitante in una cameretta nera quanto la bocca dell’inferno, d’una delle più antiche case di Vignola, ricorda che nel giorno di S. Croce si celebrava una solenne funzione al suono delle campane, mentre si gettavano al rogo i pipin.
A questo punto bisogna dare la parola al parroco di Vignola, Don Argenti, il quale cortesemente spiegherà in che cosa consiste la cerimonia ancor in uso dei pipin, caratteristica e forse unica nel mondo della cristianità.
Come in tutte le chiese, anche in questa, per celebrare la vittoria della Croce sul paganesimo, nel pomeriggio del 3 maggio, giorno di S. Croce, si fa una funzione, durante la quale, ai fedeli raccolti nel tempio, viene distribuito dai massai un bamboccio di legno della grossezza di un soldatino di piombo. Tutti pregano tenendo l’idolo stretto con le mani al petto, che posano poi, a funzione compiuta, sull’altare dove è esposto il Cristo. Intanto alcuni giovani del paese accatastano foglie secche con ramo sul piazzale della chiesa, a cui si da fuoco all’uscita dei fedeli. Un tempo, quel rogo, in proporzioni più modeste, veniva acceso in chiesa e serviva ad incenerire i bamboccini o idoletti, che attualmente forse per ragioni economiche, sono riposti sull’altare, in offerta al Redentore, mentre i fedeli lasciano ai massari almeno quattro soldi.
In un cassonetto della stanza dei massari, attigua alla chiesa, si conservano i bambocci o pipin e sono numerosissimi e varii di forme. Se essi fossero disposti in una vetrina di negozio della città basterebbero certamente a fermare la circolazione normale. Una folla di bambini sosterebbe a lungo ad ammirare quelle figurine, alcune da presepio alte quattro dita, altre da burattini nudi, di non più di dodici centimetri d’altezza. Vi sono re, regine, bambini in culla, soldatini, bamboline nerastre e nude senza braccia ed anche, braccia, gambe, mani, piedi ed una strana figura piatta senza arti distinti, di fattura arcaica che ricorda le Statue-menhirs del nostro Museo Civico.