ZERI IN “LUNIGIANA IGNOTA” DI CARLO CASELLI

Da Antessio salgo il ripido dorso del monte omonimo, guadagnando in un’ora il punto più elevato, le Rocche Bianche. Quivi bisogna fermarsi per ammirare lo spettacolo veramente grandioso, dove pare che la natura abbia voluto stabilire un osservatorio di bellezze per il viandante. Sono a 1200 metri , nel mezzo di un altopiano tutto erboso, senza alberi e capanne, da cui si vede, da una parte il monte Castellaro di Zignago, che si erge acutissimo; accanto il colossale e nudo Dragnone, il quale porta in vetta il celebre santuari, poi, sparsi per la verdissima conca di castagni, i paesi di Pieve, Sasseta, Torpiana., Santa Maria, Scogna, Godano, Pignona. Nell’altro versante, all’ombra del monte Gottero, si stende la fertile vallata del torrente Gordana con i casali di Adelano, Bergugliara, Patigno, Castello, Serra lunga e Coloretta, terre di Zeri.

Varcato il monte e passata la maestà di Feeta, la malagevole mulattiera scende, ombreggiata da castagni e cerri, fino a Coloretta. Qui c’è l’ufficio postale e telegrafico, ci sono trattorie, si può mangiare e dormire comodamente; qui ci sono mille bellezze naturali da osservare, ci son ricordi altri tempi, ci sono costumanze nuove, qui bisogna fare lunga sosta, perché si possono avere impressioni fedeli di questa Valchiusa di Lunigiana mancante di strade rotabili.

Un territorio fertile, chiuso da una cerchia di alti monti, senza strade che lo mettano in comunicazione coi centri civili lontani, resta fuori del movimento civile: così è di Zeri, il paese più esostorico della Lunigiana, il quale perciò conserva caratteri e costumanze tutte proprie e forse un po’ difficili ad essere comprese. Zeri è un  aggregato di piccoli villaggi e casali a breve distanza l’uno dall’altro, alle falde del monte Rotondo sulla sponda destra del torrente Gordana. I castagni rivestono ora la conca nel cui centro s’eleva il misterioso e sinistro monte Greta, d’aspetto vulcanico ma d’aspetto solo, in altri tempi popolato d’abeti. Il territorio è fertile di cereali, di pascoli e prati. Gli abitanti, per indicare che non hanno gran fatto bisogno di ciò che non produce, dicono, e ripetono con orgoglio che Zeri mangia del proprio pane e veste del proprio pelo. La popolazione si mantiene di belle forme, di robusta complessione e quasi di gigantesca statura; si contano moltissimi ottantenni e si additano donne di 90 anni, che cuciono e attendono ai lavori domestici, senza bisogno di occhiali. Sono d’animo gagliardo, di poche parole, frugali, ospitalissimi, ma intolleranti di ogni più piccola offesa. Bisogna vivere qualche giorno quassù, vivere com’io ho fatto, ed entrare nelle case di Coloretta, Noce, Patigno, Adelano, Bergugliara, e Castello, per poter comprendere la psiche di questa popolazione.

A Coloretta, dove s’aprono mille fonti, con dolci, fresche e chiare acque, manca la vite, e non alligna in nessun altro palmo di territorio zerasco; non mancano però il vino, ed i bevitori. In epoca andata si provvedeva la bevanda bacchica, trasportandola a dorso d’uomo entro otri, dal Genovesato, (così chiamano Veppo, Suvero e Vezzola); ora si provvede, dalle stesse località, e si trasporta a dorso di mulo entro bariletti. Questo borgo, che si può considerare la Milano di Zeri, è in grado di fornire ai villeggianti, che aumentano da un’estate all’altra ogni conforto.

Passato il torrente Gordana, ricco di trote, d’anguille e di lontre, ed alla confuelza d’un rivo, che scende a precipizio dal passo del Faggio Crociato, sorge in mezzo ad un bosco d’antichi noci il povero casale di Noce, abitazione di gente alta, brachicefala e  gozzuta, forse per l’acqua.

Dalla mulattiera, che attraversa il casale, si scorgono nere gole, entrate d’inferno che menano invece in case quasi cadenti, di colore secolare, nel cui vestibolo si ricoverano pecore e vacche, e da dove, per mezzo di una scala a pioli, si sale alla camera da letto, ingombra di cenci ed affumicata dalla vicina cucina, senza camino. Sopra ogni porta, un bassorilievo in marmo, raffigurante una madonnina, qualcuna di artistica fattura ed attentamente vigilata, perché il passante, amatore di antichità, non sia tentato di commettere un furto.

Da Noce, salendo per il sentiero che conduce a Mistadella (maestà) di San Rocco, s’incontra un avvallamento imbutiforme popolato da vecchi e robusti ontani. Quivi si vuole sorgesse un ameno laghetto con un casale, Agnudano. A poco a poco le acque del laghetto diminuirono, finchè restò asciutto. L’anno dopo, in un bel giorno di carnevale, parve ad alcuno che la terra si muovesse; fu suonato a raccolta e gli accorsi osservarono scaturire dalla terra delle bolle limacciose, ed Agnudano scomparve.

Salendo sempre, dopo la chiesa parrocchiale di S. Lorenzo, sorge il borgo di Patigno con la casa comunale. Qui interessa maggiormente un abitante, il geniale fabbricatore del Cappel montà.  Si tratta d’un nano, strano contrasto in quel mondo di giganti, a faccia piatta, tongusa, con piccoli occhi penetranti, che lavora da ombrellaio, ma specialmente attende a guarnire vecchi cappelli da carabiniere, con fettucce di mille colori, il Cappel montà (cappello montato) che serve per caratteristiche mascherate carnevalesche. Egli è conosciuto in tutta la regione per il gusto d’ornamento da cui trae il suo misero sostentamento. Il nano artista, Pietro Filipelli, mi mostra il suo ritratto con il cappello montato in testa, che gelosamente custodisce e presenta a modello a chi gli commette un’ordinazione.

Per il sentiero che segue a mezza costa lo sterile e sinistro monte Greta, giungo a Bergugliara, dove mi aspetta una scoperta che certo interesserà gli studiosi di archeologia. Sul muro esterno della casa di Francesco Filipelli è stata murata da poco una lastra di arenaria messa in luce nell’abbattere un muro. Essa ha una scritta incisa, per me indecifrabile, e portante la data del 1576. Dalla croce che sormonta l’iscrizione e dalla forma particolare, pare trattasi di pietra funeraria, ricordante una persona notabile. Si sale sempre per Adelano, casale ai piedi del monte Gottero, ricco di lamponi, mirtilli e ricchissimo di funghi che hanno fatto la ricchezza di diverse famiglie. Scendo al borgo di Castello, così chiamato per il Castello che sorgeva sopra un colle vicino, dove restano pochi ruderi coperti d’edera. Qui m’incontro con Quirino Giumaschi, orologiaio, orefice, suonatore di violino, fabbro, contadino e dentista. Mi riceve nel suo laboratorio ed appunto varie tradizioni che corrono sulla bocca dei vecchi della vallata. – Visitate, vi raccomando, il paese degli stregoni, Monte di Lama, sul dorso del monte Picchiara, nel territorio di Rossano – mi dice, raccontandomi la seguente leggenda.

Una volta un giovane di Zeri, si trovava per lavoro in Corsica, quando una sera di carnevale manifestò ad un suo compagno di lavoro, un vecchio di Monte di Lama, il desiderio vivo di volare a casa per vedere la fidanzata. Detto fatto, bastò un litro di vino. Il vecchio di monte Lama fece mettere i piedi del giovane sopra i suoi e le mani sulle sue spalle. Così stretti saltarono un catino di acqua messo per terra. Il giovane in un fiat si trovò a Zeri, dove giunto, secondo le istruzioni avute, si spalmò il corpo d’un certo unguento, e così fu trasformato in un gatto. La bestiola subito entrò in casa della fidanzata, e nel momento che essa intrecciava un idilio con un altro giovanotto di Castello. La bestiola, un bel momento, per notare ogni cosa, spense il lume ad olio che stava sulla tavola. Questo fu tosto riacceso ma subito rispento dal gatto, finchè la giovane, seccata, diede di piglio ad un coltello e tagliò la zampetta destra della povera bestia, la quale se ne andò, miagolando pel dolore. Dopo circa sette mesi, il giovane dalla Corsica ritornò a Zeri e si presentò alla fidanzata, mutilato della mano destra. La giovane donna chiese spiegazioni e l’ebbe tali che la cosa ebbe lieto fine col matrimonio dei due. Il Giugnaschi mi narra ancora di streghe che ballano attorno ad un cerro, il cerro di Campodonia.

In una casa di Coloretta si conservano gli avanzi d’una vettura a cavalli che appartenne a Don Mori, parroco della chiesa di Rossano. Essa ha una storia eloquente. Quando, una sessantina d’anni fa, si progettò la costruzione della strada provinciale da Pontremoli per Codolo a Coloretta, il Comune di Zeri pensò tosto alla costruzione di una strada interna da Coloretta alla chiesa di Rossano, centro della vallata omonima. Le due strade furono cominciate e quella per Rossano fu ben presto terminata invece la provinciale per Coloretta procedette lentissimamente; ad oggi arriva solamente a Codolo, cioè a circa la metà del suo percorso. A che cosa poteva servire la strada interna comunale per Rossano, se nessuna rotabile potevasi trovare a Coloretta, giacchè questo borgo era, com’è ancora, in gran parte unito a Pontremoli per un sentiero? Il parroco don Mori volle anticipare il piacere di farsi trasportare in carrozzella dal centro di Zeri alla sua parrocchia e perciò fece portare a Coloretta, a dorso di mulo, una carrozza che comprò a Pontremoli.  Egli si scarozzò per diverso tempo, sperando sempre di poter usare il suo rotabile per trasportarsi a Pontremoli; sperò di veder terminata la strada provinciale, ma il tempo logorò il veicolo i cui avanzi si conservano a ricordo del primo rotabile visto nelle due vallate di Zeri e di Rossano. Ora la strada comunale per Rossano è abbandonata, e presto non resteranno che dei piccoli tratti, come restano solo frammenti della carrozzella di don Mori. Per quanto nel programma del mio viaggio sia fissato di percorrere solamente sentieri, per visitare la vallata di Rossano è gioco forza percorrere la strada che vide il calessino di don Mori, tanto per alcuni tratti essa è già fatta sentiero.

Zeri e Rossano contano giganti non solo fra gli uomini, ma anche nel mondo vegetale. Al Castello, di proprietà della signora Rossi, ho misurato un cerro di m. 6, nel sagrato della chiesa di San Lorenzo ho notato tre giganteschi ippocastani; ho visto presso il mulino di Bosco diverso ontani alti più di 20 metri e presso la Macchia, ai confini del territorio di Rossano con il casale del Cerro di Mulazzo, ho potuto ammirare un castagno con m. 17 (dico diciassette) di circonferenza, che serve da temporaneo ovile a 15 pecore di Zeffiro Menoni di Bosco.

Il popolo zerasco lega il suo nome alla storia per avere tagliato il passo, vinti e sbaragliati i Francesci il 26 maggio 1779.

Giulio Resasco dice che in quel giorno memorando due colonne di Francesi, provenienti l’una da Borghetto, l’altra dalle Cento Croci, circa 300, comandati da Graziani, penetrarono nel territorio di Zeri, facendo larga rapina di bestiame ed oltraggiando le donne. Alla notizia dell’avanzata, quanti in Zeri avevano esperienza d’armi ed erano capaci di menar le mani corsero ad incontrare i nemici sui monti. I Francesi procedevano sparsi, non sospettando che un branco di villani male armati osassero contrastare il passo ai primi soldati del mondo; ma i nostri montanari, guidati da un umile prete, Giovanni Nonali, combatterono con ordine e coraggio, divisi in piccole squadre e misero in fuga il nemico che lasciò diversi morti sul terreno. Gli Zeraschi morti furono sette, tra i quali un prete, Domenico Filippelli, cappellano di 82 anni ed una donna, Caterina Rossi di 35 anni col figliolo lattante in braccio. Della gloriosa vittoria restarono a Zeri molti trofei d’armi nemiche, che furono poi spolverate nel 1847, quando, come dice il Montanelli, gli abitanti, sdegnati d’esser dati in baratto con altre terre della Lunigiana ai Borboni di Parma, ebbero il pensiero d’impedire quel baratto a mano armata.