ZERI IN “MEMORIE E DOCUMENTI PER SERVIRE ALLA STORIA DI PONTREMOLI”

Zeri è un aggregato di piccoli villaggi e casali a breve distanza l’uno dall’altro, alle falde del monte Rotondo (più noto comunemente con il nome di Carbonara) sulla ripa destra della Gordana. In quello detto alla Chiesa di Zeri risiede la parrocchiale, consacrata a San Lorenzo, che ha il titolo di prepositura ed estende la sua giurisdizione sul villaggio di Patigno, dove tiene stanza il Comune, sul Castello di Zeri, dove si scorgono pochi avanzi di un vecchio fortilizio, su Bergugliara, Bottevenere, Coloreta, Fornacetta di Bergugliara, Nebbiola, Noce e Valditermine, e sui casali di Agnudano, di Antara, di Chiosa, di Costa d’Asino, di Conciliara, la Dolce, Monte Favà, Serralunga e Torricella.

Il resto del territorio si compone delle frazioni di Adelano, di Arzelato, di Codolo e di Rossano. Adelano è diviso in due parti dal torrente Gotra: una resta alle radici del monte Cissò, e l’altra sotto il Gottaro. Fu eretto in parrocchia nel 1848 e porta il titolo di S. Maria Maddalena. Dipendono da esso Braccera, Cà di Bormia, Cà Capannotti, Cà de’ Biagi, Cà de’ Tosi, Cà de’ Rossi, Cà Rocchino, Calzavitelli e Frandellini. Arzelato si trova al vertice di uno sperone di monte Rotondo, tra i torrenti Gordana e Teglia, in una regione sterile e frigida, che somministra ben poca risorsa, oltre quella de’ castagni, delle patate e de’ pascoli naturali. Appartengono a questa frazione i villaggi della Chiesaccia, di Costa, di Soglio, di Colle d’Acquila, di Pietrapiccata, di Scudeletto e del Castello, dove è la nuova chiesa. Codolo giace sul fianco del monte Foganella, propaggine del Gottaro, a sinistra della Gordana, sopra un’alta rupe che domina gli Stretti di Giaredo. Lungi un settecento metri v’è Codolo di Sotto. Ha giurisdizione sui villaggi e casali di Cernadore, di Mola e di Vorlecca. Dalla parrocchiale di Codolo dipende la cappellania di Dozzano in quel di Pontremoli. Rossano risiede sulla sinistra del Teglia, in un vallone formato dalle pendici di quattro monti e separato dalla valle di Zeri per una costiera del monte Rotondo. E’ circondato di cerri e faggi e dai casali a lui sottoposti di Baracone, il Bosco, Casale, Castoglia, La Chiesa, il Chioso, Foce di Rossano, Monte di Lama, Norgina, Panigà, Peretola, Piagna, Pradalinara, San Rocco, Tarsone, Tragonara, Valle di Rossano e Vruga.

La Valle di Zeri è fertile di cereali e abbonda di prati e di pascoli. I castagni occupano adesso il posto degli abeti, che la rivestivano ne’ secoli andati. Il suo territorio, quasi interamente posseduto dagli abitanti “provvede pressoché ad ogni loro necessità, e per indicare che essi non hanno gran fatto bisogno di ciò che non produce, sono soliti dire con orgoglio, che Zeri mangia il proprio pane e veste del suo pelo”. Il “più singolar pregio” di quella valle, per testimonianza di Girolamo Gargiolli, ” è la popolazione, che si mantiene di belle forme, di robusta complessione, d’animo gagliardo, di poche parole, frugale, ospitalissima, ma rozza e intollerante di ogni piccola offesa. Le donne vi crescono d’una robustezza maschile e vi conducono la vita laboriosa e intemerata. Là può veramente dirsi che siano il sollievo dell’uomo”.

L’intiero Comune di Zeri ha una superficie di chilometri quadrati 81,45, e il suo capoluogo è distante da Pontremoli chilometri 14,008. Resta a confine de’ Comuni di Albareto, della Sesta Godano, di Zignago, di Rocchetta di Vara, di Calice al Cornoviglio, di Mulazzo e di Pontremoli. Il 1745 contava 1301 abitanti, così spartiti: Impuberi maschi 245, impuberi femmine 217, adulti maschi 234, adulti femmine 300, coniugati dei due sessi 227, ecclesiastici 48, famiglie tra tutte 224. Il 1833 ascendeva a 1301 anime e di queste 25 erano ecclesiastici; contava 1700 anime il 1843, compresi 32 ecclesiastici. Il 1849 aveva una popolazione di 4894 abitanti; il 1851 di 4973, che andò calando, poi ricrebbe. Infatti nel 1852 raggiunse la cifra di 3479, il 1853 di 3545, il 1854 di 3592, il 1855 di 3578, il 1856 di 3537, il 1857 di 3562, il 1858 di 3574, il 1859 di 3605.

Il popolo di Zeri legò il suo nome alla storia, per aver tagliato il passo e vinto e sbaragliato i Francesi il 26 maggio del 1799. “In quel giorno memorando”, (così Giulio Rezasco, l’unico che descriva il glorioso episodio), ” due colonne di Francesi, provenienti, l’una dal Borghetto di Vara e l’altra dalle Cento Croci, circa trecento, comandati da un Graziani corso, penetrarono nel territorio di Zeri; dove diretti non si sa bene. Ella è pur dubbia la causa prossima del movimento popolare contro di essi. Alcuni vogliono che i Francesi facessero larga rapina di bestiame, come in terra nemica; alcuni che oltraggiassero le donne. In coscienza si può credere l’uno e l’altro. I Francesi ruberieno coll’alito, scrisse il Macchiavelli, che li conosceva; e l’insolenza loro verso le donne è storica. Fatto è che alla notizia dell’avanzarsi dei Francesi, quanti in Zeri avevano esperienza d’armi, od erano capaci di menar le mani e comunque d’aiutare i combattenti, corsero ad incontrarli sui monti che cingono la loro valle. I Francesi procedevano sparsi, non sospettando che un branco di villani e male armati osassero contrastare ai primi soldati del mondo; ancora erano incerti delle vie, non conoscenti dei luoghi. Di ciò trasser loro vantaggio i nostri montanari; ed al suono della campana a martello, guidati da un umile sacerdote, Giovanni Monali, gli affrontarono. Combatterono con veggente coraggio, divisi in piccole squadre, come vuole la guerra della montagna, senza esserne stati insegnati ( il cuore è maestro a chi l’ha), sempre appostati alla proda di una fossa, ad uno scheggione di monte, ad un ciglione o qualsiasi riparo, aspettanti chetamente il nemico all’agguato; quindi saltar fuori improvvisi, terribili, una o due scariche di fucilate e qualunque altro capitasse alle mani, a colpo sicuro, e via ad appostarsi di nuovo. Assaliti i Francesi in questa forma, di fronte , a tergo e a’ fianchi, invece di fare una testa grossa sul centro del paese, per difendersi tutti e da tutti, si sparpagliarono e indebolirono di più. Più volte alzarono segno di resa e di pace; ma o non inteso, o non voluto intendere, i Zeraschi continuarono a fulminarli con furia crescente. Se il prete capitano aggiungeva al valore il senno guerriero, de’ Francesi non ne scampava uno. Laonde riusciti vani i loro sforzi di aprirsi un varco in quelle strette mortali e proseguire alla loro via, messi alla disperazione, dovettero contentarsi di poter retrocedere. E stremati e franti risalirono il mal disceso appennino e calarono per passo della Foce grande su Borgotaro. De’ Francesi caduti nel combattimento molti; oltre agli sbandati trovati pe’ boschi il giorno dopo e trucidati anch’essi, forse feriti, forse preganti pietà, certo innocui; e ciò umilia l’affetto e strazia l’anima. De’ Zeraschi morti, non più che sette, compresovi un prete, Domenico Giuseppe Filippelli, cappellano, di ottantadue anni, ed una donna, Caterina Rossi, di trentacinque, ferita a morte col figliolo delle sue viscere in braccio; il che fa credere che, oltre i sacerdoti, pur così vecchi come il Filippelli, anco le donne avessero parte alla nobiltà del pericolo. Il bambino, strappato poi dal freddo seno materno, fu gittato dai Francesi in uno spineto. Ma fortunato sopravvisse alla rabbia straniera, tanto che morì da pochi anni. Una sola famiglia, quella del Filippelli, diede tre morti alla patria; sia lode al suo nome. Ai Zeraschi, della gloriosa vittoria, restarono trofeo molte armi nemiche, delle quali conservavano ancora buon numero ultimamente”.

E tornarono a rimetterle fuori il 1847 quando sdegnosi d’esser dati in baratto, con altre terre di Lunigiana, a’ Borboni di Parma, per un istante vi fu pensiero d’impedir quel baratto a mano armata. “Pontremoli”, (son parole di Giuseppe Montanelli), “era ritrovo ai vogliosi di battersi. Il parroco di San Colombano i montanari a milizie; li Zeraschi, famosi per la resistenza del 1799 al general Victor, la quale, a confessione di Napoleone stesso, contribuì a fargli perdere la battaglia della Trebbia, mostravano le gloriose carabine degli avi: giovani di agiate e nobili famiglie, il conte Luigi Fantoni di Fivizzano e Rinaldi Ruschi di Pisa, passavano le rigide notti del novembre sulle roccie intorno a Pontremoli a montar la guardia insieme coi contadini: l’operosissimo ing. Rodolfo Castinelli edificava gli apparecchi della difesa”.

Tra gli altri poeti, animò alla pugna i Zeraschi Lorenzo Costa, con un inno di guerra , dove si leggono queste strofe:

Fra il Magra ed il Verde pel giogo apuano – dal ripido Zeri all’irto Rossano – un volgo concorde repente si desta – all’armi gridando con suon di tempesta, – che assorda le valli, che abbrivida i cor.

Per balze selvagge, per foschi burroni – le ruote non ponno salir de’ cannoni – incespica l’unghia de’ forti cavalli – fra i massi e le spine, fra i ruvidi calli – del monte superbo che varco non ha.

Corriamo di sdegno magnanimo accesi – portando gli schioppi rapiti a’ Francesi; – Se il fiero nemico dal monte minaccia – si stringa sov’esso la subita caccia – dinnanzi, da tergo, di fianco a ferir.

La Val di Magra è divisa da quella della Vara da un crinale che comincia a Bolano ed è conosciuto con la generica denominazione di monte Cavallaro. Le sue punte più elevate pigliano i nomi di Prato fiorito, dalle cui pendici sgorga il torrente Teglia; di Verrua; di Cornoviglio (metri 1163, 33) che ha sul fianco meridionale il territorio di calice e nel lato opposto il Comune di Mulazzo ed una parte di quel di Zeri; non che i nomi di Cipollaro e di monte Rotondo. Inoltrandosi poi da sud-est a nord-ovest, il Cavallaro va a riunirsi alla gran giogaia dell’Appennino sulla Pelata di Zeri, la quale, mediante la Colla, L’ Occhio del Sole, l’Orsale e il Fusetto, forma prosecuzione del monte Gottero o Gottaro, alto metri 1646 sopra il livello del mare, e posto tra’ Comuni di Albareto, di Zeri, di Godano. Dalla Pelata di Zeri si dirama lo Sca, a cui si attacca il Cissò o Cizzò, che chiude la valle di Zeri dal lato di ponente; si dirama pure il Matolo, che va a congiungersi col monte Rotondo, uno de’ principali contrafforti del monte Gottaro dal lato della Lunigiana, che s’alza 1159 metri sul livello del mare e fa sponda da ponente alla valle di Zeri. Da un fianco del monte Rotondo si stacca quella costiera che, voltandosi a nord-est, riceve successivamente i nomi di Carbonara , di Vaio e di Pradalinara, e che poi biforcandosi va sulla sinistra a trovar Mmonte Burello, che sovrasta alle ville di Cavezzana Gordana e di Torrano, e nelle cui pendici orientali si trovano gli Stretti di Giaredo, profondi burroni dentro a’ quali scorre in angustissimo e tortuoso letto, per la lunghezza di circa quattrocento metri, il torrente Gordana.

Dalla costiera che si stacca da monte Rotondo forma pur parte il Madronale, che resta a levante del Cornoviglio, a confine del Comune di Zeri con Suvero, frazione del Comune di Rocchetta di Vara, in una delle cui groppe risiede il villaggio del Bosco, dipendente dalla parrocchia di Rossano. Tra il Castello di Zeri e il villaggio di Patigno vi è il monte chiamato la Gretta.

Seguitando la cresta dell’Appennino e piegando a nord-est, si trova, perb la prima, la Foce Crociata, volgarmente Fo crosà, detta anche Faggio Crociato, tra i Comuni di Albareto e Zeri, dal cui fianco settentrionale sgorga il Taro e da quello opposto il Verde; s’incontra poi il Marzello o Marginello, a confine de’ Comuni di Borgotaro e Pontremoli, e a confine de’ Comuni di Borgotaro e Zeri il Bratello, alto 914 metri sul mare; e in mezzo a quei due monti il Trocherio. Di tutti e tre questi monti derivano le varie coste, che scendono alla sinistra del Verde, e che restano solcate dagli affluenti di esso. Al Marzello si appoggia il monte Margine che, girando dietro la sorgente del Verde, si spinge a levante sulla sua destra con una propaggine chiamata monte Guzzana, dal quale provengono da una parte le pendici della Cervara e per l’altra i colli di Vignola e di Bassone. E’ una diramazione del Margine il monte Colombo (m. 1261) , che gli succede a ostro e che proseguendo ad est, sempre fiancheggiato dalla Betnia e dalla Gordana, tanto che prende la denominazione di monte di Codolo, scende poi a rappresentare i colli del sottoposto Dozzano, per allargarsi da ultimo ne’piani declinati di Verdeno e della Caldana. Voltando ad est del Bratelloe nde’ colli di Arzuola, s’incontra la Croce di Ferro (m. 1177), poi il Molinatico ( m. 1533, 33), uno de’ principali monti di tutta la catena. Dal suo vertice si stacca una groppa che scende a mezzogiorno, bagnata a levante dalla Magriola, a ponente prima dalla Verdesina, poi dal Verde.

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“Una gran libbia accade ( sono parole di Giovanni Targioni Tozzetti) molti anni sono nella valle di Zeri, la quale porto seco giù la chiesa parrocchiale, colla canonica ed il campanile, una campana del quale fu scavata e tirata fuori illesa molti anni dopo”.

Nel secolo XVII, uno de’ villaggi della valle di Zeri, Agnudano (che significa ontano), “godeva la vicinanza di limpidissimo laghetto ove gli abitanti erano soliti di raffrescarsi nella calda stagione. A poco a poco videro essi diminuir le sue acque, tanto che restò asciutto. Ne furon dolenti come di delizia perduta, ma non pensavano a più acerbo infortunio. L’anno appresso in un bel giorno di carnevale parve ad alcuni del luogo che la terra si muovesse. Fu sonato a raccolta, e gli accorrenti osservarono scaturir dalla terra delle polle limacciose e frequenti. Intanto cresceva l’ondeggiar del terreno e tutti avvisarono esterrefatti l’imminente pericolo. Una voce pregò aita per la salvezza delle povere sostanze, e niuno fu sordo al pianto dei miseri. Quando i più tardi toccarono appena il suolo meno infido, Agnudano scomparve, né gli attoniti spettatori videro più traccia di ciò che vi era poco innanzi sopra la terra”.

Giovanni Sforza, Memorie e Documenti per servire alla storia di Pontremoli, vol. I, Forni editore