Questo studio si colloca nell’ambito di una più ampia ricerca sulla decorazione a quadratura realizzata dai Natali, Giuseppe, Francesco e Lorenzo, nel territorio compreso fra Parma, Piacenza e Pontremoli (1). Il campo di indagine è stato pertanto necessariamente più vasto, anche in considerazione del fatto che i Natali, tra i più brillanti decoratori operosi nella zona fra Sei e Settecento (2), ebbero ripetuti e felici legami sia con l’area ligure, sia con quella lombarda, cremonese e milanese in particolare.
Il riferimento è a Giuseppe Natali (1654-1720), il più anziano dei fratelli, che meriterebbe una indagine monografica stante l’ampio raggio del suo operare e le numerose citazioni sulla sua intensa attività. Una importante precisazione è quella offerta dal Bonometti (3) che, sulla scorta della documentazione archivistica reperita, ha potuto anticiparne la data di morte al 1720, di due anni cioè rispetto a quanto concordemente riferito, dopo lo Zaist (4), dalla storiografia e dalla guidistica cremonese.
Non è mia intenzione avviare in questa sede la ricomposizione del catalogo di questi artisti ma, data l’incidenza esercitata da Francesco sulla civiltà artistica piacentina e pontremolese e la ricchezza degli interventi da lui realizzati, piuttosto ricercare nel rigore prospettico che supporta le sue complesse decorazioni la valenza scenografica e teatrale acquisita dalla maturazione delle opere bibienesche -siano esse architettoniche o decorative -e in particolare di quelle prodotte da Ferdinando Bibiena a Piacenza.
L’angolazione di questo intervento fa perno su quanto realizzato da Francesco a Pontremoli e a Piacenza. Si intende tuttavia estrapolare alcuni episodi salienti – i cicli decorativi di villa Dosi Delfini e di palazzo Bertamini Lucca – di una intensa attività già esplorata da Luciano Bertocchi e, in parte, da Rossana Bossaglia (5).
Lo studio di Bossaglia, Bianchi, Bertocchi resta infatti fondamentale per la comprensione del quadraturismo in un’area di cultura la cui estensione esula dagli attuali confini geografici. Va tuttavia precisato che se si esclude il citato lavoro di questi studiosi e la dettagliata ricostruzione biografica corredata dalle schede delle opere pontremolesi stese dal Bertocchi (6), anche per Francesco Natali non disponiamo a tutt’oggi di una trattazione mono-grafica.
Per il quadraturista cremonese, noto inventore di complesse impaginazioni pittoriche all’interno di alcune delle più prestigiose dimore aristocratiche piacentine e per le sue eleganti soluzioni architettoniche dipinte su commissione religiosa, si rimanda agli studi di Anna Maria Matteucci (7) e di chi scrive (8). È indubbio che la figura del quadraturista, oscillante tra il pittore di architettura e il pittore di ornamenti, aderente ai principi della scuola quadraturistica emiliana, si distingua per un’originalità tale da creare meraviglia, evitando tuttavia indulgenze al lezioso, come osservava Luciano Bertocchi (9). Questa figura attende un’analisi che la collochi in un esteso contesto pittorico, arricchito da relazioni e scambi intensi con Cremona e l’attuale Lombardia da un lato, e con Pontremoli e la Liguria dall’altro. Pertanto, Cremona, Piacenza e Pontremoli emergono come principali centri di elaborazione di un genere pittorico che funge da ponte verso l’architettura (10), evolvendo lentamente dalle sue premesse architettoniche di una quadratura “solida” alla Andrea Pozzo e alla Bibiena, come quella sviluppata da Francesco nel salone della nobile dimora dei Chiosi, a una quadratura meno rigida, più leggera e vivace, offerta invece dal figlio Gian Battista all’interno di alcune residenze di Piacenza. La transizione da Gian Battista Natali a Gian Battista Zaist (1700-1757), indubbiamente il più talentuoso allievo di Giuseppe Natali, è rapida e fluida. Fin dalle opere realizzate autonomamente dopo la scomparsa del maestro, lo Zaist, architetto, quadraturista e scenografo, nonché storiografo (11), mette in evidenza una maestria compositiva derivante dallo studio e dalla familiarità con le opere del Natali, così come con quelle di altri quadraturisti lombardi, tra cui considero meritevoli di particolare attenzione, per affinità di stilemi e cromie (tenui e delicatissimi), Francesco Porro e il Castellino.
Per quanto attiene alle opere di Francesco e, più specificatamente, a quelle nelle quali l’artificio della costruzione prospettica sorretto dal rigore matematico si impone con il dirompente illusionismo proprio delle soluzioni bibienesche, sono senza dubbio le quadrature realizzate nel salone da ballo di villa Dosi Delfini la più eloquente testimonianza. Eseguiti tra il 1697 e il 1700 e dunque in ossequio ad una volontà progettuale di consequenzialità tra vicenda architettonica e vicenda decorativa di questa elegante residenza di villeggiatura, gli affreschi del salone e quelli di alcuni sale terrene rivelano una figura che già spicca per sensibilità e qualità artistiche. Ed è proprio questo splendido ciclo pittorico che, congiuntamente a quello realizzato intorno alla metà degli anni venti del Settecento in palazzo Bertamini Lucca a Fiorenzuola d’Arda, sollecita approfondite indagini mirate a restituire l’iter di un artista che nella collaborazione con figuristi migranti da una dimora all’altra, o variati a seconda dei casi, tocca vertici di impareggiabile qualità.
Prima di analizzare questa impresa pittorica, va ricordato che i rapporti dei marchesi Dosi con Piacenza datano al tardo Cinquecento e che allo scadere del secolo successivo alcuni componenti della famiglia ebbero prolungati soggiorni in città (12). È noto inoltre che nel 1697 Francesco Farnese creò nobili di Piacenza Francesco Dosi († 1701) e il nipote Giuseppe Antonio († 1769) (13). La frequentazione della città emiliana proprio in un momento di inusitata vitalità architettonica (14) e di felici invenzioni decorative condotte, queste ultime, ad opera di Ferdinando Bibiena prima, di Gian Battista e Andrea Galluzzi poi, offri l’occasione ai marchesi Dosi per un aggiornamento sugli esiti raggiunti dalla cultura bolognese in città. Mi riferisco sia alle decorazioni a quadratura della volta dell’oratorio di San Cristoforo sul volgere del XVII secolo alla confluenza di due assi stradali, le vie Gregorio X e Angelo Genocchi dipinto da Ferdinando Bibiena verso i tardi anni ottanta del Seicento, sia alla grande decorazione del salone delle feste del palazzo Costa su via Roma 80, eseguita dall’artista bolognese nel 1699 (15). È logico che per l’affrescatura dell’erigenda villa dei Chiosi i Dosi intendessero garantirsi il più prestigioso, dopo il Bibiena, fra gli artisti presenti sulla scena piacentina. Nelle quadrature del salone della villa pontremolese il Natali «afferma già pienamente se stesso» (16), distante dal fare pittorico proprio dal fratello Giuseppe che amava frapporre citazioni di paesaggi, talora di fantasia, alle quadrature (17). Nel privilegiare una impaginazione marcatamente architettonica Francesco pare anticipare soluzioni barocchette alle quali indugerà, con tocco di compiaciuta levità, il figlio Gian Battista.
Scalata su un doppio ordine realisticamente sottolineato dal balconcino che corre lungo l’intero perimetro del salone, la decorazione (foto 1) si compone di vedute a fuoco centrale nell’ordine terreno, di vedute per angolo, scenograficamente inquadrate da colonne tortili che sorreggono una trabeazione ripetutamente interrotta e da sfondati che si aprono illusionisticamente verso esedre arricchite da fontane, nell’ordine superiore. Balconcini bombati o dal profilo irregolare, emuli dei palchetti teatrali, corrono al di sotto dell’affacciamento reale di cui ripropongono, nel gioco di concavità e convessità, la valenza di luogo di osservazione privilegiato sulla celebrazione di un rito, quello della festa alla quale è deputato il salone. II compito di accentuare l’effetto di percorribilità dei balconcini è poi demandato ai numerosi vasi di fiori che suggeriscono una ulteriore spazialità, puntualmente frapposti alle foglie di acanto arricciate e ritorte che ricadono con studiata eleganza e nelle quali Luciano Bertocchi individuava la mano, quasi la firma», di Francesco (18).

Cultura emiliana e bolognese e conoscenza delle opere di Andrea Pozzo (19) come presenze comprimarie negli affreschi Dosi Delfini siglano, a mio avviso, il nuovo corso intrapreso dalla grande decorazione a Pontremoli. La ricchezza degli artifici adottati dal Bibiena e la fisicità mutuata dalle architetture dipinte dal Pozzo compongono la realtà di questo linguaggio, l’invenzione per una ampia impaginazione pittorica. Nel momento in cui questa impresa segna la partenza del Natali, essa attesta l’avvenuta acquisizione di un linguaggio assunto in funzione della magnificenza e della grandiosità del mezzo dell’affresco e tradotto nell’impianto a effetto della rappresentazione. La presenza di Alessandro Gherardini, autore delle figure, si risolve in una congenialità di intenti che mi pare possa trovare pari solo nella successiva collaborazione con Bartolomeo Rusca in palazzo Bertamini Lucca a Fiorenzuola d’Arda.
Il mutamento della struttura dello spazio dipinto, che a Genova si attuò fra il 1650 e il 1660 determinato dall’emergere di una nuova committenza e di nuovi artisti, significò altresì un sostanziale mutamento nella progettazione dello spazio dipinto e un accordo fra pittore di architettura e pittore di figura. È il passaggio, peraltro lucidamente indagato per l’area genovese dalla Gavazza (20), da uno spazio pittorico narrato» ad uno spazio pittorico rappresentato secondo la pratica dell’effimero teatrale» (21). Nel salone di villa Dosi Delfini dunque l’affresco assolve i compiti di una macchina teatrale, riflesso del mutare delle scelte e di un nuovo indirizzo della volontà dei committenti. «Immagine imponente e affascinante di un modo dell’abitare», per riprendere una felice asserzione della Gavazza (22), ma che pare si attagli a questa specifica situazione determinata da un intreccio di valenze cui sono sottese motivazioni di gusto, scelte di cultura e precisi rapporti fra committente e decoratori. Nel curriculum operativo di Francesco Natali l’affresco del salone Dosi Delfini si colloca in uno dei momenti salienti: quello del tempo ritmato dalla compresenza di quadraturista-pittore di figura-committente, uniti in una consonanza operativa determinata da una comune volontà di intenti.
Mi pare pertanto che se un precedente possa essere ricercato per tale felice congiuntura, questo possa identificarsi nella vicenda architettonica e decorativa di palazzo Baldini Radini Tedeschi (1684-85) di via San Siro 72-74-76 a Piacenza. Anna Maria Matteucci (23) e Paola Ceschi Lavagetto (24) hanno indagato rispettivamente l’iter architettonico e quello decorativo di questa nobile dimora all’interno della quale il marchese Baldini aveva raccolto, come è noto, una ricca quadreria (25). Ed è qui che un figurista genovese, Domenico Piola, ed un quadraturista bolognese, Sebastiano Monchi, ripropongono le regole di un andamento progettuale per la conduzione degli spazi di decorazione. E l’esito di questo nuovo modo di pensare lo spazio, che “la collaborazione tra quadraturista e pittore di figura rende esplicita nella sua genesi progettuale» (26), è la proposta di Francesco Natali nel salone Dosi Delfini, in un momento in cui la divisione dei ruoli e la specificità professionale supporta la ricerca di nuove soluzioni. È altresì questo il momento di una nuova direzione di gusto per Pontremoli. Ciò, a Genova, si era verificato qualche decennio prima, in base all’apporto di un quadraturista emiliano, con la nuova generazione di pittori genovesi. A Pontremoli invece questa felice congiuntura derivò dal contributo di un quadraturista di complessa maturazione emiliana, il Natali appunto e di un figurista toscano, Alessandro Gherardini. Con inflessioni e sviluppi differenti secondo i momenti e gli spazi della decorazione, Francesco Natali persegue la specificità di una professione tutta emiliana e bolognese, variamente esercitandola con il figurista del momento, ma pur sempre siglando una cultura che riflette l’ambiente culturale del committente. Anzi, essa stessa si riconosce come momento di magnificenza. La valenza scenografica cui è improntata la decorazione del salone, supportata da un rigore prospettico di nitide forme, attesta che Francesco Natali consegue i maggiori risultati decorativi quando coniuga la sapienza acquisita nei settori affini della scenografia e della quadratura. Il ritmo dei balconcini e delle balaustre morbidamente inflesse ritorna a comporre la decorazione di due saloni in palazzo Bertamini Lucca a Fiorenzuola d’Arda (foto 2). Ma per la vicenda architettonica del palazzo si rinvia alle pagine di Anna Matteucci nel volume di prossima pubblicazione dedicato alle Ville piacentine (27). Ciò che preme in questa sede sottolineare è la consequenzialità cronologica di architettura e decorazione. La datazione per questo straordinario ciclo realizzato da Francesco Natali e da Bertolomeo Rusca, e che la Matteucci giustamente riconosce come uno degli episodi pittorici più alti raggiunti dalla decorazione tardobarocca in valle padana, si attesta tra il 1724 e il 1733 ed è assai probabile che esso si sia concluso prima del 1734, anno della partenza del Rusca per la Spagna (28). Pittore di architettura e pittore di figura hanno affrescato due saloni, una galleria ed una cappella. La figura della Architettura dipinta al centro della parete finestrata del salone al piano nobile, nell’atto di sorreggere il progetto del palazzo, induce la Matteucci a ipotizzare la contiguità cronologica fra vicenda architettonica e vicenda decorativa di una dimora che, cresciuta ai margini dell’edificato, aveva la «vocazione di fastosa residenza a contatto con la natura» (29). Nella volta del salone verso corte il Rusca ha raffigurato il Carro di Apollo e le Stagioni, ed il Natali ha ideato una complessa macchina architettonica nella quale un arioso colonnato ionico sostiene la cornice e il ritmico andamento dei doppi balconi. Lungo le pareti il quadraturista pare privilegiare una quadratura “in superficie» e l’effetto scenografico è demandato alla volta ove il doppio ordine di balustrate sfonda su un cielo popolato da divinità mitologiche.

L’unità di intenti raggiunta dal Natali e dal Gherardini, nella decorazione di villa Dosi Delfini, si manifesta ora nell’impresa di palazzo Bertamini Lucca ove perviene a vertici elevati, tuttora interamente leggibili anche grazie all’ottimo stato di conservazione di una decorazione che, nello spazio allungato offerto dalla galleria, opta per il «frammento” di singoli episodi racchiusi entro cartigli di pungente sinuosità. Essa si pone quale autorevole precedente di un fare pittorico brioso ed elegante che di lì a qualche anno produrrà i raffinati stilemi di palazzo Torti a Lusurasco. Non è dato conoscere il nome degli artisti attivi all’interno di questa sobria, ma imponente residenza di villeggiatura che i conti Torti, antica famiglia piacentina con estesi possedimenti a Lusurasco e a Castell Arquato e che in città abitava il palazzo di via Borghetto 10 (30), fecero edificare sul volgere del Seicento nella campagna circostante Fiorenzuola, lungo la via per Castell’Arquato. Il figurista pare possa identificarsi nel medesimo Rusca attivo per i nobili Bertamini. Più problematica risulta l’autografia delle decorazioni a quadratura che ostentano un ritmo più leggero rispetto a quelle di palazzo Bertamini Lucca. Non esiterei ad ascrivere almeno le quadrature dell’androne passante terreno ad Antonio Alessandri, decoratore di discrete qualità, il cui catalogo è tuttora aperto (31).
Quanto al ciclo di palazzo Bertamini, mi pare che possa interpretarsi come storia pittorica ideata per uno spazio inteso come spazio di teatro, la cui perfetta riuscita è frutto del felice accordo fra quadraturista e pittore di figura. Ed è operazione condotta in maniera privilegiata e senza incertezze da parte di una famiglia la cui incidenza nella vita cittadina andava progressivamente aumentando (32).
Fra il ciclo di villa Dosi Delfini (1697-1700) e quello di palazzo Bertamini (1724-1733) si situano altri interventi condotti a Pontremoli e a Piacenza, nonché la parentesi del soggiorno mlanese (1709-1713/16), invero non troppo positiva per il Natali. Ma per le vicende biografiche e per il curriculum di questi anni rinvio alle pagine di Luciano Bertocchi (33). Preme qui sottolineare che a ridosso degli affreschi di Fiorenzuola d’Arda si pogono sia le decorazioni della quarta cappella della nave sinistra del Duomo di Parma (condotte in collaborazione con Sebastiano Galeotti), sia la decorazione di una alcova in casa Petrucci e di due cappelle nella chiesa di S. Francessco pure a Pontremoli, opere nelle quali maggiormente si avverte l’influenza del quadraturismo lombardo (34). Dopo il soggiorno milanese infatti, nell’operare di Francesco si delinea un significativo mutamento di indirizzo che non è affatto un’inversione di rotta rispetto a quanto precedentemente elaborato. Francesco Natali non perviene alle soluzioni squisitamente barocchette proprie del figlio Gian Battista, né a quelle già rocaille di Gian Battista Zaist. Semmai l’unica concessione che pare accordare ad una architettura meno soda, all’interno della quale le vedute per angolo e gli arditi tagli prospettici sono risolti con un pennelleggiare più arioso, risulta quella della decorazione dell’oratorio delle Grazie (1717) a Parma, eseguita all’indomani del soggiorno milanese. Essa tradisce l’aggiornamento sulle opere lombarde, sulle quadrature realizzate dai vari Porro e Castellino, fra gli artisti più importanti nel panorama della decorazione barocchetta in Lombardia nei primi decenni del Settecento (35).
Per quanto riguarda infine le quadrature delle due cappelle della chiesa di S. Francesco a Pontremoli esse segnano l’acquisizione di quegli stilemi barocchetti che trionfano anche nelle architetture d’altare.
Fra l’architettura dipinta da Francesco Natali, le grandi ancone che campeggiano al fondo delle due cappelle di S. Antonio e di S. Orsola nella chiesa pontremolese e gli altari in marmo eretti, a quelle date, da artefici non necessariamente piacentini in alcuni edifici religiosi di Piacenza e del territorio, si riscontrano stringenti affinità. Non si tratta di semplici prossimità cromatiche e di comuni valenze scenografiche, quanto piuttosto di analogie di stilemi a conferma di come i confini fra i due settori – quello dell’architettura dipinta a quello dell’architettura costruita – siano sovente piuttosto labili. Il discorso afferisce in parte a Marco Aurelio Dosi, quadraturista e scenografo piacentino (36), e al più noto Gian Battista Zaist, autori di macchine d’altare nelle quali le volute e le foglie di acanto si pongono come raffinate traduzioni marmoree dei più leggeri motivi dipinti (37).
Per quanto riguarda infine le ultime opere di Francesco Natali, la decorazione del presbiterio di S. Giovanni in Canale a Piacenza (1734) e quella del cupolino dell’oratorio di Nostra Don-a a Pontremoli (1735), è evidente che la tarda attività si svolge all’insegna di un più pacato bibienismo vincolato tuttavia al concetto di una composizione squisitamente architettonica «di forme compatte con elementi in netto risalto a determinare l’ordito del dipinto.
Nel morbido articolarsi dei balconcini concavi e convessi e nell’andamento di pungente sinuosità conferito alla macchina pittorica, in S. Giovanni in Canale Francesco introduce un più articolato movimento, un ritmo tipicamente barocchetto animato da volute con riccioli più pastosi, i quali occhieggiano bizzarramente in una sorta di animismo generale delle forme» (38).
ANNA COCCIOLI MASTROVITI, Rigore prospettico, artificio, scenografia nelle decorazioni a quadratura di Francesco Natali, in Studi di Storia pontremolese, Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, Sezione di Pontremoli, 1990
Desidero esprimere il mio più vivo ringraziamento alla prof. Anna Maria Matteucci, che ha discusso con me problemi di decorazione. Un particolare ringraziamento alla marchesa Gabriella Dosi Delfini Gray de Cristoforis. Al momento di avviare questo lavoro, nel 1985, ed anche successivamente, preziosi ragguagli mi sono stati forniti dagli amici dott. Luciano Bertocchi e Mauro Bertocchi.
(1) Cfr. A. COCCIOLI MASTROVITI, Per un censimento della quadratura negli edifici religiosi di Piacenza fra barocco e barocchetto: il contributo dei Natali, in Bollettino Storico Piacentino, 1986, pp. 34-57; A. COCCIOLI MASTROVITI, Di alcune tangenze pittoriche fra Emilia e Lombardia nel XVIII secolo: le decorazioni a quadratura nelle parrocchiali di S. Nazaro, di Torrano e nel Santuario della Madonna del Pilastro a Gragnanino, in «Strenna Piacentina, 1987, pp. 75-85; A. COCCIOLI MASTROVITI, Antonio Alessandri e la decorazione a Piacenza fra Sei e Settecento, in Strenna Piacentina, 1989, pp. 79.96; ma si veda anche A. Cóc. CIOLI MASTROVITI, Gian Battista Zaist architetto e quadraturista cremonese (1700-1757), tesi di perfezionamento, Università degli Studi di Bologna, rel. A.M. Matteucci, aa. 1986-1987.
(2) Per questi problemi relativi alla grande decorazione mi sia consentito rinviare al mio lavoro Gian Battista Zaist, cit. e a A. COCCIOLI MASTROVITI, Gian Battista Zaist architetto cremonese e la decorazione a quadratura nella chiesa dei SS. Egidio e Omobono fra barocco e barocchetto, in Atti del Convegno Centri e Periferie del Barocco (Roma, 1987) in corso di stampa. Fondamentali apporti a questi problemi sono recentemente venuti dagli studi di A.M. Matteucci, La formazione di Giacomo Bonavia e la cultura padana del XVIII, «Atti del 18° Con-gresso di Storia dell’Artes (Madrid, 27-29 aprile 1987), Madrid 1989 (con bibl. precedente). Ma si veda anche A. Bonet Correa (a cura di) El Real Sito de Aran-juez y el Arte Cortesana del siglo XVIII, Madrid 1987, in part. pp. 137 segg. Ma ora si veda anche R. Cevese, La pittura del Settecento a Vicenza e nel territorio, in I Tiepolo e il Settecento vicentino, Cat mostra di Vicenza, Milano 1990, Pp. 26-30, in part. p. 27
(3) P. BONOMETI, La cultura figurativa a Cremona tra Sei e Settecento nelle chiese dei SS. Pietro e Marcellino, Egidio e Omobono, Gerolamo, tesi di laurea, Università degli studi di Bologna, rel. A. Ottani Cavina, aa. 1978-1979.
(4) Notizie istoriche de Pittori, Scultori ed Architetti opera postuma di Giam-battista Zaist…, data in luce da Anton Maria Panni, 2 Tomi, Cremona 1774, Tomo II.
(5) R. BOSSAGLIA. V. BIANCHI, L. BERTOCCHI, Due secoli di pittura barocca a Pontremoli, Genova 1974.
(6) L. BERTOCCHI, Francesco Natali, in R. Bossaglia, V. Bianchi, L. Bertoc-chi, Due secoli di pittura, cit., pp. 79-89.
(7) A.M. MATTEUCCI, Palazzi di Piacenza dal barocco al neoclassico, Torino 1979; ed ora A.M. MATTEUCCI, C.E. MANFREDI, A. COCCIOLI MASTROVITI, Ville Piacentine, con schede a cura di M. Barbieri, S. Cattadori, A. Coccioli Mastroviti, in corso di stampa.
(8) A. COCCIOLI MASTROVIII, Per un censimento della quadratura, cit.
(9) L. BERTOCCHI (a cura di), Pittori «Pontremolesi del Settecento, cat, mostra di Pontremoli (con introduzione di R. Bossaglia), Pontremoli 1981, in part. cfr. p. 12.
(10) R. BOSSAGLIA, Veneziani in Lombardia Lombardi a Venezia nel XVIII secolo, in Venezia Milano, Milano 1984, pp. 129-170, in part. p. 133.
(11) Cfr. Notizie istoriche de Pittori, Scultori e Architetti, cit.
(12) AA.VV. Le antiche famiglie di Piacenza e i loro stemmi, Piacenza 1979. pp. 212-213.
(13) AA.VV., Le antiche famiglie, cit. p. 212.
(14) A.M. MATTEUCCI, Palazzi di Piacenza, cit., in part. si cfr. pp. 9-12.
(15) Α.Μ. MATTEUCCI, Palazzi di Piacenza, cit., pp. 129-142.
(16) L. BERTOCCHI, Francesco Natali, in R. BOSSAGLIA, V. BIANCHI, L. BERTOC CHI. Due secoli di pittura, cit., p. 81. Per la vicenda architettonica della villa dei Chiosi, si rinvia a F. Marmori, Una villa di Lunigiana: i Chiosi in Pontremoli, in «Quaderno, n. 12, giugno 1974, Roma, pp. 104-126 e per le vicende urbanistiche della città sono tuttora molto utili V. BIANCHI, in R. BOSSAGLIA, V. BIANCHI, L. BERTOCCHI, Due secoli di pittura, cit.; N. ZUCCHI CASTELLINI, Pontremoli dalle origini all’Unità d’Italia, Pontremoli 1976, pp. 95-107.
(17) Per questo aspetto si rinvia a A.M. MATTEUCCL. Palazzi di Piacenza, cit. part. pp. 38 segg.
(18) L. BERTOCCHI, Francesco Natali, in R. BOSSAGLIA, V. BIANCHI, L. BERTOC cm. Due secoli di pittura, cit., in part. p. 89 nota 14.
(19) Dell’estesa bibliografia sull’architetto trentino si citano almeno A. GRISERI, Le metamorfosi del Barocco, Torino 1967; B. KERBER, Andrea Pozzo Ber-lin 1971; R. WITTKOWER Baroque Art: the Jesuit Contribution, New York 1972; R. WITTKOWER, Art and Architectur in Italy 1600-1750, London (trad. ital, To-rino 1972); P. PORTUGHESI, Roma barocca, Bari 1973, in part. il capitolo Andrea Pozo, pp. 325-328; V. De Feo, L’architettura immaginata di Andrea Pozzo gesuita, in Rassegna di Architettura e Urbanistica», 46, 1980, pp. 79-109; R. Bo SEL, Jesuitenarchitektur in Italien 1540 bis 1773, Wien 1985; V. DE FEO, Andrea Pozzo. Archittura e illusione, Roma 1988 (con bibl.); G. ROMANO, (a cura di), Fi gure del Barocco in Piemonte. La corte, la città, i cantieri, le province, Torino 1988, in part. pp. 378-379.
(20) E. GAVAZZA, Lo spazio dipinto. Il grande affresco genovese nel ‘600, Ge nova 1989.
(21) E. GAVAZZA, Lo spazio dipinto, cit., in part. pp. 155 segg-
(22) E. GAVAZZA, Lo spazio dipinto, cit., p. 7.
(23) A.M. MATTEUCCI, Palazzi di Piacenza, cit., pp. 240-252.
(24) P. CESCHI LAVAGETTO, La Galleria di Domenico Piola ritrovata, in Bollettino d’Arte», 33-34, settembre-dicembre 1985, pp. 181-190.
(25) Cfr. AA.VV., Le antiche famiglie, cit., 135.
(26) Cfr al proposito le pagine di E. GAVAZZA, Lo spazio dipinto, cit., in part. p. 35.
(27) A.M. MATTEUCCI, C.E. MANFREDI, A. COCCIOLI MASTROVITTI, Ville piacentine, cit.
(28) Cfr al proposito A.M. MATTEUCCI, Palazzi di Piacenza, cit. in part. pp. 44-48; ma sulla figura del Rusca si vedano anche J. URREA FERNANDEZ, Introducion a la pintura rococo en Espana, Oviedo 1981, pp. 330-336; A COCCIOLI MA STROVITI, Rusca Bartolomeo, in AA.VV., La pittura in Italia. Il Settecento, 2 voll., vol. II. Milano 1990, alla voce.
(29) Cfr. A.M. MATTEUCCI, Palazzo Bertamini Lucca, Fiorenzuola d’Arda, in A.M. MATTEUCCI, C.E. MANFREDI, A. COCCIOLI MASTROVITI, Ville piacentine, cit., in corso di stampa. Ringrazio la prof. Anna Maria Matteucci per avermi cortesemente consentito la lettura del suo testo dattiloscritto.
(30) A.M. MATTEUCCI, Palazzi di Piacenza, cit., pp. 306-307; ma si vede anche A. COCCOLI MASTROVITI, Palazzo Torti, Lusurasco, in A.M. MATTEUCCI, C.E. MANFREDI, A. COCCIOLI MASTROVIN, Ville piacentine, cit.
(31) A. COCCIOLI MASTROVITI, Antonio Alessandri e la decorazione a Piacenza fra Sei e Settecento, cit., pp. 79-96.
(32) AA.VV., Le antiche famiglie, pp. 145-146; ma si veda anche G. Fiori. La famiglia Bertamini e cenni sulle famiglie nobili fiorenzuolane, in Pagine storiche di Fiorenzuola d’Arda, Fiorenzuola d’Arda 1969, pp. 107-115.
(33) L. BERTOCCHI, Francesco Natali, in R. Bossaglia, V. Bianchi, L. Bertoc chi. Due secoli di pittura, cit., pp. 79.89. Ma si veda anche G. Dosi Delfini. L Bertocchi, Lettere di pittori e scultori dei secoli XVII e XVIII, Pontremoli 1970.
(34) Per le vicende del quadraturismo di area lombarda si vedano R. BOSSAGLIA Riflessioni sui quadraturisti del Settecento lombardo, in Critica d’Artes 41. 1960; R. BOSSAGLIA. Nuovi apporti per un catalogo di Borrani, Bortoloni e Magatti, e altre questioni settecentesche, in Arte lombarda, XI, 1964; R. BOSSAGLIA, Aggiunte, rettifiche, novità per il Settecento lombardo, in Arte antica e Moderna, 33, 1966; M.L. GATTI PARER (a cura di), Studi e ricerche nel territorio della provincia di Milano, Milano 1967; A. NOVASCONI, II barocco nel Lodi giano, Milano 1968: R. BOSSAGLIA L’arte dal manierismo al primo Novecento, in AA.VV, Storia di Monza e della Brianza, vol. V. Milano 1971 L. CARUBELLI Schede per le parrocchiali di Bagnolo Cremasco, per Palazzo Terni de Gregorj di Crema, per la Parrocchiale di Casaleto Ceredano, in Arte lombarda 1975; R. BOSSAGLIA, La pittura del Settecento a Milano: protagonisti e comprimarii, in Studi di Storia delle Artis, Genova 1977; L. CARUBELLI Per il quadraturismo lombardo fra barocco e barocchetto i fratelli Grandi, in Arte Lombarda, XXIII, 1978; R. BOSSAGLIA Veneziani in Lombardia Lombardi a Venezia, cit.; B. PASSAMANI, La cultura visiva nell’area bresciana, in G. Gianfranceschi Vettori, Brescia al Settecento, Brescia 1985: P. VENTURELLI Notizie d’archivio rettifiche, quesiti circa i Mariani, quadratturisti milanesi fra Sei e Settecento, in Arte lombarda», 1989 (con bibl.) Quando questo studio era ormai licenziato sono venuta a conoscenza di interessanti problemi di decorazione del Settecento lombardo, che confluiranno nella mostra in programma реr l’autunno 1990 a Milano
(35) Per Francesco Porro si rinvia al dettagliato studio di F. Franchini Guelfi, Affreschi di Francesco Porro. Contributo alla storia del quadraturismo lombardo del primo Settecento, in «Arte lombarda», XIV, 1969; per il Castellino invece si veda A. CERUTI, La chiesa di S. Giovanni alle Rotte in Milano, in «Archi vio Storico Lombardo, I, 1874; R. BOSSAGLIA, Riflessioni sui quadraturisti del Settecento lombardo; cit., in part. pp. 388 segg.; R. BOSSAGLIA Aggiunte, rettifiche, novità per il Settecento lombardo, cit., in part. pp. 253-254.
(36) Cfr. A. MATTEUCCI, Palazzi di Piacenza, cit., passim; A. COCCIOLI MA STROVITI, Da Cristoforo Rangoni a Ferdinando Bibiena a Marc Aurelio Dosi: ap parati funebri a Piacenza nel Sei e Settecento, in «Strenna Piacentina, 1986, PP. 87-102; sul Dosi si veda anche F. FOSSATI, La spettacolazione degli spazi pubblici a Piacenza dal 1965 al 1741, in L. ALLEGRI, La Parma in festa, Modena 1986, pp. 36-80; A. COCCIOLI MASTROVITI, Dosi Marc’Aurelio, in Dizionario biografico degli Italiani, Roma, in corso di stampa.
(37) Per il problema dello Zaist architetto di altari, si veda A. MACCABELLI, Gli altari cremonesi del Settecento. «Scenografie liturgiche” del barocchetto zaistiano, in «Cremona, 3, 1979; per gli altari piacentini del Settecento e, in particolare, per quelli eretti su progetto di Mare Aurelio Dosi mi permetto di rinviare a COCCIOLI MASTROVITI, Note sull’architettura d’altare a Piacenza. Gli altari maggiori, in «Bollettino Storico Piacentino, 1989, pp. 81-102.
(38) R. BOSSAGLIA, Presenze a Pontremoli della cultura pittorica italiana, in R. BOSSAGLIA, V. BIANCHI, L. BERTOCCHI, Due secoli di pittura, cit., in part. p. 16.